Una risposta ad Anthony Muroni sui problemi dell’economia sarda.

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All’inizio degli anni novanta Michael Crichton pubblicò un avvincente thriller dal titolo Sol Levante da cui fu tratto l’omonimo film con Sean Connery. La trama raccontava in maniera molto fedele le paure che in quegli anni l’America viveva rispetto al futuro della sua economia, minacciata dall’espansionismo dei capitali giapponesi, ben supportati da una politica economica ben più interventista e protezionista di quella statunitense.

Domenica L’Unione Sarda ha pubblicato un interessante editoriale, scritto dal direttore Anthony Muroni, sulle prospettive della Sardegna. Se da una parte condivido in pieno il deciso richiamo rivolto alla classe politica sarda affinchè si renda indipendente dal centralismo italiano, non sono d’accordo con Muroni quando indica tra i principali malanni dell’economia sarda l’acquisto di imprese sarde da parte di gruppi stranieri. Innanzitutto andiamo a vedere in che modo un’ impresa genera ricchezza in un territorio. Semplificando al massimo la questione possiamo elencare i seguenti benefici:

  • le retribuzioni dei lavoratori assunti;
  • l’indotto creato rispetto ai fornitori di beni e servizi;
  • il gettito fiscale generato (anche se il sistema fiscale italiano rende questo fenomeno piuttosto indistinto e indiretto);
  • gli utili reinvestiti nell’impresa;
  • l’insieme di competenze e relazioni derivanti dall’attività di impresa;
  • i dividendi distribuiti agli azionisti.

Quando un’ impresa sarda passa in mani straniere l’unica di queste forme di ricchezza che subisce una significativa variazione è quella descritta all’ultimo punto. I dividendi non finiscono più nelle tasche di imprenditori sardi ma nelle tasche di imprenditori non sardi. Per quanto riguarda la ricaduta sociale non mi sembra che questo punto rivesta una grande importanza; è invece più importante ciò che succede riguardo agli altri cinque aspetti elencati. Da questo punto di vista, a mio parere, vale per gli imprenditori lo stesso principio che vale per i cittadini: sardo è chi sceglie di esserlo e la portata delle azioni si valuta per i benefici apportati alla società piuttosto che per la nazionalità di chi ne è autore. Se un’impresa sarda viene acquistata da un gruppo che ha la capacità e la volontà di far crescere i volumi e la qualità, di instaurare rapporti corretti con i collaboratori, di innovare, di trasferire competenze e di diffondere le produzioni sarde in giro per il mondo, in questo caso l’impatto sociale dell’investimento può essere molto positivo. Pensiamo ad esempio al caso Campari-Zedda Piras. Grazie all’acquisizione, per il più celebre liquore sardo si sono spalancate le porte dell’immensa rete commerciale del colosso milanese. In più Zedda Piras ha fatto da apripista per tutti i produttori di mirto in diversi mercati prima preclusi. O ancora pensiamo al recente accordo tra Granarolo e Ferruccio Podda; non ho ancora avuto modo di valutare i bilanci ma, da semplice consumatore, ho notato sensibili miglioramenti nel packaging e nel posizionamento a scaffale; se questa sinergia dovesse effettivamente aumentare la competitività delle produzioni potrebbe portare la 3A di Arborea a migliorare ulteriormente la sua offerta, accrescendone la forza commerciale anche nei mercati esteri. Oppure qualcuno è pronto a giurare che senza il potenziale di marketing del gruppo Heineken, Ichnusa sarebbe diventato il brand immortale che è oggi?

