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Agenzia Sarda delle Entrate, Zona Franca al consumo e Teletrasporto, cosa arriverà prima?

domenica, 18 gennaio 2015

 Nei paesi normali, governati da persone normali e in cui chi fa politica rientra nei canoni della normalità, quando si parla di economia ci si riferisce solitamente ai livelli di pil, occupazione, spesa pubblica, imposizione fiscale, distribuzione tra settori ecc ecc. Chi si occupa di economia, come un bravo medico, analizza i principali valori alla ricerca di squilibri e anomalie che possano segnalare stati patologici e ragiona su come intervenire manovrando le leve disponibili.

In Sardegna, questo atteggiamento ragionevole e costruttivo, sempre più spesso viene sostituito dalla messianica aspettativa in provvedimenti miracolosi capaci d’un colpo di  risollevare le sorti della disastrata economia sarda trasformando la nostra isola nell’isola del tesoro.

Pensiamo ad esempio all’Agenzia delle Entrate Sarda, tornata molto in voga in questi giorni. A normativa vigente, parlare di Agenzia delle Entrate sarda equivale a parlare di cerchi sul grano. Se si vuole utilizzare quel nome per motivazioni politiche di lungo termine e per la propaganda politica è legittimo, ma è giusto che l’argomento venga inquadrato in questa prospettiva. La Sardegna, come ha fatto la Sicilia, potrebbe farsi una propria agenzia di riscossione che sostituisca Equitalia, e farebbe molto bene a farlo, ma finora non ne è stata capace. Purtroppo è molto più semplice spiegare cos’è un F35 di come funziona un F24. Allo stesso modo è difficile far capire la differenza tra Agenzia delle Entrate, che è quella che incamera e redistribuisce le imposte fondamentali, e Agenzia di Riscossione. La Sardegna, come la Sicilia, avrebbe già potuto avere la seconda, da anni e senza vertenze, ma è molto più complesso evidentemente che parlare di Zona Franca Intergalattica e Agenzia Sarda delle Entrate, temi importanti per quando saremo uno Stato o l’Italia farà una riforma federale, non proprio dietro l’angolo.

Il fatto stesso che intorno al tema si sia sviluppata una divertente bagarre a chi spara la cifra più alta riguardo al credito vantato dalla Sardegna nei confronti dell’Italia da bene l’idea sul livello del dibattito. Notevole a tal proposito che persino all’interno del Partito dei Sardi, che più di qualsiasi altra organizzazione politica ha sposato il tema, il conteggio di Sedda, che anni fa aveva già raggiunto di dieci miliardi, si scontra con quello di Maninchedda, che si ferma ad una cifra di poco superiore al miliardo. Difficile capire come possa nascere un ragionamento economico attendibile partendo da cifre così confuse.

Altro cavallo di Troia di recenti entusiasmi pre elettorali e’ quello della zona franca integrale. Partendo da una storica battaglia sardista e stravolgendo le norme con interpretazioni fantascientifiche, un gruppo di sedicenti esperti di diritto ed economia per mesi ha illuso i cittadini su un presunto diritto della Sardegna ad ottenere esenzioni totali su IVA e accise, fino a convincere l’allora governatore Cappellacci a farsi deridere in sede comunitaria sposando la causa con improbabili richieste agli organi Ue preposti. L’effetto boomerang di queste bufale e’ stato notevole e sortirà probabilmente l’effetto di minare per diversi anni la fiducia dei cittadini verso forme di defiscalizzazione più semplici da realizzare e più promettenti in termini di efficacia. Come non pensare ad esempio alla velocità con cui è finita nel dimenticatoio la proposta di abolire l’Irap sposata poco più di un anno fa da tutto il Consiglio Regional e sponsorizzata con grande entusiasmo dall’allora non ancora Presidente Pigliaru.

È proprio qui sta il punto, al di la della correttezza o meno delle interpretazioni giuridiche. Un dibattito economico che invece di concentrarsi sui problemi strutturali e sulle riforme necessarie si arena attorno all’idea che singoli provvedimenti di straordinaria portata, ma spesso anche fuori dalle attuali potestà legislative, possano ribaltare le sorti dell’isola e’ estremamente funzionale al mantenimento dello status quo. Perché si evita di parlare di sprechi nella sanità, di peso della spesa pubblica oltre ogni limite di sostenibilità, di privilegi feudali distribuiti su varie caste e di un sistema che in tema di meritocrazia e competitività fa acqua da tutte le parti. Eppure proprio sull’organizzazione degli enti locali la Regione ha degli spazi di manovra, usati infatti finora per i vitalizi o per mantenere la pensione retributiva ad alcune categorie molto importanti elettoralmente, come regionali e forestali.   Noi crediamo fortemente nella prospettiva indipendentista ma siamo ben consci che la sostenibilità economica di una sardegna indipendente e’ imprescindibilmente vincolata al ribaltamento totale degli equilibri che oggi guidano la nostra economia. Troviamo quindi abbastanza paradossale che i soggetti indipendentisti, pur di non mettere in discussione il dogma statalista e in alcuni casi anti capitalista che ne caratterizza l’ideologia di origine, continuino a propagandare l’idea di una Sardegna in grado di sostenersi economicamente da sola con questa spesa pubblica, con questo assistenzialismo e con questa assenza di meritocrazia e competitività.

Corrado Putzu

Andrea Nonne

Su indipendenza e cessione di sovranità la mia risposta a Pigliaru e ai sovranisti.

domenica, 26 gennaio 2014

francesco-pigliaru1-1.jpgSegue da  “Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?”

Veniamo ora al secondo punto, ovvero alla comparazione tra la situazione europea e quella statunitense. Su questo punto rimando anche alla risposta di Daniele Addis. Pigliaru cita Krugman e io concordo con l’economista americano sul fatto che gli Usa, nella reazione alla crisi, hanno mostrato tutta la loro superiorità rispetto all’Ue, sia in termini di competitività sia in termini di difesa dalle spinte speculative ribassiste. Resta da capire se il modello dello stato federato a stelle e a strisce abbia caratteristiche dimensionali e organizzative più simili a quello dei grandi stati nazionali europei come Germania, Francia, Italia e Spagna o se invece non somigli di più a quello tipico delle nazioni senza stato o delle piccole repubbliche europee. Se per la dimensione utilizziamo come criterio la dimensione della popolazione scopriamo subito che la popolazione media tra i cinquanta stati Usa è di poco superiore ai sei milioni di abitanti, un dato molto vicino a quello di Scozia e Irlanda ma soprattutto distante anni luce da quello degli stati nazionali europei, specie se si pensa che lo stato americano più popolato è proprio la California citata da Pigliaru che però ha meno della metà degli abitanti della Germania. Notevole inoltre scoprire che ben dodici sono gli stati americani con un numero di abitanti inferiore a quello della Sardegna e di questi sette hanno meno di un milione di abitanti. Il confronto non cambia se come parametro si utilizza la dimensione dell’economia. Se infatti è vero che i pochi stati che concentrano gran parte del Pil americano hanno valori simili a quelli dei grandi stati europei, confrontando il dato del 2011 scopriamo che ben otto stati americani hanno un Pil inferiore a quello della Sardegna. Anche dal punto di vista istituzionale e organizzativo viene naturale pensare che gli stati americani rispondano ad un modello molto più simile a quello che può avere un’attuale nazione senza stato, magari dotato di poteri federali o autonomistici, che non a quello dei grandi stati nazionali. La ragione di ciò è facilmente comprensibile, fino a poco tempo fa gli stati nazionali detenevano la sovranità su tutti gli aspetti della loro politica ed è proprio questa tendenza all’autarchia amministrativa che oggi va a creare i conflitti con l’Ue. Durante i tesissimi vertici europei sentiamo sempre i nomi di Merkel, Letta e Hollande e non certo quelli di Rutte o Anastasiades. Se quindi ha ragione Krugman a rimarcare la maggiore stabilità economica derivante da un’organizzazione come quella in vigore negli Usa, è d’obbligo evidenziare che il nobel statunitense non ha mai detto che il problema dell’integrazione europea sono le piccole nazioni che ambiscono a governarsi insieme agli altri stati europei. Sarebbe più interessante riflettere sul fatto che il centralismo degli stati nazionali, che spesso ha usurpato le minoranze nazionali contenute nei rispettivi confini, è lo stesso male che oggi crea tanta difficoltà alla creazione di un’Europa forte e coesa.

