Archivi per la categoria ‘Economia’

Sorpresa in Catalogna. L’indipendenza non spaventa le borse e i mercati.

lunedì, 26 novembre 2012

borsa-madrid.jpgNonostante tutti gli scenari catastrofici dipinti da autorevoli analisti economici, finanziari e politici, all’indomani dell’affermazione delle forze indipendentiste catalane sui mercati finanziari non è successo assolutamente niente. Il principale indice spagnolo, l’Ibex 35, registra un modesto calo di 0,44%, perfettamente allineato alla tendenza ribassista in corso da fine settembre su molte borse europee oltre che inferiore a quelli che in giornata si son registrati su Parigi, Milano e Londra. Conferme in questo senso arrivano anche dall’euro, che non perde tonicità rispetto al dollaro, e dallo spread bonos/bund sostanzialmente invariato.

Ora tutto si può dire dei mercati finanziari tranne che siano inclini ad ignorare i rischi derivanti dai mutamenti della politica, mentre è semmai vero il contrario visto che spesso tendono a cadere sotto ondate di panico che si rivelano presto eccessive. Oggi è quindi apparso in maniera evidente che i mercati sono indifferenti al fatto che in Europa nascano nuovi stati e che quelli esistenti modifichino i loro assetti. La cosa appare abbastanza scontata visto che gli investitori sono persone notoriamente pragmatiche che badano ai contesti macroeconomici e alla qualità delle imprese piuttosto che alle nostalgie ottocentesche dei centralismi europei.

Non importa quindi se un’economia appartiene ad un grande stato o ad una piccola repubblica, ciò che importa è la vitalità del suo tessuto produttivo e la qualità delle politiche economiche che di volta in volta si mettono in campo. Le balle sparate ai quattro venti sui rischi dell’affermazione indipendentista in Catalogna, fanno perfettamente il paio con tutta quella letteratura pseudo economica che vorrebbe una Sardegna indipendente dall’Italia come uno staterello destinato a morire di fame. E visto che non ho voglia di rispondere alle solite obiezioni, anticipo a chi dirà che la Catalogna è più ricca della Sardegna che se questa fosse la discriminante il crollo da panico avrebbe dovuto riguardare la restante parte dello stato spagnolo, ma di questo come abbiamo visto non c’è stato neanche il minimo accenno.

Andrea Nonne

Ma la Flotta Sarda è davvero un carrozzone?

domenica, 30 settembre 2012

flotta-sarda.jpg La giunta Cappellacci istituisce la Flotta Sarda e scoppia la polemica. Secondo l’opposizione, parte della stampa e alcuni critici sarebbe un carrozzone; il costo per le casse pubbliche, programmato in massimo di 20 milioni di euro annui, sarebbe infatti eccessivo.

E’ veramente cosi? Vi potrei dire che 20 milioni di euro, circa lo 0,08 del Pil sardo, è una cifra veramente magra nel bilancio di un’ economia come quella sarda. Ad esempio il comune di Oristano spende oltre 8 milioni per pagare i suoi dipendenti e sempre a Oristano nel 2011 la Asl locale ha generato perdite per 14 milioni.

Vi potrei dire che quei 20 milioni di uscite, genereranno diversi milioni  di entrate sia come gettito fiscale che come consumi e che in tempi di recessione un centro sinistra che predica un’ austerity così radicale va palesemente contro il pensiero economico progressista che in questi anni, a causa della crisi globale, vive una straordinaria riscoperta delle teorie keynesiane.
Allo stesso modo potrei scrivere  di tutte le disquisizioni di natura economica che si stanno facendo, dimenticando che nei trasporti sardi si registra un fallimento del mercato grande quanto un palazzo. E non voglio nemmeno ricordare che l’operazione comprende uno stanziamento per consentire ai giovani dai 14 ai 27 anni di viaggiare gratis. Gratis.

Potrei dirvi tutto questo ma preferisco dirvi un’ altra cosa. La Flotta Sarda costerà 20 milioni di euro all’anno. Il Consiglio regionale della Sardegna nel 2011*, se si considerano i soldi percepiti dai membri di consiglio e giunta e i contributi per i gruppi consiliari, è costato più o meno la stessa cifra. Eppure, da che ne abbia memoria, la principale difesa a favore delle vergognose cifre del consiglio sarebbe proprio la loro bassa incidenza sul bilancio pubblico. Difesa che ho sentito sbandierare tanto dalla destra quanto dalla sinistra, che oggi grida al rischio default per il noleggio di sei navi. Ma in realtà una grossa differenza tra i soldi spesi per pagare il nostro consiglio e quelli destinati alla nostra flotta c’è. Se le spese del consiglio fossero ridotte a un quarto dell’attuale cifra, né la qualità della politica né l’andamento dell’economia ne risentirebbero; anzi. Provate a ridurre le navi della Flotta Sarda da sei a due e le rotte da tre a una e poi andate a misurare gli effetti sul turismo.

Andrea Nonne

* dal 2011 sono stati fatti alcuni tagli agli emolumenti dei politici, ma essi sono talmente bassi che in realtà quasi non ce ne siamo accorti. 

