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Murgia, Sedda, Maninchedda. Sinora dagli unionisti solo legna, sarà forse ora di cambiare strategia?

venerdì, 30 agosto 2013

2dipicche00.jpgCi ha provato Michela Murgia a correre insieme al movimento di Beppe Grillo, mandando inviti sempre più espliciti, sottolineando grandi differenze tra M5s e Pd/Pdl in una maniera ben poco comprensibile per il popolo indipendentista. “Manco per idea” si affretta a far sapere Manuela Serra dalle file dei grillini. “In bocca al lupo ma noi andiamo per la nostra strada”.

Ci stanno provando da mesi Paolo Maninchedda e Franciscu Sedda a partecipare alle primarie del centro sinistra con il loro Pds. Ufficialmente la coalizione non ha ancora degnato il Pds di una risposta ufficiale e definitiva ma i più hanno rivolto a Maninchedda una serie di concetti che si possono sintetizzare così: “sei appena uscito dalla maggioranza che sostiene Cappellacci, visto che siamo buoni  e visto che i voti non puzzano mai, un posto in colazione te lo lasciamo e ti fai cinque anni di purgatorio, ma di correre alle primarie non pensarci nemmeno”.

I trattamenti ricevuti dai nostri, dimostrano meglio di qualsiasi altro ragionamento il peso che le istanze indipendentiste avrebbero nelle coalizioni unioniste. Forse è il caso di riflettere su questi tentativi di alleanza, basati sulla speranza di trovare l’indipendentismo nell’unionismo. Forse è il caso di osservare quali siano stati i frutti dell’accordo programmatico psd’az/cdx del 2009. E forse non è ancora troppo tardi per riportare le diverse anime dell’indipendentismo riformista all’interno di un’alleanza da contrapporre alle coalizioni unioniste. Magari non si vincerà a questo turno ma se non altro si smetterà di perdere. Tempo e fatica.

Andrea Nonne

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Ancora su Progres e M5S. Cosa ha detto davvero la Murgia?

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venerdì, 23 agosto 2013

Il precedente articolo ha suscitato diverse polemiche su facebook. Anche se la maggior parte degli amici di Progres ha capito benissimo l’intento costruttivo del pezzo, alcuni utenti di varia estrazione politica mi hanno accusato di aver detto delle assurdità riguardo alle dichirazioni della Murgia sul M5S. Per cercare di proseguire la discussione su un binario di confronto costruttivo, lasciando dietro le polemiche infondate e sterili, posto gli stralci delle interviste cui ho fatto riferimento.

 Intervista sull’Unione Sarda del 17 agosto.

“Quindi voi giocate nel ruolo di libero.

«Sì, ma un libero aperto. Sono loro che hanno problemi di vincoli. Pd e Pdl hanno fatto emergere un elettorato che è stanco dei loro sistemi. Un elettorato di stanchezza e di rabbia».

I Cinque Stelle.

«Di questo parlavo. L’importante è che stanchezza e rabbia diano poi vita ad un progetto concreto. Nei confronti dei 5 Stelle siamo aperti a ipotesi comuni».”

Intervista sul Fatto Quotidiano del 20 agosto.

Sul vostro terreno avete un competitore forte come il Movimento 5 Stelle.

Non so quanto sia un competitore e non un alleato. È  un contenitore di istanze di cambiamento e di giusta rabbia. Credo che il M5S possa affiancarsi al tipo di cambiamento che indichiamo noi.

È una proposta di alleanza?

Si. Noi non siamo il vecchio della politica. Questa legge elettorale è fatta perché molto si decida dopo. Hanno costruito un meccanismo che ripropone le larghe imprese anche a livello locale. Possiamo impedirlo.

Vista l’importanza e la diffusione delle testate, nonchè la chiarezza delle dichirazioni riportate sopra auspico una smentita ufficiale riguardo a queste voci. E lo faccio ripetendo che voglio votare Progres e Michela Murgia.

Andrea Nonne

Cari amici di Progres, se via alleate con i grillini cosa vi differenzia dai sovranisti?

giovedì, 22 agosto 2013

grillo_urlor439_thumb400x275.jpgIn seguito alle richieste di alcuni amici di Progres che stimo molto sia dal punto di vista politico che umano, in queste settimane ho deciso di sostenere Progres e Michela Murgia per le prossime elezioni nazionali sarde. Nel mio piccolo ero già al lavoro per cercare di creare consenso intorno al progetto ma purtroppo, a seguito di alcune interviste rilasciate recentemente dalla Murgia  non sono più sicuro di potermi e volermi impegnare in tal senso.

I motivi che mi hanno spinto a voler sostenere il progetto di Progres sono principalmente tre: l’intenzione di dar vita ad una coalizione alternativa agli interessi unionisti, la stima che ho per Progres e l’efficacia mediatica del nome di Michela Murgia. Fermamente convinto che la politica sia l’arte del possibile questi tre punti sono stati finora sufficienti a sopportare diverse cose:

  • ho sopportato il fatto che la candidatura della Murgia, per i tempi e i modi che l’hanno caratterizzata, abbia di fatto inficiato il lavoro svolto da una parte di Progres per cercare di ricompattare un indipendentismo lacerato dalle recenti frammentazioni;
  • ho sopportato il fatto che la Murgia abbia finora messo in campo una visione della politica molto diversa dalla mia; in particolare  in campo economico il suo pensiero mi è parso insensibile rispetto all’urgenza di ridurre drasticamente la spesa pubblica e intriso di statalismo dirigista;
  • ho sopportato il rischio di inciuci post voto con la coalizione di centro sinistra, convinto che insieme a Progres si potesse lavorare per costruire garanzie in questo senso;
  • ho sopportato infine il massiccio ingresso di figure legate alla sinistra italiana e il crescente lavoro di annacquamento della connotazione indipendentista del progetto. Mi son sentito garantito dal fatto che la Murgia sia indipendentista e che Progres sia l’unica forza politica di una coalizione composta per il resto da forze civiche.

Ciò che invece non sono assolutamente disposto a sopportare è un’alleanza con il Movimento 5 stelle di Beppe Grillo. In politica ogni scelta è lecita e degna di rispetto ma, in qualità di elettore ed eventualmente sostenitore esigo trasparenza. Progres e la Murgia dicano chiaramente se stanno tentando di dare vita alla terza coalizione unionista, perchè solo in questo modo si può definire una coalizione caratterizzata da una presenza ingombrante e caratterizzane come quella del movimento di Beppe Grillo. Non c’è infatti nessun ragionevole motivo per considerare quest’ultimo diverso da Pd e Pdl rispetto alla dicotomia unionismo-indipendentismo. Anzi. Come ho già spiegato diverse volte in questo blog, il M5S ha un programma molto centralista, sicuramente più di Pd e Pdl. Si pensi inoltre che il M5s è l’unico dei tre ad essere permeato da un marcato e diffuso sentimento di euroscetticismo e si da il caso che l’europeismo è una colonna portante di quasi tutto il pensiero indipendentista moderno. Ma il più macroscopico ed evidente surplus di centralismo del M5s rispetto a Pd e Pdl non risiede nella base ideologica bensì nella forma organizzativa. Mentre infatti, Pd e Pdl sono organizzazioni caratterizzate da una seppure discutibile democrazia interna, che prevede congressi, autonomie territoriali e proprietà collettiva di simbolo e mezzi, il M5s è una proprietà personale di Beppe Grillo che ha già ampiamente dimostrato, a forza di epurazioni, di poter disporre del movimento come meglio crede. Se quindi si afferma, a mio parere giustamente, che Pd e Pdl dipendono dalle rispettive segreterie romane per il M5s vale un discorso ancora più estremo: il M5s è Beppe Grillo e sperare che quest’ultimo in futuro possa discriminare gli interessi nazionali italiani a favore degli interessi nazionali sardi a mio avviso è pura utopia. Questo se vogliamo fare una seria analisi politica senza farci accecare dall’ennesimo fenomeno del gossip politico italiano che strumentalizza la sofferenza delle persone a forza di demagogia e populismo.

Mi auguro che queste affermazioni siano quindi imprudenze dovute all’adrenalina della competizione elettorale e che Progres le voglia prontamente correggere in forma ufficiale. Ripongo grandi speranze nel partito e ho apprezzato molto il modo in cui in questi anni ha dato vita ad un’organizzazione democratica, plurale e dinamica. In un momento in cui i protagonisti delle scissioni si ritrovano in trattativa con il Pd e il M5s, Progres potrebbe rappresentare una valida alternativa per chi, come me, trova poco interessante un’alleanza con le sigle italiane. E non credo di essere se è vero che quel famoso studio,  vede il 40% dei sardi interessati all’opzione indipendentista.

Andrea Nonne

Una risposta ad Anthony Muroni sui problemi dell’economia sarda.

martedì, 20 agosto 2013

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All’inizio degli anni novanta Michael Crichton pubblicò un avvincente thriller dal titolo Sol Levante da cui fu tratto l’omonimo film con Sean Connery. La trama raccontava in maniera molto fedele le paure che in quegli anni l’America viveva rispetto al futuro della sua economia, minacciata dall’espansionismo dei capitali giapponesi, ben supportati da una politica economica ben più interventista e protezionista di quella statunitense.

Domenica L’Unione Sarda ha pubblicato un interessante editoriale, scritto dal direttore Anthony Muroni, sulle prospettive della Sardegna. Se da una parte condivido in pieno il deciso richiamo rivolto alla classe politica sarda affinchè si renda indipendente dal centralismo italiano, non sono d’accordo con Muroni quando indica tra i principali malanni dell’economia sarda l’acquisto di imprese sarde da parte di gruppi stranieri. Innanzitutto andiamo a vedere in che modo un’ impresa genera ricchezza in un territorio. Semplificando al massimo la questione possiamo elencare i seguenti benefici:

  • le retribuzioni dei lavoratori assunti;
  • l’indotto creato rispetto ai fornitori di beni e servizi;
  • il gettito fiscale generato (anche se il sistema fiscale italiano rende questo fenomeno piuttosto indistinto e indiretto);
  • gli utili reinvestiti nell’impresa;
  • l’insieme di competenze e relazioni derivanti dall’attività di impresa;
  • i dividendi distribuiti agli azionisti.

Quando un’ impresa sarda passa in mani straniere l’unica di queste forme di ricchezza che subisce una significativa variazione è quella descritta all’ultimo punto. I dividendi non finiscono più nelle tasche di imprenditori sardi ma nelle tasche di imprenditori non sardi. Per quanto riguarda la ricaduta sociale non mi sembra che questo punto rivesta una grande importanza; è invece più importante ciò che succede riguardo agli altri cinque aspetti elencati. Da questo punto di vista, a mio parere, vale per gli imprenditori lo stesso principio che vale per i cittadini: sardo è chi sceglie di esserlo e la portata delle azioni si valuta per i benefici apportati alla società piuttosto che per la nazionalità di chi ne è autore. Se un’impresa sarda viene acquistata da un gruppo che ha la capacità e la volontà di far crescere i volumi e la qualità, di instaurare rapporti corretti con i collaboratori, di innovare, di trasferire competenze e di diffondere le produzioni sarde in giro per il mondo, in questo caso l’impatto sociale dell’investimento può essere molto positivo. Pensiamo ad esempio al caso Campari-Zedda Piras. Grazie all’acquisizione, per il più celebre liquore sardo si sono spalancate le porte dell’immensa rete commerciale del colosso milanese. In più Zedda Piras ha fatto da apripista per tutti i produttori di mirto in diversi mercati prima preclusi. O ancora pensiamo al recente accordo tra Granarolo e Ferruccio Podda; non ho ancora avuto modo di valutare i bilanci ma, da semplice consumatore, ho notato sensibili miglioramenti nel packaging e nel posizionamento a scaffale; se questa sinergia dovesse effettivamente aumentare la competitività delle produzioni potrebbe portare la 3A di Arborea a migliorare ulteriormente la sua offerta, accrescendone la forza commerciale anche nei mercati esteri. Oppure qualcuno è pronto a giurare che senza il potenziale di marketing del gruppo Heineken, Ichnusa sarebbe diventato il brand immortale che è oggi?

Ben vengano quindi i capitali stranieri se la volontà è quella di crescere nel mercato e non di mungere soldi pubblici dalle tasche dei contribuenti. Il fatto stesso che in Sardegna ci siano mercati e produzioni interessanti per gli investitori, è un ottimo segnale di salute per i comparti interessati. Mi preoccupano semmai le tante zone industriali fantasma della Sardegna, dove i lavoratori cassaintegrati vivono con grande e comprensibile preoccupazione le difficoltà che queste aziende trovano ad essere rilevate; essendo nate nella pericolosa illusione che una politica dirigista potesse impiantare lo sviluppo industriale, per decenni, pompate da massicce iniezioni di soldi pubblici, hanno navigato ignorando le correnti del mercato per arenarsi inevitabilmente nelle secche della crisi una volta lasciate in balia della tempesta. Quello che insomma dobbiamo pretendere dai nostri politici non è un maggiore intervento in aiuto delle nostre imprese, ma di sgombrare il campo dall’insostenibile peso della burocrazia e del fisco che loro stessi hanno generato. A quel punto, son sicuro, le imprese sarde saprebbero provvedere benissimo alla loro crescita.

