Spunti di riflessione per una Sardegna libera e indipendente dentro la Federazione dei Popoli Europei

Scritto da grandeovest.com il 23 Luglio 2013 – 09:20 -

ue-bandiera1.jpgdi Giuseppe Melis e Andrea Nonne

Nel sottoporre al pubblico questo lavoro abbiamo consapevolezza che il tema dell’indipendenza della Sardegna può avvalersi, fortunatamente, di documenti, articoli, interventi pubblici e riflessioni, antichi e recenti, cui in parte abbiamo attinto per la predisposizione di questo nostro contributo. Questo implica che, nonostante l’ambizioso titolo del documento, non abbiamo la pretesa di pensare che i contenuti siano tutti delle novità; il modo con cui le abbiamo articolate e messe insieme ci pare però abbastanza inusuale, almeno per la conoscenza che finora abbiamo del materiale a disposizione che sicuramente è tanto.

 

1. Obiettivi del documento e notazioni metodologiche

L’intento di questo documento è di dimostrare che la sovranità nazionale della Sardegna, sempre più agognata da tanti Sardi con sempre maggiore consapevolezza, non è, come sostengono gli ancora troppo contrari o tiepidi a questa idea, una fuga in avanti rispetto a ciò che sta accadendo nel mondo e neppure un “capriccio” di alcuni facinorosi che si divertono a mettere sotto accusa, o addirittura attentare in modo insulso, le Istituzioni dello Stato Italiano in quanto tali. Al contrario pensiamo che il discorso che qui si fa per la Sardegna valga anche per altri contesti, dal momento che le ragioni per costruire un contesto di sovranità in ambito sardo partono da due presupposti: a) le difficoltà crescenti del contesto sociale, economico e politico nel cercare di costruire condizioni di vita e di benessere compatibili con le opportunità che la scienza e la tecnica mettono a disposizione in questa fase storica; b) l’incapacità degli attuali sistemi politico-istituzionali dell’Europa occidentale di dare appropriate risposte ai propri popoli.

Per dimostrare la nostra tesi abbiamo scelto prima di tutto un “metodo” che ci aiutasse a ragionare intorno al tema non già come tifosi, ma come persone e cittadini che razionalmente cercano di esplorare nuovi percorsi politico-istituzionali volti a cambiare, se necessario anche in modo radicale, il contesto di riferimento per renderlo adeguato rispetto alla soluzione dei problemi da affrontare. Conseguente a tale assunto è che il nostro ragionamento deve mettere da parte i dogmi che, purtroppo, in molti casi rappresentano la principale “trappola” cognitiva alla ricerca di soluzioni nuove. Questo a nostro parere è il preliminare atteggiamento “culturale” e “mentale” che dovrebbe ispirare, a nostro avviso, le persone di buon senso nella ricerca di proposte e soluzioni appropriate. I dogmi, con riferimento all’ambito di questo documento, sono rappresentati sia dall’idea di non considerare soluzioni se non all’interno di date condizioni “istituzionali” e “ideologiche”. Noi rifiutiamo sia le prime che le seconde, dal momento che attribuendo la supremazia agli “oggetti” piuttosto che ai “soggetti”, subordinano gli interessi delle persone (sistemi naturali) a quelli dei loro costrutti di qualsiasi tipo (sistemi concettuali). Ecco perché tali costrutti concettuali, in quanto tali, dovrebbero essere sottoposti a revisione costante in relazione al mutare dello spazio e allo scorrere del tempo per verificarne l’efficacia rispetto ai problemi che si propongono di risolvere.

Il metodo su cui fondiamo queste idee parte prima di tutto dalla necessità di come si vuole considerare l’attuale momento storico. Nel fare questo si possono percorrere due strade: una si basa sulla considerazione – tout court – dello stato dell’arte al momento dell’analisi, l’altra prende invece in considerazione la dinamica dei processi in corso. Inutile dire che nel primo caso si rischia di essere fortemente influenzati dalle contingenze che, per quanto importanti (e ciò che sta accadendo in questo periodo lo è tantissimo per le ripercussioni che si avranno anche negli anni a venire), non possono essere considerate come espressive dell’intero fenomeno, soprattutto perché, se considerate in modo isolato, non danno conto delle ragioni per le quali le stesse circostanze si manifestano e delle implicazioni che dalle stesse possono derivare.

Ecco, l’analisi dei processi storici in corso è sicuramente utile per svolgere qualche considerazione a supporto della tesi che vogliamo sostenere con il titolo di questa riflessione sulla quale avremmo piacere di confrontarci serenamente e senza irrigidimenti dogmatici con quanti hanno a cuore l’interesse della nostra Isola.

2. Uno sguardo ai principali processi storici in corso

C’è unanime consapevolezza, non soltanto in campo scientifico, sul fatto che i principali processi storici in corso, dalla fine della seconda guerra mondiale, possono essere riassunti nei seguenti:

- globalizzazione di innumerevoli aspetti della vita associata, dalla cultura, alla scienza, all’economia, agli stili di vita diventati sempre più simili e talvolta uguali a cui, più di recente, si associa un altro fenomeno di natura opposta. Si tratta dei processi di riscoperta e valorizzazione di molte tradizioni, saperi e culture tipiche di contesti geograficamente limitati e per questa ragione definiti locali. Questi tuttavia sono molteplici (praticamente esistono in tutte le parti del mondo) e si combinano con i processi di globalizzazione dando così origine al neologismo “glocale”, proprio per indicare la contestualità di tali fenomeni apparentemente “opposti” eppure verificabili entrambi in molteplici situazioni;

- sviluppo esponenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, semplicemente inimmaginabili vent’anni fa, che rendono possibile l’interconnessione e la comunicazione tra persone e organizzazioni di vario tipo appartenenti ad ambiti territoriali talmente distanti tra loro che neppure si immaginava potessero esistere, con la conseguente modifica delle relazioni intersoggettive e interorganizzative, sempre più spesso multilingue e sempre più del tipo “molti a molti”, sia nello spazio che nel tempo;

- proliferazione delle fonti di informazione e contestuale modificazione delle modalità di comunicazione, con una crescente ricerca di adeguate modalità capaci di arrivare immediatamente al cuore e alla testa dell’interlocutore, possibilmente senza che esso debba fare un qualche sforzo di comprensione: l’infografica rappresenta oggi uno degli esempi più avanzati di comunicazione di massa che, grazie alla combinazione di tecnologie, creatività grafica, idee e concetti, avviene nella forma molti a molti, dando a tutti la possibilità di costruire contenuti informativi di qualità e di livello evoluto e di porli a disposizione del pubblico;

- apertura dei mercati e conseguente progressiva eliminazione delle barriere alla libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi;

- affermazione della società della conoscenza che attribuisce valore strategico al sapere e alle competenze sia nel campo del “fare” che dell’”essere”, piuttosto che alla mera disponibilità di capitali;

- aumento del divario di conoscenza tra le persone che ancora in piccola parte sono sempre più adeguatamente formate, informate e consapevoli degli eventi in corso, mentre troppe ancora sono quelle che rimangono escluse o ai margini dei processi di comunicazione e persino dalle fondamentali e basilari attività di educazione e partecipazione alla vita sociale delle diverse comunità umane presenti nelle diverse parti del mondo. Peraltro si assiste ad una regressione della conoscenza anche in chi avendo avuto la possibilità di formarsi, a causa delle difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e non avendo le forze per “autodeterminare” un autonomo percorso di mantenimento e riqualificazione costante delle conoscenze perde anche quelle acquisite (analfabetismo di ritorno);

- trasformazione progressiva dei contesti politici e istituzionali determinati dai cambiamenti di cui sopra, dalla sempre più acuta crisi degli stati nazionali e dalla maggiore consapevolezza delle persone, fatto questo che da un lato ha portato ad aggregazioni sovrastatali (di cui l’unione europea, nonostante le attuali e gravi difficoltà di legittimazione popolare, rappresenta ancora oggi il principale esempio di integrazione pacifica tra popoli che per secoli si sono combattuti ferocemente) ma anche alla disaggregazione di Stati giganti che con la forza e l’esercizio del potere tenevano “insieme” popoli profondamente diversi tra loro (è questo il caso dell’URSS, della ex Jugoslavia o della stessa ex Cecoslovacchia). Nella stessa direzione devono essere letti gli avvenimenti di ribellione presenti in diversi Paesi del Nord-Africa nonché le proteste soffocate dal regime cinese: dappertutto si reclamano condizioni di vita migliori che molti degli Stati esistenti e formatisi nel secolo scorso o anche prima, così governati non sembrano essere capaci di garantire. In tali fenomeni occorre individuare la ribellione delle popolazioni verso il dogma degli stati nazionali e verso la cultura del nazionalismo che ha come matrice fondamentale, da un lato, l’imposizione dell’uniformità al proprio interno, con conseguente pretesa di un’incondizionata lealtà da parte di tutti i suoi membri, e, dall’altro lato, e divisione tra le diverse comunità territoriali esclusive (tra stati sostanzialmente) che vivono nelle diverse aree del pianeta;