La terza affermazione di Pigliaru sostanzialmente argomenta sul fatto che più un’economia è piccola, più deve fare scelte di specializzazione forti, cosa che ne aumenta la volatilità. Discordo in parte da questa affermazione per diverse ragioni. In primo luogo la volatilità di un’economia è si influenzata dalla sua dimensione ma anche da altri fattori. Ad esempio una piccola repubblica può vedere limitati i rischi di volatilità se dotata di un robusto mix di settori ciclici e anticiclici e di produzioni in cui le economie di scala e dimensione non siano tra i fattori cruciali del business. In Sardegna, ad esempio, un sistema competitivo potrebbe trovare due ottimi motori di crescita in un settore marcatamente sensibile al ciclo economico come il turismo e in uno solidamente anticiclico come quello agro-industriale. Sono anche sicuro che una federazione europea di stati di dimensione medio-piccola, con volatilità maggiori rispetto a quelle degli attuali grandi stati, avrebbe maggiori stimoli verso il trasferimento in sede comunitaria di quelle competenze di welfare e fiscalità indispensabili a creare quei meccanismi di armonizzazione e compensazione tanto invocati nell’attuale dibattito economico. Insomma oggi come ieri, indipendentismo e integrazione europea sono due facce della stessa medaglia con un unico grande scoglio, il centralismo dei grandi stati nazionali. Un ulteriore motivo per cui non condivido l’affermazione di Pigliaru è che la Sardegna italiana negli ultimi decenni ha fatto scelte di concentrazione di prodotto e mercato talmente forti e fallimentari da poterci fare un caso da manuale. Senza neanche citare il disastroso petrolchimico è sufficiente ricordare che la Sardegna italiana è quella che si è illusa di poter campare vendendo il grattugia agli americani e il turismo di lusso agli italiani. Due fortissime scelte di specializzazione prodotto/mercato i cui risultati sono sotto gli occhi tutti.

Andrea Nonne

Oristano, la Ztl e la città di Johnny Stecchino.

sabato, 28 dicembre 2013

jhonny-stecchino-1.jpgIn città molti si son detti preoccupati per le recenti aperture, già avvenute o previste, di esercizi della grande distribuzione. Io trovo invece che il fenomeno sia positivo e proficuo. Se inevitabilmente la maggiore concorrenza rappresenta una minaccia per le imprese dello stesso settore, complessivamente la città va a beneficiare di un notevole arricchimento della sua offerta commerciale. Oristano in due parole aumenterà la sua competitività rispetto ai principali comuni della Sardegna,  Cagliari, Sassari e Nuoro in primis, e potrà riportare fette di consumo dal web al commercio fisico.  Mi sembra inoltre positivo il fatto che Oristano riesca ancora ad attrarre investimenti in misura massiccia; è una conferma del fatto che il territorio ha ancora delle potenzialità. Molti di queste imprese avrebbero aperto già da anni se la politica non avesse bloccato tutto con un Puc rimasto fermo per decenni. Ora finalmente Oristano può ambire a riprendersi quell’importanza commerciale che ha esercitato per secoli e il maggiore traffico generato dalle nuove aperture rappresenta un’ importante opportunità per le imprese e i cittadini.

Ovviamente le opportunità vanno sapute cogliere e in economia spesso vale il principio per cui un’ ipotetica opportunità, se non colta, si trasforma in una minaccia concreta. In questo senso particolare attenzione meritano le politiche dell’amministrazione comunale in materia di mobilità e regolamento del commercio. In un recente articolo ho confrontato il programma di Aristanis Noa con alcune misure adottate dall’attuale amministrazione. Abbiamo proposto la riduzione dei parcheggi a pagamento e, nonostante la sostenibilità economica della proposta, la giunta ha riposto con un aumento delle tariffe e delle zone soggette a pagamento. Abbiamo proposto di risolvere il problema creato alla circolazione nella zona di Sa Rodia dalla giunta Nonnis e ancora nulla si è visto in tal senso. Ma soprattutto abbiamo assistito allo scippo delle nostre intenzioni programmatiche in tema di mobilità pubblica; purtroppo se lo spirito della proposta fosse stato compreso in pieno (maggiore frequenza e minore capillarità del servizio, periodo di gratuità più lungo) probabilmente oggi gli autobus non girerebbero vuoti. Aggiungiamo a queste misure un Imu in prima battuta salatissima per il commercio cittadino, altri insopportabili balzelli come la fantascientifica tassa sull’ombra, e possiamo tranquillamente concludere che il primo settore produttivo della città finora non ha di certo trovato nell’amministrazione comunale un alleato.

In questo contesto va secondo me valutata la proposta di istituzione di una nuova ZTL annunciata in questi giorni, mirata ad estendere le zone a transito pedonale ed inasprire le penalità per i trasgressori. Premesso che non ho nulla contro le zone pedonali, va detto che la porzione di territorio vietata al traffico automobilistico ha già dimensioni ragguardevoli. Di contro va evidenziato il fatto che proprio queste zone sono spesso sottoutilizzate dai cittadini e che si assiste invece ad una certa sofferenza commerciale di tutto il centro. A quel punto se si hanno a cuore gli interessi del commercio cittadino, sarebbe quanto meno il caso di interpellare gli esercenti, dando valore prioritario alle loro esigenze e al loro parere. Molti degli imprenditori che conosco hanno giustamente la sensazione di non poter competere ad armi pari con le imprese della zona nord, dove i parcheggi sono gratuiti e la cicolazione è libera. Ma al di la di tutte queste considerazioni sull’opportunità o meno di una Ztl, è sull’approccio che discordo. Piuttosto che partire da un’analisi adogmatica della città e dei suoi bisogni, si preferisce sottomettersi ad una visione ideologica costituita dai vecchi clichè di una sinistra tipicamente italiana. L’auto è il frutto inquinante del malvagio capitalismo occidentale, i cittadini un branco di rozzi inconsapevoli la cui mobilità va limitata per il loro stesso bene e il commercio una volgare attività speculativa di cui si può anche fare a meno. Il paradosso di questa miope politica del vietare, del dirigere e del contrapporre si trova quando si vanno ad analizzare le pesanti mancanze di questa amministrazione a quasi due anni dal suo insediamento. In ambito di valorizzazione del centro storico, ad esempio, è sconfortante rilevare che ad oggi la Torre di Mariano è ancora chiusa al pubblico, che spesso si sentono lamentele di turisti per la mancanza di personale plurilingue in musei e info-point, che manca una qualsiasi politica di destinazione della città e del suo centro. Se invece pensiamo all’inquinamento, che come è noto non è il primo problema di Oristano, è facile notare che la miope avversità verso l’auto nasconde una totale mancanza di sensibilità dell’amministrazione sul problema ambientale nel suo complesso. Non mi pare infatti che il comune Oristano, a differenza di altre amministrazioni realmente virtuose in materia, svolga una capillare e intensa attività di verifica rispetto alla manutenzione e della messa a norma degli scarichi auto e delle caldaie per il riscaldamento domestico. Mi pare piuttosto che questa sottomissione a ideologie pensate per altri contesti, sortisca il solo effetto di accecare la vista di alcuni amministrazioni rispetto al fatto che l’utilizzo del mezzo privato, in Sardegna, è la conseguenza combinata delle carenze in termini di trasporto pubblico, carenze di cui la stessa giunta Tendas si sta rendendo responsabile con un servizio pubblico inadeguato, e della bassa densità abitativa del suolo sardo. Sarebbe anche bene non dimenticare che oggi l’auto in Sardegna occupa una grossa fetta dell’economia e che, per questo motivo, occorre muoversi con particolare attenzione e delicatezza quando si agisce in questi ambiti.