A proposito, come andò a finire la disputa America-Giappone dopo la pubblicazione di Sol Levante? L’America, superate le paure di inizio decade, diede vita ai ruggenti anni novanta proprio mentre l’economia giapponese si incanalava in una lunga fase di stallo. Sarà un caso?

Andrea Nonne

Sovranismo? Io non ci sono.

venerdì, 9 agosto 2013

images1.jpgEra nell’aria da tempo. Da anni. Da anni se ne parla, anche nelle pagine di questo blog. Da anni io e altri stiamo mettendo in guardia rispetto alla manovra politica che si sta confezionando per le elezioni nazionali sarde di inizio 2014.

Parliamo un attimo dei partiti e dei movimenti indipendentisti sardi. Alcuni pensano che attorno al Partito Democratico si possa costruire un’ alleanza in grado di cambiare, in meglio, la Sardegna. Avete letto bene. Il Pd. Lo stesso partito che in Sardegna osteggiava la flotta sarda e a Bruxelles sosteneva e difendeva la costruzione del monopolio dei mari Tirrenia/Onorato/Cin. Lo stesso partito che in questi mesi ha fatto da ariete in consiglio alla Saras per trivellare la piana di Arborea, mostrandosi completamente sordo alle preoccupazioni avanzate dai cittadini e dalle imprese del territorio. Lo stesso partito che, in tutte gli accenni di presa di coscienza indipendentista mostrati in questa legislatura da parti del consiglio regionale, ha sempre mostrato in maniera chiara e inequivocabile il suo conservatorismo centralista e nazionalista (italiano). Altri pensano invece che il cambiamento possa nascere grazie alla collaborazione con il Movimento 5 Stelle. Avete letto bene. Il M5S. Lo stesso movimento che vuole togliere la sanità alle regioni per restituirla allo stato italiano. Lo stesso movimento che, totalmente sprezzante di un contesto sociale come quello vigente da secoli in Sardegna, vuole sopprimere tutti i comuni al di sotto dei 5 mila abitanti. Lo stesso movimento la cui capolista Emanuela Corda, all’indomani della sue elezione nel Parlamento italiano ha dichiarato qualcosa tipo “il nostro compito è riportare la Sardegna in Italia”. Lo stesso partito che ha aggredito la Pinna, rea di essere nata a Quartucciu e aver pensato di far parte di un’ organizzazione dove è tutelata la libertà di pensiero e di espressione. Se poi qualcuno dovesse pensare di fare alleanze sovraniste col Pdl, beh, non saprei proprio cosa dire.

Sovranismo, in Sardegna, è una parola sputtanata persino più del termine autonomismo, nella patetica e immotivata ambizione di superare quest’ultimo. Mi son convinto che verso le alleanze con le sigle italiane non si debba avere una contrarietà assoluta e aprioristica. Tuttavia andrebbero limitate a casi estremi, in cui il gioco valga veramente la candela e a determinate condizioni. Innanzitutto è necessario che all’interno di un’ eventuale alleanza, l’indipendentismo abbia una struttura è un organizzazione tale da poter esprimere una forza contrattuale adeguata rispetto alle controparti. Ora si da il caso che a trattare con le sigle italiane siano prevalentemente micromovimenti frutto dello scissionismo che ha caratterizzato l’indipendentismo in questi anni e, ironia della sorte, gli indipendentisti i cui nomi circolano all’interno dell’ipotesi sovranista sono stati protagonisti quando non artefici di molte di queste scissioni. Un’ altra condizione importante è che accordi di questo tipo vengano stipulati all’insegna della convergenza su punti programmatici chiari e definiti, senza attribuire inverosimili connotazioni indipendentiste alle succursali sarde dei partiti romani. Il patto col diavolo, se proprio si fa, deve restare tale. Dietro all’esplosione del sovranismo in Sardegna vi è invece il tentativo di spostare la motivazione dell’alleanza dal piano programmatico al piano ideologico, come se, ragionando in termini orwelliani, alcuni partiti/movimenti italiani fossero “più uguali degli altri”.

Andrea Nonne

Spunti di riflessione per una Sardegna libera e indipendente dentro la Federazione dei Popoli Europei

martedì, 23 luglio 2013

ue-bandiera1.jpgdi Giuseppe Melis e Andrea Nonne

Nel sottoporre al pubblico questo lavoro abbiamo consapevolezza che il tema dell’indipendenza della Sardegna può avvalersi, fortunatamente, di documenti, articoli, interventi pubblici e riflessioni, antichi e recenti, cui in parte abbiamo attinto per la predisposizione di questo nostro contributo. Questo implica che, nonostante l’ambizioso titolo del documento, non abbiamo la pretesa di pensare che i contenuti siano tutti delle novità; il modo con cui le abbiamo articolate e messe insieme ci pare però abbastanza inusuale, almeno per la conoscenza che finora abbiamo del materiale a disposizione che sicuramente è tanto.

 

1. Obiettivi del documento e notazioni metodologiche

L’intento di questo documento è di dimostrare che la sovranità nazionale della Sardegna, sempre più agognata da tanti Sardi con sempre maggiore consapevolezza, non è, come sostengono gli ancora troppo contrari o tiepidi a questa idea, una fuga in avanti rispetto a ciò che sta accadendo nel mondo e neppure un “capriccio” di alcuni facinorosi che si divertono a mettere sotto accusa, o addirittura attentare in modo insulso, le Istituzioni dello Stato Italiano in quanto tali. Al contrario pensiamo che il discorso che qui si fa per la Sardegna valga anche per altri contesti, dal momento che le ragioni per costruire un contesto di sovranità in ambito sardo partono da due presupposti: a) le difficoltà crescenti del contesto sociale, economico e politico nel cercare di costruire condizioni di vita e di benessere compatibili con le opportunità che la scienza e la tecnica mettono a disposizione in questa fase storica; b) l’incapacità degli attuali sistemi politico-istituzionali dell’Europa occidentale di dare appropriate risposte ai propri popoli.

Per dimostrare la nostra tesi abbiamo scelto prima di tutto un “metodo” che ci aiutasse a ragionare intorno al tema non già come tifosi, ma come persone e cittadini che razionalmente cercano di esplorare nuovi percorsi politico-istituzionali volti a cambiare, se necessario anche in modo radicale, il contesto di riferimento per renderlo adeguato rispetto alla soluzione dei problemi da affrontare. Conseguente a tale assunto è che il nostro ragionamento deve mettere da parte i dogmi che, purtroppo, in molti casi rappresentano la principale “trappola” cognitiva alla ricerca di soluzioni nuove. Questo a nostro parere è il preliminare atteggiamento “culturale” e “mentale” che dovrebbe ispirare, a nostro avviso, le persone di buon senso nella ricerca di proposte e soluzioni appropriate. I dogmi, con riferimento all’ambito di questo documento, sono rappresentati sia dall’idea di non considerare soluzioni se non all’interno di date condizioni “istituzionali” e “ideologiche”. Noi rifiutiamo sia le prime che le seconde, dal momento che attribuendo la supremazia agli “oggetti” piuttosto che ai “soggetti”, subordinano gli interessi delle persone (sistemi naturali) a quelli dei loro costrutti di qualsiasi tipo (sistemi concettuali). Ecco perché tali costrutti concettuali, in quanto tali, dovrebbero essere sottoposti a revisione costante in relazione al mutare dello spazio e allo scorrere del tempo per verificarne l’efficacia rispetto ai problemi che si propongono di risolvere.

Il metodo su cui fondiamo queste idee parte prima di tutto dalla necessità di come si vuole considerare l’attuale momento storico. Nel fare questo si possono percorrere due strade: una si basa sulla considerazione – tout court – dello stato dell’arte al momento dell’analisi, l’altra prende invece in considerazione la dinamica dei processi in corso. Inutile dire che nel primo caso si rischia di essere fortemente influenzati dalle contingenze che, per quanto importanti (e ciò che sta accadendo in questo periodo lo è tantissimo per le ripercussioni che si avranno anche negli anni a venire), non possono essere considerate come espressive dell’intero fenomeno, soprattutto perché, se considerate in modo isolato, non danno conto delle ragioni per le quali le stesse circostanze si manifestano e delle implicazioni che dalle stesse possono derivare.

Ecco, l’analisi dei processi storici in corso è sicuramente utile per svolgere qualche considerazione a supporto della tesi che vogliamo sostenere con il titolo di questa riflessione sulla quale avremmo piacere di confrontarci serenamente e senza irrigidimenti dogmatici con quanti hanno a cuore l’interesse della nostra Isola.

2. Uno sguardo ai principali processi storici in corso

C’è unanime consapevolezza, non soltanto in campo scientifico, sul fatto che i principali processi storici in corso, dalla fine della seconda guerra mondiale, possono essere riassunti nei seguenti:

- globalizzazione di innumerevoli aspetti della vita associata, dalla cultura, alla scienza, all’economia, agli stili di vita diventati sempre più simili e talvolta uguali a cui, più di recente, si associa un altro fenomeno di natura opposta. Si tratta dei processi di riscoperta e valorizzazione di molte tradizioni, saperi e culture tipiche di contesti geograficamente limitati e per questa ragione definiti locali. Questi tuttavia sono molteplici (praticamente esistono in tutte le parti del mondo) e si combinano con i processi di globalizzazione dando così origine al neologismo “glocale”, proprio per indicare la contestualità di tali fenomeni apparentemente “opposti” eppure verificabili entrambi in molteplici situazioni;

- sviluppo esponenziale delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, semplicemente inimmaginabili vent’anni fa, che rendono possibile l’interconnessione e la comunicazione tra persone e organizzazioni di vario tipo appartenenti ad ambiti territoriali talmente distanti tra loro che neppure si immaginava potessero esistere, con la conseguente modifica delle relazioni intersoggettive e interorganizzative, sempre più spesso multilingue e sempre più del tipo “molti a molti”, sia nello spazio che nel tempo;

- proliferazione delle fonti di informazione e contestuale modificazione delle modalità di comunicazione, con una crescente ricerca di adeguate modalità capaci di arrivare immediatamente al cuore e alla testa dell’interlocutore, possibilmente senza che esso debba fare un qualche sforzo di comprensione: l’infografica rappresenta oggi uno degli esempi più avanzati di comunicazione di massa che, grazie alla combinazione di tecnologie, creatività grafica, idee e concetti, avviene nella forma molti a molti, dando a tutti la possibilità di costruire contenuti informativi di qualità e di livello evoluto e di porli a disposizione del pubblico;

- apertura dei mercati e conseguente progressiva eliminazione delle barriere alla libera circolazione di persone, merci, capitali e servizi;

- affermazione della società della conoscenza che attribuisce valore strategico al sapere e alle competenze sia nel campo del “fare” che dell’”essere”, piuttosto che alla mera disponibilità di capitali;

- aumento del divario di conoscenza tra le persone che ancora in piccola parte sono sempre più adeguatamente formate, informate e consapevoli degli eventi in corso, mentre troppe ancora sono quelle che rimangono escluse o ai margini dei processi di comunicazione e persino dalle fondamentali e basilari attività di educazione e partecipazione alla vita sociale delle diverse comunità umane presenti nelle diverse parti del mondo. Peraltro si assiste ad una regressione della conoscenza anche in chi avendo avuto la possibilità di formarsi, a causa delle difficoltà di inserimento nel mondo del lavoro e non avendo le forze per “autodeterminare” un autonomo percorso di mantenimento e riqualificazione costante delle conoscenze perde anche quelle acquisite (analfabetismo di ritorno);

- trasformazione progressiva dei contesti politici e istituzionali determinati dai cambiamenti di cui sopra, dalla sempre più acuta crisi degli stati nazionali e dalla maggiore consapevolezza delle persone, fatto questo che da un lato ha portato ad aggregazioni sovrastatali (di cui l’unione europea, nonostante le attuali e gravi difficoltà di legittimazione popolare, rappresenta ancora oggi il principale esempio di integrazione pacifica tra popoli che per secoli si sono combattuti ferocemente) ma anche alla disaggregazione di Stati giganti che con la forza e l’esercizio del potere tenevano “insieme” popoli profondamente diversi tra loro (è questo il caso dell’URSS, della ex Jugoslavia o della stessa ex Cecoslovacchia). Nella stessa direzione devono essere letti gli avvenimenti di ribellione presenti in diversi Paesi del Nord-Africa nonché le proteste soffocate dal regime cinese: dappertutto si reclamano condizioni di vita migliori che molti degli Stati esistenti e formatisi nel secolo scorso o anche prima, così governati non sembrano essere capaci di garantire. In tali fenomeni occorre individuare la ribellione delle popolazioni verso il dogma degli stati nazionali e verso la cultura del nazionalismo che ha come matrice fondamentale, da un lato, l’imposizione dell’uniformità al proprio interno, con conseguente pretesa di un’incondizionata lealtà da parte di tutti i suoi membri, e, dall’altro lato, e divisione tra le diverse comunità territoriali esclusive (tra stati sostanzialmente) che vivono nelle diverse aree del pianeta;