- aumento del consumismo nelle aree più sviluppate del mondo con conseguente crescita della produzione di beni e servizi e contestuale permanenza, nella gran parte del pianeta, di fenomeni di degrado umano e sociale con persone che oltre a non sapere cosa sia la “libertà” (perché spesso cresciuti in contesti governati da regimi repressivi quando non addirittura schiavisti) muoiono ogni giorno di fame e per malattie derivanti dall’assenza delle più elementari norme igieniche e sanitarie;

- aumento del fabbisogno energetico con conseguente aumento dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas naturale, nonchè della costruzione di centrali nucleari a cui però si è affiancata una maggiore attenzione, per via della crescente sensibilità ambientale, verso le fonti alternative e pulite, anche se rimangono ad un livello ancora modesto;

- emergenza di un rischio ambientale senza precedenti che mette a pregiudizio la stessa sopravvivenza del pianeta e delle diverse specie viventi, dimostrato dalle sempre più frequenti catastrofi naturali, in molti casi indotte dall’uomo attraverso il suo colpevole comportamento teso a sfruttare il territorio oltre ogni limite e con l’aggravante di non ricercare con maggiore determinazione e impegno fonti di soddisfazione del proprio fabbisogno energetico alternative alle risorse petrolifere e nucleari;

- aumento esponenziale dei fenomeni migratori di fasce di popolazioni indigenti dalle aree più deboli del pianeta a quelle ad oggi più sviluppate (Europa in modo particolare);

- spostamento dei principali interessi economico-finanziari dalle “tradizionali” aree del pianeta verso l’estremo oriente (Cina e India in particolare) e in misura inferiore verso aree considerate del terzo mondo e che ora si trovano in una fase di espansione economica (America latina e altri paesi dell’estremo oriente)

- preoccupante concentrazione del potere nel sistema finanziario internazionale, a scapito dell’assenza di una contestuale capacità di governo politico di tale sistema, che si traduce in fenomeni speculativi a tutto danno degli Stati e delle popolazioni meno attrezzate che di fatto accentua gli squilibri sociali, economici e di democrazia.

Di fronte a questi fenomeni che hanno cambiato e stanno cambiando progressivamente il mondo ci sono ovviamente coloro che, in base alle loro convinzioni, conoscenze, competenze e interessi, fanno resistenza volendo mantenere lo status quo e altri che invece, sulla base di valori diversi e interessi opposti ai primi, cercano di lavorare per favorire i processi di trasformazione in corso così da ricercare nuove e più appropriate soluzioni politiche, sociali, economiche, tecnologiche ai problemi che è innegabile appartengano a questa società.

Peraltro, va evidenziato che la complessità dei fenomeni sopra indicati è tale che la ricerca di soluzioni non è né facile, né scontata e questo richiede l’impegno di tanti a vari livelli, dal momento che, in molti casi, la natura dei problemi di dimensione planetaria trova soluzione solo nella modifica di innumerevoli comportamenti sul piano locale e individuale (think global and act local).

È in questo contesto che sono sempre più numerosi coloro che si interrogano sul da farsi, a tutti i livelli, ma soprattutto a livello locale dove ciascuno vive e può maggiormente misurare il proprio contributo per qualcosa che possa essere utile a se stesso e agli altri.

 

3. Sistemi, sottosistemi e reti di sistemi come modelli di costruzione di contesti politico-istituzionali più efficienti ed efficaci

La soluzione dei problemi sopra esposti non si può trovare, come scritto in premessa, nelle posizioni ideologiche e dogmatiche che per definizione creano solo parziale consenso, quando addirittura acceso dissenso e impossibilità di dialogo; occorre partire da un metodo che possa essere considerato valido (nel senso di un suo riconoscimento sul piano scientifico) da tutti, nel senso che le argomentazioni derivanti dal metodo applicato devono essere tali da non poter essere messe sotto accusa per partigianeria, che invece c’è e ci deve essere nel momento delle scelte per capire esattamente cosa vogliono gli uni e cosa auspicano gli altri e gli altri ancora.

Finora l’unico metodo che nelle scienze fisiche, matematiche e sociali ha prodotto il massimo del successo è quello sistemico, applicabile in tutti i campi del sapere, poiché è capace di porre contemporaneamente l’attenzione:

- sul tutto considerato come uno;

- sulle singole parti che compongono il tutto;

- sulle relazioni tra le parti del tutto e che generano il tutto;

- sulle implicazioni del comportamento delle singole parti sul tutto;

- sulle implicazioni del tutto sulle singole parti.

Sembra un gioco di parole quello appena indicato eppure non lo è, anche se a prima vista può sembrare qualcosa di non accessibile e complicato al grande pubblico. Eppure, come si dimostra – a partire dagli studi di Von Bertalanffy fino ad arrivare ai giorni nostri – è stato ampiamente dimostrato che la maggior parte dei problemi deriva proprio dalla difficoltà di comprendere il sistema delle relazioni che si instaurano tra singoli individui o loro aggregati (le parti) e i sistemi dei quali essi fanno parte (il tutto) che di volta in volta assume la forma di organizzazioni (imprese, famiglie, pubbliche amministrazioni a vari livelli, ecc) o di contesti territoriali e istituzionali (Comune, Provincia, Regione, Stato, Unione di Stati, Organizzazioni internazionali, ecc.).

Guardare alle Istituzioni secondo un approccio sistemico permette di rendersi conto che concetti totalizzanti e deificanti quali quelli dell’indivisibilità dello Stato o di unità dello Stato, così come sanciti anche nei documenti di valore Costituzionale possono essere serenamente messi in discussione. Lo Stato nazionale unitario, ha creato un apparato autoritario, burocratico, lontano dalla vita dei cittadini e, conseguentemente, sottratto a qualsiasi possibilità di controllo da parte loro. Peraltro, a fronte dell’evidente delegittimazione progressivamente costruita in questi ultimi trent’anni in Italia come in altri Paesi europei, negli ultimi anni ha reagito stringendo ancora di più le maglie del potere a tutela di se stesso, avvilendo e rinnegando ogni differenza, comprese quelle rappresentate dalle nazionalità minoritarie in essi presenti e impedendo loro di radicarsi e di trovare una piena e libera possibilità di espressione a rispetto di tali molteplici identità. In chiave sistemica ciò significa che lo Stato unitario, in quanto unità indistinta e indistinguibile, nega nei fatti la composizione di parti e nega, di conseguenza, la possibilità di costruire relazioni con l’esterno se non di tipo contrattuale. Il confine è rigido, sia all’interno che verso l’esterno, perché lo Stato come apparato è considerato un “dogma” da non mettere in discussione.

Nell’approccio sistemico, invece, lo Stato, così come si configura in un dato momento storico, altro non è che la forma attuale e concreta che un popolo si è dato per organizzare la vita civile. Questo implica che se tale forma, in un altro momento, appare inadeguata per organizzare in modo efficiente ed efficace la vita dei cittadini, essa non solo può ma deve essere messa in discussione e riformata e, se necessario, cambiata anche radicalmente. È lo Stato che deve essere adattato ai bisogni della gente e non il contrario: la gente è reale, lo stato è un costrutto concettuale (nel caso specifico un particolare modello organizzativo), il risultato cioè dell’attività di organizzazione delle relazioni tra le persone in un dato contesto e, come tale, soggetto a verifica di efficacia prima ed efficienza poi. Pensare che lo Stato possa cambiare, in quanto struttura organizzativa, significa stabilire la priorità delle persone sulle cose concepite dalle persone. Cambiare la struttura di un sistema serve per mantenere le relazioni ad un livello di efficienza e di efficacia soddisfacente. Non si tratta pertanto di “lesa maestà”, perché è il popolo nelle sue diverse articolazioni che deve scegliere, sempre, la forma organizzativa più adatta al perseguimento degli obiettivi di pace, sviluppo e convivenza civile, nel rispetto degli stessi diritti degli altri popoli.

A supporto della precedente tesi l’approccio per sistemi ci ricorda, infatti, che il tutto e le parti non solo sono cose diverse le une dalle altre, benché intimamente connesse e correlate, ma sono anche mutevoli nel tempo e nello spazio, nel senso che la dinamica delle relazioni che si instaura porta a generare quella che tecnicamente si chiama “complessità”. Quest’ultima, come è noto, è definita:

- dalla varietà delle componenti presenti nel contesto di riferimento e dalle relazioni che si instaurano tra esse, che significa che nel corso del tempo le componenti non sono mai le stesse, a fronte di alcune che scompaiono altre nuove compaiono all’orizzonte;

- dalla variabilità delle componenti nel senso che ciascuna di esse muta per effetto dell’interazione con le altre componenti, e tutte mutano per effetto del mutare delle altre;

- dall’indeterminatezza che porta a rendere estremamente difficile quando non impossibile predeterminare a priori le conseguenze nel tempo di molte scelte e comportamenti.