Il Sindaco Tendas ha costantemente motivato la sua politica anti-auto richiamando le strategie di Europa 2020 e i vincoli derivanti. Giova forse ricordare che gli obbiettivi di Europa 2020 sono declinati a livello di stato e non di comune e che Oristano, all’interno dello stato italiano, è sistematicamente tra i capoluoghi meno inquinati ma anche tra quelli maggiormente colpiti da povertà e disoccupazione. Il rischio di non vedere le cose come stanno è quello di trasformare Oristano  nella città di Johnny Stecchino dove l’unico drammatico irrisolvibile problema è, appunto, il traffico.

Andrea Nonne

Ugo non vuole la zona franca. Vuole farla franca.

lunedì, 23 settembre 2013

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Pochi giorni fa Cappellacci è tornato trionfante da un incontro con il Vice Presidente della Commissione Europea Antonio Tajani, il quale ha semplicemente detto che se l’Italia proponesse la zona franca extradoganale integrale per la Sardegna la Commissione non avrebbe nulla da opporre. Il che non dovrebbe sorprendere visto che la competenza di una tale deliberazione è dello stato italiano e non dell’Ue. E’un po come se Tizio chiedesse a Caio il permesso di andare a letto con la moglie di Sempronio e Caio rispondesse a Tizio che se va bene a Sempronio per lui non ci sono problemi.

Il fatto che Cappellacci, ben supportato dai soliti noti, venda tutto ciò come un successo politico va ricercato nella sua scelta di cavalcare a scopi elettorali il tema della ZFI. Per capire appieno questo bisogna tornare indietro alla primavera quando Cappellacci scrisse all’Ue ricevendo dopo breve tempo un umiliante replica. In data 12 marzo infatti la Commissione Europea rispose al nostro Presidente che:

  • la commissione non ha facoltà di modificare i confini doganali di una regione;
  • Cappellacci confonde le zf ai sensi del codice doganale comunitario con i territori extra doganali;
  • le zf possono essere designate dagli stati membri come ben sa chi legge questo blog.

Quest’ultimo punto è quello su cui maggiormente si è dibattuto all’indomani della risposta della commissione. Cappellacci ha prontamente replicato che le sue comunicazioni erano inviate anche allo stato italiano, ma è lo stesso contenuto della missiva a sancire che lo stato italiano sia citato solo in copia conoscenza. Infatti il Presidente ha utilizzato le interpretazioni di Scifo e Randaccio sul principio di sussidiarietà e sul diritto costituzionale della Sardegna all’extradoganalità. La risposta della Commissione Ue sancisce definitivamente che queste interpretazioni erano totalmente errate e infondate, cosa che peraltro io e altri abbiamo ripetuto per mesi attirandoci ogni tipo di insulto da parte dei sostenitori della ZFI.

Ma Cappellacci continua a battere questa pista sperando di tenere in piedi la speranza fino alle elezioni. Conoscendo perfettamente gli orientamenti di politica fiscale dello stato e il peso politico della Sardegna, che è un decimo di quello di regioni economicamente non meno sofferenti come Sicilia e Campania,  sa bene che è più facile dimostrare la verginità di Rocco Siffredi piuttosto che ottenere l’extradoganalità dall’Italia. Per questo Cappellacci continua a rivolgere le sue richieste all’Europa e non all’Italia, per tenere vivo il sogno. E per distogliere l’attenzione dal fatto che, al pari dei suoi predecessori, arriva a fine legislatura con i punti franchi previsti dal Dl 75/98 non ancora attivati.

Andrea Nonne

Leggi la nostra proposta per la zona franca logistica

Una risposta ad Anthony Muroni sui problemi dell’economia sarda.

martedì, 20 agosto 2013

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All’inizio degli anni novanta Michael Crichton pubblicò un avvincente thriller dal titolo Sol Levante da cui fu tratto l’omonimo film con Sean Connery. La trama raccontava in maniera molto fedele le paure che in quegli anni l’America viveva rispetto al futuro della sua economia, minacciata dall’espansionismo dei capitali giapponesi, ben supportati da una politica economica ben più interventista e protezionista di quella statunitense.

Domenica L’Unione Sarda ha pubblicato un interessante editoriale, scritto dal direttore Anthony Muroni, sulle prospettive della Sardegna. Se da una parte condivido in pieno il deciso richiamo rivolto alla classe politica sarda affinchè si renda indipendente dal centralismo italiano, non sono d’accordo con Muroni quando indica tra i principali malanni dell’economia sarda l’acquisto di imprese sarde da parte di gruppi stranieri. Innanzitutto andiamo a vedere in che modo un’ impresa genera ricchezza in un territorio. Semplificando al massimo la questione possiamo elencare i seguenti benefici:

  • le retribuzioni dei lavoratori assunti;
  • l’indotto creato rispetto ai fornitori di beni e servizi;
  • il gettito fiscale generato (anche se il sistema fiscale italiano rende questo fenomeno piuttosto indistinto e indiretto);
  • gli utili reinvestiti nell’impresa;
  • l’insieme di competenze e relazioni derivanti dall’attività di impresa;
  • i dividendi distribuiti agli azionisti.

Quando un’ impresa sarda passa in mani straniere l’unica di queste forme di ricchezza che subisce una significativa variazione è quella descritta all’ultimo punto. I dividendi non finiscono più nelle tasche di imprenditori sardi ma nelle tasche di imprenditori non sardi. Per quanto riguarda la ricaduta sociale non mi sembra che questo punto rivesta una grande importanza; è invece più importante ciò che succede riguardo agli altri cinque aspetti elencati. Da questo punto di vista, a mio parere, vale per gli imprenditori lo stesso principio che vale per i cittadini: sardo è chi sceglie di esserlo e la portata delle azioni si valuta per i benefici apportati alla società piuttosto che per la nazionalità di chi ne è autore. Se un’impresa sarda viene acquistata da un gruppo che ha la capacità e la volontà di far crescere i volumi e la qualità, di instaurare rapporti corretti con i collaboratori, di innovare, di trasferire competenze e di diffondere le produzioni sarde in giro per il mondo, in questo caso l’impatto sociale dell’investimento può essere molto positivo. Pensiamo ad esempio al caso Campari-Zedda Piras. Grazie all’acquisizione, per il più celebre liquore sardo si sono spalancate le porte dell’immensa rete commerciale del colosso milanese. In più Zedda Piras ha fatto da apripista per tutti i produttori di mirto in diversi mercati prima preclusi. O ancora pensiamo al recente accordo tra Granarolo e Ferruccio Podda; non ho ancora avuto modo di valutare i bilanci ma, da semplice consumatore, ho notato sensibili miglioramenti nel packaging e nel posizionamento a scaffale; se questa sinergia dovesse effettivamente aumentare la competitività delle produzioni potrebbe portare la 3A di Arborea a migliorare ulteriormente la sua offerta, accrescendone la forza commerciale anche nei mercati esteri. Oppure qualcuno è pronto a giurare che senza il potenziale di marketing del gruppo Heineken, Ichnusa sarebbe diventato il brand immortale che è oggi?