- aumento del consumismo nelle aree più sviluppate del mondo con conseguente crescita della produzione di beni e servizi e contestuale permanenza, nella gran parte del pianeta, di fenomeni di degrado umano e sociale con persone che oltre a non sapere cosa sia la “libertà” (perché spesso cresciuti in contesti governati da regimi repressivi quando non addirittura schiavisti) muoiono ogni giorno di fame e per malattie derivanti dall’assenza delle più elementari norme igieniche e sanitarie;

- aumento del fabbisogno energetico con conseguente aumento dello sfruttamento dei giacimenti petroliferi e di gas naturale, nonchè della costruzione di centrali nucleari a cui però si è affiancata una maggiore attenzione, per via della crescente sensibilità ambientale, verso le fonti alternative e pulite, anche se rimangono ad un livello ancora modesto;

- emergenza di un rischio ambientale senza precedenti che mette a pregiudizio la stessa sopravvivenza del pianeta e delle diverse specie viventi, dimostrato dalle sempre più frequenti catastrofi naturali, in molti casi indotte dall’uomo attraverso il suo colpevole comportamento teso a sfruttare il territorio oltre ogni limite e con l’aggravante di non ricercare con maggiore determinazione e impegno fonti di soddisfazione del proprio fabbisogno energetico alternative alle risorse petrolifere e nucleari;

- aumento esponenziale dei fenomeni migratori di fasce di popolazioni indigenti dalle aree più deboli del pianeta a quelle ad oggi più sviluppate (Europa in modo particolare);

- spostamento dei principali interessi economico-finanziari dalle “tradizionali” aree del pianeta verso l’estremo oriente (Cina e India in particolare) e in misura inferiore verso aree considerate del terzo mondo e che ora si trovano in una fase di espansione economica (America latina e altri paesi dell’estremo oriente)

- preoccupante concentrazione del potere nel sistema finanziario internazionale, a scapito dell’assenza di una contestuale capacità di governo politico di tale sistema, che si traduce in fenomeni speculativi a tutto danno degli Stati e delle popolazioni meno attrezzate che di fatto accentua gli squilibri sociali, economici e di democrazia.

Di fronte a questi fenomeni che hanno cambiato e stanno cambiando progressivamente il mondo ci sono ovviamente coloro che, in base alle loro convinzioni, conoscenze, competenze e interessi, fanno resistenza volendo mantenere lo status quo e altri che invece, sulla base di valori diversi e interessi opposti ai primi, cercano di lavorare per favorire i processi di trasformazione in corso così da ricercare nuove e più appropriate soluzioni politiche, sociali, economiche, tecnologiche ai problemi che è innegabile appartengano a questa società.

Peraltro, va evidenziato che la complessità dei fenomeni sopra indicati è tale che la ricerca di soluzioni non è né facile, né scontata e questo richiede l’impegno di tanti a vari livelli, dal momento che, in molti casi, la natura dei problemi di dimensione planetaria trova soluzione solo nella modifica di innumerevoli comportamenti sul piano locale e individuale (think global and act local).

È in questo contesto che sono sempre più numerosi coloro che si interrogano sul da farsi, a tutti i livelli, ma soprattutto a livello locale dove ciascuno vive e può maggiormente misurare il proprio contributo per qualcosa che possa essere utile a se stesso e agli altri.

 

3. Sistemi, sottosistemi e reti di sistemi come modelli di costruzione di contesti politico-istituzionali più efficienti ed efficaci

La soluzione dei problemi sopra esposti non si può trovare, come scritto in premessa, nelle posizioni ideologiche e dogmatiche che per definizione creano solo parziale consenso, quando addirittura acceso dissenso e impossibilità di dialogo; occorre partire da un metodo che possa essere considerato valido (nel senso di un suo riconoscimento sul piano scientifico) da tutti, nel senso che le argomentazioni derivanti dal metodo applicato devono essere tali da non poter essere messe sotto accusa per partigianeria, che invece c’è e ci deve essere nel momento delle scelte per capire esattamente cosa vogliono gli uni e cosa auspicano gli altri e gli altri ancora.

Finora l’unico metodo che nelle scienze fisiche, matematiche e sociali ha prodotto il massimo del successo è quello sistemico, applicabile in tutti i campi del sapere, poiché è capace di porre contemporaneamente l’attenzione:

- sul tutto considerato come uno;

- sulle singole parti che compongono il tutto;

- sulle relazioni tra le parti del tutto e che generano il tutto;

- sulle implicazioni del comportamento delle singole parti sul tutto;

- sulle implicazioni del tutto sulle singole parti.

Sembra un gioco di parole quello appena indicato eppure non lo è, anche se a prima vista può sembrare qualcosa di non accessibile e complicato al grande pubblico. Eppure, come si dimostra – a partire dagli studi di Von Bertalanffy fino ad arrivare ai giorni nostri – è stato ampiamente dimostrato che la maggior parte dei problemi deriva proprio dalla difficoltà di comprendere il sistema delle relazioni che si instaurano tra singoli individui o loro aggregati (le parti) e i sistemi dei quali essi fanno parte (il tutto) che di volta in volta assume la forma di organizzazioni (imprese, famiglie, pubbliche amministrazioni a vari livelli, ecc) o di contesti territoriali e istituzionali (Comune, Provincia, Regione, Stato, Unione di Stati, Organizzazioni internazionali, ecc.).

Guardare alle Istituzioni secondo un approccio sistemico permette di rendersi conto che concetti totalizzanti e deificanti quali quelli dell’indivisibilità dello Stato o di unità dello Stato, così come sanciti anche nei documenti di valore Costituzionale possono essere serenamente messi in discussione. Lo Stato nazionale unitario, ha creato un apparato autoritario, burocratico, lontano dalla vita dei cittadini e, conseguentemente, sottratto a qualsiasi possibilità di controllo da parte loro. Peraltro, a fronte dell’evidente delegittimazione progressivamente costruita in questi ultimi trent’anni in Italia come in altri Paesi europei, negli ultimi anni ha reagito stringendo ancora di più le maglie del potere a tutela di se stesso, avvilendo e rinnegando ogni differenza, comprese quelle rappresentate dalle nazionalità minoritarie in essi presenti e impedendo loro di radicarsi e di trovare una piena e libera possibilità di espressione a rispetto di tali molteplici identità. In chiave sistemica ciò significa che lo Stato unitario, in quanto unità indistinta e indistinguibile, nega nei fatti la composizione di parti e nega, di conseguenza, la possibilità di costruire relazioni con l’esterno se non di tipo contrattuale. Il confine è rigido, sia all’interno che verso l’esterno, perché lo Stato come apparato è considerato un “dogma” da non mettere in discussione.

Nell’approccio sistemico, invece, lo Stato, così come si configura in un dato momento storico, altro non è che la forma attuale e concreta che un popolo si è dato per organizzare la vita civile. Questo implica che se tale forma, in un altro momento, appare inadeguata per organizzare in modo efficiente ed efficace la vita dei cittadini, essa non solo può ma deve essere messa in discussione e riformata e, se necessario, cambiata anche radicalmente. È lo Stato che deve essere adattato ai bisogni della gente e non il contrario: la gente è reale, lo stato è un costrutto concettuale (nel caso specifico un particolare modello organizzativo), il risultato cioè dell’attività di organizzazione delle relazioni tra le persone in un dato contesto e, come tale, soggetto a verifica di efficacia prima ed efficienza poi. Pensare che lo Stato possa cambiare, in quanto struttura organizzativa, significa stabilire la priorità delle persone sulle cose concepite dalle persone. Cambiare la struttura di un sistema serve per mantenere le relazioni ad un livello di efficienza e di efficacia soddisfacente. Non si tratta pertanto di “lesa maestà”, perché è il popolo nelle sue diverse articolazioni che deve scegliere, sempre, la forma organizzativa più adatta al perseguimento degli obiettivi di pace, sviluppo e convivenza civile, nel rispetto degli stessi diritti degli altri popoli.

A supporto della precedente tesi l’approccio per sistemi ci ricorda, infatti, che il tutto e le parti non solo sono cose diverse le une dalle altre, benché intimamente connesse e correlate, ma sono anche mutevoli nel tempo e nello spazio, nel senso che la dinamica delle relazioni che si instaura porta a generare quella che tecnicamente si chiama “complessità”. Quest’ultima, come è noto, è definita:

- dalla varietà delle componenti presenti nel contesto di riferimento e dalle relazioni che si instaurano tra esse, che significa che nel corso del tempo le componenti non sono mai le stesse, a fronte di alcune che scompaiono altre nuove compaiono all’orizzonte;

- dalla variabilità delle componenti nel senso che ciascuna di esse muta per effetto dell’interazione con le altre componenti, e tutte mutano per effetto del mutare delle altre;

- dall’indeterminatezza che porta a rendere estremamente difficile quando non impossibile predeterminare a priori le conseguenze nel tempo di molte scelte e comportamenti.

Ecco, è proprio nel rapporto tra le parti e il tutto che si pone il problema del rapporto indipendenza/interdipendenza. Come si risolve questo rapporto? Che tipo di relazione deve esserci tra le parti e tra queste e il tutto, affinché tutti possano beneficiare di tali relazioni?

Ogni parte deve essere considerata indipendente rispetto alle altre? Oppure occorre trovare un modo perché le parti, interagendo reciprocamente, lo facciano sulla base di obiettivi condivisi, regole condivise, azioni concertate e concordate, senza appunto rinunciare alla propria identità e decidendo in totale libertà. E quando accadesse che si trovassero soluzioni per “stare insieme”, viene meno l’indipendenza delle parti?

E’ proprio in questo non semplice e annoso problema scientifico che trova spiegazione il progetto di sovranità che una parte dei Sardi vuole portare avanti per dotarsi di uno strumento giuridico che permetta di tutelare meglio i propri interessi primari e di interagire alla pari con altri popoli del mondo di cui riconosce l’identità e la sovranità nel decidere le questioni di specifica competenza in modo del tutto indipendente.

A nostro modesto avviso, si commette un errore quando si pensa che questo progetto altro non sia che una sterile rivendicazione di potere per sostituire semplicemente chi finora l’ha gestito con altre persone e altri partiti, come magistralmente racconta Geroge Orwell nel suo “Animal farm”. Al contrario, si tratta di un’idea che affonda le radici nella ricerca di una soluzione politico-organizzativa a un diverso modo di stare nel mondo; uno stare del mondo più partecipato e che non sia succube di decisioni del passato oggi non più attuali, e ancora meno succube e dipendente da chi con l’esercizio della forza (economica, finanziaria, militare, culturale, ecc.) vorrebbe perpetuare schemi ormai obsoleti. Ciò significa che essere indipendenti pone il soggetto nella condizione di decidere ciò che reputa sia meglio non già in base ad una astratta ed ipotetica situazione di assenza di vincoli e condizionamenti ma, invece, tenendo conto consapevolmente del complesso dei vincoli, dei condizionamenti e delle opportunità che si generano nel fare o nel non fare una determinata cosa. Si tratta, in altre parole, di considerare l’indipendenza come capacità di decisione in termini di convenienza tra due o più alternative, avendo consapevolezza che, come già scritto, non esiste una ipotesi da laboratorio in cui si può far finta che il resto del mondo non esista o che non ci sia una storia di avvenimenti ed eventi che di fatto influenzano il presente. Per una concezione indipendentista astratta la precedente considerazione rappresenta senza dubbio una limitazione importante ma se occorre costruire un progetto credibile occorre che affondi le radici nella realtà e nella storia per scriverne una diversa ma possibile e non utopica.

Chiarito il precedente punto, resta il problema di come si deve affrontare il tema delle relazioni tra le parti. In ambito scientifico, il modello organizzativo che garantisce nel contempo il massimo dell’indipendenza e il massimo della cooperazione e della partecipazione è rappresentato dalla “rete”, metafora che attribuisce alle componenti piena e totale indipendenza di azione e al sistema degli accordi e delle regole condivise il massimo della coesione per il perseguimento di obiettivi di comune interesse. Il tutto senza gerarchie predefinite e, non di rado, senza gerarchie. Quando le gerarchie ci sono, esse sono il risultato dell’interazione libera tra le parti che, ovviamente anche in questo caso, piaccia o non piaccia, risente dei preesistenti rapporti di forza e che occorre tenere in considerazione nel momento delle alleanze così da poter modificare tali rapporti. Altrimenti, pensare che nella costruzione di qualcosa di nuovo si parta dallo stesso punto e con le stesse risorse e capacità, rappresenta una semplificazione mistificante che poi rischia di produrre risultati deludenti, proprio in virtù di aspettative poco perseguibili nel concreto.