Ecco, è proprio nel rapporto tra le parti e il tutto che si pone il problema del rapporto indipendenza/interdipendenza. Come si risolve questo rapporto? Che tipo di relazione deve esserci tra le parti e tra queste e il tutto, affinché tutti possano beneficiare di tali relazioni?

Ogni parte deve essere considerata indipendente rispetto alle altre? Oppure occorre trovare un modo perché le parti, interagendo reciprocamente, lo facciano sulla base di obiettivi condivisi, regole condivise, azioni concertate e concordate, senza appunto rinunciare alla propria identità e decidendo in totale libertà. E quando accadesse che si trovassero soluzioni per “stare insieme”, viene meno l’indipendenza delle parti?

E’ proprio in questo non semplice e annoso problema scientifico che trova spiegazione il progetto di sovranità che una parte dei Sardi vuole portare avanti per dotarsi di uno strumento giuridico che permetta di tutelare meglio i propri interessi primari e di interagire alla pari con altri popoli del mondo di cui riconosce l’identità e la sovranità nel decidere le questioni di specifica competenza in modo del tutto indipendente.

A nostro modesto avviso, si commette un errore quando si pensa che questo progetto altro non sia che una sterile rivendicazione di potere per sostituire semplicemente chi finora l’ha gestito con altre persone e altri partiti, come magistralmente racconta Geroge Orwell nel suo “Animal farm”. Al contrario, si tratta di un’idea che affonda le radici nella ricerca di una soluzione politico-organizzativa a un diverso modo di stare nel mondo; uno stare del mondo più partecipato e che non sia succube di decisioni del passato oggi non più attuali, e ancora meno succube e dipendente da chi con l’esercizio della forza (economica, finanziaria, militare, culturale, ecc.) vorrebbe perpetuare schemi ormai obsoleti. Ciò significa che essere indipendenti pone il soggetto nella condizione di decidere ciò che reputa sia meglio non già in base ad una astratta ed ipotetica situazione di assenza di vincoli e condizionamenti ma, invece, tenendo conto consapevolmente del complesso dei vincoli, dei condizionamenti e delle opportunità che si generano nel fare o nel non fare una determinata cosa. Si tratta, in altre parole, di considerare l’indipendenza come capacità di decisione in termini di convenienza tra due o più alternative, avendo consapevolezza che, come già scritto, non esiste una ipotesi da laboratorio in cui si può far finta che il resto del mondo non esista o che non ci sia una storia di avvenimenti ed eventi che di fatto influenzano il presente. Per una concezione indipendentista astratta la precedente considerazione rappresenta senza dubbio una limitazione importante ma se occorre costruire un progetto credibile occorre che affondi le radici nella realtà e nella storia per scriverne una diversa ma possibile e non utopica.

Chiarito il precedente punto, resta il problema di come si deve affrontare il tema delle relazioni tra le parti. In ambito scientifico, il modello organizzativo che garantisce nel contempo il massimo dell’indipendenza e il massimo della cooperazione e della partecipazione è rappresentato dalla “rete”, metafora che attribuisce alle componenti piena e totale indipendenza di azione e al sistema degli accordi e delle regole condivise il massimo della coesione per il perseguimento di obiettivi di comune interesse. Il tutto senza gerarchie predefinite e, non di rado, senza gerarchie. Quando le gerarchie ci sono, esse sono il risultato dell’interazione libera tra le parti che, ovviamente anche in questo caso, piaccia o non piaccia, risente dei preesistenti rapporti di forza e che occorre tenere in considerazione nel momento delle alleanze così da poter modificare tali rapporti. Altrimenti, pensare che nella costruzione di qualcosa di nuovo si parta dallo stesso punto e con le stesse risorse e capacità, rappresenta una semplificazione mistificante che poi rischia di produrre risultati deludenti, proprio in virtù di aspettative poco perseguibili nel concreto.

Se si concorda con questo ragionamento, appare evidente che il processo diventa più importante dello stesso risultato finale. Infatti, il funzionamento della rete è garantito da processi di costruzione del valore condivisi, dove gli attori che partecipano al processo, pur partendo da storie, condizioni, capacità e consapevolezze diverse, hanno invece tutti pari diritti, pari dignità e pari doveri e il risultato sistemico della loro azione è ciò che deriva da un processo di co-creazione (Prahalad, Ramaswamy, 2004; Ramaswamy Gouillart, 2010). Quest’ultimo si caratterizza per non escludere nessuno a priori; la co-operazione e la co-creazione richiedono condivisione, partecipazione, coinvolgimento attivo delle parti interessate al livello più ampio possibile. Anzi, in senso tecnico, co-operazione e co-creazione richiedono un appropriato dialogo, uguale possibilità di accesso alle informazioni e alle opportunità, trasparenza del processo così che tutti li possano conoscere in modo consapevole e possibilità di valutazione del rischio di ciò che si fa o si intende fare, da parte soprattutto del destinatario/beneficiario delle diverse azioni (cliente, utente, cittadino).

4. Le implicazioni derivanti dal modello utilizzato

Il progetto di sovranità del popolo Sardo che si propone in questo documento fa propria la prospettiva teorica e storica di cui ai punti precedenti e cerca di “immaginare”, almeno una parte di questo percorso, proprio perché la sua realizzazione non può dipendere dallo sforzo intellettuale di pochi, ma al contrario esso richiede l’allargamento a tutti coloro che sentono il piacere-dovere di concorrere a dare una nuova prospettiva ad un popolo che da troppo tempo è stato “illuso” e continua ad esserlo ancora oggi dai governanti di turno, a livello sardo come a livello italiano, indipendentemente dalla colorazione politica di provenienza. Questo documento, pertanto, si configura come un’ulteriore “piattaforma di ingaggio” degli attori (i Sardi che desiderano parteciparvi, senza ulteriori qualificazioni, compresi ovviamente coloro che hanno o che hanno avuto esperienze in partiti o altri movimenti e organizzazioni) che vogliono creare un contesto sempre più ampio di co-operazione e co-creazione del progetto della nuova Repubblica di Sardegna che vuole proporsi come ventinovesimo Stato dell’attuale Unione europea per costruire  insieme agli altri popoli, una più democratica Federazione dei popoli europei e un contesto Mediterraneo di pace, di cooperazione e solidarietà.

La riconfigurazione sistemica dell’organizzazione politica degli Stati ottocenteschi dell’Europa occidentale non può pertanto essere bloccata dal dogma dell’unità indivisibile degli stessi Stati. Se tra i sistemi reali (le persone e i loro valori) e i sistemi concettuali (le forme attuali e concrete con cui gli uomini organizzano la propria vita) la priorità va data ai primi. Può infatti uno Stato (cioè un modello organizzativo) essere considerato un valore? Secondo noi no! Valori sono la pace, la democrazia, la possibilità di crescita e affermazione individuale concessa a tutti, il rispetto incondizionato per ogni etnia, per ogni religione, per ogni idea, per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto se deboli e indifesi, ecc. Di fronte a tutto questo, i paesi come l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, ecc. possono essere considerati un valore? Se chi ha in mente di rispondere si, perché essi sono, in diversi casi, il risultato storico di quanti hanno versato sangue per ottenere questo risultato, diciamo che non si sta mettendo in discussione questo, né si vuole negare l’importanza di tali eventi storici. Il problema è che però non si può rimanere ancorati ad un passato che non esiste più. Proprio in virtù del rispetto per chi ha dato la vita per la “libertà” non già per un concetto di Stato in se, occorre recuperare la capacità di pensare lo Stato in funzione dello stesso principio di libertà.

Lo Stato, in quanto “stato di diritto” è solo uno strumento, un mezzo, che dovrebbe garantire ai suoi cittadini, al suo popolo, i valori di cui sopra, quelli si irrinunciabili. Se invece si ritiene lo Stato un valore in sè, significa rimanere ingabbiati in schemi di ragionamento che obliterano ogni possibilità di pensare diverso. Il sistema organizzativo dell’Italia, pertanto, oggi tutela solo alcuni interessi (quelli dominanti ma di pochi) e svilisce quelli di altri (minori ma di una gran parte del Paese).

Quali sono allora le implicazioni che discendono da tale ragionamento?