Con lo scalo merci un’ occasione storica per Fenosu e la provincia di Oristano

domenica, 23 settembre 2012

decollo.jpgSe potessi farvi vedere  una cartina o un grafico della distribuzione dell’industria in Sardegna e nei dintorni di Oristano, avreste subito evidenza di una cosa:  nei dintorni di Oristano si riversa un’ enorme fetta della produzione industriale alimentare* sarda. E’ sufficiente rivolgere l’occhio ad imprese come 3A, Cao, Gruppo Cellino, Riso della Sardegna, Ondulor e Martini per farsi un’ idea in proposito. La questione quindi è capire il perché la produzione alimentare sarda si sia concentrata nei dintorni di Oristano, territorio che negli altri settori industriali ha mostrato una capacità di attrarre investimenti inferiore persino a quella del resto della Sardegna. Inoltre queste imprese mostrano, chi più chi meno, una capacità di reazione e adeguamento all’attuale crisi molto maggiore rispetto a quella di tante grandi aziende le cui drammatiche vicende occupano da anni le prime pagine dei nostri quotidiani; anche questo è un dato che pone diversi interrogativi. Se da un lato è vero che dietro alle vicende di un’impresa agiscono sempre diverse concause è altrettanto vero che Oristano presenta dei rilevanti vantaggi logistici per queste imprese che hanno l’esigenza di concentrare la produzione per conseguire indispensabili economie di scala, ma al contempo si trovano di fronte all’esigenza di dover distribuire i loro prodotti su tutto il territorio sardo. Non a caso infatti, le trasformazioni avvenute nei mercati del largo consumo tra gli anni ‘80 e ‘90 sono coincise con un importante periodo di crescita di molte delle aziende succitate che hanno in diversi casi raggiunto addirittura forme di dominio monopolistico. Il caso più emblematico a riguardo è quello del lattiero-caseario vaccino che, verso la metà degli anni ‘90, era caratterizzato da una manciata di piccole aziende, tutte gravate da grosse complicazioni finanziarie. Era evidente che nessuna di quelle imprese poteva sopravvivere a lungo in quelle condizioni ma era altrettanto evidente che il mercato sardo era troppo ghiotto per poter restare scoperto. L’incidenza dei costi di trasporto su prodotti caratterizzati da prezzi molto bassi rispetto ai volumi, come appunto sono gli alimentari di largo consumo, fa infatti della Sardegna una nicchia ben protetta dalla concorrenza esterna. Qui sta il punto centrale della questione; in mercati con queste caratteristiche detenere un vantaggio logistico significa spesso trovarsi in una posizione di vantaggio competitivo strategica e spesso decisiva. Cosi fu la 3A di Arborea a spuntarla sugli altri competitors del vaccino, diventando nel giro di pochi anni il colosso che tutti oggi conosciamo, con buona pace di coloro che in quegli anni definivano un suicidio far fare al latte il doppio tragitto mungitura/impianto-impianto/punto vendita.

Ma perchè, in un post dedicato a Fenosu, sto facendo una storia dell’industria oristanese? Semplicemente perché le storie di successo di queste imprese dimostrano che nello scenario commerciale sardo Oristano ha un vantaggio competitivo nelle logistica. Questo perché le imprese hanno bisogno di concentrare la produzione, lo stoccaggio e altre fasi della loro filiera per raggiungere determinate dimensioni; al di sotto di queste infatti è molto difficile stare nel mercato e, per chi deve poi distribuire i propri prodotti in tutta la Sardegna, il luogo migliore in cui concentrare le attività è un luogo che gode di centralità. Oggi molti oristanesi vedono un declassamento nell’utilizzo dell’aeroporto di Fenosu come scalo merci in quanto il sogno di far esplodere il turismo grazie ai vettori low cost, ripetendo la felice esperienza algherese di qualche anno fa, ha fatto nascere nei cittadini ambizioni e aspettative a mio avviso parecchio slegate dalla realtà. Infatti il turismo, oltre all’aeroporto, necessita di tutta una serie di assets che nel nostro territorio latitano, come un’adeguata capacità ricettiva, pianificazioni strategiche consolidate e destinazioni di notevole notorietà. Insomma Oristano non è Alghero e non può raggiungere determinati livelli quantitativi e qualitativi dall’oggi al domani. Nella logistica e nel trasporto merci invece Oristano ha delle potenzialità immediatamente spendibili che potrebbero generare in tempi brevi ricadute economiche utili anche per altri settori. Un aeroporto capace di stare in piedi grazie alle merci offrirebbe infatti al turismo la possibilità di sperimentare gradualmente e senza troppi affanni e responsabilità il potenziale dello scalo, cominciando magari con voli charter e linee stagionali, che permetterebbero alla ricettività di crescere insieme agli arrivi e viceversa.

Ora come sempre la palla passa alla politica. In primis perchè sarà fondamentale verificare e vigilare sulle effettive intenzioni della Sogaer, ente gestore dello scalo di Elmas. Per quanto infatti possa sembrare remota e assurda, l’ipotesi che vuole Cagliari interessata allo scalo oristanese solo per neutralizzare un potenziale concorrente sul versante merci non è fantascientifica. In secondo luogo la politica dovrebbe cercare di attivare quelle potenzialità da tempo inespresse nel territorio. Non dimentichiamo infatti che l’idea di sfruttare a fini logistici e commerciali la centralità di Oristano è vecchia di decenni, figlia di politici ben più lungimiranti dei loro successori. Ecco che allora, se davvero si realizzasse lo scalo merci aereo a Fenosu, gli amministratori troverebbero nel territorio altri strumenti per tentare un rilancio fino a poco tempo fa impensabile; mi riferisco al porto industriale, da declassificare in modo da poter accogliere tutte le merci e ad un decreto legge del 1998 che indica Oristano come zona franca portuale. Due misure già impostate, due opportunità per troppo tempo lasciate in un cassetto che oggi potrebbero creare, insieme all’aeroporto, una sinergia vincente per fare di Oristano il cuore logistico della Sardegna, generando occupazione e ricchezza quanto mai urgenti per invertire un trend negativo che non sarà sostenibile ancora a lungo.

Andrea Nonne

* Il ragionamento è allargabile a produzioni collegate a quelle alimentari e a tutto il grocery.

