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Su indipendenza e cessione di sovranità la mia risposta a Pigliaru e ai sovranisti.

domenica, 26 gennaio 2014

francesco-pigliaru1-1.jpgSegue da  “Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?”

Veniamo ora al secondo punto, ovvero alla comparazione tra la situazione europea e quella statunitense. Su questo punto rimando anche alla risposta di Daniele Addis. Pigliaru cita Krugman e io concordo con l’economista americano sul fatto che gli Usa, nella reazione alla crisi, hanno mostrato tutta la loro superiorità rispetto all’Ue, sia in termini di competitività sia in termini di difesa dalle spinte speculative ribassiste. Resta da capire se il modello dello stato federato a stelle e a strisce abbia caratteristiche dimensionali e organizzative più simili a quello dei grandi stati nazionali europei come Germania, Francia, Italia e Spagna o se invece non somigli di più a quello tipico delle nazioni senza stato o delle piccole repubbliche europee. Se per la dimensione utilizziamo come criterio la dimensione della popolazione scopriamo subito che la popolazione media tra i cinquanta stati Usa è di poco superiore ai sei milioni di abitanti, un dato molto vicino a quello di Scozia e Irlanda ma soprattutto distante anni luce da quello degli stati nazionali europei, specie se si pensa che lo stato americano più popolato è proprio la California citata da Pigliaru che però ha meno della metà degli abitanti della Germania. Notevole inoltre scoprire che ben dodici sono gli stati americani con un numero di abitanti inferiore a quello della Sardegna e di questi sette hanno meno di un milione di abitanti. Il confronto non cambia se come parametro si utilizza la dimensione dell’economia. Se infatti è vero che i pochi stati che concentrano gran parte del Pil americano hanno valori simili a quelli dei grandi stati europei, confrontando il dato del 2011 scopriamo che ben otto stati americani hanno un Pil inferiore a quello della Sardegna. Anche dal punto di vista istituzionale e organizzativo viene naturale pensare che gli stati americani rispondano ad un modello molto più simile a quello che può avere un’attuale nazione senza stato, magari dotato di poteri federali o autonomistici, che non a quello dei grandi stati nazionali. La ragione di ciò è facilmente comprensibile, fino a poco tempo fa gli stati nazionali detenevano la sovranità su tutti gli aspetti della loro politica ed è proprio questa tendenza all’autarchia amministrativa che oggi va a creare i conflitti con l’Ue. Durante i tesissimi vertici europei sentiamo sempre i nomi di Merkel, Letta e Hollande e non certo quelli di Rutte o Anastasiades. Se quindi ha ragione Krugman a rimarcare la maggiore stabilità economica derivante da un’organizzazione come quella in vigore negli Usa, è d’obbligo evidenziare che il nobel statunitense non ha mai detto che il problema dell’integrazione europea sono le piccole nazioni che ambiscono a governarsi insieme agli altri stati europei. Sarebbe più interessante riflettere sul fatto che il centralismo degli stati nazionali, che spesso ha usurpato le minoranze nazionali contenute nei rispettivi confini, è lo stesso male che oggi crea tanta difficoltà alla creazione di un’Europa forte e coesa.

La terza affermazione di Pigliaru sostanzialmente argomenta sul fatto che più un’economia è piccola, più deve fare scelte di specializzazione forti, cosa che ne aumenta la volatilità. Discordo in parte da questa affermazione per diverse ragioni. In primo luogo la volatilità di un’economia è si influenzata dalla sua dimensione ma anche da altri fattori. Ad esempio una piccola repubblica può vedere limitati i rischi di volatilità se dotata di un robusto mix di settori ciclici e anticiclici e di produzioni in cui le economie di scala e dimensione non siano tra i fattori cruciali del business. In Sardegna, ad esempio, un sistema competitivo potrebbe trovare due ottimi motori di crescita in un settore marcatamente sensibile al ciclo economico come il turismo e in uno solidamente anticiclico come quello agro-industriale. Sono anche sicuro che una federazione europea di stati di dimensione medio-piccola, con volatilità maggiori rispetto a quelle degli attuali grandi stati, avrebbe maggiori stimoli verso il trasferimento in sede comunitaria di quelle competenze di welfare e fiscalità indispensabili a creare quei meccanismi di armonizzazione e compensazione tanto invocati nell’attuale dibattito economico. Insomma oggi come ieri, indipendentismo e integrazione europea sono due facce della stessa medaglia con un unico grande scoglio, il centralismo dei grandi stati nazionali. Un ulteriore motivo per cui non condivido l’affermazione di Pigliaru è che la Sardegna italiana negli ultimi decenni ha fatto scelte di concentrazione di prodotto e mercato talmente forti e fallimentari da poterci fare un caso da manuale. Senza neanche citare il disastroso petrolchimico è sufficiente ricordare che la Sardegna italiana è quella che si è illusa di poter campare vendendo il grattugia agli americani e il turismo di lusso agli italiani. Due fortissime scelte di specializzazione prodotto/mercato i cui risultati sono sotto gli occhi tutti.