Alcune possono essere riassunte nel seguente modo:

a. La complessità non si semplifica ma si gestisce e per gestirla al meglio occorre disporre di adeguate strutture organizzative. Queste ultime sono adeguate quando favoriscono migliori condizioni funzionali al perseguimento di obiettivi nuovi e più ambiziosi che risolvano i problemi e facciano stare meglio le persone. Occorre pertanto domandarsi: le strutture nazionali che noi conosciamo nell’Europa occidentale sono ancora in grado di dare risposte efficaci alle aspettative delle persone che vivono in questo territorio chiamato Italia? La nostra idea è che, per dirla con le stesse parole del primo Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, documentate nel celeberrimo “Lo scrittoio del Presidente” (1956), “gli Stati nazionali sono polvere senza sostanza”. La ragione per cui le strutture organizzative costituite dalla gran parte degli Stati nazionali dell’Europa occidentale sono obsolete è semplice e non deve scandalizzare: sono strutture pensate nell’Ottocento per far fronte ai problemi di quell’epoca che col tempo sono divenuti sempre più inefficaci rispetto alla necessità di fronteggiare in modo più adeguato ed efficiente i nuovi e diversi problemi generati dai processi storici di cui si è dato conto in precedenza. Stesso discorso vale per aggregazioni sovrastatali quali l’ONU e la stessa Unione europea il cui processo di integrazione, iniziato nel lontano 1951 con soli 6 Stati, oggi è evoluto fino a comprendere allo stato attuale ben 28 Paesi e, negli ultimi anni, tale evoluzione è avvenuta senza nel contempo adeguare il sistema istituzionale in modo coerente con le dinamiche in atto.

b. Gli Stati nazionali ottocenteschi si sono progressivamente chiusi in se stessi diventando autoreferenziali e totalizzanti dell’idea di Nazione, cosa che non coincide con la storia dei popoli europei. Il nazionalismo degli Stati ottocenteschi, come dimostra nei suoi innumerevoli scritti Mario Albertini (1960, 1963), uno dei principali teorici del Federalismo moderno, è invece diventato uno strumento di guerra, la cui difesa esasperata ha portato alle dittature di destra e di sinistra. In particolare, gli Stati nazionali si sono rivelati troppo grandi per tutelare i diritti e le identità dei popoli/nazioni e troppo piccoli per governare le problematiche globali. Nel contempo, anche con le trasformazioni avvenute negli ultimi 20 anni, essi si rivelano sempre più contenitori inadeguati allo sviluppo di una partecipazione popolare ai processi di governo democratico. I risultati della partecipazione al voto nella gran parte di questi paesi è progressivamente diminuita nel corso degli ultimi decenni, generando l’idea che la politica sia di pochi e serva agli interessi di questi stessi, alimentando non di rado l’idea che ci si debba fare giustizia da se per vedere tutelati i propri diritti. Peraltro questi stessi Stati sono risultati e risultano estremamente suscettibili all’influenza delle grandi oligarchie economiche e finanziarie accettando troppo spesso ricatti di vario tipo in cambio di pochi posti di lavoro e talvolta solo nell’illusione degli stessi.

c. La complessità e il sistema delle interdipendenze caratterizzante il pianeta terra (ma in realtà il discorso è estendibile almeno a livello di sistema solare) è tale che è semplicemente illogico e ascientifico ritenere che si possano realizzare interventi “slegati” dal contesto ambientale, sociale, culturale, politico, economico, tecnologico, ecc.. Questo porta come conseguenza che l’affermazione di processi di autodeterminazione, agognati da tanti popoli che indignati, sfiniti e stanchi di subire vessazioni di ogni tipo da parte di gruppi dominanti di varia natura, non può che avvenire sulla base del principio della “sovranità” i cui confini, sotto l’aspetto metodologico, vanno individuati applicando il principio di “sussidiarietà”[1]  che altro non è che un principio di “efficacia” ed “efficienza”. La sussidiarietà, infatti, si basa sull’idea che ognuno possa fare da se quello che riguarda lui stesso e che è in grado di fare da solo[2]. Ciò significa che solo quando il singolo non è in grado di fare da sé per provvedere a sé stesso o ciò che fa ha implicazioni anche su altri, ecco che la sua sovranità deve essere limitata (non già per imposizione dall’alto ma per volontà propria di voler co-operare e co-creare con altri) a favore di una decisione ad un livello più alto dove tutte le parti interessate hanno titolo e interesse a parteciparvi, negoziare e decidere. È un principio assolutamente banale ma di grande buon senso, profondamente democratico e rispettoso delle libertà di tutti che, se applicato in modo appropriato, consente una varietà di soluzioni inimmaginabili. Del resto l’organizzazione nasce proprio per mettere insieme le persone, farle lavorare per obiettivi comuni. Queste organizzazioni quando sono economiche si chiamano imprese, quando invece provvedono alle problematiche della società si chiamano Istituzioni. Le Istituzioni pertanto sono qualcosa che deve servire alle persone per gli interessi di tutte le persone. Ma se si possono riscontrare diversi livelli di interesse da parte delle persone per problemi aventi natura diversa (la costruzione di una strada, la realizzazione di un piano strategico territoriale, la definizione di una strategia energetica, l’approntamento di un piano di sviluppo della conoscenza e dell’apprendimento permanente, la gestione di una moneta o di un esercito, piuttosto che di un sistema di protezione civile, ecc.) è evidente che occorrono Istituzioni diverse, a diversi livelli, aventi ciascuno poteri e responsabilità definite e diverse. Il principio di sussidiarietà, pertanto, è proprio quello che consente di dare alla “rete” una stabilità temporale, cosa che nelle relazioni politico-istituzionali è fondamentale per definire un proprio confine, una propria identità e, nel contempo, tessere nuove relazioni con altre reti di varia natura in modo dinamico ed evolutivo, senza dogmi deificanti o reificanti;

d. L’Unione europea, nata grazie alle intuizioni di alcuni illuminati quali Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak e, prima ancora tra tutti, Altiero Spinelli – autore insieme ad altri antifascisti come Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni del “Manifesto di Ventotene” (1944) – dopo alterne vicende che ha visto evolvere tale contesto da 6 a 28 Stati e da un trattato riguardante la gestione del carbone e dell’acciaio (CECA) ad un contesto “quasi-federale” ma non federale, oggi si trova in una situazione di difficoltà, soprattutto perché l’evoluzione non ha coinvolto in modo appropriato i cittadini, benché rappresentati in seno al Parlamento tramite elezioni a suffragio universale e diretto, sia perché alcune lobbies (soprattutto industriali e finanziarie) hanno preso il sopravvento nella gestione di alcune importanti materie. Si tratta in questo caso non già come alcuni prospettano di distruggere l’Unione europea e tornare ad un sistema di Stati nazionali totalmente indipendenti, ma guardare ciò che di buono e positivo il processo di integrazione europea ha determinato per le popolazioni che in essa vivono e cambiare, anche radicalmente, ciò che non è funzionale a questo obiettivo, avendo a cuore la salvaguardia del principio dell’unità nella diversità, grazie ad una applicazione corretta del principio di sussidiarietà. In questa prospettiva deve essere potenziata la politica di coesione sociale ed economica così da rendere i diritti e l’accesso agli stessi uguali per tutti. La strada intrapresa con i fondi strutturali ha avuto in tanti casi effetti strabilianti, ancorché non sufficienti in molti contesti, ma più che per la limitatezza delle risorse per l’incapacità di adeguamento culturale che la nuova prospettiva richiede. Si pensi solamente che la Germania est da quando è integrata alla Germania occidentale in soli venti anni ha annullato il divario di sviluppo esistente all’epoca del regime comunista nella DDR. L’Italia, invece, nonostante le cosiddette ultradecennali politiche per il Mezzogiorno si trova ancora in una condizione di divario che è persino aumentato. Eppure le risorse comunitarie arrivate in queste regioni non sono state di certo inferiori a quelle impiegate nella ex DDR e anche ora, se si vuole guardare all’attualità della situazione della Sardegna, si può osservare come una parte importante delle risorse messe a disposizione per il periodo 2007 – 2013 non siano neppure state impegnate e mancano solo pochi mesi alla scadenza. Dal punto di vista istituzionale se si parte dalla situazione attuale che vede oggi le seguenti Istituzioni: Parlamento Europeo, Comitato delle Regioni, Commissione, Consiglio dei capi di Stato e di Governo (Consiglio europeo). Attualmente, solo il primo può considerarsi un organo democratico, proprio perché eletto a suffragio universale e diretto (seppure sulla base di regole definite all’interno di ciascuno Stato che in molti casi non garantiscono la partecipazione di tutti i popoli). Per rendere democratiche le altre Istituzioni, già oggi sarebbe necessario che:

a) Il Comitato delle Regioni sia portato al rango di Camera che in prospettiva possa rappresentare le Nazionalità, con poteri di co-decisione per tutte le materie che investono questi territori che sono, soprattutto, quelle che attengono alle politiche di coesione socio-economica;

b) Il Consiglio europeo (oggi dominante), sia retrocesso al rango di terza camera, alla pari delle altre, con poteri che siano uguali a quelli del Parlamento europeo (ma che in prospettiva potrebbe essere anche abolito);

c) La Commissione europea, dal canto suo dovrebbe essere il risultato di un processo democratico volto ad eleggere un premier a suffragio universale e diretto, sulla base delle stesse coalizioni partitiche che competono per eleggere i rappresentanti al Parlamento europeo. Il Premier, a sua volta, dopo aver fatto consultazioni propone il proprio esecutivo che deve trovare la fiducia nelle tre camere (almeno inizialmente). La Commissione eserciterebbe in tal senso le funzioni proprie di un Governo europeo, capace di agire per intervenire sui processi economici e finanziari. Tra le altre cose una riforma di questo tipo riuscirebbe ad affrontare con più efficacia l’annoso problema della distanza tra Ue e cittadini, problema aggravato da uno scarso interesse dei media verso i lavori di Bruxelles (almeno in Italia questo è particolarmente evidente). È infatti ragionevole pensare che un tale coinvolgimento nei processi di formazione dell’esecutivo accrescerebbe notevolmente l’interesse dei cittadini spingendo di fatto i media a dare centralità a queste fondamentali tematiche;

d) La BCE, che attualmente soffre della duplice debolezza di non avere alle spalle una vera e autentica federazione democraticamente costituita e di non poter svolgere le funzioni di prestatore di ultima istanza, dovrebbe invece veder cadere queste due debolezze, così come i Federalisti europei auspicano da tempo.