Se si concorda con questo ragionamento, appare evidente che il processo diventa più importante dello stesso risultato finale. Infatti, il funzionamento della rete è garantito da processi di costruzione del valore condivisi, dove gli attori che partecipano al processo, pur partendo da storie, condizioni, capacità e consapevolezze diverse, hanno invece tutti pari diritti, pari dignità e pari doveri e il risultato sistemico della loro azione è ciò che deriva da un processo di co-creazione (Prahalad, Ramaswamy, 2004; Ramaswamy Gouillart, 2010). Quest’ultimo si caratterizza per non escludere nessuno a priori; la co-operazione e la co-creazione richiedono condivisione, partecipazione, coinvolgimento attivo delle parti interessate al livello più ampio possibile. Anzi, in senso tecnico, co-operazione e co-creazione richiedono un appropriato dialogo, uguale possibilità di accesso alle informazioni e alle opportunità, trasparenza del processo così che tutti li possano conoscere in modo consapevole e possibilità di valutazione del rischio di ciò che si fa o si intende fare, da parte soprattutto del destinatario/beneficiario delle diverse azioni (cliente, utente, cittadino).

4. Le implicazioni derivanti dal modello utilizzato

Il progetto di sovranità del popolo Sardo che si propone in questo documento fa propria la prospettiva teorica e storica di cui ai punti precedenti e cerca di “immaginare”, almeno una parte di questo percorso, proprio perché la sua realizzazione non può dipendere dallo sforzo intellettuale di pochi, ma al contrario esso richiede l’allargamento a tutti coloro che sentono il piacere-dovere di concorrere a dare una nuova prospettiva ad un popolo che da troppo tempo è stato “illuso” e continua ad esserlo ancora oggi dai governanti di turno, a livello sardo come a livello italiano, indipendentemente dalla colorazione politica di provenienza. Questo documento, pertanto, si configura come un’ulteriore “piattaforma di ingaggio” degli attori (i Sardi che desiderano parteciparvi, senza ulteriori qualificazioni, compresi ovviamente coloro che hanno o che hanno avuto esperienze in partiti o altri movimenti e organizzazioni) che vogliono creare un contesto sempre più ampio di co-operazione e co-creazione del progetto della nuova Repubblica di Sardegna che vuole proporsi come ventinovesimo Stato dell’attuale Unione europea per costruire  insieme agli altri popoli, una più democratica Federazione dei popoli europei e un contesto Mediterraneo di pace, di cooperazione e solidarietà.

La riconfigurazione sistemica dell’organizzazione politica degli Stati ottocenteschi dell’Europa occidentale non può pertanto essere bloccata dal dogma dell’unità indivisibile degli stessi Stati. Se tra i sistemi reali (le persone e i loro valori) e i sistemi concettuali (le forme attuali e concrete con cui gli uomini organizzano la propria vita) la priorità va data ai primi. Può infatti uno Stato (cioè un modello organizzativo) essere considerato un valore? Secondo noi no! Valori sono la pace, la democrazia, la possibilità di crescita e affermazione individuale concessa a tutti, il rispetto incondizionato per ogni etnia, per ogni religione, per ogni idea, per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto se deboli e indifesi, ecc. Di fronte a tutto questo, i paesi come l’Italia, la Francia, la Gran Bretagna, ecc. possono essere considerati un valore? Se chi ha in mente di rispondere si, perché essi sono, in diversi casi, il risultato storico di quanti hanno versato sangue per ottenere questo risultato, diciamo che non si sta mettendo in discussione questo, né si vuole negare l’importanza di tali eventi storici. Il problema è che però non si può rimanere ancorati ad un passato che non esiste più. Proprio in virtù del rispetto per chi ha dato la vita per la “libertà” non già per un concetto di Stato in se, occorre recuperare la capacità di pensare lo Stato in funzione dello stesso principio di libertà.

Lo Stato, in quanto “stato di diritto” è solo uno strumento, un mezzo, che dovrebbe garantire ai suoi cittadini, al suo popolo, i valori di cui sopra, quelli si irrinunciabili. Se invece si ritiene lo Stato un valore in sè, significa rimanere ingabbiati in schemi di ragionamento che obliterano ogni possibilità di pensare diverso. Il sistema organizzativo dell’Italia, pertanto, oggi tutela solo alcuni interessi (quelli dominanti ma di pochi) e svilisce quelli di altri (minori ma di una gran parte del Paese).

Quali sono allora le implicazioni che discendono da tale ragionamento?

Alcune possono essere riassunte nel seguente modo:

a. La complessità non si semplifica ma si gestisce e per gestirla al meglio occorre disporre di adeguate strutture organizzative. Queste ultime sono adeguate quando favoriscono migliori condizioni funzionali al perseguimento di obiettivi nuovi e più ambiziosi che risolvano i problemi e facciano stare meglio le persone. Occorre pertanto domandarsi: le strutture nazionali che noi conosciamo nell’Europa occidentale sono ancora in grado di dare risposte efficaci alle aspettative delle persone che vivono in questo territorio chiamato Italia? La nostra idea è che, per dirla con le stesse parole del primo Presidente della Repubblica Italiana Luigi Einaudi, documentate nel celeberrimo “Lo scrittoio del Presidente” (1956), “gli Stati nazionali sono polvere senza sostanza”. La ragione per cui le strutture organizzative costituite dalla gran parte degli Stati nazionali dell’Europa occidentale sono obsolete è semplice e non deve scandalizzare: sono strutture pensate nell’Ottocento per far fronte ai problemi di quell’epoca che col tempo sono divenuti sempre più inefficaci rispetto alla necessità di fronteggiare in modo più adeguato ed efficiente i nuovi e diversi problemi generati dai processi storici di cui si è dato conto in precedenza. Stesso discorso vale per aggregazioni sovrastatali quali l’ONU e la stessa Unione europea il cui processo di integrazione, iniziato nel lontano 1951 con soli 6 Stati, oggi è evoluto fino a comprendere allo stato attuale ben 28 Paesi e, negli ultimi anni, tale evoluzione è avvenuta senza nel contempo adeguare il sistema istituzionale in modo coerente con le dinamiche in atto.

b. Gli Stati nazionali ottocenteschi si sono progressivamente chiusi in se stessi diventando autoreferenziali e totalizzanti dell’idea di Nazione, cosa che non coincide con la storia dei popoli europei. Il nazionalismo degli Stati ottocenteschi, come dimostra nei suoi innumerevoli scritti Mario Albertini (1960, 1963), uno dei principali teorici del Federalismo moderno, è invece diventato uno strumento di guerra, la cui difesa esasperata ha portato alle dittature di destra e di sinistra. In particolare, gli Stati nazionali si sono rivelati troppo grandi per tutelare i diritti e le identità dei popoli/nazioni e troppo piccoli per governare le problematiche globali. Nel contempo, anche con le trasformazioni avvenute negli ultimi 20 anni, essi si rivelano sempre più contenitori inadeguati allo sviluppo di una partecipazione popolare ai processi di governo democratico. I risultati della partecipazione al voto nella gran parte di questi paesi è progressivamente diminuita nel corso degli ultimi decenni, generando l’idea che la politica sia di pochi e serva agli interessi di questi stessi, alimentando non di rado l’idea che ci si debba fare giustizia da se per vedere tutelati i propri diritti. Peraltro questi stessi Stati sono risultati e risultano estremamente suscettibili all’influenza delle grandi oligarchie economiche e finanziarie accettando troppo spesso ricatti di vario tipo in cambio di pochi posti di lavoro e talvolta solo nell’illusione degli stessi.

c. La complessità e il sistema delle interdipendenze caratterizzante il pianeta terra (ma in realtà il discorso è estendibile almeno a livello di sistema solare) è tale che è semplicemente illogico e ascientifico ritenere che si possano realizzare interventi “slegati” dal contesto ambientale, sociale, culturale, politico, economico, tecnologico, ecc.. Questo porta come conseguenza che l’affermazione di processi di autodeterminazione, agognati da tanti popoli che indignati, sfiniti e stanchi di subire vessazioni di ogni tipo da parte di gruppi dominanti di varia natura, non può che avvenire sulla base del principio della “sovranità” i cui confini, sotto l’aspetto metodologico, vanno individuati applicando il principio di “sussidiarietà”[1]  che altro non è che un principio di “efficacia” ed “efficienza”. La sussidiarietà, infatti, si basa sull’idea che ognuno possa fare da se quello che riguarda lui stesso e che è in grado di fare da solo[2]. Ciò significa che solo quando il singolo non è in grado di fare da sé per provvedere a sé stesso o ciò che fa ha implicazioni anche su altri, ecco che la sua sovranità deve essere limitata (non già per imposizione dall’alto ma per volontà propria di voler co-operare e co-creare con altri) a favore di una decisione ad un livello più alto dove tutte le parti interessate hanno titolo e interesse a parteciparvi, negoziare e decidere. È un principio assolutamente banale ma di grande buon senso, profondamente democratico e rispettoso delle libertà di tutti che, se applicato in modo appropriato, consente una varietà di soluzioni inimmaginabili. Del resto l’organizzazione nasce proprio per mettere insieme le persone, farle lavorare per obiettivi comuni. Queste organizzazioni quando sono economiche si chiamano imprese, quando invece provvedono alle problematiche della società si chiamano Istituzioni. Le Istituzioni pertanto sono qualcosa che deve servire alle persone per gli interessi di tutte le persone. Ma se si possono riscontrare diversi livelli di interesse da parte delle persone per problemi aventi natura diversa (la costruzione di una strada, la realizzazione di un piano strategico territoriale, la definizione di una strategia energetica, l’approntamento di un piano di sviluppo della conoscenza e dell’apprendimento permanente, la gestione di una moneta o di un esercito, piuttosto che di un sistema di protezione civile, ecc.) è evidente che occorrono Istituzioni diverse, a diversi livelli, aventi ciascuno poteri e responsabilità definite e diverse. Il principio di sussidiarietà, pertanto, è proprio quello che consente di dare alla “rete” una stabilità temporale, cosa che nelle relazioni politico-istituzionali è fondamentale per definire un proprio confine, una propria identità e, nel contempo, tessere nuove relazioni con altre reti di varia natura in modo dinamico ed evolutivo, senza dogmi deificanti o reificanti;

d. L’Unione europea, nata grazie alle intuizioni di alcuni illuminati quali Jean Monnet, Alcide De Gasperi, Robert Schuman, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak e, prima ancora tra tutti, Altiero Spinelli – autore insieme ad altri antifascisti come Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni del “Manifesto di Ventotene” (1944) – dopo alterne vicende che ha visto evolvere tale contesto da 6 a 28 Stati e da un trattato riguardante la gestione del carbone e dell’acciaio (CECA) ad un contesto “quasi-federale” ma non federale, oggi si trova in una situazione di difficoltà, soprattutto perché l’evoluzione non ha coinvolto in modo appropriato i cittadini, benché rappresentati in seno al Parlamento tramite elezioni a suffragio universale e diretto, sia perché alcune lobbies (soprattutto industriali e finanziarie) hanno preso il sopravvento nella gestione di alcune importanti materie. Si tratta in questo caso non già come alcuni prospettano di distruggere l’Unione europea e tornare ad un sistema di Stati nazionali totalmente indipendenti, ma guardare ciò che di buono e positivo il processo di integrazione europea ha determinato per le popolazioni che in essa vivono e cambiare, anche radicalmente, ciò che non è funzionale a questo obiettivo, avendo a cuore la salvaguardia del principio dell’unità nella diversità, grazie ad una applicazione corretta del principio di sussidiarietà. In questa prospettiva deve essere potenziata la politica di coesione sociale ed economica così da rendere i diritti e l’accesso agli stessi uguali per tutti. La strada intrapresa con i fondi strutturali ha avuto in tanti casi effetti strabilianti, ancorché non sufficienti in molti contesti, ma più che per la limitatezza delle risorse per l’incapacità di adeguamento culturale che la nuova prospettiva richiede. Si pensi solamente che la Germania est da quando è integrata alla Germania occidentale in soli venti anni ha annullato il divario di sviluppo esistente all’epoca del regime comunista nella DDR. L’Italia, invece, nonostante le cosiddette ultradecennali politiche per il Mezzogiorno si trova ancora in una condizione di divario che è persino aumentato. Eppure le risorse comunitarie arrivate in queste regioni non sono state di certo inferiori a quelle impiegate nella ex DDR e anche ora, se si vuole guardare all’attualità della situazione della Sardegna, si può osservare come una parte importante delle risorse messe a disposizione per il periodo 2007 – 2013 non siano neppure state impegnate e mancano solo pochi mesi alla scadenza. Dal punto di vista istituzionale se si parte dalla situazione attuale che vede oggi le seguenti Istituzioni: Parlamento Europeo, Comitato delle Regioni, Commissione, Consiglio dei capi di Stato e di Governo (Consiglio europeo). Attualmente, solo il primo può considerarsi un organo democratico, proprio perché eletto a suffragio universale e diretto (seppure sulla base di regole definite all’interno di ciascuno Stato che in molti casi non garantiscono la partecipazione di tutti i popoli). Per rendere democratiche le altre Istituzioni, già oggi sarebbe necessario che:

