In assenza di soluzioni reprimere i pastori come gli studenti

“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade…infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città…Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri…le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli…”.

Questa dichiarazione delirante, rilasciata nel 2008 e relativa agli studenti, è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo dei recenti, tragici fatti di Cagliari. La frase in questione è uno dei tanti capolavori di Francesco Cossiga di cui, non a caso, i politici che oggi siedono alla guida della Sardegna non hanno smesso un attimo di celebrare le indiscutibili doti umane e politiche. Ecco, il mio primo pensiero è stato che gli iniziati hanno imparato bene la lezione del gran maestro. Più nello specifico mi sembra ben poco sottile il filo che lega le nuove leve della mala politica sarda alle peggior scuola filoatlantica di gestione del potere della cui trasmissione dall’Italia alla Sardegna Cossiga, è senza dubbio il personaggio più illustre. Persino Paolo Maninchedda, che cossighiano non sembra ma che comunque sempre dalla Dc  arriva, si lancia in improbabili parallelismi tra l’attuale protesta pacifica e disarmata dei pastori e il violento estremismo degli anni ‘70. In particolare Maninchedda mostra tutto il suo sdegno rispetto all’occupazione del parlamento sardo e sostiene che attorno al movimento dei pastori si sta coagulando tutto (non gran parte, tutto senza esclusione alcuna) il mondo dell’eversione sarda. Addirittura. Forse sarebbe il caso di preoccuparsi maggiormente dei tentativi eversivi di Flavio Carboni e della sua cricca; tentativi ben documentati, come ben documentato è il servilismo del babbeo nei confronti di personaggi che non hanno niente a che vedere col governo democratico della Sardegna. Risulta infatti che i sardisti, pur lamentandosene, continuino ad appoggiare questa giunta in maniera incondizionata, visto che i punti del famoso accordo programmatico sembrano ormai entrati a far parte della collezione di carta igienica di Villa Certosa. Tra l’altro i fatti parlano chiaro: l’unica aggressione documentata è quella delle forze dell’ordine, con tanto di lancio di razzi ad altezza d’uomo e con un manifestante che ha perso un occhio per sempre. Come parla chiaro il fatto che sia stata una di queste azioni “eversive” a svelare a tutti i sardi il gigantesco imbroglio dei capi di bestiame che giungono nei nostri porti come tedeschi e miracolosamente diventano prodotti sardi nei banchi frigo dei punti vendita. Curioso poi che i nostri rappresentanti il 28 aprile siano tutti in prima fila a celebrare la ricorrenza dei moti angioini senza accorgersi di quanto oggi la situazione sia analoga: lo stato italiano sottrae le risorse alla Sardegna, il popolo è affamato e va a Cagliari a protestare duramente. Si pulisca dunque la bocca questa gente che arriva in alcuni casi a parlare di nazione sarda e indipendenza ma poi, nei fatti, continua ad avallare le scelte reazionarie dello stato italiano nei confronti del nostro popolo. A ben vedere, dopo più di duecento anni, ciò che differenzia l’attuale classe dirigente da quella di allora è l’ipocrisia odierna.

Ma veniamo alle soluzioni o presunte tali. I ben pensanti  consiglieri liberaldemocratici continuano a dire: “non si può drogare il mercato con i sussidi” e questo la dice tutta su quanto siano lontani dalla realtà. La Sardegna produce reddito prevalentemente in 4 modi: petrolchimica, pubblico impiego, turismo e campagne. Ora posto che il turismo da solo non basta, e che i soldi pubblici verso la Sardegna sono in rapida ritirata, appare evidente che “senza pastorizia muore la Sardegna” è molto più di un semplice slogan. La scelta che si profila è tra la difesa di quel po’ di economia sana che ci è rimasta e la resa totale e incondizionata al ruolo di pattumiera petrolchimica, militare e nucleare d’Europa. Ma loro si preoccupano del debito pubblico, che è come se un medico si preoccupasse di sparare l’adrenalina ad uno in fin di vita per paura che gli venga la tachicardia. Che poi, a dirla tutta, le loro preoccupazioni per i conti pubblici sono, potremo dire, intermittenti; si spengono automaticamente se qualcuno gli ricorda che lo stato italiano ci ciula ogni anno 1,6 mld di euro e si spegne ogni fine mese quando ritirano dalla casse esangui della regione uno stipendio che è più del doppio di quello che percepiscono Zapatero o Sarkozy.