e) Il diritto di cittadinanza europea deve appartenere direttamente ai singoli cittadini e non a questi concesso dagli Stati membri in virtù dei trattati comunitari. La questione è salita prepotentemente alla ribalta in diverse occasioni, ultima delle quali la recente tornata elettorale catalana dell’autunno 2012. I trattati costitutivi Ue, infatti, hanno come riferimento lo Stato membro piuttosto che i cittadini. Quindi, nell’ipotesi in cui un territorio dovesse costituirsi come nuovo Stato ottenendo l’indipendenza da uno Stato membro, il nuovo Stato dovrebbe fare richiesta di ingresso nell’Ue, richiesta che paradossalmente rischierebbe di scontrarsi con il veto dello Stato originario dato che il procedimento richiede l’accettazione unanime di tutti gli Stati membri. Questo è decisamente un punto cruciale cui tutte le minoranze nazionali presenti in Europa dovrebbero dare priorità assoluta. Non si può infatti immaginare un futuro realmente democratico per un Europa che fondi le basi del suo diritto sugli Stati membri invece che sui cittadini. E’ un po’ come se, a fronte della separazione di un grosso stato americano, una delle parti perdesse l’appartenenza agli Usa. Una cosa appunto inimmaginabile.

5. La necessità di creare un nuovo ordine istituzionale europeo

L’utilizzazione combinata delle implicazioni precedenti porta a dire:

1) Chi in Europa lavora per l’autodeterminazione di un popolo non può che lavorare contemporaneamente per una trasformazione dell’attuale Unione europea in qualcosa di più solido, efficace ed efficiente per tutte le sue popolazioni, proprio perché si ha bisogno di aree territorialmente omogenee sul piano degli interessi sia a livello basso che a livello alto. Detto in altre parole, la Sardegna è un contesto omogeneo sul piano territoriale per molteplici elementi geografici, storici, culturali, sociali ed economici. Ciò pare sufficiente per affermare che essa ha il diritto a configurarsi come contesto “sovrano” in ordine alle proprie strategie di sviluppo sociale, culturale ed economico, mentre condivide con altri popoli europei l’interesse per una soluzione ai problemi di una maggiore stabilità sociale, economica e monetaria che favoriscano la pace e le relazioni internazionali compreso il commercio internazionale, ad avere norme che garantiscano la libera concorrenza, a far parte di un contesto che conta sul piano internazionale in termini di tutela dei diritti umani, della libertà individuale e di popolo, di capacità di difesa, di ricerca scientifica, di libero mercato, ecc..

2) L’Unione europea nonostante i difetti che si porta dietro ha infatti garantito ai popoli dei paesi che ne fanno parte fin dall’inizio ben 60 anni di pace, nel senso che da quando è stata costituita la CECA nel 1951 risulta semplicemente ridicolo pensare, per esempio, che francesi e tedeschi possano oggi farsi la guerra come invece è accaduto fino alla seconda guerra mondiale. Oggi la Sardegna stando nell’UE può beneficiare dei vantaggi di un mercato comune e della stabilità di una valuta come l’Euro. I detrattori della moneta unica forse non hanno più memoria di cosa era la Lira italiana prima dell’entrata della moneta unica e oggi riesce difficile pensare ad uno Stato Sardo o ad un qualsiasi Stato Europeo che, coniando moneta, debba confrontarsi nel commercio internazionale con altre monete come il Dollaro, piuttosto che lo Yuan o lo Yen, ecc. A tale proposito è interessante notare come tra i più autorevoli economisti euro-scettici sia ricorrente l’osservazione, del tutto condivisibile, che uno dei principali problemi dell’Euro è quello di non avere alle spalle un contesto istituzionale, economico e politico, capace di agire come invece avviene negli Usa rispetto al dollaro. Siamo assolutamente d’accordo sul fatto che l’unione politica debba raggiungere al più presto un livello di integrazione più consono all’unione monetaria, tuttavia riteniamo fuorviante affermare che questa discrepanza tra contesti economici e sistema valutario sia nata con l’Europa. Non ci sorprenderebbe infatti scoprire ad esempio che la Sardegna possa avere esigenze di politica monetaria più simili a quelle delle Baleari che non a quelle della Lombardia e gli esempi simili in tutta Europa si sprecano. Tornare alle valute pre-euro non risolverebbe quindi minimamente questo problema ma significherebbe rinunciare ai vantaggi della stabilità e del mercato comune. Viceversa creare misure di compensazione fiscale tra territori diversi, abbattere le barriere logistiche e culturali, favorire l’uso delle “monete complementari” (come il Sardex in Sardegna, il Wir in Svizzera, ecc.) e incrementare e costruire una rete di welfare unitaria potrebbe liberare risorse da secoli imbrigliate nella rete di inefficienza degli stati nazionali. Questo, come appare evidente, non vuol dire guardare alla Bce in maniera dogmatica e acritica. Peraltro, il riconoscimento dell’opportunità di attribuire la sovranità monetaria ad un contesto politico-istituzionale di dimensioni continentali non rappresenta una diminuzione di prerogative fondamentali, come pensano per esempio gli inglesi che faticano a rinunciare alla sterlina, quanto invece la capacità di pensare che una moderna economia mondiale non può vivere in modo autarchico. Nondimeno, le decisioni della BCE, particolarmente faticose per molte economie della fascia mediterranea che si trovano a dover fronteggiare tassi di disoccupazione elevati e crescenti, confermano che il lavoro da fare per costruire istituzioni autenticamente democratiche e organismi esecutivi realmente rappresentativi di tutti i popoli europei è ancora tanta.  Forse non è neppure un caso che proprio la crisi di alcuni Paesi storici della UE (Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia) ha spinto più di un autorevole osservatore ad esprimere apertamente l’idea che per fronteggiare al meglio la crisi occorre più integrazione e non una cancellazione di quello che finora è stato costruito: solo i grandi speculatori possono auspicare il ritorno all’autarchismo monetario. Tuttavia, l’euro, per poter sopravvivere, ha bisogno di Istituzioni adeguate che lo governino in modo più consono ad un vero Stato federale e che lavorino per costruire a livello mondiale un nuovo ordine monetario che manca dal 15 agosto 1971, giorno in cui Nixon stabilì unilateralmente la fine degli accordi di Bretton Woods sottoscritti nel luglio del 1944. A maggior ragione, la Sardegna e tutti i popoli d’Europa che hanno interesse a dare il loro contributo in questa direzione devono poter esprimere le proprie esigenze e vedere rappresentate le proprie istanze. Appare pertanto scontato che ciò sia più facile quando a tale dinamiche vi si partecipi con il rango di Stato sovrano (La Repubblica di Sardegna), piuttosto che per con quello di regione piccola e periferica di un agonizzante Stato italiano. Analogamente, l’applicazione diffusa del principio di sussidiarietà implica che l’armonizzazione debba essere ricercata non già sulle differenze storiche, culturali, linguistiche, artistiche ed enogastronomiche che rappresentano un valore aggiunto di tutte le piccole comunità locali d’Europa, ma sulle regole riguardanti i diritti e le opportunità che devono essere uguali per tutti, senza distinzioni.