a) Il Comitato delle Regioni sia portato al rango di Camera che in prospettiva possa rappresentare le Nazionalità, con poteri di co-decisione per tutte le materie che investono questi territori che sono, soprattutto, quelle che attengono alle politiche di coesione socio-economica;

b) Il Consiglio europeo (oggi dominante), sia retrocesso al rango di terza camera, alla pari delle altre, con poteri che siano uguali a quelli del Parlamento europeo (ma che in prospettiva potrebbe essere anche abolito);

c) La Commissione europea, dal canto suo dovrebbe essere il risultato di un processo democratico volto ad eleggere un premier a suffragio universale e diretto, sulla base delle stesse coalizioni partitiche che competono per eleggere i rappresentanti al Parlamento europeo. Il Premier, a sua volta, dopo aver fatto consultazioni propone il proprio esecutivo che deve trovare la fiducia nelle tre camere (almeno inizialmente). La Commissione eserciterebbe in tal senso le funzioni proprie di un Governo europeo, capace di agire per intervenire sui processi economici e finanziari. Tra le altre cose una riforma di questo tipo riuscirebbe ad affrontare con più efficacia l’annoso problema della distanza tra Ue e cittadini, problema aggravato da uno scarso interesse dei media verso i lavori di Bruxelles (almeno in Italia questo è particolarmente evidente). È infatti ragionevole pensare che un tale coinvolgimento nei processi di formazione dell’esecutivo accrescerebbe notevolmente l’interesse dei cittadini spingendo di fatto i media a dare centralità a queste fondamentali tematiche;

d) La BCE, che attualmente soffre della duplice debolezza di non avere alle spalle una vera e autentica federazione democraticamente costituita e di non poter svolgere le funzioni di prestatore di ultima istanza, dovrebbe invece veder cadere queste due debolezze, così come i Federalisti europei auspicano da tempo.

e) Il diritto di cittadinanza europea deve appartenere direttamente ai singoli cittadini e non a questi concesso dagli Stati membri in virtù dei trattati comunitari. La questione è salita prepotentemente alla ribalta in diverse occasioni, ultima delle quali la recente tornata elettorale catalana dell’autunno 2012. I trattati costitutivi Ue, infatti, hanno come riferimento lo Stato membro piuttosto che i cittadini. Quindi, nell’ipotesi in cui un territorio dovesse costituirsi come nuovo Stato ottenendo l’indipendenza da uno Stato membro, il nuovo Stato dovrebbe fare richiesta di ingresso nell’Ue, richiesta che paradossalmente rischierebbe di scontrarsi con il veto dello Stato originario dato che il procedimento richiede l’accettazione unanime di tutti gli Stati membri. Questo è decisamente un punto cruciale cui tutte le minoranze nazionali presenti in Europa dovrebbero dare priorità assoluta. Non si può infatti immaginare un futuro realmente democratico per un Europa che fondi le basi del suo diritto sugli Stati membri invece che sui cittadini. E’ un po’ come se, a fronte della separazione di un grosso stato americano, una delle parti perdesse l’appartenenza agli Usa. Una cosa appunto inimmaginabile.

5. La necessità di creare un nuovo ordine istituzionale europeo

L’utilizzazione combinata delle implicazioni precedenti porta a dire:

1) Chi in Europa lavora per l’autodeterminazione di un popolo non può che lavorare contemporaneamente per una trasformazione dell’attuale Unione europea in qualcosa di più solido, efficace ed efficiente per tutte le sue popolazioni, proprio perché si ha bisogno di aree territorialmente omogenee sul piano degli interessi sia a livello basso che a livello alto. Detto in altre parole, la Sardegna è un contesto omogeneo sul piano territoriale per molteplici elementi geografici, storici, culturali, sociali ed economici. Ciò pare sufficiente per affermare che essa ha il diritto a configurarsi come contesto “sovrano” in ordine alle proprie strategie di sviluppo sociale, culturale ed economico, mentre condivide con altri popoli europei l’interesse per una soluzione ai problemi di una maggiore stabilità sociale, economica e monetaria che favoriscano la pace e le relazioni internazionali compreso il commercio internazionale, ad avere norme che garantiscano la libera concorrenza, a far parte di un contesto che conta sul piano internazionale in termini di tutela dei diritti umani, della libertà individuale e di popolo, di capacità di difesa, di ricerca scientifica, di libero mercato, ecc..

2) L’Unione europea nonostante i difetti che si porta dietro ha infatti garantito ai popoli dei paesi che ne fanno parte fin dall’inizio ben 60 anni di pace, nel senso che da quando è stata costituita la CECA nel 1951 risulta semplicemente ridicolo pensare, per esempio, che francesi e tedeschi possano oggi farsi la guerra come invece è accaduto fino alla seconda guerra mondiale. Oggi la Sardegna stando nell’UE può beneficiare dei vantaggi di un mercato comune e della stabilità di una valuta come l’Euro. I detrattori della moneta unica forse non hanno più memoria di cosa era la Lira italiana prima dell’entrata della moneta unica e oggi riesce difficile pensare ad uno Stato Sardo o ad un qualsiasi Stato Europeo che, coniando moneta, debba confrontarsi nel commercio internazionale con altre monete come il Dollaro, piuttosto che lo Yuan o lo Yen, ecc. A tale proposito è interessante notare come tra i più autorevoli economisti euro-scettici sia ricorrente l’osservazione, del tutto condivisibile, che uno dei principali problemi dell’Euro è quello di non avere alle spalle un contesto istituzionale, economico e politico, capace di agire come invece avviene negli Usa rispetto al dollaro. Siamo assolutamente d’accordo sul fatto che l’unione politica debba raggiungere al più presto un livello di integrazione più consono all’unione monetaria, tuttavia riteniamo fuorviante affermare che questa discrepanza tra contesti economici e sistema valutario sia nata con l’Europa. Non ci sorprenderebbe infatti scoprire ad esempio che la Sardegna possa avere esigenze di politica monetaria più simili a quelle delle Baleari che non a quelle della Lombardia e gli esempi simili in tutta Europa si sprecano. Tornare alle valute pre-euro non risolverebbe quindi minimamente questo problema ma significherebbe rinunciare ai vantaggi della stabilità e del mercato comune. Viceversa creare misure di compensazione fiscale tra territori diversi, abbattere le barriere logistiche e culturali, favorire l’uso delle “monete complementari” (come il Sardex in Sardegna, il Wir in Svizzera, ecc.) e incrementare e costruire una rete di welfare unitaria potrebbe liberare risorse da secoli imbrigliate nella rete di inefficienza degli stati nazionali. Questo, come appare evidente, non vuol dire guardare alla Bce in maniera dogmatica e acritica. Peraltro, il riconoscimento dell’opportunità di attribuire la sovranità monetaria ad un contesto politico-istituzionale di dimensioni continentali non rappresenta una diminuzione di prerogative fondamentali, come pensano per esempio gli inglesi che faticano a rinunciare alla sterlina, quanto invece la capacità di pensare che una moderna economia mondiale non può vivere in modo autarchico. Nondimeno, le decisioni della BCE, particolarmente faticose per molte economie della fascia mediterranea che si trovano a dover fronteggiare tassi di disoccupazione elevati e crescenti, confermano che il lavoro da fare per costruire istituzioni autenticamente democratiche e organismi esecutivi realmente rappresentativi di tutti i popoli europei è ancora tanta.  Forse non è neppure un caso che proprio la crisi di alcuni Paesi storici della UE (Irlanda, Spagna, Portogallo, Grecia e Italia) ha spinto più di un autorevole osservatore ad esprimere apertamente l’idea che per fronteggiare al meglio la crisi occorre più integrazione e non una cancellazione di quello che finora è stato costruito: solo i grandi speculatori possono auspicare il ritorno all’autarchismo monetario. Tuttavia, l’euro, per poter sopravvivere, ha bisogno di Istituzioni adeguate che lo governino in modo più consono ad un vero Stato federale e che lavorino per costruire a livello mondiale un nuovo ordine monetario che manca dal 15 agosto 1971, giorno in cui Nixon stabilì unilateralmente la fine degli accordi di Bretton Woods sottoscritti nel luglio del 1944. A maggior ragione, la Sardegna e tutti i popoli d’Europa che hanno interesse a dare il loro contributo in questa direzione devono poter esprimere le proprie esigenze e vedere rappresentate le proprie istanze. Appare pertanto scontato che ciò sia più facile quando a tale dinamiche vi si partecipi con il rango di Stato sovrano (La Repubblica di Sardegna), piuttosto che per con quello di regione piccola e periferica di un agonizzante Stato italiano. Analogamente, l’applicazione diffusa del principio di sussidiarietà implica che l’armonizzazione debba essere ricercata non già sulle differenze storiche, culturali, linguistiche, artistiche ed enogastronomiche che rappresentano un valore aggiunto di tutte le piccole comunità locali d’Europa, ma sulle regole riguardanti i diritti e le opportunità che devono essere uguali per tutti, senza distinzioni.

3) Lavorare per istituire nel contempo la Repubblica di Sardegna e la Federazione Europea, significa che gli attuali Stati nazionali ereditati dall’Ottocento sono destinati a fare esattamente la fine indicata da Einaudi, trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che oggi sono. Del resto nell’attuale UE sono Paesi membri Stati che non esistevano prima della caduta del muro di Berlino: Lituania, Lettonia, Estonia, Croazia, Slovenia, Slovacchia, Repubblica Ceca, Ucraina, ecc. sono tutti Stati di nuova istituzione e tutti i Paesi della Vecchia Europa hanno favorito questo processo di trasformazione, tanto che poi alcuni di questi che hanno fatto richiesta di adesione sono diventati Paesi membri dell’UE. Analogamente si pensi alla Repubblica di Malta, territorio di appena tre isolette in cui vivono meno di 500 mila abitanti, che partecipa all’UE con il rango di Repubblica. Per quale ragione allora il Vecchio Continente, non dovrebbe favorire ulteriori processi di affrancamento di popolazioni che ritengono di poter meglio tutelare i propri specifici interessi costituendosi in forma di Stato? Vista sotto questo punto il problema secondo noi assume connotati del tutto diversi dalla semplice manifestazione di affrancamento dallo Stato di appartenenza che in questa visione non si configura come processo separatista, se non per chi nell’attuale situazione conserva pervicacemente “privilegi” che non sono più accettabili in un contesto che voglia definirsi civile e democratico.

6. La Sardegna ad un bivio: first mover or follower?

Sostanzialmente resta ancora aperta la storica diatriba tra due modelli di Europa fortemente alternativi tra loro. L’Europa degli stati nazionali ottocenteschi, egemonizzata dai paesi più ricchi, governata da organismi direzionali con una forte componente tecnica e centrata geograficamente sull’area continentale, oppure l’Europa dei popoli, costruita attraverso reali processi di partecipazione democratica, con una maggiore attenzione verso il Mediterraneo e l’Est europeo. La Sardegna, per evidenti motivi a nostro parere, dovrebbe sostenere questo secondo modello in coerenza con le elaborazioni politiche di tutto il sardismo e l’indipendentismo e nel rispetto del metodo sistemico richiamato in precedenza. Chi ancora continua a dare credito all’equazione indipendentismo=separatismo dimentica che l’indipendentismo è nato all’interno del sardismo il quale, sin dai suoi lontani albori, ha posto l’integrazione europea tra i capisaldi dello sviluppo per l’isola. A tal proposito c’è un aneddoto significativo: una delle prime accuse ufficiali di separatismo mosse al Psd’Az fu fatta ad opera di Benito Mussolini in un intervento parlamentare d’accusa contro uno scritto di Luigi Battista Puggioni. La cosa più interessante è che questo scritto altro non era che un manifesto per la realizzazione della Federazione Mediterranea ovvero una sorta di organismo sovrastatale fondato sull’integrazione del popolo sardo, con i popoli di Catalogna, Baleari, Corsica, Sicilia. Ma tutto il sardismo è sempre stato caratterizzato da un approccio marcatamente europeista, oltreché anti-protezionista. Sfuggire al giogo rappresentato da politiche economiche mercantiliste, realizzate dai grandi Stati nazionali per difendere e supportare le loro principali produzioni era un’esigenza di tutte le Nazioni senza stato, che vivevano analoghe oppressioni sul fronte culturale dove il nazionalismo degli Stati di appartenenza operava spesso dei veri e propri genocidi, come quello che noi Sardi, anche per nostra responsabilità, abbiamo subìto sul piano linguistico. Andando avanti di qualche decennio, troviamo le grandi elaborazioni di Antoni Simon Mossa, il quale faceva spesso riferimento ad una grande comunità di popoli senza stato, una comunità di decine di milioni di abitanti, che unendosi nella lotta per la comune esigenza dell’autogoverno avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella creazione dell’Europa dei popoli. In questo senso Simon Mossa definiva il sardismo come un’ideologia per l’Europa e per il mondo, fotografando con questa brillante definizione la comunanza di problemi ed esigenze vissuti da quei popoli entrati nella modernità non come soggetti ma come oggetti. E ancora Simon Mossa diffidava dal seguire la strada dell’Europa degli stati nazionali prevedendo che questa strada avrebbe portato ad un Europa oligarchica dominata dai potentati delle grandi famiglie e delle multinazionali. Oggi la partecipazione della Sardegna all’Europa è un punto fermo anche per la quasi totalità dell’indipendentismo non sardista e proprio di fronte alle rivoluzioni che stanno attraversando la sponda africana del Mediterraneo, la Sardegna deve avere un ruolo da protagonista per la creazione di un’Europa dei popoli, che trasformi i deficit di democrazia in surplus e dia centralità all’area mediterranea. Non è pensabile che noi Sardi, precursori di questi temi oggi così importanti, possiamo rinunciare ulteriormente a dire la nostra in questo contesto. Peraltro, proprio dall’appartenenza ad una Europa unita in senso federale e capace di agire è possibile pensare a programmi di sviluppo socio-economico che nel rispetto delle specificità ci permetta di partecipare ai processi di crescita intellettuale, di metodo e di accesso a risorse altrimenti difficili da acquisire sul piano internazionale.