Ben vengano quindi i capitali stranieri se la volontà è quella di crescere nel mercato e non di mungere soldi pubblici dalle tasche dei contribuenti. Il fatto stesso che in Sardegna ci siano mercati e produzioni interessanti per gli investitori, è un ottimo segnale di salute per i comparti interessati. Mi preoccupano semmai le tante zone industriali fantasma della Sardegna, dove i lavoratori cassaintegrati vivono con grande e comprensibile preoccupazione le difficoltà che queste aziende trovano ad essere rilevate; essendo nate nella pericolosa illusione che una politica dirigista potesse impiantare lo sviluppo industriale, per decenni, pompate da massicce iniezioni di soldi pubblici, hanno navigato ignorando le correnti del mercato per arenarsi inevitabilmente nelle secche della crisi una volta lasciate in balia della tempesta. Quello che insomma dobbiamo pretendere dai nostri politici non è un maggiore intervento in aiuto delle nostre imprese, ma di sgombrare il campo dall’insostenibile peso della burocrazia e del fisco che loro stessi hanno generato. A quel punto, son sicuro, le imprese sarde saprebbero provvedere benissimo alla loro crescita.

A proposito, come andò a finire la disputa America-Giappone dopo la pubblicazione di Sol Levante? L’America, superate le paure di inizio decade, diede vita ai ruggenti anni novanta proprio mentre l’economia giapponese si incanalava in una lunga fase di stallo. Sarà un caso?

Andrea Nonne

In Sardegna il caro traghetti si chiama PD/PDL. E anche il M5S promette bene.

martedì, 2 luglio 2013

nave-tirrenia-sharden.jpg9 marzo 2012. La giovane paladina democratica Debora Serracchiani, insieme allo storico leader sindacalista Sergio Cofferati, al celebre giornalista televisivo David Sassoli e all’altro europarlamentare Pd Andrea Cozzolino (napoletano) annunciano di aver presentato in commissione un’ interrogazione finalizzata a scongiurare il blocco della procedura di privatizzazione di Tirrenia. Come si legge nel blog della Serracchiani infatti “Rischia di saltare la vendita di Tirrenia alla cordata Cin essendo sempre più probabile la bocciatura da parte dell’Antitrust Ue alla procedura di cessione”. E ancora “Bisogna al più presto fare chiarezza su tutta la procedura di privatizzazione per scongiurarne il blocco. Le conseguenze sarebbero gravissime.Occorre sapere se la vendita alla Compagnia italiana di navigazione è compatibile con le normative comunitarie in materia di tutela della concorrenza e, in caso negativo, apportare tutti i correttivi necessari a concludere una trattativa che si trascina da troppo tempo.” Il fatto che dietro alle perplessità dell’autorità antitrust ci fosse realmente un cartello collusivo sembrava essere l’ultima delle preoccupazioni degli europdeutati Pd. Oggi sappiamo come è andata a finire la storia; l’Antitrust ha certificato l’esistenza del cartello e inflitto una sanzione di otto milioni di euro alle compagnie coinvolte. Sappiamo purtroppo anche che quel cartello ha inflitto un durissimo colpo al turismo sardo, contribuendo in maniera decisiva a mettere in ginocchia l’economia dell’isola. Quindi prendiamo nota: il Pd è un organizzazione politica che predilige gli interessi di un impresa italiana rispetto non solo al regolare e legale funzionamento della concorrenza, ma addirittura rispetto agli interessi dell’intera Sardegna. Non risultano inoltre pervenute proteste o rivolte degne di nota da parte del Pd Sardo, ne tanto meno da parte di Rita Borsellino o degli altri rappresentanti della cosiddetta “circoscrizione isole” che vede da sempre i nostri politici indaffarati a regalare i nostri voti alla Sicilia. Anzi, risulta importantissimo notare che, mentre il Pd in Europa faceva di tutto per sostenere il cartello dei mari, in Sardegna faceva di tutto per ostacolare la flotta sarda, unica iniziativa degna di nota in cinque anni di giunta Cappellacci.

19 giugno 2013. L’eurodeputato Pdl Enzo Rivellini, anche egli napoletano, diffonde una nota di cui riportiamo alcune parti “Ho presentato un’interrogazione urgente alla Commissione Europea affinché venga assicurato il massimo impegno istituzionale comunitario a garanzia dei lavoratori e dei livelli occupazionali della Tirrenia (…) La Tirrenia occupa 1500 lavoratori, oltre l’indotto, 300 di essi amministrativi, ubicati a Rione Sirignano a Napoli ed i restanti 1200 del meridione d’Italia e di questi circa il 70% appartenente al territorio campano. La Regione Sardegna non può chiedere il blocco immediato degli aumenti delle tariffe e la revisione della Convenzione con lo Stato italiano che fino al 2020 riconosce alla Tirrenia 72,6 milioni di euro all’anno per garantire la continuità territoriale con servizi di trasporto marittimo che altrimenti non sarebbero economicamente sostenibili. Così facendo la Regione Sardegna prenderebbe in ostaggio i 1500 lavoratori della Tirrenia ed il territorio campano da dove provengono questi lavoratori.”  Notevolissima l’interpretazione data da Rivellini alla continuità territoriale, la cui finalità ovviamente non è rafforzare i collegamenti da e per la Sardegna ma il mantenimento di un carrozzone inefficiente come Tirrenia. Anche in questo caso silenzio assoluto da parte del Pdl sardo.

Unendo questa vicenda al costante servilismo dei politici sardi unionisti possiamo ricavare alcune utili indicazioni:

  • i politici sardi in quanto esseri umani provano generalmente un forte interesse per la propria carriera;
  • per la carriera dei politici sardi militanti in partiti italiani è di norma più importante il favore delle segreterie romane che non quello dell’elettorato sardo;
  • per la politica italiana gli interessi dell’economia sarda sono meno importanti di quelli di un’ impresa con 1.500 dipendenti.

Aggiungiamo inoltre che:

  • le decisioni più importanti oggi si prendono in Europa;
  • la Sardegna è tenuta strutturalmente fuori dalle istituzioni europee dal sistema politico e partitico italiano.

Ma in realtà la vertenza trasporti è solo una delle tante che vedono la Sardegna imbrigliata nei meccanismi della politica italiana. Le implicazioni appena elencate purtroppo valgono per tanti dei nostri problemi e da tanto tempo. Tutto ciò mi sembra di per se sufficiente per desiderare l’autogoverno dei sardi e per esprimere il voto a favore di partiti e movimenti quanto meno sardi.