La nuova bolla speculativa americana che terrorizza Obama e il mondo. Urge una Tobin Tax globale

martedì, 13 marzo 2012

wsjsp.gif Questa grafico mi mette i brividi ogni volta che lo guardo perchè mostra il folle livello di crescita della borsa americana negli ultimi mesi. Infatti, mentre l’economia reale continua a soffrire le pene dell’inferno in quasi tutto l’occidente, il Dow Jones ha raggiunto i valori pre-crisi subprime dell’estate 2008 mentre il Nasdaq ha superato già da un pezzo il suo massimo degli ultimi 10 anni trainata dalla crescita vertiginosa di titoli come Apple che è vicina a triplicare il suo valore pre-crisi. Ora mentre tanti economisti filosofi dell’ottimismo si perdono in deliranti previsioni di crescita infinita ( ma non preoccupatevi sono gli stessi economisti che non avevano previsto nè  la bolla della new economy nè quella dei mutui nè la crisi estiva dei debiti sovrani) io sono certo che siamo di fronte ad una nuova bolla e pure bella grossa. Le leggi che regolano i mercati azionari vogliono infatti che ad ogni massimo segua un minimo e che più è ripida e lunga la salita più lo sia la successiva discesa. Questa divergenza tra l’economia reale e l’euforia degli indici borsistici unita al fatto che da diverse sedute gli stessi sono fermi e indifferenti a qualsiasi notizia (in gergo borsistico si muovono in laterale) non lascia dubbi in proposito: stiamo assistendo alla classica quiete prima della tempesta.

In questa situazione gli scenari ribassisti che realisticamente si possono ipotizzare sono due: uno moderatamente ottimista e l’altro decisamente pessimista. Nello scenario moderatamente ottimista Wall Street stornerà gradualmente la sua euforia mantenendosi su livelli comunque elevati, ma raffredderà l’attuale spinta propulsiva e tenderà a riavvicinarsi alle condizioni di un’ economia reale che comunque sembra fuori dalla fase più critica. Nello scenario decisamente pessimista la borsa americana crollerà rovinosamente all’annuncio di una brutta notizia, tipo un aggravamento delle tensioni in Medio Oriente o il fallimento di una big company, trascinando nuovamente nel baratro l’economia mondiale. Queste previsioni son valide almeno sino a novembre quando gli Usa andranno al voto. Nella prima ipotesi infatti Obama avrebbe gioco facile vista le debolezza degli sfidanti repubblicani e alla luce dei piccoli ma continui progressi dell’economia americana, mentre nella seconda ipotesi vedrebbe le sue speranze ridotte al lumicino perchè non avrebbe nessuna possibilità di arginare le critiche di quella intellighenzia progressista che non ha digerito la generosità mostrata dal presidente nei confronti delle banche americane che tante colpe hanno avuto nella crisi subprime del 2008.

Ma proprio la rielezione di Barack Obama è fondamentale perchè potrebbe realizzare una convergenza atlantica intorno alla Tobin Tax ovvero una piccola tassa sulle transazioni finanziarie che avrebbe un duplice benefico effetto: stabilizzare gli andamenti delle borse limitando la speculazione e generare un gettito di svariate decine di miliardi da destinare al rafforzamento dell’economia reale. Stabilizzare la borsa, riducendo l’ampiezza e la velocità con cui i prezzi oscillano, potrebbe limitare quei terribili effetti di dipendenza psicologica che sempre più l’economia reale mostra nei confronti della finanza. D’altro lato se le risorse derivanti dalla nuova imposizione fiscale fossero destinate a rafforzare l’economia reale, promuovendo investimenti, innovazione e consumi da parte dei cittadini più deboli, il valore delle borse potrebbe trarne beneficio nel medio termine. In Europa ormai il fronte pro Tobin Tax è ogni giorno più forte e compatto e vede in prima linea nomi come quello di Sarkozy, Barroso, Monti, Rehn e Merkel ma tutti sono consapevoli che una riforma di questo tipo ha bisogno della partecipazione degli Stati Uniti. Se infatti fosse solo l’Europa ad applicare la misura, con tutta probabilità si assisterebbe ad una fuga di capitali verso l’altra sponda dell’Atlantico con ripercussioni per l’economia del vecchio continente. La condivisione Ue-Usa sarebbe quindi il prerequisito minimo per una svolta epocale come questa e sarebbe auspicabile pure un allargamento alle principali piazze finanziarie asiatiche.

Ma cosa pensa Obama della Tobin Tax? Inizialmente sfuggente quando non scettico avrebbe, secondo alcuni analisti, cominciato a prendere in seria considerazione l’idea. I motivi di questo cambio di prospettiva sono proprio da ricercarsi nella mostruosa crescita dei listini americani di cui ho parlato all’inizio. Quando Obama è stato eletto Presidente, in piena crisi finanziaria, si è mostrato molto clemente nei confronti della finanza, cosa che da un lato ha attirato le critiche di diversi opinionisti liberal di spicco come Joseph Stiglitz e dall’altra si è rivelata col tempo totalmente ingiustificata in quanto la finanza statunitense si è ripresa molto più prontamente dell’economia reale gonfiando la poderosa bolla su cui Obama cerca oggi di stare in equilibrio. Ovviamente annunciare una misura di questo tipo ora, a otto mesi dal voto, sarebbe una decisione azzardata in quanto una reazione negativa della borsa nel breve periodo è da mettere in conto e, come abbiamo visto sopra, potrebbe costare l’elezione a Obama, che d’altro canto però dovrebbe aver imparato la lezione e nel 2013, in caso di vittoria, potrebbe decidere di mettere mano a questa riforma così importante per le sorti dell’economia mondiale.