7. Fattibilità del progetto e alcune azioni minime imprescindibili

La prospettiva indicata nel presente documento, benchè urgente e indilazionabile, rappresenta però il frutto di un processo che richiede:

a) l’assunzione di una piena consapevolezza, a livello di popolo Sardo, che il perseguimento della piena sovranità è funzionale sia al mantenimento dinamico della propria identità e delle proprie radici, sia per favorire la creazione di basi di sviluppo sociale ed economico al passo con l’evoluzione della scienza, della tecnologia e delle condizioni di pace e benessere per tutti i cittadini che vivono in questa terra. Ciò richiede una diffusa e ampia azione di coinvolgimento e discussione dei temi anche qui trattati da realizzare in tutte le sedi, avvalendosi delle moderne tecnologie web che permettono di arrivare a chiunque. Costituisce parte integrante di questa azione di consapevolezza l’acquisizione di strumenti linguistici appropriati che permettano nuovamente a tutti i Sardi di esprimersi non soltanto con la lingua italiana, ma anche con il Sardo e altre lingue internazionali, a partire dall’inglese;

b) la chiara individuazione del percorso che deve favorire in modo pacifico la realizzazione dell’assetto istituzionale descritto in precedenza. Costruire il nuovo assetto in modo pacifico implica che la sovranità della Sardegna deve acquisirsi attraverso gli strumenti del diritto internazionale che prevedono l’autodeterminazione dei popoli. Lo strumento referendario costituisce la strada maestra per portare innanzitutto a sancire il diritto dei Sardi (intesi come coloro che liberamente decidono di vivere in questa terra) ad autorganizzare la propria vita civile, sociale, culturale e politica in un contesto di relazioni aperte e amichevoli con tutti i popoli del mondo, a partire da quello italiano. Se per il tramite dell’affermazione di tale diritto dei Sardi, lo Stato italiano dovesse decidere di darsi un’organizzazione diversa da quella attuale, trasformandosi da Stato unitario in Stato federale (con ridefinizione dei poteri alle Regioni e con trasformazione del Senato in Senato federale in cui ogni Regione conta in modo uguale e non sulla base delle popolazione residente; ridefinizione dei collegi elettorali per l’elezione dei rappresentanti al Parlamento europeo e partecipazione paritaria delle Regioni al Comitato delle Regioni in sede europea), allora potrebbe essere possibile percorrere un pezzo di strada in comune, in amicizia e nell’interesse di tutti le nazionalità oggi presenti nello Stato italiano. Nel caso si seguisse quest’ultima strada, tuttavia, essa dovrebbe ispirarsi agli stessi principi che oggi caratterizzano la carta costituzionale della Svizzera che riconosce titolarità dei diritti, contestualmente, alle popolazioni e ai territori, presupposto questo per poter permettere alle aree territoriali (i cantoni in Svizzera e le Regioni in Italia) di poter legiferare sulle materie di propria esclusiva competenza. Questo percorso è democratico, coerente con il diritto internazionale e capace di penetrare le coscienze di quanti sono disposti a combattere per un ideale senza ricorrere però a metodi violenti e insurrezionalisti che noi rifiutiamo a priori;

c) un’assunzione di responsabilità e di coerenza, etica prima di tutto, finalizzata al miglioramento delle competenze e delle capacità individuali e di sistema. Ciò è un presupposto fondamentale per acquisire credibilità e legittimazione. Chi lavora per questo progetto non può “scadere” in mere azioni rivendicative, non lo deve fare alzando la voce. Deve invece saper dialogare e argomentare, in modo robusto ad ogni dubbio in merito alla bontà del progetto. Un progetto che ovviamente non è chiuso se non nei suoi principi e obiettivi fondamentali, non certo nei passaggi utili per il loro perseguimento;

d) la costruzione di un Partito Nazionale Sardo che ponga al centro della sua esistenza e della sua azione quanto contenuto in questo documento. Un partito che per definizione non potrà qualificarsi secondo le tradizionali categorie politiche di destra, centro e sinistra, perché il Partito Nazionale Sardo, adottando come metodo di soluzione dei problemi l’approccio per sistemi, rifiuta quelle categorie che non permettono di affrontare i temi fondamentali che interessano i Sardi e la sua Terra. Il Partito Nazionale Sardo riconosce che vi sono idee valide in tutte le diverse ideologie politiche: liberalismo, socialismo, dottrina sociale della chiesa, federalismo. Si tratta di ricomporre una proposta che traendo il meglio (e ce n’è) di quanto la storia ci mette a disposizione si può davvero costruire una nuova stagione per la rinascita sociale, culturale ed economico della nostra Isola.  Si tratta di un tema delicato, proposto da più parti ma allo stato attuale talvolta eccessivamente sbandierato, altre minimizzato, altre volte strumentalizzato e altre mistificato. Certo è che si tratta di un tema che merita ben altro approfondimento del semplice richiamo fatto in questa sede, ma in termini di prospettiva è un passaggio fondamentale quello di trovare alcune idee e azioni comuni che uniscano la maggioranza dei Sardi per avviare e attivare da subito processi innovativi di cambiamento a tutti i livelli, culturale prima di tutto e poi istituzionale, sociale, organizzativo, economico, tecnologico, ecc..

8. I problemi aperti e i rinvii

E’ nostra consapevolezza che un apprezzamento compiuto del progetto indipendentista richieda altri approfondimenti su diverse materie (per esempio una valutazione economica del progetto, una strutturazione istituzionale della nuova Repubblica). Questo può essere un ulteriore lavoro che ci piacerebbe portare avanti anche con la partecipazione di altri interessati. Il documento certamente risente di altre manchevolezze di cui magari non abbiamo consapevolezza, ma saremo grati a quanti vorranno dare il loro contributo per integrare e migliorare il patrimonio di idee in favore della causa che ha per oggetto solo la creazione di migliori condizioni di esistenza per la Sardegna e i Sardi.


[1] Del principio di sussidiarietà si trova un primo abbozzo addirittura nell’enciclica Rerum Novarum (1891) di Papa Leone XIII, mentre una formulazione più esplicita compare nell’enciclica Quadragesimo Anno (1931) di Pio XI: « Come è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le loro forze e l’industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere ad una maggiore e più alta società quello che dalle minori ed inferiori comunità si può fare [...] perché è l’oggetto naturale di qualsiasi intervento nella società stessa è quello di aiutare in maniera suppletiva (subsidium) le membra del corpo sociale, non già di distruggerle e assorbirle. » (Quadragesimo Anno). E quindi: « È necessario che l’autorità suprema dello Stato rimetta ad assemblee minori ed inferiori il disbrigo degli affari e delle cure di minore importanza in modo che esso possa eseguire con più libertà, con più forza ed efficacia le parti che a lei sola spettano [...] di direzione, di vigilanza, di incitamento, di repressione, a seconda dei casi e delle necessità». (Wikipedia)[2] In questo modo il principio di sussidiarietà, che è un principio organizzativo del potere basato su una ben precisa antropologia, traduce nella vita politica, economica e sociale una concezione globale dell’essere umano e della società: in questa concezione, il fulcro dell’ordinamento giuridico resta la persona, intesa come individuo in relazione, e perciò le funzioni pubbliche devono competere in prima istanza a chi è più vicino alle persone, ai loro bisogni e alle loro risorse. (Wikipedia).

In Sardegna il caro traghetti si chiama PD/PDL. E anche il M5S promette bene.

martedì, 2 luglio 2013

nave-tirrenia-sharden.jpg9 marzo 2012. La giovane paladina democratica Debora Serracchiani, insieme allo storico leader sindacalista Sergio Cofferati, al celebre giornalista televisivo David Sassoli e all’altro europarlamentare Pd Andrea Cozzolino (napoletano) annunciano di aver presentato in commissione un’ interrogazione finalizzata a scongiurare il blocco della procedura di privatizzazione di Tirrenia. Come si legge nel blog della Serracchiani infatti “Rischia di saltare la vendita di Tirrenia alla cordata Cin essendo sempre più probabile la bocciatura da parte dell’Antitrust Ue alla procedura di cessione”. E ancora “Bisogna al più presto fare chiarezza su tutta la procedura di privatizzazione per scongiurarne il blocco. Le conseguenze sarebbero gravissime.Occorre sapere se la vendita alla Compagnia italiana di navigazione è compatibile con le normative comunitarie in materia di tutela della concorrenza e, in caso negativo, apportare tutti i correttivi necessari a concludere una trattativa che si trascina da troppo tempo.” Il fatto che dietro alle perplessità dell’autorità antitrust ci fosse realmente un cartello collusivo sembrava essere l’ultima delle preoccupazioni degli europdeutati Pd. Oggi sappiamo come è andata a finire la storia; l’Antitrust ha certificato l’esistenza del cartello e inflitto una sanzione di otto milioni di euro alle compagnie coinvolte. Sappiamo purtroppo anche che quel cartello ha inflitto un durissimo colpo al turismo sardo, contribuendo in maniera decisiva a mettere in ginocchia l’economia dell’isola. Quindi prendiamo nota: il Pd è un organizzazione politica che predilige gli interessi di un impresa italiana rispetto non solo al regolare e legale funzionamento della concorrenza, ma addirittura rispetto agli interessi dell’intera Sardegna. Non risultano inoltre pervenute proteste o rivolte degne di nota da parte del Pd Sardo, ne tanto meno da parte di Rita Borsellino o degli altri rappresentanti della cosiddetta “circoscrizione isole” che vede da sempre i nostri politici indaffarati a regalare i nostri voti alla Sicilia. Anzi, risulta importantissimo notare che, mentre il Pd in Europa faceva di tutto per sostenere il cartello dei mari, in Sardegna faceva di tutto per ostacolare la flotta sarda, unica iniziativa degna di nota in cinque anni di giunta Cappellacci.

19 giugno 2013. L’eurodeputato Pdl Enzo Rivellini, anche egli napoletano, diffonde una nota di cui riportiamo alcune parti “Ho presentato un’interrogazione urgente alla Commissione Europea affinché venga assicurato il massimo impegno istituzionale comunitario a garanzia dei lavoratori e dei livelli occupazionali della Tirrenia (…) La Tirrenia occupa 1500 lavoratori, oltre l’indotto, 300 di essi amministrativi, ubicati a Rione Sirignano a Napoli ed i restanti 1200 del meridione d’Italia e di questi circa il 70% appartenente al territorio campano. La Regione Sardegna non può chiedere il blocco immediato degli aumenti delle tariffe e la revisione della Convenzione con lo Stato italiano che fino al 2020 riconosce alla Tirrenia 72,6 milioni di euro all’anno per garantire la continuità territoriale con servizi di trasporto marittimo che altrimenti non sarebbero economicamente sostenibili. Così facendo la Regione Sardegna prenderebbe in ostaggio i 1500 lavoratori della Tirrenia ed il territorio campano da dove provengono questi lavoratori.”  Notevolissima l’interpretazione data da Rivellini alla continuità territoriale, la cui finalità ovviamente non è rafforzare i collegamenti da e per la Sardegna ma il mantenimento di un carrozzone inefficiente come Tirrenia. Anche in questo caso silenzio assoluto da parte del Pdl sardo.

