Agenzia Sarda delle Entrate, Zona Franca al consumo e Teletrasporto, cosa arriverà prima?

18 gennaio 2015

 Nei paesi normali, governati da persone normali e in cui chi fa politica rientra nei canoni della normalità, quando si parla di economia ci si riferisce solitamente ai livelli di pil, occupazione, spesa pubblica, imposizione fiscale, distribuzione tra settori ecc ecc. Chi si occupa di economia, come un bravo medico, analizza i principali valori alla ricerca di squilibri e anomalie che possano segnalare stati patologici e ragiona su come intervenire manovrando le leve disponibili.

In Sardegna, questo atteggiamento ragionevole e costruttivo, sempre più spesso viene sostituito dalla messianica aspettativa in provvedimenti miracolosi capaci d’un colpo di  risollevare le sorti della disastrata economia sarda trasformando la nostra isola nell’isola del tesoro.

Pensiamo ad esempio all’Agenzia delle Entrate Sarda, tornata molto in voga in questi giorni. A normativa vigente, parlare di Agenzia delle Entrate sarda equivale a parlare di cerchi sul grano. Se si vuole utilizzare quel nome per motivazioni politiche di lungo termine e per la propaganda politica è legittimo, ma è giusto che l’argomento venga inquadrato in questa prospettiva. La Sardegna, come ha fatto la Sicilia, potrebbe farsi una propria agenzia di riscossione che sostituisca Equitalia, e farebbe molto bene a farlo, ma finora non ne è stata capace. Purtroppo è molto più semplice spiegare cos’è un F35 di come funziona un F24. Allo stesso modo è difficile far capire la differenza tra Agenzia delle Entrate, che è quella che incamera e redistribuisce le imposte fondamentali, e Agenzia di Riscossione. La Sardegna, come la Sicilia, avrebbe già potuto avere la seconda, da anni e senza vertenze, ma è molto più complesso evidentemente che parlare di Zona Franca Intergalattica e Agenzia Sarda delle Entrate, temi importanti per quando saremo uno Stato o l’Italia farà una riforma federale, non proprio dietro l’angolo.

Il fatto stesso che intorno al tema si sia sviluppata una divertente bagarre a chi spara la cifra più alta riguardo al credito vantato dalla Sardegna nei confronti dell’Italia da bene l’idea sul livello del dibattito. Notevole a tal proposito che persino all’interno del Partito dei Sardi, che più di qualsiasi altra organizzazione politica ha sposato il tema, il conteggio di Sedda, che anni fa aveva già raggiunto di dieci miliardi, si scontra con quello di Maninchedda, che si ferma ad una cifra di poco superiore al miliardo. Difficile capire come possa nascere un ragionamento economico attendibile partendo da cifre così confuse.

Altro cavallo di Troia di recenti entusiasmi pre elettorali e’ quello della zona franca integrale. Partendo da una storica battaglia sardista e stravolgendo le norme con interpretazioni fantascientifiche, un gruppo di sedicenti esperti di diritto ed economia per mesi ha illuso i cittadini su un presunto diritto della Sardegna ad ottenere esenzioni totali su IVA e accise, fino a convincere l’allora governatore Cappellacci a farsi deridere in sede comunitaria sposando la causa con improbabili richieste agli organi Ue preposti. L’effetto boomerang di queste bufale e’ stato notevole e sortirà probabilmente l’effetto di minare per diversi anni la fiducia dei cittadini verso forme di defiscalizzazione più semplici da realizzare e più promettenti in termini di efficacia. Come non pensare ad esempio alla velocità con cui è finita nel dimenticatoio la proposta di abolire l’Irap sposata poco più di un anno fa da tutto il Consiglio Regional e sponsorizzata con grande entusiasmo dall’allora non ancora Presidente Pigliaru.

È proprio qui sta il punto, al di la della correttezza o meno delle interpretazioni giuridiche. Un dibattito economico che invece di concentrarsi sui problemi strutturali e sulle riforme necessarie si arena attorno all’idea che singoli provvedimenti di straordinaria portata, ma spesso anche fuori dalle attuali potestà legislative, possano ribaltare le sorti dell’isola e’ estremamente funzionale al mantenimento dello status quo. Perché si evita di parlare di sprechi nella sanità, di peso della spesa pubblica oltre ogni limite di sostenibilità, di privilegi feudali distribuiti su varie caste e di un sistema che in tema di meritocrazia e competitività fa acqua da tutte le parti. Eppure proprio sull’organizzazione degli enti locali la Regione ha degli spazi di manovra, usati infatti finora per i vitalizi o per mantenere la pensione retributiva ad alcune categorie molto importanti elettoralmente, come regionali e forestali.   Noi crediamo fortemente nella prospettiva indipendentista ma siamo ben consci che la sostenibilità economica di una sardegna indipendente e’ imprescindibilmente vincolata al ribaltamento totale degli equilibri che oggi guidano la nostra economia. Troviamo quindi abbastanza paradossale che i soggetti indipendentisti, pur di non mettere in discussione il dogma statalista e in alcuni casi anti capitalista che ne caratterizza l’ideologia di origine, continuino a propagandare l’idea di una Sardegna in grado di sostenersi economicamente da sola con questa spesa pubblica, con questo assistenzialismo e con questa assenza di meritocrazia e competitività.