Un’ ultima annotazione infine per coloro i quali recentemente son stati folgorati dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Molti sardi sono convinti che il M5S sia diverso, geneticamente superiore, addirittura indipendentista secondo i più audaci opinionisti della fantapolitica. In realtà il M5S rispetto alla Sardegna è soggetto alle stesse dinamiche cui sono soggetti Pd e Pdl, come ho già iniziato a dimostrare e come continuerò a fare prossimamente. Giusto per restare in tema è curioso notare che finora il M5S si sia guardato bene dall’affrontare un argomento così spinoso e pure così cruciale per il futuro dei sardi. Di contro il blog di Grillo non si è potuto esimere dal dare ospitalità al padrone dei mari Vincenzo Onorato il quale, in un video di quasi dieci minuti, si dipinge come una vittima dei petrolieri e della Regione Sardegna. Il titolo del post è “Moby e Tirrenia senza pace”. Anche per Grillo quindi il problema sembra essere la sopravvivenza del gruppo monopolistico di Onorato. Se ad affondare poi è la Sardegna, chi se ne fotte.

Andrea Nonne

“VIA i Moratti da Arborea” è l’unico VIA che mi interessa.

mercoledì, 1 maggio 2013

vai-via.jpgUn celebre detto statunitense recita che “quello che va bene per la General Motors va bene per l’America”. Parafrasando si potrebbe affermare che “quello che va bene per la 3A va bene per la provincia di Oristano”. Se qualcuno sta ridacchiando pensando ad un’esagerazione sappia che la 3A pesa sul pil della provincia  circa 4-5 volte quello che la General Motors pesa sul pil Usa. Immagino quindi che se nei dintorni di Detroit provasse a insediarsi un qualcosa in grado di minacciare concretamente il futuro della celebre casa automobilistica, questo qualcosa troverebbe una forte e compatta opposizione da parte di tutta le rappresentanze politiche della città di Detroit ma anche dello stato del Michigan e dello stato centrale. Questo è ciò che avviene normalmente per le big company in tutto il mondo; il loro elevato peso sull’economia nazionale in termini di reddito e occupazione rende necessaria una particolare attenzione della politica laddove il futuro di queste imprese sia in qualche modo minacciato.

Stupisce quindi parecchio che nonostante la contrarietà espressa dalla 3A e da tutto il vasto comparto agricolo di Arborea, una parte rilevante della politica sarda e addirittura alcuni esponenti di spicco della politica oristanese siano favorevoli o possibilisti di fronte al progetto Eleonora gas della Saras. Tra i pareri favorevoli spiccano quello del Pd sardo e di Mario Diana mentre tra i possibilisti troviamo Gianvalerio Sanna, Guido Tendas e Salvatore Ledda. Evito di commentare la posizione dei favorevoli per spendere due parole sui possibilisti. La posizione di questi ultimi generalmente si può riassumere così: senza una VIA (valutazione di impatto ambientale) è impossibile esprimere una valutazione corretta, capire quali siano i benefici e i costi del progetto, e quindi assumere una posizione di contrarietà. Attendere gli esiti del VIA per poter esprimere una valutazione basata su dati scientifici potrebbe sembrare un atteggiamento di grande buon senso ma in realtà non lo è. Intanto non mi risulta che qualche anno fa, quando un piccolo gruppo di sconosciuti imprenditori presentò un progetto per la costruzione di una centrale eolica off-shore a ridosso dalle coste del Sinis, qualcuno dei succitati politici si sia opposto al movimento popolare di protesta adducendo che bisognava attendere il VIA. Verrebbe quindi da pensare che, dietro al loro invito ad approfondire, più che un attitudine al metodo scientifico ci sia una qualche forma di gradimento verso il progetto della Saras. Detto questo è necessario ricordare che la VIA è una valutazione che si presta a soggettività, errori e che molto difficilmente può inquadrare le ricadute sull’economia del territorio nel suo complesso. Da questo punto di vista la contrarietà della 3A e di tutto il tessuto agro-industriale dovrebbe di per se essere sufficiente a sollevare forti perplessità sul progetto dei Moratti. Questo sia per il peso che queste produzioni hanno sull’economia del territorio e sia perchè se c’è una cosa che solitamente le imprese di successo sanno fare molto bene è valutare i rischi e le opportunità, anche perché generalmente chi vive nel mercato ha le informazioni prima e meglio degli altri. In questo caso le imprese di Arborea ritengono il danno d’immagine derivante dall’insediamento di un impianto estrattivo più probabile e di maggiore impatto rispetto agli eventuali risparmi sul costo dell’energia. E poi ci sono proprio loro, i Moratti, che hanno già mostrato ai sardi quanto son bravi a far passare per ecologico qualcosa che è tutto fuorchè ecologico, anche grazie all’aiuto della sempre generosa macchina burocratica italiana. Si pensi che ogni anni i cittadini pagano fior di milioni affinchè la Saras bruci gli scarti della lavorazione del petrolio producendo energia che non si sa con quale criterio viene assimilata a quella rinnovabile. Ma tutto il fallimento del settore energetico in Sardegna dovrebbe aver insegnato qualcosa; inquinamento, crisi occupazionali e surplus di produzione ma il costo dell’energia in Sardegna ha pochi eguali nel mondo, nonostante i quintali di promesse e rassicurazioni in senso contrario che hanno accompagnato la nascita di ogni impresa energetica. Lasciatemi aggiungere poi una breve considerazione su un esempio che i Moratti stanno utilizzando come cavallo di battaglia per sostenere la compatibilità tra il loro progetto e la realtà produttiva arborense, ovvero la provincia di Parma che è notoriamente un territorio ricco di produzioni alimentari ma al contempo ospita quasi 300 pozzi di estrazione. Mi sono laureato in marketing proprio a Parma avendo per anni come riferimento la realtà industriale presente in quel territorio ma, per ironia della sorte, ho fatto la mia tesi proprio sulla 3A e alla 3A. Conosco quindi abbastanza le due realtà per cogliere le macroscopiche differenze che corrono tra esse. Parma è in effetti una delle grandi food valley d’Europa basata però, più che sull’agricoltura e sull’integrazione tra questa e l’industria, sull’industria di trasformazione. In poche parole a Parma sono bravissimi, molto molto molto più di noi, a trasformare prodotti alimentari e venderli in tutto il mondo. E sono talmente bravi da essere addirittura leader nella produzione di macchinari per l’industria alimentare. Ma Parma acquista la gran parte della materia prima lontano dal suo territorio, sia che si parli di latte, sia che si parli di grano, sia che si parli di carni suine. La cosa emblematica è che, ai tempi in cui preparavo la mia tesi, tra i fornitori di latte della Parmalat vi era proprio la 3A che rivendeva al colosso emiliano una parte del prodotto conferito dai soci tramite il Colvas, un consorzio di proprietà della cooperativa arborense destinato proprio alla vendita del latte prodotto in eccesso rispetto alle capacità di vendita. Insomma per Arborea, che ospita una parte consistente delle lavorazioni agricole a monte del processo industriale, la terra rappresenta un vantaggio competitivo ed è parte importante del core business; per Parma no. Tutto questo dovrebbe far capire quanto sia fuorviante il paragone proposto dai Moratti; non a caso tra i capoluoghi di provincia dello stato italiano Parma è sistematicamente uno dei più inquinati mentre Oristano è sempre tra quelli che lo sono di meno.