Unendo questa vicenda al costante servilismo dei politici sardi unionisti possiamo ricavare alcune utili indicazioni:

  • i politici sardi in quanto esseri umani provano generalmente un forte interesse per la propria carriera;
  • per la carriera dei politici sardi militanti in partiti italiani è di norma più importante il favore delle segreterie romane che non quello dell’elettorato sardo;
  • per la politica italiana gli interessi dell’economia sarda sono meno importanti di quelli di un’ impresa con 1.500 dipendenti.

Aggiungiamo inoltre che:

  • le decisioni più importanti oggi si prendono in Europa;
  • la Sardegna è tenuta strutturalmente fuori dalle istituzioni europee dal sistema politico e partitico italiano.

Ma in realtà la vertenza trasporti è solo una delle tante che vedono la Sardegna imbrigliata nei meccanismi della politica italiana. Le implicazioni appena elencate purtroppo valgono per tanti dei nostri problemi e da tanto tempo. Tutto ciò mi sembra di per se sufficiente per desiderare l’autogoverno dei sardi e per esprimere il voto a favore di partiti e movimenti quanto meno sardi.

Un’ ultima annotazione infine per coloro i quali recentemente son stati folgorati dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Molti sardi sono convinti che il M5S sia diverso, geneticamente superiore, addirittura indipendentista secondo i più audaci opinionisti della fantapolitica. In realtà il M5S rispetto alla Sardegna è soggetto alle stesse dinamiche cui sono soggetti Pd e Pdl, come ho già iniziato a dimostrare e come continuerò a fare prossimamente. Giusto per restare in tema è curioso notare che finora il M5S si sia guardato bene dall’affrontare un argomento così spinoso e pure così cruciale per il futuro dei sardi. Di contro il blog di Grillo non si è potuto esimere dal dare ospitalità al padrone dei mari Vincenzo Onorato il quale, in un video di quasi dieci minuti, si dipinge come una vittima dei petrolieri e della Regione Sardegna. Il titolo del post è “Moby e Tirrenia senza pace”. Anche per Grillo quindi il problema sembra essere la sopravvivenza del gruppo monopolistico di Onorato. Se ad affondare poi è la Sardegna, chi se ne fotte.

Andrea Nonne

A passeggio tra dogmi e valori

lunedì, 22 aprile 2013

3193-a-proposito-di-libertacover.jpgNella teoria del management esiste, tra i tanti, un modello, denominato TAM, che fa discendere l’intenzione comportamentale ad innovare da due costrutti: a) l’utilità percepita e b) la facilità d’uso percepita. Questo modello, in altre parole, spiega una parte del processo decisionale individuale (almeno nella versione iniziale) che induce un soggetto a decidere di adottare o non adottare una determinata innovazione.

Se proviamo ad applicare questo modello al campo della politica esso potrebbe aiutare a capire per quale ragione, per esempio, sia gli Italiani che i Sardi siano restii ad innovare il proprio sistema politico, proprio perché, al di la delle lamentazioni di varia natura, non percepiscono come utile un cambiamento sostanziale della situazione esistente e/o qualora essi reputassero tale cambiamento come necessario reputano il percorso non semplice da realizzare. Prendersela con chi cambia pertanto non serve a nulla perché uno dei cardini di una democrazia, pure imperfetta, è la libera espressione del proprio voto.

E fin qui la spiegazione di quanto accaduto fino ad ora.

Quali implicazioni per chi invece vorrebbe proporre cambiamenti anche significativi?

La prima implicazione è che occorre prendere atto del fatto che, probabilmente, il progetto alternativo non è stato ancora costruito in modo adeguato, oppure esso appare confuso, o ancora risente di una comunicazione inefficace. Tutte ragioni, queste e altre che possono individuarsi, tali che impediscono nei fatti al progetto di essere percepito da chi dovrebbe legittimarlo con il proprio voto come utile e non troppo difficile da realizzare.

Se si è convinti che però l’idea progettuale sia buona occorre insistere. In politica il cambiamento si realizza solo se si hanno lungimiranza e coraggio; per questo occorre lavorare con maggiore serietà, intensità e scientificità per modificare in modo sensibile il sistema delle percezioni dominanti: ma a questo punto c’è da chiedersi, sono le menti delle persone così disponibili a modificare i propri schemi di ragionamento? L’impressione è che non lo siano proprio o non lo siano a sufficienza, come se il pensiero fosse ingabbiato.

Fa specie a questo proposito constatare le feroci “critiche” messe in campo da ampie parti della società contro la Chiesa e i suoi dogmi di fede, mentre nel contempo si scopre che le stesse persone poi sono ingabbiate da dogmi tutti terreni, a cominciare da quello che impedisce alla propria mente di immaginare un mondo diverso, nonostante la mitica e indimenticabile poesia musicale di John Lennon.

La verità è che molto probabilmente per pensare un mondo diverso, occorrono valori, forse diversi da quelli del passato, ma quali? A questo punto è interessante porre alcune domande, alle quali do la mia personale risposta.

La prima: ma secondo voi l’Italia è un valore? Secondo me no! Valori sono la pace, la democrazia, la possibilità di crescita e affermazione individuale concessa a tutti, il rispetto incondizionato per ogni etnia, per ogni religione, per ogni idea, per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto se deboli e indifesi, ecc.

Di fronte a tutto questo chiedo ancora: l’Italia (così come la Francia, la Gran Bretagna, ecc.) può essere considerata un valore? Se chi ha in mente di rispondere si, perché essa è il risultato di quanti hanno versato sangue per ottenere questo risultato, dico che va cambiato il ragionamento.

Ho il massimo rispetto per quanti hanno determinato la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo ma questo impatta sull’idea di libertà e di costruzione di un Paese democratico capace di garantire a tutti pari diritti e pari dignità. Ciò detto è lecito a questo punto chiedersi: ma oggi l’Italia è la stessa del secondo dopo guerra? Ovvio che no, e non soltanto perché è trascorso del tempo ma perché il mondo è cambiato.

L’Italia, in quanto “stato di diritto” è solo uno strumento, un mezzo, che dovrebbe garantire ai suoi cittadini, al suo popolo, i valori di cui sopra, quelli si irrinunciabili, a mio modo di vedere. Se invece si ritiene l’Italia un valore, significa rimanere ingabbiati in schemi di ragionamento che obliterano ogni possibilità di pensare diverso. Se infatti si condivide il mio ragionamento allora occorre chiedersi: questa Italia è oggi in grado di garantire i valori irrinunciabili di ci sopra? La mia risposta è decisamente NO e non solo per questioni legate alle persone. Il sistema organizzativo di questo stato tutela solo alcuni interessi (quelli dominanti ma di pochi) e svilisce quelli di altri (minori ma di una gran parte del Paese).

Lo stesso discorso riguarda i partiti politici. Sono dei valori? Secondo me no, anzi!

I partiti sono strumenti utilizzati dalle persone per affermare idee, valori, ecc., ma l’esperienza italiana dice che i partiti non sono nulla di tutto ciò. Sono solo stati strumenti di esercizio del potere, si tutela di alcuni interessi molto particolari.

Mi si dirà che il problema è rappresentato dalle persone. Vero, ma sono le persone che fanno i partiti e sono le persone che fanno le Istituzioni.

Ora, l’organizzazione è la scienza che serve per disciplinare al meglio i rapporti e le relazioni tra individui, gruppi di individui associati e altre organizzazioni (come le imprese). Le modalità attraverso cui si sviluppano i rapporti possono favorire o ostacolare queste relazioni  rispetto al perseguimento e all’affermazione dei valori irrinunciabili di cui sopra.

Ecco perché critico l’Italia di cui ho la cittadinanza ma che non è la mia Nazione, antropologicamente parlando. Peraltro, ancorchè questo sia sconosciuto ai più, ho (abbiamo tutti) la doppia cittadinanza, italiana ed europea e come percezione sento più vicina la seconda, mentre la prima si allontana ogni giorni di più; non è invece mai stata messa in discussione la mia nazionalità sarda. Ovviamente non c’è rivalità tra nazionalità, ognuna ha la sua dignità perché espressione di storia, lingua, cultura e civiltà diversa, nel bene e nel male.

In tutto ciò ritengo che una vera innovazione sia e debba essere quella di non pensare più all’Italia come un schema chiuso, un dogma indiscutibile (come invece molti fanno rinunciando a priori a metterlo in discussione), all’interno del quale per forza deve svolgersi la ricerca della tutela dei valori più alti indicati in precedenza.

L’Italia, in quanto “modello organizzativo della vita politica e sociale” non mi appartiene, è inadeguato sia rispetto agli Italiani sia, per quanto mi riguarda, visto che questa è la Terra dove il buon Dio mi ha fatto nascere, la Sardegna. Dire che l’Italia non è la Sardegna non è per disprezzare un Paese e un popolo che ha fatto tantissime cose buone per la civiltà umana, ma per sottolineare che oggi gli interessi dell’Italia e degli Italiani sono diversi da quelli della Sardegna e dei Sardi. Ecco perché oggi l’Italia è la gabbia della Sardegna e dei Sardi in buona fede e onesti, ma anche di tutti gli Italiani onesti e in buona fede. Ricercare una propria strada di tutela dei diritti fondamentali a me pare semplicemente una strada di buon senso, una strada volta a creare una nuova organizzazione delle relazioni tra popoli diversi che seppure facenti parte dello stesso genere umano, hanno specificità che non possono essere appiattite, né diritti che possono rimanere ancora calpestati.

Ecco cosa mi porta ad impegnarmi per costruire una Repubblica di Sardegna dentro una rinnovata Federazione dei Popoli Europei. Questa è la mia visione e intorno a questa cerco di definire una strategia che intanto non è violenta ma si basa sul dialogo, sul confronto anche acceso ma rispettoso delle persone e delle idee che esse esprimono. Un processo il cui esito non si può prevedere in termini di tempo, ma di certo è qualcosa che va costruito oggi e da oggi, lavorando sotto l’aspetto culturale prima di tutto ma anche politico se c’è la possibilità concreta. Per questo occorre coraggio, intelligenza e scienza.

Io non mi faccio rubare la speranza di costruire un mondo migliore, a cominciare da quello dove vivo.

Fortza Paris fintz’a s’indipendentzia!

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

Indipendentismo verso le prossime nazionali: attenti alle coalizioni.

martedì, 16 aprile 2013

it_photo_1144031.jpgPartiamo da un assioma: la scena politica italiana è un circo, quella sarda ancor di più.

All’esterno e all’interno di questo poco divertente spettacolino è accesissimo e attualissimo il dibattito su quello che in molti (aiutati dall’ eccelsa dialettica giornalistica del belpaese) chiamano “inciucio”, ma che io preferisco chiamare col suo nome: “Grande Coalizione” (di seguito GC).

In Europa le GC le abbiamo già viste (più volte) in Germania e non credo siano il male assoluto. Quello che conta è il perché la politica arriva a tale soluzione. Generalmente le GC nascono per due motivi: affrontare crisi politiche (economiche o stati di guerra) e\o per azzerare politicamente scomode opposizioni alle estremità delle coalizioni o fuori da esse (questo elemento può essere letto anche come una conseguenza). Gli elementi per vedere in Italia una GC ci sono entrambi e, considerate le opposizioni che verrebbero messe all’angolo (presumibilmente Sel e M5S), non so se essa sia il male maggiore. Il vero dilemma è quale politica porteranno avanti, visti i personaggi in gioco e la difficile convergenza politica su temi fondamentali. Andiamo un po’ avanti. Per restare in Germania, il partito “più a sinistra” del governo di grossa coalizione escluso dall’accordo del 2005 (il Linke) è, nel breve termine, cresciuto elettoralmente dopo tale esclusione ma la sua crescita è stata indubbiamente drogata dall’emorragia di voti della sinistra democratica scontenta: quella del principale governo di sinistra democratica SPD. Il risultato delle successive elezioni del 2009 però, riducendo all’osso un’analisi che dovrebbe essere lunghissima, è che la Merkel (il centro destra + i liberali) ha vinto di nuovo.

Tralasciando cosa possa significare tale dinamica rapportata all’ Italia, è interessante notare come la GC politica tedesca ha retto praticamente tutta la legislatura a differenza dell’italica “Grande Coalizione montiana” che, nonostante non vedesse segretari di partito al governo, non ha retto un anno e mezzo.

L’altra grande differenza è la presenza tutto fuorché trascurabile del M5S. Tutti i ragionamenti fatti finora non vanno basati su un sistema bipolare ma tripolare, dove il M5S si pone in antagonismo con entrambi gli schieramenti e si alimenta di stallo politico ed emorragie dal bipolarismo.

Concludendo una velocissima disamina che ci serve per arrivare alla nostra Nazione, l’unica cosa certa è che le GC hanno un grande “difetto di fabbrica”: alla loro forza numerica si contrappone una prevedibile e già accennata impasse politica  sulle riforme radicali, proprio quelle di cui avrebbero bisogno Sardegna e Italia.