3) Lavorare per istituire nel contempo la Repubblica di Sardegna e la Federazione Europea, significa che gli attuali Stati nazionali ereditati dall’Ottocento sono destinati a fare esattamente la fine indicata da Einaudi, trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che oggi sono. Del resto nell’attuale UE sono Paesi membri Stati che non esistevano prima della caduta del muro di Berlino: Lituania, Lettonia, Estonia, Croazia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ucraina, ecc. sono tutti Stati di nuova istituzione e tutti i Paesi della Vecchia Europa hanno favorito questo processo di trasformazione, tanto che poi alcuni di questi che hanno fatto richiesta di adesione sono diventati Paesi membri dell’UE. Analogamente si pensi alla Repubblica di Malta, territorio di appena tre isolette in cui vivono meno di 500 mila abitanti, che partecipa all’UE con il rango di Repubblica. Per quale ragione allora il Vecchio Continente, non dovrebbe favorire ulteriori processi di affrancamento di popolazioni che ritengono di poter meglio tutelare i propri specifici interessi costituendosi in forma di Stato? Vista sotto questo punto il problema secondo noi assume connotati del tutto diversi dalla semplice manifestazione di affrancamento dallo Stato di appartenenza che in questa visione non si configura come processo separatista, se non per chi nell’attuale situazione conserva pervicacemente “privilegi” che non sono più accettabili in un contesto che voglia definirsi civile e democratico.

6. La Sardegna ad un bivio: first mover or follower?

Sostanzialmente resta ancora aperta la storica diatriba tra due modelli di Europa fortemente alternativi tra loro. L’Europa degli stati nazionali ottocenteschi, egemonizzata dai paesi più ricchi, governata da organismi direzionali con una forte componente tecnica e centrata geograficamente sull’area continentale, oppure l’Europa dei popoli, costruita attraverso reali processi di partecipazione democratica, con una maggiore attenzione verso il Mediterraneo e l’Est europeo. La Sardegna, per evidenti motivi a nostro parere, dovrebbe sostenere questo secondo modello in coerenza con le elaborazioni politiche di tutto il sardismo e l’indipendentismo e nel rispetto del metodo sistemico richiamato in precedenza. Chi ancora continua a dare credito all’equazione indipendentismo=separatismo dimentica che l’indipendentismo è nato all’interno del sardismo il quale, sin dai suoi lontani albori, ha posto l’integrazione europea tra i capisaldi dello sviluppo per l’isola. A tal proposito c’è un aneddoto significativo: una delle prime accuse ufficiali di separatismo mosse al Psd’Az fu fatta ad opera di Benito Mussolini in un intervento parlamentare d’accusa contro uno scritto di Luigi Battista Puggioni. La cosa più interessante è che questo scritto altro non era che un manifesto per la realizzazione della Federazione Mediterranea ovvero una sorta di organismo sovrastatale fondato sull’integrazione del popolo sardo, con i popoli di Catalogna, Baleari, Corsica, Sicilia. Ma tutto il sardismo è sempre stato caratterizzato da un approccio marcatamente europeista, oltreché anti-protezionista. Sfuggire al giogo rappresentato da politiche economiche mercantiliste, realizzate dai grandi Stati nazionali per difendere e supportare le loro principali produzioni era un’esigenza di tutte le Nazioni senza stato, che vivevano analoghe oppressioni sul fronte culturale dove il nazionalismo degli Stati di appartenenza operava spesso dei veri e propri genocidi, come quello che noi Sardi, anche per nostra responsabilità, abbiamo subìto sul piano linguistico. Andando avanti di qualche decennio, troviamo le grandi elaborazioni di Antoni Simon Mossa, il quale faceva spesso riferimento ad una grande comunità di popoli senza stato, una comunità di decine di milioni di abitanti, che unendosi nella lotta per la comune esigenza dell’autogoverno avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella creazione dell’Europa dei popoli. In questo senso Simon Mossa definiva il sardismo come un’ideologia per l’Europa e per il mondo, fotografando con questa brillante definizione la comunanza di problemi ed esigenze vissuti da quei popoli entrati nella modernità non come soggetti ma come oggetti. E ancora Simon Mossa diffidava dal seguire la strada dell’Europa degli stati nazionali prevedendo che questa strada avrebbe portato ad un Europa oligarchica dominata dai potentati delle grandi famiglie e delle multinazionali. Oggi la partecipazione della Sardegna all’Europa è un punto fermo anche per la quasi totalità dell’indipendentismo non sardista e proprio di fronte alle rivoluzioni che stanno attraversando la sponda africana del Mediterraneo, la Sardegna deve avere un ruolo da protagonista per la creazione di un’Europa dei popoli, che trasformi i deficit di democrazia in surplus e dia centralità all’area mediterranea. Non è pensabile che noi Sardi, precursori di questi temi oggi così importanti, possiamo rinunciare ulteriormente a dire la nostra in questo contesto. Peraltro, proprio dall’appartenenza ad una Europa unita in senso federale e capace di agire è possibile pensare a programmi di sviluppo socio-economico che nel rispetto delle specificità ci permetta di partecipare ai processi di crescita intellettuale, di metodo e di accesso a risorse altrimenti difficili da acquisire sul piano internazionale.

7. Fattibilità del progetto e alcune azioni minime imprescindibili

La prospettiva indicata nel presente documento, benchè urgente e indilazionabile, rappresenta però il frutto di un processo che richiede:

a) l’assunzione di una piena consapevolezza, a livello di popolo Sardo, che il perseguimento della piena sovranità è funzionale sia al mantenimento dinamico della propria identità e delle proprie radici, sia per favorire la creazione di basi di sviluppo sociale ed economico al passo con l’evoluzione della scienza, della tecnologia e delle condizioni di pace e benessere per tutti i cittadini che vivono in questa terra. Ciò richiede una diffusa e ampia azione di coinvolgimento e discussione dei temi anche qui trattati da realizzare in tutte le sedi, avvalendosi delle moderne tecnologie web che permettono di arrivare a chiunque. Costituisce parte integrante di questa azione di consapevolezza l’acquisizione di strumenti linguistici appropriati che permettano nuovamente a tutti i Sardi di esprimersi non soltanto con la lingua italiana, ma anche con il Sardo e altre lingue internazionali, a partire dall’inglese;

b) la chiara individuazione del percorso che deve favorire in modo pacifico la realizzazione dell’assetto istituzionale descritto in precedenza. Costruire il nuovo assetto in modo pacifico implica che la sovranità della Sardegna deve acquisirsi attraverso gli strumenti del diritto internazionale che prevedono l’autodeterminazione dei popoli. Lo strumento referendario costituisce la strada maestra per portare innanzitutto a sancire il diritto dei Sardi (intesi come coloro che liberamente decidono di vivere in questa terra) ad autorganizzare la propria vita civile, sociale, culturale e politica in un contesto di relazioni aperte e amichevoli con tutti i popoli del mondo, a partire da quello italiano. Se per il tramite dell’affermazione di tale diritto dei Sardi, lo Stato italiano dovesse decidere di darsi un’organizzazione diversa da quella attuale, trasformandosi da Stato unitario in Stato federale (con ridefinizione dei poteri alle Regioni e con trasformazione del Senato in Senato federale in cui ogni Regione conta in modo uguale e non sulla base delle popolazione residente; ridefinizione dei collegi elettorali per l’elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo e partecipazione paritaria delle Regioni al Comitato delle Regioni in sede europea), allora potrebbe essere possibile percorrere un pezzo di strada in comune, in amicizia e nell’interesse di tutti le nazionalità oggi presenti nello Stato italiano. Nel caso si seguisse quest’ultima strada, tuttavia, essa dovrebbe ispirarsi agli stessi principi che oggi caratterizzano la carta costituzionale della Svizzera che riconosce titolarità dei diritti, contestualmente, alle popolazioni e ai territori, presupposto questo per poter permettere alle aree territoriali (i cantoni in Svizzera e le Regioni in Italia) di poter legiferare sulle materie di propria esclusiva competenza. Questo percorso è democratico, coerente con il diritto internazionale e capace di penetrare le coscienze di quanti sono disposti a combattere per un ideale senza ricorrere però a metodi violenti e insurrezionalisti che noi rifiutiamo a priori;

c) un’assunzione di responsabilità e di coerenza, etica prima di tutto, finalizzata al miglioramento delle competenze e delle capacità individuali e di sistema. Ciò è un presupposto fondamentale per acquisire credibilità e legittimazione. Chi lavora per questo progetto non può “scadere” in mere azioni rivendicative, non lo deve fare alzando la voce. Deve invece saper dialogare e argomentare, in modo robusto ad ogni dubbio in merito alla bontà del progetto. Un progetto che ovviamente non è chiuso se non nei suoi principi e obiettivi fondamentali, non certo nei passaggi utili per il loro perseguimento;

d) la costruzione di un Partito Nazionale Sardo che ponga al centro della sua esistenza e della sua azione quanto contenuto in questo documento. Un partito che per definizione non potrà qualificarsi secondo le tradizionali categorie politiche di destra, centro e sinistra, perché il Partito Nazionale Sardo, adottando come metodo di soluzione dei problemi l’approccio per sistemi, rifiuta quelle categorie che non permettono di affrontare i temi fondamentali che interessano i Sardi e la sua Terra. Il Partito Nazionale Sardo riconosce che vi sono idee valide in tutte le diverse ideologie politiche: liberalismo, socialismo, dottrina sociale della chiesa, federalismo. Si tratta di ricomporre una proposta che traendo il meglio (e ce n’è) di quanto la storia ci mette a disposizione si può davvero costruire una nuova stagione per la rinascita sociale, culturale ed economico della nostra Isola.  Si tratta di un tema delicato, proposto da più parti ma allo stato attuale talvolta eccessivamente sbandierato, altre minimizzato, altre volte strumentalizzato e altre mistificato. Certo è che si tratta di un tema che merita ben altro approfondimento del semplice richiamo fatto in questa sede, ma in termini di prospettiva è un passaggio fondamentale quello di trovare alcune idee e azioni comuni che uniscano la maggioranza dei Sardi per avviare e attivare da subito processi innovativi di cambiamento a tutti i livelli, culturale prima di tutto e poi istituzionale, sociale, organizzativo, economico, tecnologico, ecc..