Andrea Nonne

Per i trasporti sardi la soluzione è in Europa

lunedì, 27 febbraio 2012
Segue da Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia
 

5219253-aereo-viaggiare-in-europa-mappa-royalty-free-off-un-sito-web-del-governo.jpgVoglio qui illustrare quella che a mio avviso è la vera soluzione del problema trasporti specificando che si tratta del punto di arrivo di un percorso lungo e articolato. Si tratterebbe di defiscalizzare tutte le attività connesse ai trasporti da e per la Sardegna, oltre a quelli interni, una sorta di zona franca logistica che vada a investire tutto ciò che in Sardegna rappresenta mobilità, dagli aerei alle bici passando per i servizi portuali, il carburante e i taxi. Una misura di questo tipo aumenterebbe la redditività di queste attività e di conseguenza il numero delle imprese concorrenti, cosa che determinerebbe automaticamente un aumento dell’offerta e una riduzione dei prezzi per gli utenti. C’è da dire che l’Unione Europea, per tutelare il corretto funzionamento della concorrenza, vieta gli aiuti di Stato a imprese e settori e di fatto la misura appena descritta risulterebbe a prima vista incompatibile con l’art 107 del Tfeu. Ma la storia non finisce necessariamente qui perchè l’art 107 ammette delle deroghe. Non viviamo infatti più nell’800 dove i principi economici venivano concepiti come verità assolute e quindi se la UE si è voluta dare una regolamentazione fortemente liberoscambista ha ovviamente previsto delle deroghe per i cosiddetti “fallimenti del mercato” ovvero quelle situazioni in cui i mercati non sono in grado di garantire in maniera efficiente ed efficace la produzione di beni e l’erogazione di servizi. In particolare lo stesso Tfeu disciplina, all’art 349, riguardo alle deroghe concesse ad alcuni territori proprio in virtù di una situazione economica resa difficile da caratteristiche quali distanza, insularità e ridotte dimensioni. Si avete letto bene, insularità, e se è vero che alcuni di questi territori vivono situazioni troppo diverse dalla Sardegna per poter azzardare un paragone, risulta interessante andare ad analizzare la situazione della Canarie spagnole e di Madeira. Queste due isole, distanti dall’Europa continentale non così tanto più della Sardegna, da decenni beneficiano di un regime fiscale agevolato che consente loro di avere un’economia florida e vivace. Inoltre la Ue, grazie ad una specifica disciplina,  ha fatto si che i vantaggi fiscali si indirizzassero realmente verso le esigenze economiche del territorio evitando così il rischio  di creare paradisi fiscali. La Sardegna è sicuramente meno svantaggiata di questi due territori dal punto di vista della distanza, essendo al  centro del mediterraneo, ma il fallimento del mercato nei collegamenti con l’Europa continentale, così come nei trasporti interni, è evidente e palesato da tutta una serie di disagi e inefficienze. Ecco quindi che una zona franca logistica potrebbe essere un buon compromesso tra la necessità di risolvere i problemi legati all’insularità e la difficoltà di ottenere una zona franca totale in un momento così difficile per le finanze europee. Del resto c’è da dire che oggi l’attuale continuità territoriale non è certo gratuita per le casse pubbliche e se si pensa anche al perenne stato di perdita dei vettori aerei e navali, con un pò di ottimismo si potrebbe ipotizzare di coprire il mancato introito fiscale sia tramite i risparmi degli attuali incentivi sia grazie agli effetti positivi sul turismo e sull’economia sarda in genere. Presentata in questo modo la zona franca logistica potrebbe rappresentare una possibilità concreta per l’Europa di risolvere un fallimento del mercato senza interventi pubblici diretti. Del resto proprio il Psd’Az ha sottolineato la disparità di trattamenti che scontiamo in Europa sui trattamenti fiscali compensativi dello status di insularità; si tratta quindi di dare centralità all’approccio europeo, cominciando a sostituire i collegamenti verso rotte secondarie come Napoli e Verona con quelli verso le principali capitali europee.

Andrea Nonne

Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia

lunedì, 27 febbraio 2012

flotta-sarda.jpgLa Flotta sarda è sicuramente la migliore iniziativa intrapresa dall’esecutivo Cappellacci.  Pur essendo convinto che esistano soluzioni strutturali in grado di risolvere il problema in maniera migliore e pur non amando le iniziative industriali a capitale pubblico ritengo che sia da apprezzare l’intraprendenza della giunta e l’esercizio di sovranità che un’ azione di questo tipo inevitabilmente richiede. Riconosco nel Psd’Az e nell’Assessore Solinas i principali artefici della brillante iniziativa che non a caso ha le sue radici nel sardismo. Tuttavia, proprio alla luce della tradizione politica del Psd’Az, non si capisce come mai l’attenzione dell’Assessore ai trasporti sembri rivolgersi esclusivamente ai collegamenti con l’Italia tralasciando di fatto la gravissima situazione dei collegamenti tra la Sardegna e il resto del mondo, situazione che si aggrava ulteriormente se si concentra l’attenzione sui paesi mediterranei più prossimi a noi. Eppure, nonostante il sardismo abbia fatto dell’integrazione europea uno dei capisaldi della propria politica sin dai primi anni venti, nessuna delle navi della flotta sarda sarà destinata ad un collegamento con Barcellona, Marsiglia, Algeri o Tangeri (il Marocco sta diventando una piccola Cina mentre i nostri politici continuano a chiedere i soldi a Roma) e anche sul fronte aereo l’orientamento è quello di concentrare tutte le risorse sui collegamenti con l’Italia, così come la giusta polemica di questi giorni sulla continuità territoriale per le merci che vede Maninchedda in prima linea rischia di avere la stessa carenza.