Ecco allora che, tornando alle dichiarazioni possibiliste dei nostri rappresentanti, mi viene da pensare che alla base di queste posizioni ci sia la pesante assenza di un modello di sviluppo per questo territorio, di una vision di ampio respiro. Se infatti si condivide l’idea che lo sviluppo industriale sardo passi in buona parte per la valorizzazione delle eccellenze del nostro settore agricolo e che sia necessario lasciarci definitivamente alle spalle la tentazione di importare da fuori modelli incompatibili col territorio e spesso anche con il mercato, beh in questo caso il progetto della Saras potrà ottenere tutti i VIA che vuole, regolarmente rilasciati da rigorosissimi uffici totalmente impermeabili al fascino della famiglia Moratti, ma io sarò sempre profondamente contrario alla realizzazione di quel progetto, semplicemente perchè non è conciliabile col modello di sviluppo che ritengo più appropriato per questa terra. A meno che il modello di sviluppo che molti politici sardi hanno in mente sia molto, molto diverso dal mio. Ma forse la realtà è proprio questa visto che nel tessuto industriale sardo la fabbrica petrol-chimica maleodorante, imbottita di denaro pubblico e spesso rovinosamente precipitata nel dissesto finanziario e occupazionale è la regola, mentre l’integrazione tra industria e agricoltura e il successo imprenditoriale sono purtroppo una rara eccezione. Da difendere e diffondere.

Andrea Nonne

Cappellacci, Keynes e la zona franca in Sardegna.

sabato, 6 aprile 2013

cappellacci-notizie_415368877.jpgQualche giorno fa su Videolina il Presidente Cappellacci, a domanda su come si potessero coprire le mancante entrate derivanti dall’istituzione della zona franca integrale, ha risposto che il moltiplicatore keynesiano dimostra in modo chiaro e inequivocabile che l’esenzione dalle tasse genererà un incremento dell’economia tale da compensare ampiamente le mancate entrate. In teoria ciò che ha detto Cappellacci è possibile, anche se più che citare Keynes avrebbe forse dovuto citare Laffer, ma lasciamo per un attimo il nostro Presidente e il suo sofferto rapporto con la macroeconomia per cercare di capire una cosa importantissima, ovvero quale sia la crescita economica necessaria per compensare le mancate entrate previste nella zona franca richiesta da Cappellacci all’Ue (che ha appena risposto di non essere competente come avevo previsto da subito).

Ricordiamo velocemente che Cappellacci ha richiesto una zona franca integrale con spostamento dell’isola al di fuori del confine doganale europeo. In conseguenza di ciò la Sardegna sarebbe esentata dal pagamento di iva e accise e questo indubbiamente stimolerebbe  l’economia generando aumenti dell’occupazione, delle vendite e degli utili. Questo a sua volta incrementerebbe il gettito derivante dalle imposte sul reddito delle persone e delle imprese. La domanda è se questo aumento sarebbe sufficiente a compensare le entrate che verrebbero a mancare a seguito dell’abolizione di iva e accise. Cominciamo con vedere a grandi linee quali sono le principali cifre in campo. Mi rifaccio ad un documento di previsione delle entrate relative al 2011; le cifre hanno subito leggeri cambiamenti ma questo non influenza la nostra verifica in maniera rilevante. Dunque con un po di approssimazione che semplifica le riflessioni e non influenza le conclusioni la situazione è più o meno questa:

IVA  2 miliardi
ACCISE 700 milioni

IRPEF 2 miliardi
IRES 600 milioni
IRAP 800 milioni

In sostanza per compensare l’ammanco di 2,7 mld derivante dall’eliminazione di iva e accise e necessario che irpef, ires e irap aumentino della stessa misura. Voglio essere ottimista. Ammettiamo che la zona franca di colpo cancelli la disoccupazione anche se la disoccupazione a zero è una condizione pressoché impossibile. Avremo quindi circa 110 mila posti di lavoro in più dall’oggi al domani. Sempre per continuare ad essere molto ottimisti ipotizziamo che ognuno di questi lavoratori percepisca circa 1.900 euro lordi al mese in modo da poter generare un gettito irpef annuo di circa 4.500 euro pro capite. Abbiamo quindi un aumento di irpef pari a 110.000×4500=495 mln di euro. C’è ora da stimare l’aumento di reddito derivante dalle imprese. Supporre un aumento del 30% significherebbe già essere molto ottimisti ma io voglio continuare ad essere super ottimista e quindi voglio sparare un aumento del 50%. Quindi ires e irap aumenterebbero complessivamente di 700 mln mentre per l’irpef è necessario calcolare l’aumento solo sui redditi da lavoro autonomo che, col solito generoso ottimismo, credo si possano stimare in circa 300 mln. Abbiamo quindi ulteriori 150 mln di gettito addizionale. Riassumendo tra autonomi e dipendenti abbiamo un aumento dell’irpef di 650 mln che si sommano a 300 mln di ires e 400 di irap. Quindi in conclusione abbiamo entrate addizionali per 650+300+400=1,35 mld. In pratica pur con queste stime estremamente ottimistiche abbiamo coperto solo metà del gettito mancante. E di ottimismo ce ne è davvero tanto in questi numeri visto che stiamo parlando di un aumento del pil di circa il 15%. Roba da far impallidire la Cina. Aggiungo, per dovere di cronaca, che Cappellacci, contraddicendo quanto ha detto finora, è stato costretto ad ammettere di voler dosare le esenzioni in maniera graduale negli anni. Al di la delle problematiche tecniche insite in un’idea di questo tipo va detta chiaramente una cosa: questa non sarebbe l’istituzione di una zona franca ma una graduale riduzione di alcune imposte con benefici limitati nel breve periodo finalizzata all’ipotetica realizzazione di una zona franca in un futuro non meglio specificato e a condizione che tutto fili liscio, cosa che in economia politica succede raramente, specie di questi tempi e da queste parti.

Questo è probabilmente il motivo per cui chi come me si appassiona da anni al tema della zona franca, per non parlare di chi se ne occupa da decenni, ha immaginato soluzioni diverse, basate quasi sempre su esenzioni fiscali mirate a risolvere i principali problemi strutturali dell’economia sarda, dando finalmente spinta propulsiva alla nascita di un settore produttivo compatibile tanto con il territorio quanto con il mercato. Per quanto mi riguarda faccio notare che da tempo ho proposto la zona franca logistica per risolvere i problemi dei trasporti interni ed esterni grazie ad una complessiva defiscalizzazione dei trasporti; un intervento realizzabile con “appena” 5/600 mln di euro. Con altri 200 mln di euro si potrebbe dimezzare l’ires (escludendo dalle esenzioni le imprese ad elevato impatto ambientale per la gioia della famiglia Moratti) attirando così investimenti di imprese industriali strutturate e profittevoli che rischiano invece di restare escluse dal modello proposto da Cappellacci. Stiamo parlando inoltre di una misura che, contrariamente a quanto afferma qualcuno, potrebbe trovare terreno fertile in Europa, visto che si tratta di una versione moderata delle defiscalizzazioni prevista dall’Ue per risolvere il problema delle isole ultra-periferiche. Sicuramente portare proposte di questo tipo a Bruxelles, magari insieme ad altre isole del Mediterraneo, garantirebbe a Cappellacci figure ben più dignitose di quelle che ha fatto ultimamente inviando in sede Ue proposte chiaramente destinate allo stato italiano (cosa ripeto prevista nel mio articolo dell’ 11 febbraio).*

Chiudo ricordando a Cappellacci che se è in grado di eliminare tutte le imposte dirette senza creare deficit, candidarsi nuovamente alla guida della Sardegna sarebbe poco. Come minimo lo attenderebbero un nobel per l’economia e il ministero del tesoro nel prossimo governo repubblicano statunitense.

