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Mobilità ad Oristano tra parcheggi per nababbi, autobus deserti e i labirinti di Sa Rodia

lunedì, 4 novembre 2013

Oggi voglio provare a confrontare alcuni aspetti della viabilità nella gestione Tendas con ciò che insieme ad alcuni amici indipendentisti scrissi per il programma di Aristanis Noa un anno e mezzo fa. Proviamo a ragionare per punti.

Parcheggi a pagamento. Proprio in questi giorni è arrivata la conferma che le tariffe dei parcheggi a pagamento subiranno aumenti da capogiro. Questo nonostante le enormi difficoltà che incontra il commercio nelle zone centrali della città. Noi, unici in tutta la competizione elettorale, proponemmo di ridurre l’area destinata ai parcheggi e le fasce orarie di applicazione. Oggi sappiamo che un intervento simile si potrebbe realizzare con poche decine di migliaia di euro, dando ossigeno alle imprese in difficoltà e rivitalizzando il centro della città.

252764_400783323301885_1482951240_n3.jpgTrasporti pubblici. Anche qui la nostra proposta di cambiamento era tanto semplice quanto radicale: maggiore frequenza, minore capillarità e un lungo periodo di gratuità finalizzato a modificare le abitudini degli oristanesi. Tendas fece sua quest’ultima parte della proposta, pur senza citare la fonte, per il ballottaggio con Uras ma purtroppo constatiamo che gli autobus continuano a girare per la città vuoti. Se il periodo di gratuità si è rivelato a dir poco simbolico, la frequenza del servizio non è sufficiente. Con lo stesso parco mezzi a disposizione si potrebbe agire in maniera fortemente differenziata tra le zone dotando almeno la Via Cagliari, per tutta la sua lunghezza, di un servizio ad alta frequenza. Se anche questo dovesse andare a discapito della capillarità e della frequenza del servizio nelle altre zone della città, non ha senso far girare gli autobus vuoti quando si potrebbe soddisfare in maniera molto efficace l’esigenza di mobilità di una notevole fetta di utenti. Ci tengo a sottolineare l’intento costruttivo di quest’ultima critica. Una rimodulazione della mobilità in questo senso, si integrerebbe infatti benissimo con la recente ottima iniziativa del comune di Oristano in materia di mobilità sociale.

Sa Rodia. Che dire invece del caotico labirinto in cui è stata trasformata la zona di Sa Rodia in concomitanza con l’apertura del ponte di Brabau? Certo stiamo parlando di un atto dell’amministrazione precedente ma è doveroso sottolineare il fatto che, ad un anno e mezzo dall’insediamento, nulla è stato fatto a riguardo dalla giunta attuale. Qualcuno continua a dire che dietro a quelle varianti ci sia chissà quale studio di chissà quale esperto. Io vi consiglio di fare un esperimento se avete dubbi a riguardo: provate a fornire ad un turista le indicazioni per andare da via Rockfeller al prolungamento di viale Repubblica o da quest’ultimo al Mistral II e tenete bene a mente che quando la pratica contraddice la teoria, la teoria è sbagliata. Anche la risoluzione di questo punto, col ripristino della scorrevolezza perduta, era esplicitamente contemplato nel programma di Aristanis Noa.

Scrivo tutto questo non per beatificare il lavoro fatto con Aristanis Noa, ma per cercare di richiamare l’attenzione su problematiche di grande importanza per il futuro dei cittadini e delle imprese. Sarebbe il caso di mettere da parte i cliché ideoliogici sulla bontà delle tasse e sulla nocività delle automobili per cominciare seriamente ad analizzare i veri problemi di Oristano e cercare di risolverli.

Andrea Nonne

“VIA i Moratti da Arborea” è l’unico VIA che mi interessa.

mercoledì, 1 maggio 2013

vai-via.jpgUn celebre detto statunitense recita che “quello che va bene per la General Motors va bene per l’America”. Parafrasando si potrebbe affermare che “quello che va bene per la 3A va bene per la provincia di Oristano”. Se qualcuno sta ridacchiando pensando ad un’esagerazione sappia che la 3A pesa sul pil della provincia  circa 4-5 volte quello che la General Motors pesa sul pil Usa. Immagino quindi che se nei dintorni di Detroit provasse a insediarsi un qualcosa in grado di minacciare concretamente il futuro della celebre casa automobilistica, questo qualcosa troverebbe una forte e compatta opposizione da parte di tutta le rappresentanze politiche della città di Detroit ma anche dello stato del Michigan e dello stato centrale. Questo è ciò che avviene normalmente per le big company in tutto il mondo; il loro elevato peso sull’economia nazionale in termini di reddito e occupazione rende necessaria una particolare attenzione della politica laddove il futuro di queste imprese sia in qualche modo minacciato.