8. I problemi aperti e i rinvii

E’ nostra consapevolezza che un apprezzamento compiuto del progetto indipendentista richieda altri approfondimenti su diverse materie (per esempio una valutazione economica del progetto, una strutturazione istituzionale della nuova Repubblica). Questo può essere un ulteriore lavoro che ci piacerebbe portare avanti anche con la partecipazione di altri interessati. Il documento certamente risente di altre manchevolezze di cui magari non abbiamo consapevolezza, ma saremo grati a quanti vorranno dare il loro contributo per integrare e migliorare il patrimonio di idee in favore della causa che ha per oggetto solo la creazione di migliori condizioni di esistenza per la Sardegna e i Sardi.


[1] Del principio di sussidiarietà si trova un primo abbozzo addirittura nell’enciclica Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII, mentre una formulazione più esplicita compare nell’enciclica Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI: « Come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori ed inferiori comunità si può fare […] perché è l’oggetto naturale di qualsiasi intervento nella società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva (subsidium) le membra del corpo sociale, non già di distruggerle e assorbirle. » (Quadragesimo Anno). E quindi: « È necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad assemblee minori ed inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minore importanza in modo che esso possa eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei sola spettano […] di direzione, di vigilanza, di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità». (Wikipedia)[2] In questo modo il principio di sussidiarietà, che è un principio organizzativo del potere basato su una ben precisa antropologia, traduce nella vita politica, economica e sociale una concezione globale dell’essere umano e della società: in questa concezione, il fulcro dell’ordinamento giuridico resta la persona, intesa come individuo in relazione, e perciò le funzioni pubbliche devono competere in prima istanza a chi è più vicino alle persone, ai loro bisogni e alle loro risorse. (Wikipedia).


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La zona franca si potrà fare anche dopo giugno 2013. Garantisce l’Unione Europea.

Scritto da grandeovest.com il 6 Gennaio 2013 – 17:47 -

o75877.jpgTorno sull’argomento della zona franca in Sardegna e sulla diffusa convinzione che dopo il 24 giugno 2013 sarà impossibile attivarla. Come già detto in questa e in altre sedi questa convinzione è totalmente infondata. Probabilmente il falso allarme ha involontariamente sortito l’effetto positivo di creare una certa sensibilizzazione rispetto a questa importante opportunità’, ma è ora giunto il momento di acquisire la giusta consapevolezza e di incanalare il movimento per la zona franca verso quelli che sono gli effettivi termini della questione. Analizzerò ora alcuni punti del regolamento CE 450/2008 perché è proprio da un’interpretazione errata di questo regolamento che è nato l’equivoco che si è poi diffuso come un virus. Cercherò di essere il più chiaro possibile ma invito comunque tutti ad una lettura diretta delle fonti, prerogativa indispensabile soprattutto per chi, per incarico politico, si trova ad avere voce in capitolo sull’argomento.

Il regolamento 450/2008 è in sostanza il nuovo codice doganale comunitario che va a sostituire i riferimenti normativi su cui si basa il Dl 75/98 attraverso il quale il governo italiano ha istituito in Sardegna sei zone franche. Il nocciolo della questione ruota tutto intorno all’art 188 il quale riguarda l’applicazione delle disposizioni contenute nel regolamento tra cui gli articoli compresi tra il 155 e il 161 che consentono e regolano la creazione di zone franche doganali. L’art 188 stabilisce per l’appunto che l’applicazione delle disposizioni avviene in tre momenti:

- 24 giugno 2008 per una serie di articoli specificati tra i quali non rientrano gli articoli tra il 155 e il 161 relativi alle zone franche doganali;

- dal 24 giugno 2009 al momento dell’adozione delle disposizioni di applicazione per tutte le altre disposizioni;

- al più tardi il 24 giugno 2013 per tutte le disposizioni nonostante l’entrata in vigore delle disposizioni di applicazione.

In sintesi il nuovo regolamento sostituirà integralmente il vecchio non più tardi del 24 giugno 2013 ma questo non preclude la creazione di una zona franca che, come già detto, è garantita e regolata dagli articoli compresi tra il 155 e il 161. Questa interpretazione è a mio avviso l’unica possibile ma vista la complessità e l’ampiezza dell’argomento ho cercato conferme in rete.

Il sito del quotidiano di informazione giuridica Altatex riporta questa spiegazione per mano dell’esperto di diritto doganale Francesco Pittaluga:

“L’art. 188 § 1 reg. cit. individua una serie di disposizioni destinate ad entrare in vigore quasi immediatamente (salvo il termine di vacatio legis). (…) E’ dunque chiaro che, in assenza dell’emissione delle disposizioni “attuative” da parte della Commissione, il reg. cit. non è destinato a trovare applicazione “operativa” alla scadenza del termine del 24 giugno 2009; viceversa, indipendentemente dall’entrata in vigore della disciplina di dettaglio, esso troverà comunque applicazione a far data dal 24 giugno 2013.”

Anche il sito di Confindustria Firenze da la stessa interpretazione:

“Il  Codice Doganale Aggiornato (reg.450/2008),anche se in  vigore dal 24 giugno del 2008, al momento  risulta applicato per un numero molto limitato di articoli, mentre  la grande maggioranza delle disposizioni dovrebbero diventare operative solo dopo l’adozione delle relative norme di attuazione, ed al massimo entro il 24 giugno del 2013, secondo la previsione dell’art.188.”

Ma la fonte più autorevole è senz’altro la stessa Unione Europea. In questa sintesi, oltre che nelle prime righe di questo documento, si trovano le ennesime conferme su quale sia la corretta interpretazione dell’art 188. Dal sito ufficiale dell’Unione Europea possiamo infatti leggere:

“Il codice doganale aggiornato crea un nuovo ambiente doganale elettronico. Questo nuovo codice integra le procedure doganali comuni degli Stati membri rafforzando la convergenza tra i sistemi informatici delle 27 autorità doganali. Sostituirà il codice doganale comunitario del 1992, al più tardi il 24 giugno 2013, quando le disposizioni d’applicazione necessarie saranno adottate ed applicabili. Fino ad allora resterà applicabile il codice attuale.”

Un altro esperimento interessante consiste nel digitare su un qualsiasi motore di ricerca le seguenti frasi “24  giugno 2013 zone franche” o se preferite “24 june 2013 free zones/special economic zone/free tax area” e vedrete che il risultato della ricerca, se escludete l’ipotesi sarda, sarà sostanzialmente il nulla. Ma è soprattutto la logica a dover suggerire quale sia la migliore interpretazione della questione. Se infatti fosse corretta l’interpretazione che tanto successo ha avuto in Sardegna in questi mesi, il nuovo codice doganale comunitario sarebbe una bomba ad orologeria destinata ad autodistruggere una consistente parte del suo contenuto gettando le dogane europee in una situazione di vacatio legis prossima all’anarchia, il che è assolutamente inimmaginabile. Anche la motivazione allegata all’interpretazione scorretta del’188 non tiene. Si afferma infatti che l’impossibilità di istituire nuove zone franche dopo il 2013 derivi dal fatto che il reg 450/2008 recepisce l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (avvenuta il primo dicembre 2009), ma ciò non è vero in quanto il divieto di aiuti di stato è già bello che stabilito dall’art 107 del Tfue e anche in questo caso, ricercando in rete collegamenti fra il Trattato di Lisbona e la scadenza del 24 giugno 2013, non si trova assolutamente nulla se si esclude la copiosa letteratura generata in Sardegna negli ultimi mesi. Un po strano che una cosa di tale importanza sia sfuggita a tutto il resto d’Europa.