Ora è si vero che ad oggi il traffico di persone, merci e capitali da e per la Sardegna ha come sponda principale l’Italia, ma la ragione di ciò risiede prevalentemente nel rapporto di sudditanza che ci portiamo dietro dai tempi di Cavour. Difatti i rapporti di scambio tra Italia e Sardegna ha negli anni assunto i tratti tipici della dipendenza; esportiamo materie prime, sole, vento, cervelli, forza lavoro e importiamo prodotti finiti, mode, reti commerciali pre-confezionate e modelli di consumo. Il cordone ombelicale, ben poco nutriente a dir la verità, che ci unisce all’Italia ha come effetto principale la cancellazione della nostra terra dal mondo. A chi spetterebbe dunque, se non ad un partito indipendentista e sardista, il compito di spezzare questa catena? Inoltre una delle leggi elementari dell’economia spiega come la concentrazione su un solo mercato/paese costituisca una condotta estremamente rischiosa e negli ultimi tempi questo semplice principio è stato drammaticamente dimostrato più volte. Se infatti la politica industriale, privata e pubblica, dell’ovino negli scorsi decenni avesse compiuto qualche sforzo in più verso i mercati europei, non avremmo assistito al collasso economico di un intero settore nel momento in cui il rafforzamento dell’Euro sul dollaro ha colpito le esportazioni del grattugia verso gli Usa; una strategia mono prodotto/mono mercato che ci è costata tanto e che ancora tanto ci costerà nel turismo, laddove l’enorme concentrazione di flussi dall’Italia ci obbligherà nei prossimi anni a fare i conti con un mercato fortemente penalizzato dalle pur necessarie manovre correttive di bilancio. Mi auguro che il Psd’Az, il cui operato in questo ambito resta comunque ampiamente soddisfacente, intervenga subito in questo senso con efficaci politiche finalizzate all’(re)integrazione della Sardegna nel Mediterraneo.

Andrea Nonne

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Caro politico dell’oristanese; riporta i Giganti di Monte ‘e Prama a Cabras e dai un futuro al tuo territorio.

domenica, 5 febbraio 2012

gigantimonteprama1.jpgAlla cortese attenzione di:

On. Oscar Cherchi e On. Angela Nonnis, Assessori della Regione autonoma della Sardegna;
On. Attilio Dedoni, On. Mario Diana, On. Domenico Gallus, On. Sergio Obinu, On. Gian Valerio Sanna e On. Antonio Solinas, Consiglieri della Regione Autonoma della Sardegna;
On. Caterina Pes Deputata del Parlamento Italiano;
tutti i membri della Giunta e del Consiglio provinciale di Oristano;
tutti i Sindaci, Assessori e Consiglieri delle amministrazioni comunali della provincia di Oristano e in particolare quelli dei comuni di Oristano, Santa Giusta, Riola Sardo, Nurachi, Zeddiani, Baratili San Pietro, San Vero Milis, Narbolia e Cuglieri;
tutti i titolari di tessere di partito e specialmente quelli aventi ruoli esecutivi negli stessi.
 

Caro politico oristanese

Come ben sai l’economia del nostro territorio versa in uno stato pietoso. Non possiamo negare che, in questa drammatica situazione, le decennali responsabilità della politica siano enormi e forse prevalenti su altre cause, soprattutto se si pensa che la nostra provincia ha fallito anche dove tutte le altre sono riuscite a sviluppare un pò di ricchezza grazie al turismo estivo. Oggi il nostro territorio rischia seriamente di naufragare, i giovani son spesso costretti all’emigrazione e chi, per amore di patria decide di restare è costretto a vivere nelle difficoltà e a sacrificare tante ambizioni. Ma come accade spesso nelle favole e meno frequentemente nella realtà, quando la situazione comincia a farsi disperata, un fortunato evento riapre la partita con una nuova grande occasione. Pare infatti che i nostri avi ci abbiano lasciato in dono un tesoro di inestimabile valore, un esercito di statue maestose, magnifiche, secondo alcuni addirittura le prime statue a tutto tondo nella storia dell’umanità. Se hai dei dubbi sul valore di queste statue per tutto il nostro territorio lasciati dire una cosa: il loro valore è inestimabile oltre che da un punto di vista artistico, culturale e identitario anche da un punto di vista economico.

Finora anche in questa vicenda i politici oristanesi hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza in particolare:

- hanno permesso che questo tesoro, scoperto nel ‘74 mentre tutti erano indaffarati a inaugurare la provincia dei miracoli, giacesse chiuso in uno scantinato per anni (senza rivoltare il mondo);

- hanno permesso che il centro di restauro fosse allestito nel Sassarese (senza rivoltare il mondo);

- si sono occupati di tutto e il contrario di tutto lasciando sole le amministrazioni di Cabras nella lotta contro i volgari appetiti della politica cagliaritana mentre anche un citrullo capirebbe che gli enormi benefici del rientro dei giganti vanno ben oltre i confini del comune lagunare.

Così, nonostante da molto tempo questo blog e tante altre voci abbiano lanciato l’allarme, oggi Cagliari si è assicurata una buona parte delle statue, pare la più artisticamente rilevante, che probabilmente vuol dire la più bella.

Ora lascia che ti dica un’altra cosa caro politico: se Cagliari si prenderà la metà delle statue riuscirà facilmente a catturare la gran parte dell’indotto turistico generato da esse. Potrà infatti contare su un tale vantaggio in termini di infrastrutture, capacità ricettiva e iniziative promozionali che alla nostra provincia non resteranno che le briciole, ben condite dalla solita rabbia per l’ennesima occasione persa.