Ben vengano quindi i capitali stranieri se la volontà è quella di crescere nel mercato e non di mungere soldi pubblici dalle tasche dei contribuenti. Il fatto stesso che in Sardegna ci siano mercati e produzioni interessanti per gli investitori, è un ottimo segnale di salute per i comparti interessati. Mi preoccupano semmai le tante zone industriali fantasma della Sardegna, dove i lavoratori cassaintegrati vivono con grande e comprensibile preoccupazione le difficoltà che queste aziende trovano ad essere rilevate; essendo nate nella pericolosa illusione che una politica dirigista potesse impiantare lo sviluppo industriale, per decenni, pompate da massicce iniezioni di soldi pubblici, hanno navigato ignorando le correnti del mercato per arenarsi inevitabilmente nelle secche della crisi una volta lasciate in balia della tempesta. Quello che insomma dobbiamo pretendere dai nostri politici non è un maggiore intervento in aiuto delle nostre imprese, ma di sgombrare il campo dall’insostenibile peso della burocrazia e del fisco che loro stessi hanno generato. A quel punto, son sicuro, le imprese sarde saprebbero provvedere benissimo alla loro crescita.

A proposito, come andò a finire la disputa America-Giappone dopo la pubblicazione di Sol Levante? L’America, superate le paure di inizio decade, diede vita ai ruggenti anni novanta proprio mentre l’economia giapponese si incanalava in una lunga fase di stallo. Sarà un caso?

Andrea Nonne

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4 Commenti in “Una risposta ad Anthony Muroni sui problemi dell’economia sarda.”

  1. Giuseppe Scrive:

    sinergiejournal.itCaro Andrea,
    condivido totalmente l’articolo. Ne approfitto però per aggiungere altre due considerazioni, traendo spunto da alcuni contributi della letteratura di management.
    Il primo riguarda la distinzione tra imprese “radicate” e imprese “corsare”: è evidente che le prime sono da favorire e incentivare, mentre le seconde vanno respinte prima ancora che possano insediarsi (la storia della nostra Nazione Sarda ce lo insegna con i casi di Alcoa, EON, Eurallumina, ecc.). Queste citate sono tutte imprese “corsare”: sono venute, hanno preso i contributi statali, poco dopo hanno licenziato e lasciato danni ambientali e disoccupazione. Di certo gli azionisti hanno percepito i dividendi, ma per quanto riguarda occupazione, indotto, gettito fiscale, reinvestimento degli utili, beh … meglio cambiare discorso.
    Altra cosa sono le imprese “radicate”, quelle che invece sono capaci di effetti positivi come quelli richiamati nella tua analisi e in questo, checchè ne dicano alcuni, sono le benvenute. Prendo per esempio il caso di Ichnusa, marchio di proprietà Heineken che è pur vero che, a parte l’acqua, non ha in Sardegna il mercato di approvvigionamento di alcune importanti materie prime (luppolo, orzo, bottiglie) ma che oltre a dare occupazione diretta a circa una novantina di persone, veicola, meglio della stessa Istituzione regionale, il brand “Sardegna” in Italia e in diversi paesi europei ed extra europei, con evidenti ritorni “promozionali” per la nostra terra, oltre che per la stessa Heineken di cui Ichnusa rappresenta, per il suo portafoglio marche, il terzo per vendite in Italia.
    Ecco il caso Ichnusa è utile perché, se da un lato, sulla base dell’analisi degli elementi costitutivo, non siamo in presenza di una impresa “radicata” – che invece ci sarebbe se per esempio fossimo in grado di mettere in piedi tutta la filiera (dalla coltivazione dell’orzo a quella del luppolo, dalla produzione delle bottiglie a quelle dei tappi e magari anche i cartoni e la stampa delle etichette) – dall’altro lato essa però è fortemente “territorializzata”.
    Con questo termine, che io ed altri due colleghi abbiamo coniato lo scorso anno e presentato ad un convegno dell’Accademia degli studiosi italiani di “economia e gestione delle imprese” (se si vuole vedere la pubblicazione la si trova a questo indirizzo http://www.sinergiejournal.it/rivista/index.php/XXIV/article/view/690/470), si vuole evidenziare l’esistenza di imprese che “legano” le loro fortune al territorio, dal quale ne traggono addirittura la stessa ragione di esistere, ma che sono anche capaci di “restituire” qualcosa al territorio stesso. Ichnusa, infatti, non si limita, come forse qualcuno pensa alla sola “distribuzione”, ma svolge attività (investendo) per esempio con l’iniziativa Mondo Ichnusa, con i concorsi fotografici (si veda in proposito la pagina Facebook e il numero dei fans) e, udite udite, anche con una attività quali un “concorso per studenti universitari” con annesso seminario “formazione” che io stesso ho la fortuna di organizzare insieme a loro, attraverso la quale, vengono in massa da Milano (a spese loro) per presentare il concorso, fare delle lezioni (concordate con me per quanto riguarda i temi), portando professionisti che lavorano con loro, sia direttamente in azienda che come servizi esterni. Insomma in questo caso non usano solo i nostri simboli, ma portano anche “know-how, permettendo ai nostri studenti di accedere ad esempi nel campo del marketing che altrimenti, diciamolo in tutta franchezza, pochissime altre imprese qui sono in grado di offrire e, con questa dimensione e con questa organizzazione, forse è l’unica.
    Allora qual’è la morale?
    Certo globale e locale devono convivere, esattamente come “indipendenza” e “inter-indipendenza”. Nel campo della valutazione delle iniziative imprenditoriali, allora dovremmo avere come criteri di valutazione delle iniziative esterne, sia quello del potenziale di radicamento che quello della territorializzazione sostenibile.
    Insomma, non si cresce se contemporaneamente non si definisce meglio la propria identità e non ci si apre al mondo e alle contaminazioni positive. Ottimo spunto Andrea e grazie per la sollecitazione :-)