Corrado Putzu

Andrea Nonne

Il perchè del mio voto disgiunto a Mauro Pili Presidente e Pierluigi Annis di Progres

14 febbraio 2014

Chi frequenta questo blog dovrebbe conoscere il mio pensiero sulla politica sarda. Negli ultimi tre anni ho affermato con forza la necessità di costruire un grande Partito Nazionale Sardo capace di coniugare e mettere in sinergia le prioritarie esigenze della collettività, la fondamentale passione degli attivisti e l’inevitabile ambizione dei candidati. Allo stesso tempo ho messo in guardia, sin dal 2011, dai rischi insiti nell’operazione sovranista e soprattutto dal perverso processo cannibalista che sempre più prendeva piede all’interno dell’indipendentismo. Nessuno si dovrebbe meravigliare se, a pochi giorni dal voto, guardo con poco entusiasmo l’attuale scenario politico. Con i partiti italiani ai minimi storici di fiducia, con i grillini fuori dai giochi per super democratica scelta del loro super democratico padrone, con quello studio scientifico che dava il 40% dei sardi interessati all’opzione indipendentista, c’erano tutti i presupposti non dico per vincere a man bassa, ma quantomeno per costituire un sistema politico tripolare tale da piazzare l’indipendentismo nelle istituzioni per confrontarsi nei prossimi anni ad armi pari con i due poli unionisti. E invece eccoli li i protagonisti della tragica diaspora indipendentista che abbiamo vissuto in questi anni. Tutti posizionati nella miglior posizione disponibile per una poltrona in consiglio o in giunta. Questo per ora è il risultato visibile di anni di lotte e divisioni incomprensibili ai più e di frasi assurde come “l’indipendentismo non è un’ideologia” (ma leggersi Simon Mossa prima di dire certe vaccate no?),  “l’esistenza di tante sigle indipendentiste è una ricchezza” (salvo poi allearsi con partiti e civiche di chiara matrice unionista) e via blaterando.

In un contesto di questo tipo mi è impossibile votare tanto i sovranisti quanto i sardisti. Ho già spiegato più volte che ritengo Pd e Pdl responsabili di gran parte della mala politica sarda come ho evidenziato per la vertenza trasporti, dove gli eurodeputati di entrambi i partiti hanno privilegiato gli interessi di una cordata imprenditoriale a quelli di un intero territorio. Ho anche spiegato che Francesco Pigliaru, per quanto personaggio degno del massimo rispetto e della massima stima, è forse il Presidente meno adatto per un’alleanza basata su aspettative sovraniste, essendosi dichiarato ripetutamente ostile al decentramento di poteri dallo stato italiano alle regioni più deboli. Del resto non posso certo votare i zonafranchisti visto che son stato tra i primi a denunciare i limiti di realizzabilità e di utilità della zona franca integrale rispetto a strumenti più praticabili e proficui come la zona franca logistica e/o fiscale. Ammiro infine la coerenza e l’impegno degli amici del  Fronte Indipendentista Unidu ma, oggettivamente, la distanza politica che mi separa da loro su temi come Europa, stato,  mercato, diritti, opportunità e libertà è troppa perché io possa votarli.

354x354xfrt3820-354x354pagespeedicsgiya2hu_z.jpgVoterò invece Progres. Penso che il partito si sia distinto da altre sigle indipendentiste, scegliendo da subito di proporsi come alternativo ai partiti italiani, e candidando persone molto valide dal punto di vista dell’impegno, della preparazione e della credibilità. Assegnerò la mia preferenza a Pierluigi Annis perché lo ritengo la persona più adatta a rappresentare le istanze della provincia di Aristanis. Stesse considerazioni valgono per Ilaria Mura, sempre candidata nelle file di Progres. Non darò invece il mio voto alla candidata Presidente Michela Murgia. Nulla di personale contro di lei ma intendo negare il mio voto alla coalizione per l’assurda scelta di chiudere con largo anticipo le porte alle altre forze indipendentiste per chiudere un’ alleanza con due liste civiche riconducibili a Valentina Sanna, Presidente di quel Pd oppositore di tutte le prese di posizione indipendentiste viste in consiglio nell’ultima legislatura, e a Romina Congera che al pari della Sanna ha dichiarato 58519_10202988340340084_1214999874_n.jpgpiù volte di non essere indipendentista. Del resto la stessa Murgia ha ricordato di non avere l’indipendenza della Sardegna in agenda. Visto che quindi Sardegna Possibile è chiaramente una colazione mezzo indipendentista mi sembra la cosa più sensata approfittare del disgiunto con un mezzo voto. Spero che gli attivisti di Progres, in cuor loro, siano i primi ad essersi resi conto dei limiti di un’ operazione che li ha proiettati a loro insaputa nell’alveo della sinistra  e che ha inasprito la rivalità tra indipendentisti in misura esponenziale. Allo stesso modo mi auguro che gli attivisti di Aristanis riflettano sull’errore che hanno commesso decidendo di non dare all’esperienza di Aristanis Noa il giusto peso, promuovendolo come modello da replicare su scala nazionale.