Tutto questo può essere evitato semplicemente se saprai mettere l’interesse dei cittadini che ti hanno eletto prima di tutto e se ti impegnerai seguendo questi semplici consigli:

Se sei un Deputato del Parlamento italiano o un Consigliere/Assessore della Regione Autonoma della Sardegna, presenta insieme agli altri un atto consiliare urgente e forte per il rientro a Cabras di tutte le statue e pretendi che venga approvato a costo di votare NO a qualsiasi altro provvedimento ti venga proposto;

Se sei un Consigliere/Assessore/Presidente della Provincia o di qualsiasi comune del territorio, pretendi subito che la tua amministrazione metta al centro del suo lavoro la questione e faccia tutto quanto in suo potere per assicurare il rientro delle statue;

Se hai una tessera di partito (questo vale per tutti anche per chi non è amministratore), pretendi che il tuo partito o movimento prenda posizione sulla questione chiedendo il rientro di tutte le statue a Cabras. In caso contrario restituisci la tessera.

Ricordati che le statue DEVONO tornare a Cabras o le possibilità che il nostro territorio si riprenda si ridurranno enormemente. Quando si è trattato di contrastare le ipotesi del nucleare a Cirras o dell’eolico off shore nel Sinis il territorio si è compattato e ha dato prova di poter far pesare una voce forte e autorevole: la perdita di una parte delle statue rappresenterebbe un rischio ancora più grave dal punto di vista economico. Cagliari ha già concentrato su di se una serie di servizi che sarebbero naturalmente dovuti ricadere su Oristano come la logistica portuale e aeroportuale, tu stesso generalmente sei solito accusare Cagliari di soffocare Oristano o citare la compattezza dei politici nuoresi nelle vertenze del territorio. Hai una possibilità enorme: restituire al territorio un tesoro culturale che gli appartiene, salvare una colossale opera d’arte da questo vomitevole smembramento e creare un futuro di prosperità per i tuoi cittadini. Ti rendi conto di quante cose puoi fare e di quanto son grandi i meriti che ne avresti?

Nella speranza che sarai capace di recuperare il tesoro ti porgo i miei migliori saluti diffidandoti al contempo dal proseguire la tua carriera politica e dal continuare a chiedere voti in caso di fallimento.

Andrea Nonne

La mia letterina di Natale ai politici dell’oristanese; vorrei le Statue di Monte ‘e Prama a Cabras e un futuro per questo territorio.

sabato, 24 dicembre 2011
gigantimonteprama1.jpgQuesta è la mia lettera di Natale, indirizzata a tutti i politici del nostro territorio. Invito tutti a farla propria riempiendo le pagine facebook/twitter dei nostri rappresentanti e i loro blog.
 
Alla cortese attenzione di:
On. Oscar Cherchi e On. Angela Nonnis, Assessori della Regione autonoma della Sardegna;
On. Attilio Dedoni, On. Mario Diana, On. Domenico Gallus, On. Sergio Obinu, On. Gian Valerio Sanna e On. Antonio Solinas, Consiglieri della Regione Autonoma della Sardegna;
On. Caterina Pes Deputata del Parlamento Italiano;
tutti i membri della Giunta e del Consiglio provinciale di Oristano;
tutti i Sindaci, Assessori e Consiglieri delle amministrazioni comunali della provincia di Oristano e in particolare quelli dei comuni di Oristano, Santa Giusta, Riola Sardo, Nurachi, Zeddiani, Baratili San Pietro, San Vero Milis, Narbolia e Cuglieri;
tutti i titolari di tessere di partito e specialmente quelli aventi ruoli esecutivi negli stessi.
 

Caro politico oristanese

Come ben sai l’economia del nostro territorio versa in uno stato pietoso. Non possiamo negare che, in questa drammatica situazione, le decennali responsabilità della politica siano enormi e forse prevalenti su altre cause, soprattutto se si pensa che la nostra provincia ha fallito anche dove tutte le altre sono riuscite a sviluppare un pò di ricchezza grazie al turismo estivo. Oggi il nostro territorio rischia seriamente di naufragare, i giovani son spesso costretti all’emigrazione e chi, per amore di patria decide di restare è costretto a vivere nelle difficoltà e a sacrificare tante ambizioni. Ma come accade spesso nelle favole e meno frequentemente nella realtà, quando la situazione comincia a farsi disperata, un fortunato evento riapre la partita con una nuova grande occasione. Pare infatti che i nostri avi ci abbiano lasciato in dono un tesoro di inestimabile valore, un esercito di statue maestose, magnifiche, secondo alcuni addirittura le prime statue a tutto tondo nella storia dell’umanità. Se hai dei dubbi sul valore di queste statue per tutto il nostro territorio lasciati dire una cosa: il loro valore è inestimabile oltre che da un punto di vista artistico, culturale e identitario anche da un punto di vista economico.

Finora anche in questa vicenda i politici oristanesi hanno dimostrato tutta la loro inadeguatezza in particolare:

- hanno permesso che questo tesoro, scoperto nel ‘74 mentre tutti erano indaffarati a inaugurare la provincia dei miracoli, giacesse chiuso in uno scantinato per anni (senza rivoltare il mondo);

- hanno permesso che il centro di restauro fosse allestito nel Sassarese (senza rivoltare il mondo);

- si sono occupati di tutto e il contrario di tutto lasciando sole le amministrazioni di Cabras nella lotta contro i volgari appetiti della politica cagliaritana mentre anche un citrullo capirebbe che gli enormi benefici del rientro dei giganti vanno ben oltre i confini del comune lagunare.

Così, nonostante da molto tempo questo blog e tante altre voci abbiano lanciato l’allarme, oggi Cagliari si è assicurata una buona parte delle statue, pare la più artisticamente rilevante, che probabilmente vuol dire la più bella.