Da qui a breve avremo anche noi in Sardegna le nostre elezioni Nazionali, anche noi avremo una GC?

Quanti, quali, ma soprattutto “chi” saranno gli schieramenti? E dove troveremo gli indipendentisti?

Presumibilmente, salvo sorprese per il candidato premier, i primi schieramenti in termini di voti saranno tre:

-Centrodestra: candidato presidente da stabilire (o Cappellacci o cade la giunta attuale);

-Centrosinistra: candidato presidente da stabilire (Soru? Lo scontro è in corso…);

-M5S: candidato presidente da stabilire.

I partiti indipendentisti sono più di tre e alcuni di essi potrebbero (e sottolineo potrebbero) correre da soli:

-Partito Sardo d’Azione: candidato presidente da stabilire (Sanna, Colli, Maninchedda?);

-ProgReS: candidato presidente da stabilire (la doppia presidenza confonde un po’ le carte in gioco);

-iRS: candidato presidente da stabilire (Gavino Sale?);

-SNI: candidato presidente da stabilire (Bustianu Cumpostu?);

-Sardigna Libera: candidato presidente da stabilire (Claudia Zuncheddu?);

-AMpI: candidato presidente da stabilire (Cristiano Sabino?);

-MERIS: candidato presidente da stabilire (Salvatore Meloni?).

Facciamo i conti con alcuni aspetti.

Il Partito Sardo d’Azione ha issato una cortina di fumo che lascia intravedere due posizioni che paiono poco convergenti: Maninchedda spinge per un asse programmatico col centrosinistra (un centrosinistra però autonomo da Roma) mentre Sanna, per ora sornione, pare (o perlomeno non smentisce di) guardare nuovamente al centrodestra. Credo che lo scenario prospettato da Maninchedda, trattandosi di partiti indipendentisti e non che anche ideologicamente hanno poco da spartire, possa essere catalogato come una Grande Coalizione che rischierebbe di avere effetti (vedi disamina precedente) devastanti sul PSd’Az sia in chiave di governo che elettorale. Politicamente posso cercare di comprendere e accettare la dualità Maninchedda\Sanna, ma il gioco rischia di rompersi laddove il quoziente del proporzionale sarà talmente alto che i circa 30-35 mila voti del Psd’Az (per quanto importantissimi, specie in questi scenari incerti) non varranno la candela del consigliere in coalizione e nessuna coalizione farà più del 45%. Sempre restando all’interno dello scenario PD-Psd’Az non dimentichiamoci che potrebbero esserci sorprese nelle primarie e nel listino (per quest’ultimo anche nello scenario PDL) esponendo le persone più che il partito stesso. Infine, anche nell’ottica del governo, potremmo affermare senza molta difficoltà che un restyling nei volti e nelle strategie gioverebbe nel medio\lungo termine ai sardisti: andare ora e così in Consiglio rischia di diventare un boomerang, anche se il danno da assenza rischia di avere ricadute ancora peggiori. Nel frattempo la base che dice? Nescio.

ProgReS, SNI, AMpI e Meris molto difficilmente andranno in coalizione con partiti italiani. Verrebbe anche da pensare, fantasticando forse, ad una reunion di iRS con ProgReS (+ AMpI) ma in quel caso verrebbe da chiedersi quanto sia politicamente lungimirante nell’ottica soprattutto di ProgReS che si vede (seppur ancora mai impegnato sino ad oggi in elezioni nazionali, data la giovane età) “superamento” politico di iRS. La coalizione mette le ragioni elettorali oltre quelle “ideologiche” e ipotizzando che tale coalizione venisse alla luce, chi ne sarebbe il candidato presidente? Difficile pensare ad una soluzione migliore delle primarie.

Sardigna Libera, dati i precedenti della Zuncheddu,  potrebbe accasarsi in un centrosinistra costruito attorno ad un programma che veda al suo interno qualche punto di ispirazione indipendentista. Un po’ come Maninchedda, ma, a differenza di quest’ultimo e del PSd’Az, la consigliera porta in dote un numero presumibilmente più esiguo di voti.

iRS è, ai miei occhi, “illeggibile” fuori dalla già discussa coalizione indipendentista. Niente di strano nel pensare che il partito punti ad un posto in Regione ma dubito che entrare in coalizione (o nel listino) col centrosinistra sia una buona scelta per tutti. In coalizione col M5S, come qualcuno azzarda, men che meno.

Considerata dunque la situazione, i numeri dell’indipendentismo, il sistema elettorale sardo, la presenza del M5S e l’abbassamento del numero di poltrone in consiglio regionale, abbiamo solamente due certezze:

-la prima è che sarà molto difficile immaginare anche un solo consigliere indipendentista eletto fuori (e forse anche dentro) dalle coalizioni maggiori;

-la seconda è che ogni partito indipendentista dovrà essere aiutato dagli altri, in qualsiasi sede e modo.

Abbiamo già notato che le vere GC non sono un pessimo esempio da seguire: offrono grandi opportunità sia che ci si ponga all’interno che all’esterno di esse e presto anche gli indipendentisti dovranno averci a che fare.

Perché non lavorare allora su una Grande Coalizione di TUTTI gli indipendentisti per la prossima tornata elettorale che si contrapponga al tripolarismo PD-PDL-M5S? Converrebbe (si badi bene, converrebbe, e non “sarebbe giusto”) a tutti vista la situazione e potrebbe inaugurare una nuova primavera per un indipendentismo che necessita quasi dappertutto di forte rinnovamento, numeri e progetti di collaborazione sia locali che nazionali.

Con un pizzico di presunzione credo che moltissima base indipendentista (e non) guardi in quella direzione.

Sia ben chiaro che una GC indipendentista oggi, per quanto difficile, non è una convergenza per l’indipendenza, nè un nuovo partito o punto d’arrivo (viste le difficoltà alle quali fa fronte per sua natura): è un punto di partenza. Una partenza verso (il vero) Partito Nazionale Sardo.

Giovanni Scanu

Cappellacci, Keynes e la zona franca in Sardegna.

sabato, 6 aprile 2013

cappellacci-notizie_415368877.jpgQualche giorno fa su Videolina il Presidente Cappellacci, a domanda su come si potessero coprire le mancante entrate derivanti dall’istituzione della zona franca integrale, ha risposto che il moltiplicatore keynesiano dimostra in modo chiaro e inequivocabile che l’esenzione dalle tasse genererà un incremento dell’economia tale da compensare ampiamente le mancate entrate. In teoria ciò che ha detto Cappellacci è possibile, anche se più che citare Keynes avrebbe forse dovuto citare Laffer, ma lasciamo per un attimo il nostro Presidente e il suo sofferto rapporto con la macroeconomia per cercare di capire una cosa importantissima, ovvero quale sia la crescita economica necessaria per compensare le mancate entrate previste nella zona franca richiesta da Cappellacci all’Ue (che ha appena risposto di non essere competente come avevo previsto da subito).

Ricordiamo velocemente che Cappellacci ha richiesto una zona franca integrale con spostamento dell’isola al di fuori del confine doganale europeo. In conseguenza di ciò la Sardegna sarebbe esentata dal pagamento di iva e accise e questo indubbiamente stimolerebbe  l’economia generando aumenti dell’occupazione, delle vendite e degli utili. Questo a sua volta incrementerebbe il gettito derivante dalle imposte sul reddito delle persone e delle imprese. La domanda è se questo aumento sarebbe sufficiente a compensare le entrate che verrebbero a mancare a seguito dell’abolizione di iva e accise. Cominciamo con vedere a grandi linee quali sono le principali cifre in campo. Mi rifaccio ad un documento di previsione delle entrate relative al 2011; le cifre hanno subito leggeri cambiamenti ma questo non influenza la nostra verifica in maniera rilevante. Dunque con un po di approssimazione che semplifica le riflessioni e non influenza le conclusioni la situazione è più o meno questa:

IVA  2 miliardi
ACCISE 700 milioni

IRPEF 2 miliardi
IRES 600 milioni
IRAP 800 milioni

In sostanza per compensare l’ammanco di 2,7 mld derivante dall’eliminazione di iva e accise e necessario che irpef, ires e irap aumentino della stessa misura. Voglio essere ottimista. Ammettiamo che la zona franca di colpo cancelli la disoccupazione anche se la disoccupazione a zero è una condizione pressoché impossibile. Avremo quindi circa 110 mila posti di lavoro in più dall’oggi al domani. Sempre per continuare ad essere molto ottimisti ipotizziamo che ognuno di questi lavoratori percepisca circa 1.900 euro lordi al mese in modo da poter generare un gettito irpef annuo di circa 4.500 euro pro capite. Abbiamo quindi un aumento di irpef pari a 110.000×4500=495 mln di euro. C’è ora da stimare l’aumento di reddito derivante dalle imprese. Supporre un aumento del 30% significherebbe già essere molto ottimisti ma io voglio continuare ad essere super ottimista e quindi voglio sparare un aumento del 50%. Quindi ires e irap aumenterebbero complessivamente di 700 mln mentre per l’irpef è necessario calcolare l’aumento solo sui redditi da lavoro autonomo che, col solito generoso ottimismo, credo si possano stimare in circa 300 mln. Abbiamo quindi ulteriori 150 mln di gettito addizionale. Riassumendo tra autonomi e dipendenti abbiamo un aumento dell’irpef di 650 mln che si sommano a 300 mln di ires e 400 di irap. Quindi in conclusione abbiamo entrate addizionali per 650+300+400=1,35 mld. In pratica pur con queste stime estremamente ottimistiche abbiamo coperto solo metà del gettito mancante. E di ottimismo ce ne è davvero tanto in questi numeri visto che stiamo parlando di un aumento del pil di circa il 15%. Roba da far impallidire la Cina. Aggiungo, per dovere di cronaca, che Cappellacci, contraddicendo quanto ha detto finora, è stato costretto ad ammettere di voler dosare le esenzioni in maniera graduale negli anni. Al di la delle problematiche tecniche insite in un’idea di questo tipo va detta chiaramente una cosa: questa non sarebbe l’istituzione di una zona franca ma una graduale riduzione di alcune imposte con benefici limitati nel breve periodo finalizzata all’ipotetica realizzazione di una zona franca in un futuro non meglio specificato e a condizione che tutto fili liscio, cosa che in economia politica succede raramente, specie di questi tempi e da queste parti.

Questo è probabilmente il motivo per cui chi come me si appassiona da anni al tema della zona franca, per non parlare di chi se ne occupa da decenni, ha immaginato soluzioni diverse, basate quasi sempre su esenzioni fiscali mirate a risolvere i principali problemi strutturali dell’economia sarda, dando finalmente spinta propulsiva alla nascita di un settore produttivo compatibile tanto con il territorio quanto con il mercato. Per quanto mi riguarda faccio notare che da tempo ho proposto la zona franca logistica per risolvere i problemi dei trasporti interni ed esterni grazie ad una complessiva defiscalizzazione dei trasporti; un intervento realizzabile con “appena” 5/600 mln di euro. Con altri 200 mln di euro si potrebbe dimezzare l’ires (escludendo dalle esenzioni le imprese ad elevato impatto ambientale per la gioia della famiglia Moratti) attirando così investimenti di imprese industriali strutturate e profittevoli che rischiano invece di restare escluse dal modello proposto da Cappellacci. Stiamo parlando inoltre di una misura che, contrariamente a quanto afferma qualcuno, potrebbe trovare terreno fertile in Europa, visto che si tratta di una versione moderata delle defiscalizzazioni prevista dall’Ue per risolvere il problema delle isole ultra-periferiche. Sicuramente portare proposte di questo tipo a Bruxelles, magari insieme ad altre isole del Mediterraneo, garantirebbe a Cappellacci figure ben più dignitose di quelle che ha fatto ultimamente inviando in sede Ue proposte chiaramente destinate allo stato italiano (cosa ripeto prevista nel mio articolo dell’ 11 febbraio).*

Chiudo ricordando a Cappellacci che se è in grado di eliminare tutte le imposte dirette senza creare deficit, candidarsi nuovamente alla guida della Sardegna sarebbe poco. Come minimo lo attenderebbero un nobel per l’economia e il ministero del tesoro nel prossimo governo repubblicano statunitense.

Andrea Nonne

* Si ricorda che la creazione di una zona franca fiscale oltre agli stati membri coinvolge maggiormente l’Ue, a differenza delle zone franche previste dal codice doganale che come ha recentemente ricordato Zoutek a Cappellacci sono di competenza degli stati membri salvo per alcuni passaggi amministrativi che comunque è sempre lo stato a dover portare in sede comunitaria.

NB l’area commenti è come sempre disponibile per osservazioni, correzioni, contestazioni nel merito del ragionamento, dei calcoli e delle conclusioni.


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