  2. Corrado Putzu Scrive:

    Bel pezzo Andrea! Finalmente un’impostazione liberale avversa al romanticismo statalista dominante.

  3. Paulu Leone Cugusi Biancu Scrive:

    Vorrei lasciare questo mio commento che vuole essere complementare alla risposta data da Andrea Nonne a Anthony Muroni. L’analisi é basata su premesse diverse e ha l’intento (spero riuscito) d’indicare una strada innovativa rispetto al Modello di impresa a cui siamo abituati.
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    L’IMPRESA SOCIALE SARDA:
    un modello con altri compiti e obiettivi.

    * Deve dare risposte all’uso del Territorio e delle Risorse Naturali e socio-culturali in esso presenti.
    * Indicare un nuovo modello di sviluppo sociale, sostenibile e solidale (le tre esse).
    * Riconsiderare l’importanza della Cultura e della dignità di ogni essere umano come elemento produttivo.
    * Nuove Relazioni sul lavoro, basate sulla interrelazione congiunta degli interessi.
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    L’ “IMPRESA SOCIALE SARDA” dovrà essere una Organizzazione che apprende , in apprendimento costante, adattabile a un mondo che muta costantemente, attuante in un Compendio Socio-Ambientale ben definito e con Norme chiare, con date risorse umane e naturali e per fini di crescita economica e di sviluppo locale.

    Un’ Organizzazione che apprende è un’organizzazione:

    * capace di mantenere l’equilibrio del rapporto Costi/Benefici rispetto all’Ambiente in cui opera;
    * concreta nello sviluppare una specifica Visione Sociale in tutte le sue relazioni;
    in particolare, di sovrintendere ad un aspetto sottovalutato dall’ Imprese odierne, ovvero il problema dell’ inquinamento sociale, conseguenza della disoccupazione e della mobilità forzata di tanti lavoratori in crisi.

    Tanti si domandano come nascano le crisi, ma i Media spesso non danno spiegazioni esaurienti.
    Le riflessioni e le risposte variano nel tempo e secondo i luoghi.
    Ognuno fornisce, quindi, la spiegazione che meglio si adatta ai suoi interessi.
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    A parer mio, penso che una delle cause, non l’unica, dipenda dall’assenza di comunicazione indipendente e critica,e cioé originale e, pertanto, complessa.
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    La Sardegna e le sue Imprese,se vogliono proporsi al mercato,dovranno sviluppare tale tipo di comunicazione, in grado di dare risposte concrete anche alle crisi provenienti dall’esterno.