Andrea Nonne

* Si ricorda che la creazione di una zona franca fiscale oltre agli stati membri coinvolge maggiormente l’Ue, a differenza delle zone franche previste dal codice doganale che come ha recentemente ricordato Zoutek a Cappellacci sono di competenza degli stati membri salvo per alcuni passaggi amministrativi che comunque è sempre lo stato a dover portare in sede comunitaria.

NB l’area commenti è come sempre disponibile per osservazioni, correzioni, contestazioni nel merito del ragionamento, dei calcoli e delle conclusioni.

Sul carro della zona franca tutte le forze politiche con cetriolone elettorale incluso.

lunedì, 11 febbraio 2013

cetriolone.jpgOggi tutte le principali forze politiche presenti in Sardegna parlano di zona franca. Questo è già di per se un fattore positivo per il quale è doveroso rendere merito ai movimenti per la zona franca. Non mi riferisco ai vertici tecnici del movimento, che anzi a mio avviso sbagliando tutte le interpretazioni legislative sull’iter per la zf alla fine avranno la responsabilità di aver limitato il potenziale dell’azione popolare, ma mi riferisco alla base che con smisurata generosità, impegno e costanza ha fatto si che oggi la zona franca si ritrovi al centro del dibattito politico sardo. E’ importante anzi fondamentale che questa onda di entusiasmo e pressione non si arresti e che il tema della zf sarda non sparisca dal dibattito politico come già è successo tante volte negli ultimi anni e soprattutto è importante che resista alle tante difficoltà presenti in questo percorso che è molto più lungo e difficile di quanto non si stia facendo credere in questi mesi. Un altro fattore che in questi giorni sta giocando il ruolo di megafono per la battaglia è la campagna elettorale con molti politici che sgomitano per salire sul carro della vertenza e altri che di risposta si scagliano addirittura contro l’istituzione della zf in Sardegna per semplice spirito di contrapposizione elettorale.

Ugo Cappellacci con un colpo da maestro degno di Berlusconi sfoggia un pattaccone elettorale degno di quest’ultimo. Invia a Barroso e Monti comunicazione del fatto che in Sardegna è stata appena attivata una zf doganale integrale per la quale richiede all’Ue di spostare la Sardegna fuori dal confine doganale Europeo, un istante dopo dichiara alla stampa che:  ”Ad esito dei lavori dei tavoli tecnici (che ancora non esistono NdA)(…) la Giunta regionale delibererà la proposta di perimetrazione dei punti franchi e la inoltrerà al Governo della Repubblica per gli adempimenti conseguenti”. In due parole Cappellacci ha fatto un gioco di prestigio di questo tipo: con una mano ha raccolto la proposta dei movimenti e ha mandato all’Ue una comunicazione di attivazione della zf integrale all’Ue, comunicazione priva di qualsivoglia valore, tanto che lo stesso Cappellacci con l’altra mano è corso dai giornalisti ad affermare che, oltre ad una generica attività di trattativa con lo Stato Italiano di cui finora non si è avuta nessuna notizia:

- nessuna delibera è stata firmata;
- il lavoro di perimetrazione non è ancora cominciato;
- la zf sarda non sarà integrale ma sarà limitata ai sei porti previsti nel Dl 75/98;
- la delibera una volta completata, sarà inviata allo stato italiano e non all’Unione Europa.

A questo punto verrebbe da chiedersi se la richiesta di zf sia da inviare direttamente all’Ue o se non sia previsto prima un passaggio a carico dello stato italiano. Purtroppo, qualsiasi sia la zf che si vuole ottenere, sia l’art 12 dello statuto sardo, sia il Dl 75/98, sia l’art 155 del reg. ce 450/2008 e sia l’art 108 del Tfue indicano in maniera chiare e inequivocabile che il soggetto competente ad interfacciarsi in sede comunitaria è lo stato e non la regione. Qualsiasi altra interpretazione legislativa, come quelle che danno valore istitutivo alle delibere comunali o che danno rilevanza alla data del 24 giugno 2013 (i più esperti avranno notato anche su questo punto la “furbata” di Cappellacci), non trova nessun riscontro legislativo a suo sostegno. Cappellacci tuttavia ha provato a cavalcare a fini chiaramente elettoralistici il tema provando ad offuscare il fatto che, dopo aver promesso di adempiere ai vari passaggi nel 2009, nulla ad oggi è mai stato fatto dalle sue giunte in questi anni e che nel suo consiglio giace da diversi mesi una buona risoluzione depositata dai sardisti che la sua maggioranza non ha ancora preso in considerazione.
Ma Cappellacci non è solo. Pare infatti che Tremonti e Maroni abbiano promesso di voler realizzare in Sardegna la zf integrale per l’Italia. Riguardo a Tremonti chi ha seguito la cronaca politica dovrebbe avere pochi dubbi sul fatto che, oltre ad essere il maggiore responsabile dello sfascio italiano degli ultimi 12 anni, è stato probabilmente uno dei ministri più disinteressati e scorretti nei rapporti con la Sardegna. L’estenuante vicenda della vertenza entrate durante il suo dicastero dovrebbe aver chiarito a tutti i sardi che è assurdo attendersi addirittura dei vantaggi da chi si è reso colpevole di aver violato i più elementari diritti di lealtà e correttezza nei rapporti stato-regione.
Poco da dire anche su Maroni e gli altri leghisti se non che nel caso dovessero davvero combattere per la zf sarda troverebbero un esercito di padani infuriati che armati di forcone marcerebbe su Roma per chiedere la loro testa. Infatti Maroni la zf la sta si proponendo ma non per la Sardegna bensì per il Nord; giusto un mese fa.
Anche il Movimento 5 stelle in Sardegna si è mosso parecchio per la zf. Ma nulla risulta nel loro programma elettorale a riguardo. E’vero che gli attivisti sardi hanno prodotto un volantino elettorale che ha la zf tra i suoi punti ma visto che il tema necessità di passaggi cruciali in parlamento un movimento unionista come il 5 stelle dovrebbe inserire la proposta nel programma generale se vuole avere un minimo di credibilità. Come ho già detto quello tra i politici italiani e la zf sarda sembra un amore impossibile, sia perché l’Italia è uno degli ultimi paesi al mondo a potersi permettere nuove zf, sia perché la Sardegna è l’ultimo posto dove i politici italiani hanno convenienza elettorale ad istituirle. Per questo occorre una notevole dose di sovranità nel parlamento sardo per raggiungere l’importante traguardo.
Registriamo anche una proposta dell’ultima ora a firma di alcuni consiglieri regionali di Pd, Sardegna è già Domani, Idv e Gruppo Misto. Anche in questo caso credo che l’improvviso risveglio pre-elettorale si commenti da se.