Ora lascia che ti dica un’altra cosa caro politico: se Cagliari si prenderà la metà delle statue riuscirà facilmente a catturare la gran parte dell’indotto turistico generato da esse. Potrà infatti contare su un tale vantaggio in termini di infrastrutture, capacità ricettiva e iniziative promozionali che alla nostra provincia non resteranno che le briciole, ben condite dalla solita rabbia per l’ennesima occasione persa.

Tutto questo può essere evitato semplicemente se saprai mettere l’interesse dei cittadini che ti hanno eletto prima di tutto e se ti impegnerai seguendo questi semplici consigli:

Se sei un Deputato del Parlamento italiano o un Consigliere/Assessore della Regione Autonoma della Sardegna, presenta insieme agli altri un atto consiliare urgente e forte per il rientro a Cabras di tutte le statue e pretendi che venga approvato a costo di votare NO a qualsiasi altro provvedimento ti venga proposto;

Se sei un Consigliere/Assessore/Presidente della Provincia o di qualsiasi comune del territorio, pretendi subito che la tua amministrazione metta al centro del suo lavoro la questione e faccia tutto quanto in suo potere per assicurare il rientro delle statue;

Se hai una tessera di partito (questo vale per tutti anche per chi non è amministratore), pretendi che il tuo partito o movimento prenda posizione sulla questione chiedendo il rientro di tutte le statue a Cabras. In caso contrario restituisci la tessera.

Ricordati che le statue DEVONO tornare a Cabras o le possibilità che il nostro territorio si riprenda si ridurranno enormemente. Quando si è trattato di contrastare le ipotesi del nucleare a Cirras o dell’eolico off shore nel Sinis il territorio si è compattato e ha dato prova di poter far pesare una voce forte e autorevole: la perdita di una parte delle statue rappresenterebbe un rischio ancora più grave dal punto di vista economico. Cagliari ha già concentrato su di se una serie di servizi che sarebbero naturalmente dovuti ricadere su Oristano come la logistica portuale e aeroportuale, tu stesso generalmente sei solito accusare Cagliari di soffocare Oristano o citare la compattezza dei politici nuoresi nelle vertenze del territorio. Hai una possibilità enorme: restituire al territorio un tesoro culturale che gli appartiene, salvare una colossale opera d’arte da questo vomitevole smembramento e creare un futuro di prosperità per i tuoi cittadini. Ti rendi conto di quante cose puoi fare e di quanto son grandi i meriti che ne avresti?

Nella speranza che sarai capace di recuperare il tesoro auguro a te e alla tua famiglia un felice anno nuovo diffidandoti al contempo dal proseguire la tua carriera politica e dal continuare a chiedere voti in caso di fallimento.

Cordiali saluti

Andrea Nonne

Sardinia sliding doors: crisi economica e indipendenza.

mercoledì, 27 luglio 2011

sliding_doors.jpgMolti di voi ricorderanno un film di qualche anno fa in cui Gwyneth Paltrow interpretava una donna la cui vita si sdoppiava lungo due percorsi paralleli. Proviamo ora a scrivere la sceneggiatura di un film in cui protagonista è la Sardegna, che si trova davanti ad una scelta: diventare una Repubblica indipendente all’interno dell’Unione Europea o continuare a restare regione d’Italia. La scelta darebbe vita a due strade parallele che noi faremo diventare quattro inserendo un ulteriore variabile: risanamento dei conti pubblici o rischio di default. Il ragionamento poggia ovviamente su notevoli semplificazioni ma in macroeconomia la semplificazione è spesso l’ingrediente principale. Vediamo ora i quattro scenari ipotizzabili sottolineando sin d’ora che mi piacerebbe stimolare la riflessione e mi farebbe piacere se chi leggerà questo articolo vorrà contribuire in tal senso inviando un commento con letture diverse.

1) Sardegna “regione” di un Italia che riesce a  risanare i conti pubblici e ad evitare il crollo.

L’Italia riesce a restare in piedi con grandissimi sacrifici. I piani di austerity riusciranno a salvare i bilanci e a ridurre il debito ma non ci sarà spazio per le riforme fiscali e gli investimenti per lo sviluppo. Le regioni più povere saranno quelle più penalizzate, soprattutto se poco popolose e quindi più deboli dal punto di vista politico come la Sardegna.

2) Sardegna “regione” di un Italia che rischia il default.

L’Italia si avvicina al collasso. L’Europa, e l’America, varano un maxi piano di salvataggio per evitare un contagio planetario. Ovviamente i sostanziosi fondi vengono distribuiti tra le regioni in base al loro peso politico. Indovinate cosa spetterebbe ad una “regione” in cui vive il 2% dei cittadini “italiani”, governata da una manica di servi bipartisan, lontana centinaia di miglia dalla penisola.

3) Repubblica di Sardegna che tiene i conti in regola.

Questo scenario è decisamente probabile visto che la Sardegna ha un indebitamento estremamente basso e dei deficit non scandalosi se consideriamo gli impatti dell’annosa vertenza entrate. Una Sardegna indipendente avrebbe la possibilità di effettuare le riforme necessarie al proprio sviluppo, beneficerebbe di una rappresentanza diretta nelle istituzioni europee e godrebbe dei finanziamenti comunitari che le spettano. Qualcuno potrebbe obbiettare che verrebbero a mancare i trasferimenti dello stato italiano, effettivamente importanti sul Pil sardo. Ma chi solleva questa obiezione dimentica che i trasferimenti Italia-Sardegna subiranno nei prossimi anni un drastico ridimensionamento in entrambe le ipotesi viste poco sopra. Di fatto nei prossimi anni non potremmo esimerci dal costruire le basi di un economia solida e vivace e ciò evidentemente sarà più facile se avremmo la sovranità statale e la rappresentanza in Europa.