572.jpgIl mio voto per la presidenza andrà invece a Mauro Pili. Ritengo che la sua scelta di rottura con i partiti italiani vada non solo nella giusta direzione ma rappresenti una delle scelte politiche più coraggiose e oneste che abbia mai visto in politica. Le sue liste sono composte da persone per bene attive nella società, nell’impresa e nel lavoro. I tanti che l’hanno accusato di  opportunismo dovrebbero registrare l’isolamento che ha subito da parte delle stessa stampa che, fino a quando militava nel Pdl, lo sosteneva a gran voce. Apprezzo alcune cose del suo programma, altre meno, ma lasciatemi dire che un Pili ormai ad un passo dall’indipendentismo rappresenta una grande risorsa per la Sardegna e io intendo premiare questa scelta. Inoltre, a differenza della Murgia, Pili ha messo sul campo un’opzione indipendentista per la prossima legislatura. Apparentemente è un indipendentismo finalizzato ad una strategia rivendicazionista. Ma a ben vedere potrebbe rivelarsi l’esatto opposto.

Andrea Nonne

Su indipendenza e cessione di sovranità la mia risposta a Pigliaru e ai sovranisti.

26 gennaio 2014

francesco-pigliaru1-1.jpgSegue da  “Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?”

Veniamo ora al secondo punto, ovvero alla comparazione tra la situazione europea e quella statunitense. Su questo punto rimando anche alla risposta di Daniele Addis. Pigliaru cita Krugman e io concordo con l’economista americano sul fatto che gli Usa, nella reazione alla crisi, hanno mostrato tutta la loro superiorità rispetto all’Ue, sia in termini di competitività sia in termini di difesa dalle spinte speculative ribassiste. Resta da capire se il modello dello stato federato a stelle e a strisce abbia caratteristiche dimensionali e organizzative più simili a quello dei grandi stati nazionali europei come Germania, Francia, Italia e Spagna o se invece non somigli di più a quello tipico delle nazioni senza stato o delle piccole repubbliche europee. Se per la dimensione utilizziamo come criterio la dimensione della popolazione scopriamo subito che la popolazione media tra i cinquanta stati Usa è di poco superiore ai sei milioni di abitanti, un dato molto vicino a quello di Scozia e Irlanda ma soprattutto distante anni luce da quello degli stati nazionali europei, specie se si pensa che lo stato americano più popolato è proprio la California citata da Pigliaru che però ha meno della metà degli abitanti della Germania. Notevole inoltre scoprire che ben dodici sono gli stati americani con un numero di abitanti inferiore a quello della Sardegna e di questi sette hanno meno di un milione di abitanti. Il confronto non cambia se come parametro si utilizza la dimensione dell’economia. Se infatti è vero che i pochi stati che concentrano gran parte del Pil americano hanno valori simili a quelli dei grandi stati europei, confrontando il dato del 2011 scopriamo che ben otto stati americani hanno un Pil inferiore a quello della Sardegna. Anche dal punto di vista istituzionale e organizzativo viene naturale pensare che gli stati americani rispondano ad un modello molto più simile a quello che può avere un’attuale nazione senza stato, magari dotato di poteri federali o autonomistici, che non a quello dei grandi stati nazionali. La ragione di ciò è facilmente comprensibile, fino a poco tempo fa gli stati nazionali detenevano la sovranità su tutti gli aspetti della loro politica ed è proprio questa tendenza all’autarchia amministrativa che oggi va a creare i conflitti con l’Ue. Durante i tesissimi vertici europei sentiamo sempre i nomi di Merkel, Letta e Hollande e non certo quelli di Rutte o Anastasiades. Se quindi ha ragione Krugman a rimarcare la maggiore stabilità economica derivante da un’organizzazione come quella in vigore negli Usa, è d’obbligo evidenziare che il nobel statunitense non ha mai detto che il problema dell’integrazione europea sono le piccole nazioni che ambiscono a governarsi insieme agli altri stati europei. Sarebbe più interessante riflettere sul fatto che il centralismo degli stati nazionali, che spesso ha usurpato le minoranze nazionali contenute nei rispettivi confini, è lo stesso male che oggi crea tanta difficoltà alla creazione di un’Europa forte e coesa.

La terza affermazione di Pigliaru sostanzialmente argomenta sul fatto che più un’economia è piccola, più deve fare scelte di specializzazione forti, cosa che ne aumenta la volatilità. Discordo in parte da questa affermazione per diverse ragioni. In primo luogo la volatilità di un’economia è si influenzata dalla sua dimensione ma anche da altri fattori. Ad esempio una piccola repubblica può vedere limitati i rischi di volatilità se dotata di un robusto mix di settori ciclici e anticiclici e di produzioni in cui le economie di scala e dimensione non siano tra i fattori cruciali del business. In Sardegna, ad esempio, un sistema competitivo potrebbe trovare due ottimi motori di crescita in un settore marcatamente sensibile al ciclo economico come il turismo e in uno solidamente anticiclico come quello agro-industriale. Sono anche sicuro che una federazione europea di stati di dimensione medio-piccola, con volatilità maggiori rispetto a quelle degli attuali grandi stati, avrebbe maggiori stimoli verso il trasferimento in sede comunitaria di quelle competenze di welfare e fiscalità indispensabili a creare quei meccanismi di armonizzazione e compensazione tanto invocati nell’attuale dibattito economico. Insomma oggi come ieri, indipendentismo e integrazione europea sono due facce della stessa medaglia con un unico grande scoglio, il centralismo dei grandi stati nazionali. Un ulteriore motivo per cui non condivido l’affermazione di Pigliaru è che la Sardegna italiana negli ultimi decenni ha fatto scelte di concentrazione di prodotto e mercato talmente forti e fallimentari da poterci fare un caso da manuale. Senza neanche citare il disastroso petrolchimico è sufficiente ricordare che la Sardegna italiana è quella che si è illusa di poter campare vendendo il grattugia agli americani e il turismo di lusso agli italiani. Due fortissime scelte di specializzazione prodotto/mercato i cui risultati sono sotto gli occhi tutti.