Andrea Nonne

Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?

sabato, 25 gennaio 2014

310x0_1389014694520_pigliaru.jpgPersonalmente ho grande stima di Francesco Pigliaru. Ne ammiro la competenza,mi sembra una persona onesta e come me è un convinto sostenitore dell’Ue e dell’euro. Da assessore ha ottenuto importanti risultati in termini di riduzione della spesa e ha mostrato una buona capacità di intercettare la congiuntura economica internazionale con importanti risultati in termini di lotta alla disoccupazione. Inoltre da anni sul web e sulla stampa svolge una lodevole attività divulgativa. Quello che voglio dire è che, se non fossi indipendentista, probabilmente riterrei Pigliaru un ottimo Presidente. Ma essendo indipendentista rilevo una sostanziale e incolmabile distanza tra la mia prospettiva per il futuro di questa terra e la sua. E’ sufficiente infatti un rapido sguardo al sito di Pigliaru per accorgersi che il suo cavallo di battaglia è proprio la critica al decentramento e all’attribuzione di poteri alle regioni in difficoltà, critiche a cui ha spesso risposto Adriano Bomboi nel suo blog Santazione.eu. L’opinione di Pigliaru è pienamente legittima e anzi mi auguro che riesca a dimostrare le sue convinzioni in caso di vittoria. Tuttavia gli amici sovranisti, accorsi in gran numero nella colazione di centro sinistra, mi dovrebbero spiegare cosa politicamente pensano di ottenere da un Presidente che, fatte salve le ragioni di stima che ho appena espresso, negli ultimi diciotto mesi ha dedicato il 15% degli articoli pubblicati sul suo blog a criticare il decentramento dei poteri dallo stato alle regioni più deboli. Non parliamo poi del fatto che i sovranisti siano stati incapaci persino di compattarsi tra loro all’interno della colazione, svilendo in questo modo il potere contrattuale delle loro proposte.

Ma torniamo a Pigliaru e ai suoi articoli. Il più celebre fu pubblicato nel giungo del 2012 da La Nuova Sardegna e ricevette delle ottime risposte da parte di Omar Onnis e dallo stesso Paolo Maninchedda ma credo ci sia lo spazio per sviluppare e riaprire il dibattito. Il ragionamento di Pigliaru si può sintetizzare in 3 affermazioni:

1) la crisi dell’euro richiede cessione di sovranità dagli stati all’Unione e questo va in direzione opposta rispetto all’indipendentismo;

2) gli Usa sono da questo punto di vista un ottimo modello;

3) la dimensione ridotta di un’economia ne aumenta la volatilità.

Il primo punto è il meno interessante e ripete per l’ennesima volta  la vecchia e inconsistente equazione indipendentismo=separatismo=antieuropeismo. Per l’ennesima volta è necessario ricordare che l’indipendentismo sardo nasce come federalista europeo sin dalle sue radici sardiste del primo novecento oltre che da quelle presardiste di metà ottocento. Quindi mentre gli stati nazionali consolidavano il loro modello egemonico, coloniale e centralista che da li a breve avrebbe dato sfoggio di tutta la sua nocività portando il mondo ad un passo dall’olocausto per ben due volte nel giro di vent’anni, il sardismo già nasceva con le idee ben chiare su quanto fosse indispensabile federare i popoli europei in un organismo sovrastatale; chiarezza di idee ereditata puntualmente da Simon Mossa e giunta completamente intatta a quasi tutto l’indipendentismo dei giorni nostri. C’è poco da aggiungere se non rimandare alla smisurata secolare letterattura in materia. Molte di queste tematiche si possono trovare in un documento pubblicato in estate da Giuseppe Melis e dal sottoscritto. Non posso fare a meno però di riportare un curioso aneddoto.  Tutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista antistorico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’autogoverno rispetto al soffocante egemonismo degli stati nazionali.

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Andrea Nonne

Tre consigli per un Partito Nazionale Sardo

domenica, 15 dicembre 2013

Segue da Partito Nazionale Sardo? Io ci sono.

dms_winning_team.jpgMa quali caratteristiche dovrebbe avere un Pns in grado di ricompattare l’indipendentismo e costruire un’ alternativa concreta ai poli unionisti nello scenario politico sardo? Mi permetto di sottolineare tre punti particolarmente importanti per la costruzione di un’ idea per la quale mi batto da tempi non sospetti:

  1. Ne ho già parlato nella prima parte di questo pezzo ma voglio ripetermi. E’ assolutamente necessario coinvolgere Progres e Psd’Az con una trattativa aperta che renda evidente e palese agli occhi degli elettori chi è contrario a questa prospettiva tra i partiti e nei partiti;
  2. bisogna scongiurare da subito il rischio che questa convergenza si esaurisca all’indomani del voto. Di una lista elettorale per un seggio in consiglio la Sardegna non se fa niente. La Sardegna ha bisogno di un nuovo soggetto politico inclusivo verso tutto l’indipendentismo riformista ma alternativo rispetto ai poli unionisti. Regole chiare sottoscritte da tutti; partito aperto e struttura democratica e trasparente. Solo così un partito può diventare quella macchina capace di coniugare in maniera costruttiva l’interesse personale dei candidati forti con la passione politica della base e gli interessi della collettività. A livello di comunicazione è necessario mettere via i vecchi simboli e costruire una forte immagine unitaria e moderna. Anche i leader devono fare un passo indietro laddove non supportati da un consistente seguito elettorale;
  3. é necessario evitare un posizionamento politico troppo ristretto per accogliere l’indipendentismo riformista sardo in tutta la sua ampiezza. L’approccio migliore da questo punto di vista è quello liberale in quanto concentrandosi sull’uomo e sulle soluzioni più che sulle contrapposizioni ideologiche è quello più adeguato per far convivere e convergere posizioni diverse. Non a caso attualmente il liberalismo democratico europeo ospita un ventaglio di posizioni che va dal liberismo classico, al socialismo, passando per eccellenze dell’indipendentismo come il Pnv basco e il Cdc catalano; sempre all’interno dell’europeismo e dell’integrazione federale europea. Da questo punto di vista anche la storia del Psd’Az, che con tutti i suoi difetti è stato spesso capace di una produzione politica innovativa nel coniugare libertà individuale e giustizia sociale, è un precedente importante.

Andrea Nonne

Partito Nazionale Sardo? Io ci sono.

sabato, 14 dicembre 2013

keep-calm-because-we-are-one-team-6.png“La politica è sangue e merda” diceva Rino Formica, individuando con una schiettezza disarmante i due grandi motori dell’attività politica: passione ed interesse. Ed è con questo concetto che rispondo a chi mi fa notare che, dietro all’improvviso spirito di convergenza che sta investendo gran parte dell’indipendentismo sardo, c’è un mero calcolo di opportunità elettorale e di sopravvivenza politica. Perchè è si vero che il Pds proviene dal tentativo fallito di partecipare alle primarie del centrosinistra italiano, che Irs e Sl sono rimasti dietro le quinte in attesa di individuare le migliori opportunità e che la svolta legalitaria dei Rm fa quanto meno sorridere (il partito è nato nel 2009 per sostenere Soru, allora rinviato a giudizio, e quando nel 2010 mi opposi all’alleanza con Milia, allora candidato in appello, rischiai il linciaggio politico).Come è vero che un progetto di questo tipo andava lanciato anni fa invece di collezionare scissioni su scissioni. E soprattutto è vero e, lasciatemi aggiungere, piuttosto imbarazzante che i principali fautori di questa ritrovata unità siano Matteo Renzi e Niki Vendola che con le loro direttive hanno indirettamente lasciato a bocca asciutta quanti nell’ indipendentismo speravano in un’alleanza con Pd e Sel.

Ma è anche vero che questo è l’indipendentismo sardo e queste sono forze che hanno contribuito molto a definirlo nel corso degli anni. Nel male ma anche nel bene se si pensa che una siffatta coalizione racchiuderebbe sia gli esponenti con la maggiore rappresentanza elettorale, sia gli autori delle più importanti innovazioni apportate recentemente al pensiero indipendentista. Innovazioni che hanno avuto il merito di rinnovare una proposta politica che rischiava di non reggere il passo con i cambiamenti dettati dall’evolversi dello scenario politico mondiale. E soprattutto è innegabile che la Sardegna ha estrema necessità di una forte alternativa alla politica unionista e chi, come me, trova che la via del Partito Nazionale Sardo doveva essere intrapresa già da tempo non può oggi a maggior ragione esimersi dal dare il proprio contributo a questa iniziativa. Non va neppure dimenticato che molti di questi leader, cui tante cose giustamente rimproveriamo, avrebbero con tutta probabilità avuto carriere politiche più profittevoli percorrendo strade diverse da quelle dell’indipendentismo.

Parliamo anche di Progres e Psd’Az, al momento fuori dal dibattito intorno a questa alleanza. Inutile dire che il loro coinvolgimento è nell’interesse di tutti. Della coalizione, per il grande patrimonio politico che queste due forze porterebbero in dote, ma anche delle medesime che potrebbero pagare a caro prezzo l’emarginazione dal progetto. Se da un lato Progres, correndo in una coalizione condivisa con due liste civiche di chiara matrice unionista, rischia di vedere molto indebolito il proprio messaggio indipendentista, il Psd’Az, nella probabile eventualità di un’alleanza con il centrosinistra italiano, rischierebbe di trovarsi davvero a margini della politica indipendentista, specie in caso di sconfitta. Non dimentichiamo inoltre che in entrambi i partiti esistono forti pressioni a favore di un’alleanza di questo tipo, che nel caso del Psd’Az hanno prodotto addirittura una mozione, promossa dalla sezione di Oristano e poi respinta dal consiglio nazionale. Ma alla luce dei nuovi scenari queste minoranze interne possono trovare nuovi stimoli per rilanciare il loro desiderio di riunificazione dell’indipendentismo.

continua…Clicca qui per leggere il seguito

Andrea Nonne


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