    L’”Impresa Sociale Sarda” - così come definisco tale modello - dev’essere una organizzazione che apprende - pertanto è dinamicamente RIVOLUZIONARIA.

    Il suo compito dovrà essere quello di fornire Risposte Innovative sotto i seguenti aspetti:
    Con relazione all’ Ambiente Fisico = Risposta Ecologica.
    Con relazione alle Organizzazioni di Governo = Risposta Politica.
    Con relazione alla Moralità degli Affari = Risposta Etica.
    Con relazione alle diverse Forze Sociali = Risposta Sistemica.

    L’ “IMPRESA SOCIALE SARDA” in quanto rivoluzionaria:
    dovrà stimolare la costante innovazione dei processi produttivi, senza abbandonare del tutto “Su connotu”.
    dovrà capire che PRODURRE, in qualsiasi forma, é un’ insieme di tante tecniche che (per una migliore implementazione del rapporto Costi/Benefici) han bisogno di Strumenti Molteplici che sono, allo stesso tempo, Economici e Culturali, sociali e ecologici.
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    La PRODUZIONE non può più considerarsi solo scelta imprenditoriale singola (non é più sufficiente studiare e analizzare le Unità Produttive), ma é diventata un Problema di dominio del MACROAMBIENTE che comprende:

    La capacità individuale o collettiva di chi amministra e gestisce.
    La preservazione e l’equilibrio della qualità della Biosfera.
    Le risorse naturali e l’equilibrio del sociale.
    Le innovazioni e le tecnologie che ne derivano.
    La Cultura nei suoi più diversi aspetti-
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    L’ “IMPRESA SOCIALE SARDA” dovrà sviluppare processi produttivi derivanti da PRINCIPI di sostenibilità ambientale, in cui l’impatto delle azioni non dovrà causare ulteriori aumenti di ENTROPIA.

    Le differenze culturali con relazione all’attuale modello d’Impresa,derivano dalla reale valutazione dei processi entropici, i quali ci informano come l’impatto dei processi (nel Presente) non può/non deve attingere il Prossimo Futuro.

    OGGI, per poter sviluppare un modello di questo tipo è necessario conoscere assolutamente parametri e limiti attinenti alle 3 sfere seguenti:

    (1) Sfera Sociale:
    I processi di sviluppo devono essere compatibili con i Valori culturali e le aspettative sociali di un territorio.

    (2) Sfera Ecologica:
    Ecosistemi, Ambiente e Risorse disponibili non possono essere distrutti ma usati razionalmente.

    (3) Sfera Economica:
    le attività produttive devono promuovere la qualità della vita, non solamente una data quantità di prodotti.

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    Per dare lo START-UP all’IMPRESA SOCIALE SARDA” , bisogna convincersi che il più grande INVESTIMENTO dovrà essere fatto sulla presenza d’INTELLIGENZA d’impresa e nell’impresa, che permetterà:

    (a)- Di Creare e Sviluppare ogni e qualsiasi collaborazione per migliorare il rapporto con l’ ambiente.
    (b)- Di Produrre in forme modulari, da adattare alle varie contingenze emergenti, interne e esterne.
    (c)- Di Introdurre IL LUCRO come un concetto di Arricchimento sociale, non solo individuale.
    (d)- Di Proporre l’Impresa Sociale Sarda come “Attore Centrale” di una crescita diversa e di uno sviluppo sociale condiviso da tutti gli attori.

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  4. Maria Scrive:

    Non sono d’accordo, un territorio non prospera solo con le buste paghe.

    Continuamo ad illuderci con il buonismo, dato che non esistono imprenditori che diventano sardi per simpatia, ma esistono sardi che diventano imprenditori per capacità.

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