Andrea Nonne

Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?

25 gennaio 2014

310x0_1389014694520_pigliaru.jpgPersonalmente ho grande stima di Francesco Pigliaru. Ne ammiro la competenza,mi sembra una persona onesta e come me è un convinto sostenitore dell’Ue e dell’euro. Da assessore ha ottenuto importanti risultati in termini di riduzione della spesa e ha mostrato una buona capacità di intercettare la congiuntura economica internazionale con importanti risultati in termini di lotta alla disoccupazione. Inoltre da anni sul web e sulla stampa svolge una lodevole attività divulgativa. Quello che voglio dire è che, se non fossi indipendentista, probabilmente riterrei Pigliaru un ottimo Presidente. Ma essendo indipendentista rilevo una sostanziale e incolmabile distanza tra la mia prospettiva per il futuro di questa terra e la sua. E’ sufficiente infatti un rapido sguardo al sito di Pigliaru per accorgersi che il suo cavallo di battaglia è proprio la critica al decentramento e all’attribuzione di poteri alle regioni in difficoltà, critiche a cui ha spesso risposto Adriano Bomboi nel suo blog Santazione.eu. L’opinione di Pigliaru è pienamente legittima e anzi mi auguro che riesca a dimostrare le sue convinzioni in caso di vittoria. Tuttavia gli amici sovranisti, accorsi in gran numero nella colazione di centro sinistra, mi dovrebbero spiegare cosa politicamente pensano di ottenere da un Presidente che, fatte salve le ragioni di stima che ho appena espresso, negli ultimi diciotto mesi ha dedicato il 15% degli articoli pubblicati sul suo blog a criticare il decentramento dei poteri dallo stato alle regioni più deboli. Non parliamo poi del fatto che i sovranisti siano stati incapaci persino di compattarsi tra loro all’interno della colazione, svilendo in questo modo il potere contrattuale delle loro proposte.

Ma torniamo a Pigliaru e ai suoi articoli. Il più celebre fu pubblicato nel giungo del 2012 da La Nuova Sardegna e ricevette delle ottime risposte da parte di Omar Onnis e dallo stesso Paolo Maninchedda ma credo ci sia lo spazio per sviluppare e riaprire il dibattito. Il ragionamento di Pigliaru si può sintetizzare in 3 affermazioni:

1) la crisi dell’euro richiede cessione di sovranità dagli stati all’Unione e questo va in direzione opposta rispetto all’indipendentismo;

2) gli Usa sono da questo punto di vista un ottimo modello;

3) la dimensione ridotta di un’economia ne aumenta la volatilità.

Il primo punto è il meno interessante e ripete per l’ennesima volta  la vecchia e inconsistente equazione indipendentismo=separatismo=antieuropeismo. Per l’ennesima volta è necessario ricordare che l’indipendentismo sardo nasce come federalista europeo sin dalle sue radici sardiste del primo novecento oltre che da quelle presardiste di metà ottocento. Quindi mentre gli stati nazionali consolidavano il loro modello egemonico, coloniale e centralista che da li a breve avrebbe dato sfoggio di tutta la sua nocività portando il mondo ad un passo dall’olocausto per ben due volte nel giro di vent’anni, il sardismo già nasceva con le idee ben chiare su quanto fosse indispensabile federare i popoli europei in un organismo sovrastatale; chiarezza di idee ereditata puntualmente da Simon Mossa e giunta completamente intatta a quasi tutto l’indipendentismo dei giorni nostri. C’è poco da aggiungere se non rimandare alla smisurata secolare letterattura in materia. Molte di queste tematiche si possono trovare in un documento pubblicato in estate da Giuseppe Melis e dal sottoscritto. Non posso fare a meno però di riportare un curioso aneddoto.  Tutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista antistorico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’autogoverno rispetto al soffocante egemonismo degli stati nazionali.

Continua in “Su indipendenza e cessione di sovranità la mia risposta a Pigliaru e ai sovranisti”

Andrea Nonne

Oristano, la Ztl e la città di Johnny Stecchino.

28 dicembre 2013

jhonny-stecchino-1.jpgIn città molti si son detti preoccupati per le recenti aperture, già avvenute o previste, di esercizi della grande distribuzione. Io trovo invece che il fenomeno sia positivo e proficuo. Se inevitabilmente la maggiore concorrenza rappresenta una minaccia per le imprese dello stesso settore, complessivamente la città va a beneficiare di un notevole arricchimento della sua offerta commerciale. Oristano in due parole aumenterà la sua competitività rispetto ai principali comuni della Sardegna,  Cagliari, Sassari e Nuoro in primis, e potrà riportare fette di consumo dal web al commercio fisico.  Mi sembra inoltre positivo il fatto che Oristano riesca ancora ad attrarre investimenti in misura massiccia; è una conferma del fatto che il territorio ha ancora delle potenzialità. Molti di queste imprese avrebbero aperto già da anni se la politica non avesse bloccato tutto con un Puc rimasto fermo per decenni. Ora finalmente Oristano può ambire a riprendersi quell’importanza commerciale che ha esercitato per secoli e il maggiore traffico generato dalle nuove aperture rappresenta un’ importante opportunità per le imprese e i cittadini.

