A passeggio tra dogmi e valori

3193-a-proposito-di-libertacover.jpgNella teoria del management esiste, tra i tanti, un modello, denominato TAM, che fa discendere l’intenzione comportamentale ad innovare da due costrutti: a) l’utilità percepita e b) la facilità d’uso percepita. Questo modello, in altre parole, spiega una parte del processo decisionale individuale (almeno nella versione iniziale) che induce un soggetto a decidere di adottare o non adottare una determinata innovazione.

Se proviamo ad applicare questo modello al campo della politica esso potrebbe aiutare a capire per quale ragione, per esempio, sia gli Italiani che i Sardi siano restii ad innovare il proprio sistema politico, proprio perché, al di la delle lamentazioni di varia natura, non percepiscono come utile un cambiamento sostanziale della situazione esistente e/o qualora essi reputassero tale cambiamento come necessario reputano il percorso non semplice da realizzare. Prendersela con chi cambia pertanto non serve a nulla perché uno dei cardini di una democrazia, pure imperfetta, è la libera espressione del proprio voto.

E fin qui la spiegazione di quanto accaduto fino ad ora.

Quali implicazioni per chi invece vorrebbe proporre cambiamenti anche significativi?

La prima implicazione è che occorre prendere atto del fatto che, probabilmente, il progetto alternativo non è stato ancora costruito in modo adeguato, oppure esso appare confuso, o ancora risente di una comunicazione inefficace. Tutte ragioni, queste e altre che possono individuarsi, tali che impediscono nei fatti al progetto di essere percepito da chi dovrebbe legittimarlo con il proprio voto come utile e non troppo difficile da realizzare.

Se si è convinti che però l’idea progettuale sia buona occorre insistere. In politica il cambiamento si realizza solo se si hanno lungimiranza e coraggio; per questo occorre lavorare con maggiore serietà, intensità e scientificità per modificare in modo sensibile il sistema delle percezioni dominanti: ma a questo punto c’è da chiedersi, sono le menti delle persone così disponibili a modificare i propri schemi di ragionamento? L’impressione è che non lo siano proprio o non lo siano a sufficienza, come se il pensiero fosse ingabbiato.

Fa specie a questo proposito constatare le feroci “critiche” messe in campo da ampie parti della società contro la Chiesa e i suoi dogmi di fede, mentre nel contempo si scopre che le stesse persone poi sono ingabbiate da dogmi tutti terreni, a cominciare da quello che impedisce alla propria mente di immaginare un mondo diverso, nonostante la mitica e indimenticabile poesia musicale di John Lennon.

La verità è che molto probabilmente per pensare un mondo diverso, occorrono valori, forse diversi da quelli del passato, ma quali? A questo punto è interessante porre alcune domande, alle quali do la mia personale risposta.

La prima: ma secondo voi l’Italia è un valore? Secondo me no! Valori sono la pace, la democrazia, la possibilità di crescita e affermazione individuale concessa a tutti, il rispetto incondizionato per ogni etnia, per ogni religione, per ogni idea, per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto se deboli e indifesi, ecc.

Di fronte a tutto questo chiedo ancora: l’Italia (così come la Francia, la Gran Bretagna, ecc.) può essere considerata un valore? Se chi ha in mente di rispondere si, perché essa è il risultato di quanti hanno versato sangue per ottenere questo risultato, dico che va cambiato il ragionamento.

Ho il massimo rispetto per quanti hanno determinato la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo ma questo impatta sull’idea di libertà e di costruzione di un Paese democratico capace di garantire a tutti pari diritti e pari dignità. Ciò detto è lecito a questo punto chiedersi: ma oggi l’Italia è la stessa del secondo dopo guerra? Ovvio che no, e non soltanto perché è trascorso del tempo ma perché il mondo è cambiato.

L’Italia, in quanto “stato di diritto” è solo uno strumento, un mezzo, che dovrebbe garantire ai suoi cittadini, al suo popolo, i valori di cui sopra, quelli si irrinunciabili, a mio modo di vedere. Se invece si ritiene l’Italia un valore, significa rimanere ingabbiati in schemi di ragionamento che obliterano ogni possibilità di pensare diverso. Se infatti si condivide il mio ragionamento allora occorre chiedersi: questa Italia è oggi in grado di garantire i valori irrinunciabili di ci sopra? La mia risposta è decisamente NO e non solo per questioni legate alle persone. Il sistema organizzativo di questo stato tutela solo alcuni interessi (quelli dominanti ma di pochi) e svilisce quelli di altri (minori ma di una gran parte del Paese).

Lo stesso discorso riguarda i partiti politici. Sono dei valori? Secondo me no, anzi!

I partiti sono strumenti utilizzati dalle persone per affermare idee, valori, ecc., ma l’esperienza italiana dice che i partiti non sono nulla di tutto ciò. Sono solo stati strumenti di esercizio del potere, si tutela di alcuni interessi molto particolari.

Mi si dirà che il problema è rappresentato dalle persone. Vero, ma sono le persone che fanno i partiti e sono le persone che fanno le Istituzioni.

Ora, l’organizzazione è la scienza che serve per disciplinare al meglio i rapporti e le relazioni tra individui, gruppi di individui associati e altre organizzazioni (come le imprese). Le modalità attraverso cui si sviluppano i rapporti possono favorire o ostacolare queste relazioni  rispetto al perseguimento e all’affermazione dei valori irrinunciabili di cui sopra.