Stupisce quindi parecchio che nonostante la contrarietà espressa dalla 3A e da tutto il vasto comparto agricolo di Arborea, una parte rilevante della politica sarda e addirittura alcuni esponenti di spicco della politica oristanese siano favorevoli o possibilisti di fronte al progetto Eleonora gas della Saras. Tra i pareri favorevoli spiccano quello del Pd sardo e di Mario Diana mentre tra i possibilisti troviamo Gianvalerio Sanna, Guido Tendas e Salvatore Ledda. Evito di commentare la posizione dei favorevoli per spendere due parole sui possibilisti. La posizione di questi ultimi generalmente si può riassumere così: senza una VIA (valutazione di impatto ambientale) è impossibile esprimere una valutazione corretta, capire quali siano i benefici e i costi del progetto, e quindi assumere una posizione di contrarietà. Attendere gli esiti del VIA per poter esprimere una valutazione basata su dati scientifici potrebbe sembrare un atteggiamento di grande buon senso ma in realtà non lo è. Intanto non mi risulta che qualche anno fa, quando un piccolo gruppo di sconosciuti imprenditori presentò un progetto per la costruzione di una centrale eolica off-shore a ridosso dalle coste del Sinis, qualcuno dei succitati politici si sia opposto al movimento popolare di protesta adducendo che bisognava attendere il VIA. Verrebbe quindi da pensare che, dietro al loro invito ad approfondire, più che un attitudine al metodo scientifico ci sia una qualche forma di gradimento verso il progetto della Saras. Detto questo è necessario ricordare che la VIA è una valutazione che si presta a soggettività, errori e che molto difficilmente può inquadrare le ricadute sull’economia del territorio nel suo complesso. Da questo punto di vista la contrarietà della 3A e di tutto il tessuto agro-industriale dovrebbe di per se essere sufficiente a sollevare forti perplessità sul progetto dei Moratti. Questo sia per il peso che queste produzioni hanno sull’economia del territorio e sia perchè se c’è una cosa che solitamente le imprese di successo sanno fare molto bene è valutare i rischi e le opportunità, anche perché generalmente chi vive nel mercato ha le informazioni prima e meglio degli altri. In questo caso le imprese di Arborea ritengono il danno d’immagine derivante dall’insediamento di un impianto estrattivo più probabile e di maggiore impatto rispetto agli eventuali risparmi sul costo dell’energia. E poi ci sono proprio loro, i Moratti, che hanno già mostrato ai sardi quanto son bravi a far passare per ecologico qualcosa che è tutto fuorchè ecologico, anche grazie all’aiuto della sempre generosa macchina burocratica italiana. Si pensi che ogni anni i cittadini pagano fior di milioni affinchè la Saras bruci gli scarti della lavorazione del petrolio producendo energia che non si sa con quale criterio viene assimilata a quella rinnovabile. Ma tutto il fallimento del settore energetico in Sardegna dovrebbe aver insegnato qualcosa; inquinamento, crisi occupazionali e surplus di produzione ma il costo dell’energia in Sardegna ha pochi eguali nel mondo, nonostante i quintali di promesse e rassicurazioni in senso contrario che hanno accompagnato la nascita di ogni impresa energetica. Lasciatemi aggiungere poi una breve considerazione su un esempio che i Moratti stanno utilizzando come cavallo di battaglia per sostenere la compatibilità tra il loro progetto e la realtà produttiva arborense, ovvero la provincia di Parma che è notoriamente un territorio ricco di produzioni alimentari ma al contempo ospita quasi 300 pozzi di estrazione. Mi sono laureato in marketing proprio a Parma avendo per anni come riferimento la realtà industriale presente in quel territorio ma, per ironia della sorte, ho fatto la mia tesi proprio sulla 3A e alla 3A. Conosco quindi abbastanza le due realtà per cogliere le macroscopiche differenze che corrono tra esse. Parma è in effetti una delle grandi food valley d’Europa basata però, più che sull’agricoltura e sull’integrazione tra questa e l’industria, sull’industria di trasformazione. In poche parole a Parma sono bravissimi, molto molto molto più di noi, a trasformare prodotti alimentari e venderli in tutto il mondo. E sono talmente bravi da essere addirittura leader nella produzione di macchinari per l’industria alimentare. Ma Parma acquista la gran parte della materia prima lontano dal suo territorio, sia che si parli di latte, sia che si parli di grano, sia che si parli di carni suine. La cosa emblematica è che, ai tempi in cui preparavo la mia tesi, tra i fornitori di latte della Parmalat vi era proprio la 3A che rivendeva al colosso emiliano una parte del prodotto conferito dai soci tramite il Colvas, un consorzio di proprietà della cooperativa arborense destinato proprio alla vendita del latte prodotto in eccesso rispetto alle capacità di vendita. Insomma per Arborea, che ospita una parte consistente delle lavorazioni agricole a monte del processo industriale, la terra rappresenta un vantaggio competitivo ed è parte importante del core business; per Parma no. Tutto questo dovrebbe far capire quanto sia fuorviante il paragone proposto dai Moratti; non a caso tra i capoluoghi di provincia dello stato italiano Parma è sistematicamente uno dei più inquinati mentre Oristano è sempre tra quelli che lo sono di meno.