Ovviamente le opportunità vanno sapute cogliere e in economia spesso vale il principio per cui un’ ipotetica opportunità, se non colta, si trasforma in una minaccia concreta. In questo senso particolare attenzione meritano le politiche dell’amministrazione comunale in materia di mobilità e regolamento del commercio. In un recente articolo ho confrontato il programma di Aristanis Noa con alcune misure adottate dall’attuale amministrazione. Abbiamo proposto la riduzione dei parcheggi a pagamento e, nonostante la sostenibilità economica della proposta, la giunta ha riposto con un aumento delle tariffe e delle zone soggette a pagamento. Abbiamo proposto di risolvere il problema creato alla circolazione nella zona di Sa Rodia dalla giunta Nonnis e ancora nulla si è visto in tal senso. Ma soprattutto abbiamo assistito allo scippo delle nostre intenzioni programmatiche in tema di mobilità pubblica; purtroppo se lo spirito della proposta fosse stato compreso in pieno (maggiore frequenza e minore capillarità del servizio, periodo di gratuità più lungo) probabilmente oggi gli autobus non girerebbero vuoti. Aggiungiamo a queste misure un Imu in prima battuta salatissima per il commercio cittadino, altri insopportabili balzelli come la fantascientifica tassa sull’ombra, e possiamo tranquillamente concludere che il primo settore produttivo della città finora non ha di certo trovato nell’amministrazione comunale un alleato.

In questo contesto va secondo me valutata la proposta di istituzione di una nuova ZTL annunciata in questi giorni, mirata ad estendere le zone a transito pedonale ed inasprire le penalità per i trasgressori. Premesso che non ho nulla contro le zone pedonali, va detto che la porzione di territorio vietata al traffico automobilistico ha già dimensioni ragguardevoli. Di contro va evidenziato il fatto che proprio queste zone sono spesso sottoutilizzate dai cittadini e che si assiste invece ad una certa sofferenza commerciale di tutto il centro. A quel punto se si hanno a cuore gli interessi del commercio cittadino, sarebbe quanto meno il caso di interpellare gli esercenti, dando valore prioritario alle loro esigenze e al loro parere. Molti degli imprenditori che conosco hanno giustamente la sensazione di non poter competere ad armi pari con le imprese della zona nord, dove i parcheggi sono gratuiti e la cicolazione è libera. Ma al di la di tutte queste considerazioni sull’opportunità o meno di una Ztl, è sull’approccio che discordo. Piuttosto che partire da un’analisi adogmatica della città e dei suoi bisogni, si preferisce sottomettersi ad una visione ideologica costituita dai vecchi clichè di una sinistra tipicamente italiana. L’auto è il frutto inquinante del malvagio capitalismo occidentale, i cittadini un branco di rozzi inconsapevoli la cui mobilità va limitata per il loro stesso bene e il commercio una volgare attività speculativa di cui si può anche fare a meno. Il paradosso di questa miope politica del vietare, del dirigere e del contrapporre si trova quando si vanno ad analizzare le pesanti mancanze di questa amministrazione a quasi due anni dal suo insediamento. In ambito di valorizzazione del centro storico, ad esempio, è sconfortante rilevare che ad oggi la Torre di Mariano è ancora chiusa al pubblico, che spesso si sentono lamentele di turisti per la mancanza di personale plurilingue in musei e info-point, che manca una qualsiasi politica di destinazione della città e del suo centro. Se invece pensiamo all’inquinamento, che come è noto non è il primo problema di Oristano, è facile notare che la miope avversità verso l’auto nasconde una totale mancanza di sensibilità dell’amministrazione sul problema ambientale nel suo complesso. Non mi pare infatti che il comune Oristano, a differenza di altre amministrazioni realmente virtuose in materia, svolga una capillare e intensa attività di verifica rispetto alla manutenzione e della messa a norma degli scarichi auto e delle caldaie per il riscaldamento domestico. Mi pare piuttosto che questa sottomissione a ideologie pensate per altri contesti, sortisca il solo effetto di accecare la vista di alcuni amministrazioni rispetto al fatto che l’utilizzo del mezzo privato, in Sardegna, è la conseguenza combinata delle carenze in termini di trasporto pubblico, carenze di cui la stessa giunta Tendas si sta rendendo responsabile con un servizio pubblico inadeguato, e della bassa densità abitativa del suolo sardo. Sarebbe anche bene non dimenticare che oggi l’auto in Sardegna occupa una grossa fetta dell’economia e che, per questo motivo, occorre muoversi con particolare attenzione e delicatezza quando si agisce in questi ambiti.

Il Sindaco Tendas ha costantemente motivato la sua politica anti-auto richiamando le strategie di Europa 2020 e i vincoli derivanti. Giova forse ricordare che gli obbiettivi di Europa 2020 sono declinati a livello di stato e non di comune e che Oristano, all’interno dello stato italiano, è sistematicamente tra i capoluoghi meno inquinati ma anche tra quelli maggiormente colpiti da povertà e disoccupazione. Il rischio di non vedere le cose come stanno è quello di trasformare Oristano  nella città di Johnny Stecchino dove l’unico drammatico irrisolvibile problema è, appunto, il traffico.