Ma la cosa più triste da constatare è la totale assenza di soluzioni che aleggia nelle stanze del palazzo. Peggio ancora pare che giunta e maggioranza non abbiano capito che la crisi del settore ovino in Sardegna non è determinata dagli allevatori ma dagli industriali che, incapaci di promuovere e commercializzare il prodotto in maniera adeguata, soffocano la filiera con benestare di lunga data della classe politica. Andate ad osservare cosa fanno queste aziende (cooperative e consorzi compresi). Per ricordarmi uno spot televisivo, devo tornare indietro di quasi vent’anni quando tra l’altro gli ovini sardi sponsorizzavano un Cagliari Calcio che lottava per la Coppa Uefa; ma date pure un’occhiata all’inadeguatezza dei loro siti e riflettete sul fatto che questi signori hanno costruito le proprie fortune familiari facendo ciò che qualsiasi manuale di gestione d’impresa sconsiglia caldamente, ovvero commerciare un volume enorme di prodotto su un solo mercato, nella fattispecie quello nord americano. La parola d’ordine, ora che l’America non tira più, è disinvestire, ridurre il prodotto, abbandonare un mercato saturo. Tanto tutto poggia su una dinamica commerciale che schiaccia i pastori a tutto vantaggio degli industriali, come ben dice Soru quando confronta l’elevatissima concentrazione sul versante dell’industria con l’elevatissima dispersione che caratterizza invece le imprese di allevamento. Perché una grossa parte della questione ruota proprio attorno a questo fatto: poche industrie, con forti e potenti sponsor politici, hanno gioco facile nell’imporre a una miriade di aziende agropastorali, per lo più piccole e piccolissime, condizioni da sfracello. Stiamo parlando dei cosiddetti indici di concentrazione relativa che hanno un peso decisivo nella distribuzione del potere contrattuale nei rapporti fornitore-cliente e che, in condizioni tanto squilibrate, riescono di fatto a determinare chi comanda e chi subisce. Tutte cose che dovrebbe conoscere il buon Prato, vista la sua esperienza manageriale nell’industria lattiero-casearia, che però sembra remare in direzione opposta decretando che l’unica possibilità di sopravvivenza per il mondo agropastorale risiede nella multifunzionalità, che in sostanza significa fare altro e quindi è di per se una non soluzione al problema; se i pastori si danno al turismo e la domanda turistica non cresce, in un gioco a somma zero quello che si guadagna da una parte come minimo si perde dall’altra, con il problema aggiuntivo di dover affrontare un’ instabilità maggiore.

Qui sta il cuore del problema. La soluzione è complessa però la direzione non è quella dell’abbandono ma semmai della conquista. La qualità delle politiche commerciali che ruotano intorno ai prodotti ovini sardi ha margini di miglioramento incredibili sia sul fronte del prodotto, attraverso la diversificazione e la promozione finora inesistenti, che su quello del mercato, con politiche di export che abbiano come obbiettivo il globo e non solo il mercato nord americano. Ecco perché è inopportuno parlare di mercato saturo che è invece la situazione in cui si trovano un’ infinità di altri settori, dove tuttavia le imprese non cercano una via di fuga ma si rifanno i muscoli per combattere le prossime battaglie. La frase più celebre del fondatore della Sony Akio Morita recita appunto “Noi non serviamo i mercati, li creiamo”. Prima di accusarmi per la follia del paragone provate a pensare una cosa: il consorzio del Romano o qualche altra azienda ha mai provato a proporre funzioni d’uso/occasioni di consumo alternative per i propri prodotti? Mi pare proprio di no e mi viene in mente uno spot di qualche tempo fa che, nonostante la volgarità comunicativa, rivelava una notevole bontà d’intenti. Si trattava del gorgonzola, prodotto di punta che la regione Lombardia sostiene in maniera molto intensa, e la procace testimonial apriva lo spot con la domanda “mai provato con le pere”?

 Andrea Nonne

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