Ecco perché critico l’Italia di cui ho la cittadinanza ma che non è la mia Nazione, antropologicamente parlando. Peraltro, ancorchè questo sia sconosciuto ai più, ho (abbiamo tutti) la doppia cittadinanza, italiana ed europea e come percezione sento più vicina la seconda, mentre la prima si allontana ogni giorni di più; non è invece mai stata messa in discussione la mia nazionalità sarda. Ovviamente non c’è rivalità tra nazionalità, ognuna ha la sua dignità perché espressione di storia, lingua, cultura e civiltà diversa, nel bene e nel male.

In tutto ciò ritengo che una vera innovazione sia e debba essere quella di non pensare più all’Italia come un schema chiuso, un dogma indiscutibile (come invece molti fanno rinunciando a priori a metterlo in discussione), all’interno del quale per forza deve svolgersi la ricerca della tutela dei valori più alti indicati in precedenza.

L’Italia, in quanto “modello organizzativo della vita politica e sociale” non mi appartiene, è inadeguato sia rispetto agli Italiani sia, per quanto mi riguarda, visto che questa è la Terra dove il buon Dio mi ha fatto nascere, la Sardegna. Dire che l’Italia non è la Sardegna non è per disprezzare un Paese e un popolo che ha fatto tantissime cose buone per la civiltà umana, ma per sottolineare che oggi gli interessi dell’Italia e degli Italiani sono diversi da quelli della Sardegna e dei Sardi. Ecco perché oggi l’Italia è la gabbia della Sardegna e dei Sardi in buona fede e onesti, ma anche di tutti gli Italiani onesti e in buona fede. Ricercare una propria strada di tutela dei diritti fondamentali a me pare semplicemente una strada di buon senso, una strada volta a creare una nuova organizzazione delle relazioni tra popoli diversi che seppure facenti parte dello stesso genere umano, hanno specificità che non possono essere appiattite, né diritti che possono rimanere ancora calpestati.

Ecco cosa mi porta ad impegnarmi per costruire una Repubblica di Sardegna dentro una rinnovata Federazione dei Popoli Europei. Questa è la mia visione e intorno a questa cerco di definire una strategia che intanto non è violenta ma si basa sul dialogo, sul confronto anche acceso ma rispettoso delle persone e delle idee che esse esprimono. Un processo il cui esito non si può prevedere in termini di tempo, ma di certo è qualcosa che va costruito oggi e da oggi, lavorando sotto l’aspetto culturale prima di tutto ma anche politico se c’è la possibilità concreta. Per questo occorre coraggio, intelligenza e scienza.

Io non mi faccio rubare la speranza di costruire un mondo migliore, a cominciare da quello dove vivo.

Fortza Paris fintz’a s’indipendentzia!

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

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3 Commenti in “A passeggio tra dogmi e valori”

  1. Rosella Soliani Scrive:

    Ho la convinzione che il processo decisionale che induce l’individuo ad adottare o meno una data innovazione, in realtà è in larga parte drogato dai così detti processi di reificazione. Assistiamo infatti alla reiterata violenza sull’essenza umana, dopo decenni di martellamento mediatico, dove si perpetua in maniera subdola la personificazione della merce e la mercificazione della persona. In realtà partecipiamo al processo decisionale individuale che muove prevalentemente da sistemi di reificazione, dove le relazioni umane in realtà assumono le sembianze di relazioni tra cose. Dove i sentimenti, le motivazioni, gli impegni morali e civili e sociali, diventano quasi esclusivamente rapporti meccanici, automatismi che prendono il posto alle volontà e alle intenzioni. Dove le quantità calcolabili e quantificabili si possono manipolare, e si sostituiscono all’insieme delle qualità. Dunque credo che applicare il modello Tam alla politica è tanto pericoloso quanto efficace. Se è vero che la democrazia è la libera espressione del voto è pur vero che in una democrazia imperfetta e molto malata, il voto di scambio è diventato prassi e non eccezione. Credo che i cambiamenti significativi di autodeterminazione del Popolo Sardo potranno avere gambe in una società libera dal dominio delle cose sulle relazioni umane, dove l’individuo assume con volontà e coscienza la responsabilità delle pratiche individuali e sociali.

  2. giuseppe pino giordo Scrive:

    La sua analisi non fa una grinza.La verità vera ed i fattilo dimostrano…E’,che i potetatiItaliani’ed Europei, hanno paura di una “politica innovatrice e di cambiamento”. A mio modesto avviso la Sardegna deve ad ogni costo costruire un progetto serio politico-economico.Con una struttura funzionale e moderna. Rilanciare L’opzione Sardista/Indipendentista,sia nel chchiarimento delsuo significato Politico/economico,che nella gestione di una prassi politica che abbia tale opzione come principale riferimento.In questo contesto geopolitico la forza della Sardegna deve servire da esempio e monito a tutte le forze fagocitatrici e libertarie di tutto lo scacchiere mondiale.Una nuova europa è possibile.

  3. Marta Aresu Scrive:

    Per quel che riguarda l’analisi che riguarda la Sardegna , in sintesi é molto vicino al pensiero di A. Simon Mossa , che condivido in pieno !

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