Andrea Nonne

Tre consigli per un Partito Nazionale Sardo

15 dicembre 2013

Segue da Partito Nazionale Sardo? Io ci sono.

dms_winning_team.jpgMa quali caratteristiche dovrebbe avere un Pns in grado di ricompattare l’indipendentismo e costruire un’ alternativa concreta ai poli unionisti nello scenario politico sardo? Mi permetto di sottolineare tre punti particolarmente importanti per la costruzione di un’ idea per la quale mi batto da tempi non sospetti:

  1. Ne ho già parlato nella prima parte di questo pezzo ma voglio ripetermi. E’ assolutamente necessario coinvolgere Progres e Psd’Az con una trattativa aperta che renda evidente e palese agli occhi degli elettori chi è contrario a questa prospettiva tra i partiti e nei partiti;
  2. bisogna scongiurare da subito il rischio che questa convergenza si esaurisca all’indomani del voto. Di una lista elettorale per un seggio in consiglio la Sardegna non se fa niente. La Sardegna ha bisogno di un nuovo soggetto politico inclusivo verso tutto l’indipendentismo riformista ma alternativo rispetto ai poli unionisti. Regole chiare sottoscritte da tutti; partito aperto e struttura democratica e trasparente. Solo così un partito può diventare quella macchina capace di coniugare in maniera costruttiva l’interesse personale dei candidati forti con la passione politica della base e gli interessi della collettività. A livello di comunicazione è necessario mettere via i vecchi simboli e costruire una forte immagine unitaria e moderna. Anche i leader devono fare un passo indietro laddove non supportati da un consistente seguito elettorale;
  3. é necessario evitare un posizionamento politico troppo ristretto per accogliere l’indipendentismo riformista sardo in tutta la sua ampiezza. L’approccio migliore da questo punto di vista è quello liberale in quanto concentrandosi sull’uomo e sulle soluzioni più che sulle contrapposizioni ideologiche è quello più adeguato per far convivere e convergere posizioni diverse. Non a caso attualmente il liberalismo democratico europeo ospita un ventaglio di posizioni che va dal liberismo classico, al socialismo, passando per eccellenze dell’indipendentismo come il Pnv basco e il Cdc catalano; sempre all’interno dell’europeismo e dell’integrazione federale europea. Da questo punto di vista anche la storia del Psd’Az, che con tutti i suoi difetti è stato spesso capace di una produzione politica innovativa nel coniugare libertà individuale e giustizia sociale, è un precedente importante.

Andrea Nonne

Partito Nazionale Sardo? Io ci sono.

14 dicembre 2013

keep-calm-because-we-are-one-team-6.png“La politica è sangue e merda” diceva Rino Formica, individuando con una schiettezza disarmante i due grandi motori dell’attività politica: passione ed interesse. Ed è con questo concetto che rispondo a chi mi fa notare che, dietro all’improvviso spirito di convergenza che sta investendo gran parte dell’indipendentismo sardo, c’è un mero calcolo di opportunità elettorale e di sopravvivenza politica. Perchè è si vero che il Pds proviene dal tentativo fallito di partecipare alle primarie del centrosinistra italiano, che Irs e Sl sono rimasti dietro le quinte in attesa di individuare le migliori opportunità e che la svolta legalitaria dei Rm fa quanto meno sorridere (il partito è nato nel 2009 per sostenere Soru, allora rinviato a giudizio, e quando nel 2010 mi opposi all’alleanza con Milia, allora candidato in appello, rischiai il linciaggio politico).Come è vero che un progetto di questo tipo andava lanciato anni fa invece di collezionare scissioni su scissioni. E soprattutto è vero e, lasciatemi aggiungere, piuttosto imbarazzante che i principali fautori di questa ritrovata unità siano Matteo Renzi e Niki Vendola che con le loro direttive hanno indirettamente lasciato a bocca asciutta quanti nell’ indipendentismo speravano in un’alleanza con Pd e Sel.

Ma è anche vero che questo è l’indipendentismo sardo e queste sono forze che hanno contribuito molto a definirlo nel corso degli anni. Nel male ma anche nel bene se si pensa che una siffatta coalizione racchiuderebbe sia gli esponenti con la maggiore rappresentanza elettorale, sia gli autori delle più importanti innovazioni apportate recentemente al pensiero indipendentista. Innovazioni che hanno avuto il merito di rinnovare una proposta politica che rischiava di non reggere il passo con i cambiamenti dettati dall’evolversi dello scenario politico mondiale. E soprattutto è innegabile che la Sardegna ha estrema necessità di una forte alternativa alla politica unionista e chi, come me, trova che la via del Partito Nazionale Sardo doveva essere intrapresa già da tempo non può oggi a maggior ragione esimersi dal dare il proprio contributo a questa iniziativa. Non va neppure dimenticato che molti di questi leader, cui tante cose giustamente rimproveriamo, avrebbero con tutta probabilità avuto carriere politiche più profittevoli percorrendo strade diverse da quelle dell’indipendentismo.

