L’isola, la storia e l’indipendenza

Da Sardegna Quotidiano del 26/10/2011

Fino ad oggi non si è creato un largo consenso intorno ai partiti che si ispirano alla sardità e all’identità. Occorre pertanto prendere atto del fatto che i Sardi forse percepiscono l’indipendenza con scarsa convinzione, forse con paura; la paura di perdere qualcosa che si possiede in cambio di qualcos’altro di cui non si intravedono i contorni. Se di paura si tratta, forse questa deriva, come molti sostengono, dal fatto che si reputa che in un mondo globale dove la competizione è tra sistemi di dimensioni continentali, sia fuori luogo parlare di indipendenza nel XXI secolo. Eppure, se si considerano sia i processi storici in corso, sia l’analisi sistemica si arriva alla conclusione che l’indipendenza sia una prospettiva praticabile, sostenibile e auspicabile. Sul piano dei processi storici in corso assistiamo, da un lato, al declino progressivo degli Stati nazionali ottocenteschi europei e di quelli costruiti dopo la seconda guerra mondiale nel nord Africa e nel Medio Oriente, tutti incapaci di dare risposte alle variegate esigenze provenienti da diverse parti del paese (fa eccezione la Germania che, forse non a caso, è uno stato federale per davvero) e, dall’altro, alla nascita di piccoli e dinamici Stati con altrettanti governi costituiti da giovani generazioni. Sul piano del metodo scientifico è noto che quello sistemico consente di porre contemporaneamente l’attenzione: sul tutto considerato come uno; sulle singole parti che compongono il tutto; sulle relazioni tra le parti del tutto e che generano il tutto; sulle implicazioni del comportamento delle singole parti sul tutto e viceversa. Il tutto, in senso sistemico, è il risultato dell’azione delle parti che insieme operano per favorire coesione e conseguimento degli obiettivi: oggi molti Stati nazionali si mantengono come un tutto con il solo esercizio della forza e della prepotenza quando invece, in un mondo dove le persone sono più consapevoli, informate e più partecipative (come dimostrano le reti sociali che si sviluppano nel web) esse vorrebbero essere protagoniste dell’esistenza del tutto dando il proprio contributo allo sviluppo dello stesso. Sbaglia chi pensa che il progetto indipendentista altro non sia che una sterile rivendicazione di potere per sostituire chi finora l’ha gestito con altre persone e altri partiti, come racconta Orwell nel suo “Animal farm”. Al contrario, si tratta di un’idea che affonda le radici nella ricerca di una soluzione politico-organizzativa a un diverso modo di stare nel mondo; uno stare del mondo più partecipato e che non sia succube di decisioni del passato oggi non più attuali, e ancora meno succube e dipendente da chi con l’esercizio della forza (economica, finanziaria, militare, culturale, ecc.) vorrebbe perpetuare schemi ormai obsoleti. Ciò significa che essere indipendenti pone il soggetto nella condizione di decidere ciò che reputa sia meglio non già in base ad una astratta e ipotetica situazione di assenza di vincoli e condizionamenti ma, invece, tenendo conto del complesso dei vincoli, dei condizionamenti e delle opportunità che si generano nel fare o nel non fare una determinata cosa. Si tratta in altre parole di considerare l’indipendenza come capacità di decisione in termini di convenienza tra due o più alternative, avendo consapevolezza che non esiste una ipotesi da laboratorio in cui si può far finta che il resto del mondo non esista o che non ci sia una storia di eventi che di fatto influenzano il presente. Per una concezione indipendentista astratta la precedente considerazione rappresenta una limitazione, ma se occorre costruire un progetto credibile è necessario che questo affondi le radici nella realtà e nella storia per scriverne una diversa ma possibile e non utopica.

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

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3 Commenti in “L’isola, la storia e l’indipendenza”

  1. Andrea Riccio Scrive:

    La speranza ulteriore è che i cittadini e gli amministratori traggano ulteriore motivazione al vivere civile in quanto le loro azioni hanno una ripercussione più diretta sul vivere quotidiano e futuro loro e dei loro “vicini di casa”

  2. lorenzo palermo Scrive:

    Complimenti. Condivisibilissimo. C’è poco da aggiumgere

  3. Francesco Deledda Scrive:

    L’indipendenza come fattore di apertura al mondo e non di chiusura…Questo è il messaggio che tutti noi indipendentisti dobbiamo trasmettere, spiegare ai sardi che l’indipendenza non sarà la panacea di tutti i mali ma essa ci permetterà di conoscere nuovi spazi di gestire in modo diretto i nostri interessi, le nostre interdipendenze.
    Pensiamo alle politiche agricole comunitarie, i ministri italiani spingono per continuare il blocco dell’impianto di nuovi vigneti…La sardegna andrebbe verso la stessa strada???
    Pensiamo alle scelte in materia di istruzione? di Università?

    Indipendenza come sinonimo di apertura, di curiosità non come chiusura.
    Grazie al prof. Melis per questo bellissimo contributo!

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