Ma se vogliamo, le dichiarazioni più agghiaccianti arrivano da quei politici che per mero spirito di contrapposizione sono intervenuti contro Cappellacci in maniera tanto scomposta e disarticolata da apparire contrari in senso assoluto all’idea della zf in Sardegna. Cominciamo con l’eurodeputato Giommaria Uggias che dichiara di ritenere il documento di Cappellacci carta straccia ma subito dopo afferma in maniera sorprendente che in Italia le uniche zone franche riconosciute sono Livigno e Campione d’Italia. Ovviamente tutti sanno che ciò non è vero e le affermazioni di Uggias, prive di controproposta alcuna, lasciano intendere una contrarietà assoluta alla zf sarda.
Ancora peggio secondo me fa l’eurodeputata Pd Francesca Barracciu che si impelaga in un improbabile discorso dove nomina Canarie e Azzorre affermando che la situazione sarda non consentirebbe di attuare misure di fiscalità di vantaggio. Peccato che Canarie e soprattutto Madeira siano tutt’altro che minuscole parti di terra distribuite nell’ oceano. Si tratta di isole che hanno una densità abitativa ben superiore a quella della Sardegna e alla luce delle ultime rilevazioni Eurostat mostravano un reddito pro capite ben maggiore di quello sardo (Madeira addirittura ha un vantaggio di circa il 25% su dati del 2009 quando la giunta di cui faceva parte la Barracciu aveva appena finito il suo mandato e anche la disoccupazione al 2011 a Madeira era sensibilmente più bassa che in Sardegna). Ma soprattutto Madeira ha una distanza dalle coste dell’europa continentale che è si maggiore di quella della Sardegna ma non così tanto come vorrebbe far credere la Barracciu. Per intenderci la distanza di Madeira dalla costa continentale europea è molto più simile a quella della Sardegna che non a quella dei dipartimenti d’oltremare francesi con cui l’isola portoghese condivide lo speciale regime di deroga dell’art 349 tfue, che è proprio la base legislativa della zf di tutti questi territori. Inoltre la Barracciu restituisce un’idea molto semplificata della disciplina sugli aiuti di stato che in realtà non si basa solo sulle miglia marine ma rende compatibili gli aiuti di stato per territori “ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione”. Quindi l’ipotesi di far operare in Sardegna una zf autorizzata in deroga all’art 107 del tfue è tutt’altro che fantascientifica e da un eurodeputato sardo ci si aspetterebbe un atteggiamento più lungimirante rispetto ad una visione che sacrifica tutto al dibattito per le prossime elezioni. Italiane.

Andrea Nonne

Zona franca in Sardegna e politici italiani. Un amore impossibile.

mercoledì, 28 novembre 2012

beppe-grillo-2581.jpgE’ una vecchia storia. Quando un partito, movimento, personaggio politico o quant’altro dall’Italia cerca di far breccia in Sardegna solitamente pesca dal repertorio del sardismo e/o dell’indipendentismo. Quante ne abbiamo viste? Bilinguismo, flotta sarda, storia e cultura sarda, lo stesso Statuto di autonomia e tanto altro sono figli di questo schema.

Passa il tempo ma la minestra resta sempre la stessa anche perché ricetta che vince non si cambia e i politici italiani e unionisti, molto più abili di quelli sardisti/indipendentisti nel marketing politico, hanno capito benissimo che per abbindolare i sardi non c’è niente di meglio che abbinare i temi dell’autogoverno al fascino mediatico del gossip politico italiano. Non deve quindi meravigliare che sia Giulio Tremonti, all’indomani della presentazione del suo nuovo movimento 3L, sia alcuni movimenti facenti parte del 5 Stelle di Grillo, prossimo a presentarsi per la prima volta alle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale, si stiano in questi giorni buttando a capofitto su un’idea sardista di inizio novecento, ovvero la zona franca.

Su Tremonti c’è poco da discutere, ha occupato il Ministero dell’Economia e delle Finanze per oltre sette degli ultimi undici anni e in questo lungo lasso di tempo mai una sola volta ha pronunciato la frase “zona franca in Sardegna”. La sua quindi è semplicemente una versione elevata al cubo della sfacciataggine sui cui si basa la tipica retorica dei politici italiani in Sardegna.

Un po più complesso, ma non più di tanto, il discorso da fare sul Movimento 5 stelle. Qui si potrebbe pensare ad un movimento che lavora per portare benefici al proprio territorio e da questo punto di vista il solo fatto che questi cittadini si accodino a chi da tempo si batte per questo tema è positivo. Tuttavia osservando il modo in cui stanno affrontando la questione, l’impressione che si ha è quella di un’azione confusa e frenetica, tesa principalmente ad associare il tema della zona franca al simbolo di 5 stelle e/o del movimento collegato. Mi spiego meglio: i grillini sono gli ultimi arrivati in tema di zona franca visto che la questione è portata avanti da sempre da alcuni movimenti e partiti indipendentisti tra cui il Psd’Az che in questi mesi ha portato più volte il tema all’attenzione del dibattito in consiglio regionale. Per cavalcare il tema in maniera originale e legittimare la forza con cui si stanno muovendo serviva un pretesto e il pretesto l’hanno trovato in un’autentica bufala che si può sintetizzare così: “da giugno 2013 sara’ impossibile realizzare nuove zone franche in Europa  in quanto scadrà il Trattato di Lisbona  e saranno vietati gli aiuti di stato” (secondo altre interpretazioni della bufala la scadenza di giugno 2013 è legata all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che vieterà gli aiuti di stato). Ora, come è noto, il Trattato di Lisbona è in vigore dalla fine del 2009 e da allora vieta gli aiuti di stato fra cui rientrano ovviamente anche le zone franche. La scadenza del giugno 2013 riguarda un regolamento comunitario doganale e la sua interpretazione su ciò che interessa a noi è quantomeno controversa se è vero che è stata contestata addirittura da Mario Carboni, a mio avviso il maggior esperto sul tema della zona franca in Sardegna. Ma anche se l’interpretazione che si sta dando dell’art 188 del regolamento CE 450 fosse corretta, lo stesso avrebbe effetto solo per l’attuazione di una zona franca doganale. Ciò che ha suscitato il panico è il fatto che un’ interpretazione di questo tipo andrebbe a inficiare di fatto il Dl 75/98 del governo italiano che istituì in Sardegna sei punti franchi portuali. Tuttavia se si ha idea di quali siano gli orientamenti comunitari sottostanti all’approvazione di una zona franca si dovrebbe nutrire ben poca fiducia in quel decreto. Infatti il Dl 75/98 è stato approvato dal governo italiano in virtù del fatto che applica l’art 12 dello statuto di autonomia che è legge di rango costituzionale, ma a Bruxelles tutto ciò non ha valore visto che la Ue rende possibile una zona franca non perché lo stabilisce la costituzione di uno stato membro ma perché ritiene che il territorio interessato detenga particolari requisiti di perifericità, insularità e  disagio economico. E anche se così non fosse bisogna ammettere che la scadenza del giugno 2013 appare davvero troppo vicina perché si possa sperare di portare a termine una procedura così complessa con così tanti livelli istituzionali coinvolti. Da notare poi che all’interno del movimento si è creata una serie di posizioni quanto meno contrastanti l’una con l’altra: c’è chi infatti ha portato avanti la bufala in piena regola, chi si è mantenuto un pò più prudente e chi qualche giorno fa sembra finalmente aver inquadrato i termini della questione. Difficile a questo punto capire quali siano le intenzioni del movimento 5 stelle in termini di zona franca ma lasciatemi dire che, trattandosi di una forza italiana, perché la proposta di una zona franca in Sardegna sia credibile questa dovrebbe essere adottata dai vertici del movimento. In conclusione stupisce che chi proclama il nuovo a tutti i costi e fa della critica radicale ai partiti il proprio cavallo di battaglia cerchi di associare la propria immagine ad una proposta di 90 anni fa che è figlia di un partito che più partito non si può. Magari loro diranno che la politica sarda in tutti questi anni non è riuscita ad ottenere la zona franca nonostante lo statuto sardo del 48 e il decreto italiano del 1998 e su questo sono totalmente d’accordo, la politica sarda unionista in questa vicenda più che in qualsiasi altra ha mostrato tutta la sua scandalosa inadeguatezza. Ma stando a quanto ho appena scritto dubito fortemente che loro saprebbero fare meglio.

Andrea Nonne

Leggi la mia proposta di Zona Franca Logistica per la Sardegna


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