In conclusione quanto detto dovrebbe rappresentare un’ottima notizia per chi crede nella zona franca. Il processo di attivazione è infatti complesso e coinvolge la regione Sardegna, il governo italiano e l’Unione Europea tanto che sperare di ottenere il risultato in sei mesi è assolutamente utopistico, specie in vista delle prossime elezioni italiane e del conseguente cambio di governo. Ma senza la spada di Damocle di questa scadenza e la possibilità di inserire il tema nelle elezioni sarde previste a inizio 2014, lo scenario torna ad essere più incoraggiante.

Andrea Nonne


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Salviamo l’Europa per l’indipendenza

Scritto da grandeovest.com il 3 Dicembre 2011 – 20:18 -

Riportiamo la versione integrale di un articolo di Giuseppe Melis pubblicato su Sardegna Quotidiano del 3/12/2011

sard-ue.jpgChi naviga in Internet in questi giorni può leggere di una violentissima campagna, mai sperimentata prima, contro l’euro e contro l’Unione europea, rei di aver creato la situazione di crisi nella quale ci troviamo. Secondo tali posizioni, addirittura, si dovrebbe tornare alle monete nazionali e magari alla stessa distruzione dell’UE cosicché ogni Stato nazionale sia “libero” di fare ciò che meglio crede, per esempio, in termini di politiche monetarie che, nella mente di chi ha vissuto quegli anni, significa “svalutazione” per rendere le esportazioni più competitive.

Per queste stesse persone le parole di Monti che dice “Non vediamo i vincoli europei come un’imposizione. Non c’è un “loro” e un “noi”: l’Europa siamo noi” hanno rappresentato un vero e proprio scandalo. Quando poi ha affermato che “i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario” c’è chi, fraintendendo ad arte tali parole, reputa che si tratterebbe di “cessioni di sovranità popolare all’Europa dei banchieri” come si può leggere su un video che circola su Youtube.

Chi sostiene ciò dimentica che la stessa Costituzione all’articolo 11 recita: “L’Italia (…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Questo vuol dire che la partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea discende proprio da questo articolo e non dalle fisime contingenti di un qualsiasi Presidente del Consiglio.

Peraltro, l’auspicio di Monti è condivisibile e coerente con una prospettiva sistemica: egli infatti riconosce la necessità di una configurazione delle Istituzioni politiche articolata su più livelli cosa che, sia nei Trattati comunitari che oramai anche nel contesto Italiano, trova fondamento scientifico nell’applicazione del “principio di sussidiarietà”, in base al quale il potere risiede in capo ai cittadini che individuano però livelli di decisione diversi in relazione all’ampiezza dei problemi da affrontare e dell’efficacia degli interventi da adottare. L’altra precisazione è che non c’è nel discorso di Monti alcuna cessione di “sovranità popolare” dal momento che in quanto cittadini dell’UE (come stabilito nei Trattati) noi siamo parte della stessa UE e pertanto esercitiamo la nostra sovranità di cittadini anche nell’UE quando per esempio andiamo a votare per il Parlamento Europeo. Il problema è che tale diritto non è concesso anche per altre Istituzioni che indubbiamente vanno rese più democratiche, ma non cancellate.

Pensare ad un contesto politico istituzionale multilivello nel quale sia garantita per ciascuno di essi la partecipazione popolare e il rispetto del processo democratico, non è una cosa senza senso; anzi, è ascientifico, senza senso e addirittura pericoloso, pensare che ci debba essere un unico livello di decisione politica, sia esso a livello macro o micro, dal momento che esso rappresenterebbe una mistificazione della realtà e una semplificazione della complessità. Di fronte a una tale rigidità, infatti, il rischio di contrapposizioni non solo politico-ideologiche ma sociali, razziali, geografiche, religiose, ecc. porterebbe l’umanità verso il collasso. Ed è proprio in questo quadro tutt’altro che vicino che ha senso sia la battaglia politica per l’indipendenza della Sardegna, sia quella per la costituzione della Federazione dei popoli europei, che si otterrebbe proprio attraverso il trasferimento di poteri dagli attuali Stati nazionali (indicati dall’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi “polvere senza sostanza”) da un lato ad entità infra-statuali e dall’altro all’UE, consentendo in questo modo, per esempio, di ricondurre il potere sulle decisioni monetarie all’ambito politico e permettendo alla BCE di svolgere le funzioni di prestatore di ultima istanza.

Vero è che, purtroppo, da diversi anni a questa parte il processo di integrazione ha smarrito la bussola dell’idea federalista di Altiero Spinelli e degli altri Padri fondatori, al punto che si assiste oggi all’esercizio di poteri da parte di singoli Stati nazionali (Asse franco-tedesco) non compatibili neppure con quanto stabilito dagli attuali Trattati.

Orbene, di fronte a tutto ciò, mentre sarebbe auspicabile un fronte popolare forte e coeso per chiedere a gran voce la trasformazione dell’UE in una Federazione democratica con poteri che i cittadini europei possono esercitare con riferimento a tutte le Istituzioni, sembra prevalere, purtroppo, l’irrazionale e consueto atteggiamento del “chiudiamoci a riccio”, del tornare a “su connotu” del piccolo recinto domestico dal quale ci sembra di poter meglio controllare ciò che accade intorno, senza rendersi conto che in questo modo si lascia carta bianca a chi invece vuole speculare e continua a farlo, a chi vuole prevaricare e continua a farlo. La politica dello “struzzo”, da chiunque provenga non ha mai pagato, anzi ha acuito le differenze sociali, culturali ed economiche. Perché non indignarsi anche per tutto questo e cercare di fare squadra con chi vuole davvero cambiare il mondo in un senso più equo, solidale e sostenibile?

 

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

 


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L’isola senza Stato che sogna l’Europa

Scritto da grandeovest.com il 27 Novembre 2011 – 20:02 -

da Sardegna Quotidiano del 4/11/2011

european_union_member_countries.jpgTutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista anti-storico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’auto governo rispetto al soffocante egemonismo degli Stati Nazionali. Anche se questo proto-indipendentismo appariva talvolta immaturo e spesso confuso con il federalismo e l’autonomismo, oggi che l’idea di Europa è messa in crisi proprio dal comportamento di questi agonizzanti Stati Nazionali, fa un certo effetto scoprire questi nostri avi tra i precursori di quella vision tanto diffusa tra i costituenti dell’Ue quanto latitante tra chi oggi, purtroppo, ne decide in gran parte le sorti. Di questi tempi è frequente sentire critiche verso le politiche economiche prevalenti, mentre in pochi mettono sotto esame l’attuale assetto istituzionale degli Stati nazionali. Se infatti proviamo a spostare l ’attenzione dal contenuto al contenitore, ci accorgiamo subito che gli Stati Nazionali sono strutture pensate nell’Ottocento per far fronte ai problemi di quell’epoca, e che col tempo sono divenute sempre più inefficaci rispetto alla nuove necessità. In particolare, queste strutture si sono rivelate troppo grandi per tutelare i diritti e le identità dei popoli/nazioni e troppo piccole per governare le problematiche globali. Nel contempo, essi si rivelano sempre più incapaci di stimolare una partecipazione popolare ai processi di governo democratico oltre che suscettibili all’influenza delle grandi oligarchie economiche. Questi Stati, spesso appesantiti da enormi debiti e gestioni miopi, oggi, con i loro comportamenti, mettono a rischio l’idea stessa di Ue che pure ha garantito fino ad oggi condizioni di pace tra i popoli europei che mai la storia aveva sperimentato prima. È bene quindi non dimenticare che oggi il futuro dell’Ue e l’autodeterminazione delle Nazioni senza Stato sono due facce della stessa medaglia, in quanto entrambe sono minacciate dagli stessi egoismi nazionali totalizzanti delle grandi vecchie potenze europee. La Sardegna insieme alle altre Nazioni senza Stato ha quindi oggi interesse a costruire e partecipare ad un’Ue realmente democratica sulla base di pari diritti e regole condivise. Mi sia permesso infine di chiudere citando un altro grande indipendentista ed europeista sardo, Antonio Simon Mossa, il quale faceva spesso riferimento ad una grande comunità di popoli senza Stato, una comunità di decine di milioni di abitanti, che unendosi nella lotta per la comune esigenza dell’autogoverno avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella creazione dell’Europa dei popoli. Simon Mossa, che tra gli altri ha il non trascurabile merito di mettere d’accordo l’indipendentismo sardista con quello non sardista, definiva il sardismo come un’ideologia per l’Europa e per il mondo, fotografando con questa brillante definizione la comunanza di problemi ed esigenze vissuti da quei popoli entrati nella modernità non come soggetti ma come oggetti. L’intellettuale sassarese diffidava inoltre dal seguire la strada dell’Europa degli Stati nazionali prevedendo che avrebbe portato ad un’Europa oligarchica dominata dai potentati delle grandi famiglie e delle multinazionali. Oggi quest’ultima intuizione, purtroppo inascoltata, ci pone di fronte alla consapevolezza dei tanti errori che si son commessi, ma continua ad indicarci la strada da percorrere.

Andrea Nonne


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