Parliamo anche di Progres e Psd’Az, al momento fuori dal dibattito intorno a questa alleanza. Inutile dire che il loro coinvolgimento è nell’interesse di tutti. Della coalizione, per il grande patrimonio politico che queste due forze porterebbero in dote, ma anche delle medesime che potrebbero pagare a caro prezzo l’emarginazione dal progetto. Se da un lato Progres, correndo in una coalizione condivisa con due liste civiche di chiara matrice unionista, rischia di vedere molto indebolito il proprio messaggio indipendentista, il Psd’Az, nella probabile eventualità di un’alleanza con il centrosinistra italiano, rischierebbe di trovarsi davvero a margini della politica indipendentista, specie in caso di sconfitta. Non dimentichiamo inoltre che in entrambi i partiti esistono forti pressioni a favore di un’alleanza di questo tipo, che nel caso del Psd’Az hanno prodotto addirittura una mozione, promossa dalla sezione di Oristano e poi respinta dal consiglio nazionale. Ma alla luce dei nuovi scenari queste minoranze interne possono trovare nuovi stimoli per rilanciare il loro desiderio di riunificazione dell’indipendentismo.

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Andrea Nonne

Al mio esordio nelle gare di trading un undicesimo posto che sa di vittoria.

7 dicembre 2013

dsc05614.JPGPer la prima volta dopo tre anni abuso di questo blog e pubblico qualcosa di personale. La verità è che sento forte l’esigenza di esternare la mia gioia per un risultato che mi ripaga di tanto lavoro. Come anticipato nel titolo mi sono classificato undicesimo nel forex contest organizzato da Activ Trades, primaria società di brokeraggio di livello europeo. Il contest consisteva in una competizione di trading online sui cambi delle valute, effettuata con soldi veri, con 127 trader iscritti. Si è svolto dal 23 settembre al 29 novembre e in questo periodo ho conseguito un rendimento lordo del 5,72% rispetto al capitale iniziale. Guardando la classifica si potrebbe dire che il risultato è si discreto ma non giustifica il mio stato di esaltazione. Eppure i motivi per cui venerdì scorso sono andato a dormire con la sensazione di aver vinto la champions segnando il gol decisivo all’ultimo minuto di recupero sono tanti. Innanzitutto la classifica stessa non è male; è vero che ho 10 trader davanti con risultati in alcuni casi sorprendenti, ma è pure vero che dietro di me ci sono ben 116 concorrenti e il mio rendimento del 5,72% corrisponde su base annua ad un 30% pieno, risultato in linea con quelli conseguiti dai migliori fondi di gestione. Il paragone mi sembra realistico visto che il mio profitto non è frutto di poche operazioni casuali ma di un numero abbastanza elevato di compravendite.

C’è poi da dire che faccio trading da poco. Ho cominciato a giochicchiare circa due anni fa e ho fatto la mia prima vera operazione nel febbraio 2012, quando comprai delle azioni Unicredit proprio nel momento in cui segnavano il massimo. A pochi minuti dal mio ingresso mi crollò tutto addosso. Ne uscii dopo diversi giorni con una perdita del 15%. Un massacro. Oggi, ripensandoci, credo che quella dolorosa esperienza sia stata davvero istruttiva, sia per come ha inciso sul mio approccio alla borsa e sia per il forte stimolo che mi ha dato ad impegnarmi nello studio del trading. Ma sicuramente, se in quel momento mi avessero detto che un anno e mezzo dopo avrei sfiorato la top ten del Gotha del forex trading, non ci avrei creduto.

Ma c’è dell’altro. Io non ho mai tradato seriamente le valute prima di questo concorso. Mi sono iscritto convinto di poter operare sui metalli preziosi, per i quali in primavera ho messo a punto alcuni sistemi interessanti. Invece il broker mi ha confermato che il concorso era limitato alle sole valute e il mercato delle valute è un mercato che non mi piace; faccio fatica a trovare dei trend ben definiti se non nel breve periodo dove però, lavorando tutto il giorno, ho poche possibilità di operare. In un contesto per me tanto insidioso e privo degli strumenti che utilizzo solitamente sui futures e sulle azioni, l’unica possibilità che avevo era quella di muovermi con estrema prudenza. Ho utilizzato una piccolissima parte del capitale a disposizione, ho selezionato le operazioni limitandomi a situazioni in cui il rapporto rischio/rendimento fosse vistosamente a mio vantaggio, cosa che mi ha permesso di tagliare radicalmente le perdite, e mi sono astenuto dall’operare quando, verso la metà di novembre, i cambi fin li utilizzati hanno cominciato ad assumere andamenti per me incomprensibili. Quest’ultima scelta mi ha permesso di guadagnare 10 posizioni nel finale di campionato, semplicemente stando fermo. Il confronto con la classifica dell’edizione 2012 mostra in modo impietoso che quest’anno le condizioni di mercato hanno trasformato il contest in un massacro, specialmente nell’ultimo quarto di gara. Questa forse è in definitiva la cosa che mi fa più piacere; l’essere riuscito a progettare un metodo con una qualche efficacia e avere avuto la costanza di seguirlo sino in fondo. Unico piccolissimo rimpianto, quello di non aver utilizzato un po di capitale in più. Raddoppiare il profitto, col senno di poi, era un risultato alla portata. Ma del senno di poi…

Andrea Nonne

E se invece contro le alluvioni servisse più cemento?