4) Repubblica di Sardegna che non riesce ad uscire dalla crisi.

Questo scenario è abbastanza improbabile per i motivi visti al punto 3 e per il fatto che difficilmente ci potremo trovare ad affrontare difficoltà maggiori di quelle che stiamo affrontando nel rapporto con lo Stato Italiano. Ma se anche fosse, oggi, sappiamo che se lo Stato sardo prossimo venturo dovesse trovarsi in una situazione di grave difficoltà finanziaria potrebbe contare sull’intervento dell’Unione Europea che, in questo caso, non sarebbe mediato dalle premurose mani dei ministri romani e magari, facendo una proporzione con la Grecia rispetto a Pil e popolazione, potrebbe aggirarsi intorno ai 10 miliardi di euro. Proprio la stessa cifra che negli ultimi anni noi sardi abbiamo “donato” all’Italia per aiutarla ad uscire dalla crisi.

Andrea Nonne

Marchionne e la C.C.G.L Contrattazione Collettiva Globale di Lavoro: vendesi sopravvivenza al migliore offerente

domenica, 16 gennaio 2011

obama-marchionne-03.jpgQuello che sta avvenendo a Mirafiori ha tutti gli ingredienti per diventare un caso utile a spiegare alle future generazioni i disastri della globalizzazione. E’ una storia di delocalizzazione. C’è il colosso industriale guidato da una famiglia che ha capito da subito che per fare i miliardari è molto meglio occuparsi dei politici che non di mercati/clienti/concorrenti. C’è l’irresistibile canto di una borsa che si gonfia in maniera del tutto irrazionale. C’è un interminabile stuolo di leccaculo d’alto borgo formato da intellettuali, giornalisti, opinionisti accomunati dalla caratteristica di non aver mai provato il lavoro sulla propria pelle. C’è un’ opinione pubblica occidentale distratta rispetto ai significati che questa vicenda nasconde. Ci sono i lavoratori Italiani attaccati nella loro dignità e abbandonati dal Governo e da gran parte del Parlamento. E qui sta il nocciolo della questione.

Marchionne fa quel che deve fare per rispettare il proprio contratto di lavoro, ovvero sfruttare il potere dell’impresa che guida per aumentarne la profittabilità. La famiglia Agnelli, come ha sempre fatto, pensa a guadagnare. Il problema, in queste situazioni, sono gli stati, i governi, la politica. L’incapacità di governare, di difendere, di rappresentare. Cosa è successo questa volta? Nel 2009 il Governo Italiano ha incentivato il mercato dell’auto con la balla degli eco-incentivi, cosicchè nell’annus horribilis dell’economia mondiale la Fiat se la spassava con i soldi pubblici incrementando i volumi di vendita. Dal 2010 il governo ha osato chiudere il rubinetto alla Fiat, ragion per cui si è ritrovato nella scomoda posizione di dover avvallare qualsiasi scelta dell’azienda. Ad un’ impresa che ha costruito la propria fortuna legando il proprio nome a doppio filo con quello dell’Italia, con abbondanti succhiate di denaro pubblico, non si può permettere una scelta del genere. La Fiat per decenni si è isolata dal mercato globale sia per quanto riguarda il legame con il cliente, differenziandosi dai concorrenti esteri per il suo legame con il proprio paese, sia dal punto di vista della competizione tout court, avvantaggiandosi rispetto agli altri produttori grazie agli aiuti di stato; ora in nome del dio mercato (quello contro cui Tremonti si scaglia quotidianamente salvo poi sparire quando la patata scotta come in questo caso) la Fiat aggira addirittura la contrattazione collettiva senza che il Governo Italiano dica bah.

Uno stato dovrebbe accusare questi signori di alto tradimento. Un Parlamento degno di questo nome farebbe leva su tutta la propria presenza nei media per infamare l’azienda così da farle perdere quota nel suo principale mercato. Infine il Governo dovrebbe sedersi ad un tavolo con i vertici dell’azienda e spiegare che, in caso di abbandono, per far fronte alla catastrofe sociale causata dai licenziamenti, sarebbe disposto a bandire nuovi eco-incentivi se qualche competitors europeo decidesse di rilevare gli stabilimenti; il gruppo subentrante passerebbe così da salvatore dell’Italia sottraendo questa comoda nomea alla Fiat.

Questa non è vicenda italiana e non è vicenda di oggi. Riguarda tutto il mondo da almeno 30 anni. L’elemento comune è rappresentato dal comportamento ambiguo delle multinazionali, che gridano al dogma liberista quando è funzionale ai propri affari, ma che sono in realtà molto più protette delle imprese a dimensione umana. In questo caso poi il richiamo al mercato è estremamente contradditorio; provate ad aprire una fabbrica di auto in Italia, restate fuori da Confindustria e assumete con un contratto fatto a vostro piacimento. Ve lo farebbero fare? No, certamente no, quindi la Fiat sta di fatto operando in un regime di concorrenza sleale rispetto ai concorrenti del proprio paese. Ma per favore  non facciamone una questione di destra o sinistra. Basti pensare a Obama che ha recentemente regalato la Chrysler alla stessa Fiat in nome della vocazione ecologica delle vetture italiane. Vi rendete conto delle dimensioni di questa bugia? Come se non ci fossero altre case che rispettano i più severi standard sulle emissioni e anzi sono spesso molto più avanti della Fiat nello sviluppo della mobilità elettrica e alternativa. Ma l’importante era non far passare l’operazione per un’asta al rialzo, alla faccia dei contribuenti americani messi in ginocchio dalla crisi. Per ulteriori approfondimenti si vedano i legami tra gli Agnelli e una famiglia americana di nome Rockefeller.

 Andrea Nonne


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