1 dicembre 2013

fudai-il-muro-anti-tsunami-di-kotaku-01.jpgHo volutamente atteso qualche giorno prima di scrivere alcune mie personalissime considerazioni. Ho atteso soprattutto perché sfruttare certi momenti per rinforzare delle posizioni personali credo sia quanto meno di cattivo gusto. Ho compreso, ma non condiviso, l’opposta visione per la quale si dovesse parlare “subito” per evitare che parole importanti si perdessero in seguito.

A nascondere una situazione che non avrà uno ma tantissimi colpevoli (e tantissimi fa a volte rima con nessuno) sento e leggo troppo spesso del “cemento” come uno dei principali indiziati. A meno che qualcosa non sia cambiato negli ultimi tempi, mi pare che il cemento non ragioni, resti dove messo in posto, non vada a spasso, non prenda bustarelle e non faccia campagna elettorale sulla pelle degli altri.

Facciamo un esempio.

Nella costa nord-orientale del Giappone c’è un paesino che ha gli stessi abitanti di Uras (circa 3000), Fudai.

Non mi dilungherò sui particolari della storia (la troverete facilmente sul web) ma riassumendola vi posso dire che un tenacissimo sindaco decise, in tempi non sospetti (fine anni 60), di fare un muro alto 16 metri largo 2,5 che costò l’equivalente di 25 milioni di euro. Un mostro di cemento, oggi qualcuno direbbe “ecomostro”. Le motivazioni di Wamura erano semplici : se arriverà uno tsunami, il nostro muro, a differenza degli altri, potrà reggere di più.

unnamed.jpgLa popolazione lo attacca: “è inutile” “è costoso” “è brutto”. Il cemento assassino.

2011: terremoto e maremoto. Fukushima. La costa nord-orientale è distrutta. I paesini vengono spazzati via dall’onda. Tranne uno, Fudai, che non avrà né danni né vittime tranne un pescatore che era uscito a pescare. La scuola elementare, attaccata al muro, si bagna appena. Wamura, da tempo deceduto, è diventato dal 2011 l’eroe del paese.

Davanti a tragedie come queste, che hanno anche sfiorato casa mia e la mia famiglia che viviamo a 7 km da Uras, non posso sentirmi dire che il “cemento” è il responsabile. Sono stanco di proclami e sono stanco di scarica barile. Purtroppo non è detto che verranno evidenziate chiare e precise responsabilità per tutti i colpevoli ma alcune ci dovranno essere, necessariamente.

Chi oggi accusa il “cemento” senza articolare la propria posizione è semplicemente schiavo di pregiudiziali ideologiche che hanno come unico fine il soddisfacimento della sete di colpevoli di cui soffre l’opinione pubblica o, in alternativa, vuole scaricare sull’inanimato cemento una responsabilità tutta umana.

Tanti che oggi (oggi, ieri dove eravate?) criticano hanno contribuito attivamente o passivamente a questo disastro. Anche chi sembra apparentemente innocente ha magari ignorato il passato non agendo per cercare di mettere in sicurezza zone a rischio ed ora è veramente paradossale leggere di vincoli assoluti e\o di battaglie per de-vincolarsi, magari scambiate per colpe.

Nonostante sia già drammaticamente troppo tardi, ricordiamoci che ogni qualvolta agiremo in futuro senza tener conto di quello che è stato, staremo mettendo a rischio la vita dei nostri cari e dei nostri connazionali.

Sulla risposta della popolazione si è già detto abbastanza. Noi sardi siamo un po’ così.

Ci piace dimenticare tutti i giorni di essere un unico popolo, ma i fatti ci danno puntualmente torto.

Giovanni Scanu

Un invito (anonimo) alla solidarieta’. Riceviamo e pubblichiamo.

22 novembre 2013

1460976_10201913088342773_2046623086_n.jpgQuesto week-end freddo e piovoso è l’occasione giusta per andare ad aiutare le comunità colpite dall’alluvione. Io non avevo mai fatto interventi di questo tipo e pochi giorni fa, dopo tante titubanze, mi sono deciso.Ho avuto una vera e propria rivelazione, è incredibile cosa può fare la vista di una casa distrutta. I vostri muscoli diventeranno tonici come non mai, non sentirete la fatica, ne il freddo, ne il disagio di dover lavorare nel fango. Salirete rampe di scale invase di fango con l’agilità di un felino e troverete tutto più facile del previsto. Vi ritroverete a lavorare con degli sconosciuti con la stessa coordinazione di una squadra affiatata da anni di lavoro e tornerete a casa con una visione dell’umanità mille volte più bella di quella dei vostri giorni più felici. Sarete sommersi da una riconoscenza che vi farà sembrare tiepido il ringraziamento più bello che abbiate mai ricevuto e non vi abituerete mai all’idea che la vostra presenza sarà sufficiente a dipingere il sorriso nel viso di chi ha appena perso tutto. Ho sempre pensato che questo tipo di solidarietà fosse una forma estrema di altruismo. Ora mi rendo conto di quanto sia facile sviluppare una vera e propria dipendenza rispetto ad emozioni così intense e gratificanti. E poi pensate alla competizione che si scatena quando si tratta di restaurare qualche capolavoro dell’umanità. Qui stiamo parlando dell’opportunità di restaurare un capolavoro della natura. Volete mettere la soddisfazione che proverete fra qualche anno, in un giorno di primavera qualunque, nel guardare un qualsiasi meraviglioso angolo di Sardegna e poter dire “l’ho fatto (anche) io”.

Un Sardo Qualunque


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