Ecco allora che, tornando alle dichiarazioni possibiliste dei nostri rappresentanti, mi viene da pensare che alla base di queste posizioni ci sia la pesante assenza di un modello di sviluppo per questo territorio, di una vision di ampio respiro. Se infatti si condivide l’idea che lo sviluppo industriale sardo passi in buona parte per la valorizzazione delle eccellenze del nostro settore agricolo e che sia necessario lasciarci definitivamente alle spalle la tentazione di importare da fuori modelli incompatibili col territorio e spesso anche con il mercato, beh in questo caso il progetto della Saras potrà ottenere tutti i VIA che vuole, regolarmente rilasciati da rigorosissimi uffici totalmente impermeabili al fascino della famiglia Moratti, ma io sarò sempre profondamente contrario alla realizzazione di quel progetto, semplicemente perchè non è conciliabile col modello di sviluppo che ritengo più appropriato per questa terra. A meno che il modello di sviluppo che molti politici sardi hanno in mente sia molto, molto diverso dal mio. Ma forse la realtà è proprio questa visto che nel tessuto industriale sardo la fabbrica petrol-chimica maleodorante, imbottita di denaro pubblico e spesso rovinosamente precipitata nel dissesto finanziario e occupazionale è la regola, mentre l’integrazione tra industria e agricoltura e il successo imprenditoriale sono purtroppo una rara eccezione. Da difendere e diffondere.

Andrea Nonne

Il Sardo-Grillismo no, non l’avevo considerato.

domenica, 10 marzo 2013

l43-beppe-grillo-130206144019_medium.jpgOggi non voglio parlare di ciò che penso di Grillo, ovvero che il mix di potere politico, populismo e autoritarismo che caratterizza la sua azione politica rappresenta un grosso pericolo per la democrazia, la pace e l’economia europea. Non voglio neanche parlare degli aderenti sardi al M5S, che rispetto come rispetto i sardi che militano in sigle politiche italiane e unioniste, ne mi interessa soffermarmi su quegli indipendentisti che hanno votato Grillo per protesta o perché convinti che la sua proposta sia la migliore per l’Italia e in quanto tale possa generare qualche beneficio anche per la Sardegna.

Voglio piuttosto concentrarmi sugli indipendentisti, a quanto pare non pochi, che hanno votato Grillo dietro precisa e convinta motivazione politica ovvero in quanto convinti che il M5S fosse in qualche modo a favore dell’indipendenza della Sardegna. Il tentativo di far passare una sigla italiana unionista come attenta e interessata alle sorti dell’indipendentismo sardo non è certo un’ innovazione di Grillo ma finora nessuno era riuscito a convincere gli indipendentisti sardi della bontà delle sue intenzioni.

Ma perché molti indipendentisti hanno ritenuto credibile l’immagine di un Grillo interessato all’indipendenza della Sardegna e a quella dei grillini sardi indipendentisti? E soprattutto da dove hanno ricavato gli elementi per maturare una simile convinzione? Si è detto che il M5s avrebbe copiato il programma dall’indipendentismo, ma se questo è avvenuto sicuramente non è stato fatto rispetto agli elementi caratterizzanti dell’indipendentismo stesso. Da alcuni elementi del programma M5s  si evincono infatti alcune posizioni che risultano palesemente incompatibili con qualsiasi forma di indipendentismo oltre che degne di un centralismo che credevo sparito persino dai partiti italiani di impostazione più conservatrice. Per esempio risulta notevole il pensiero del M5s a proposito di sanità laddove si afferma che:

“Due fatti però stanno minando alle basi l’universalità e l’omogeneità del Servizio Sanitario Nazionale: la devolution, che affida alle Regioni l’assistenza sanitaria e il suo finanziamento e accentua le differenze territoriali(…)”

Ora si da il caso che il settore della pubblica amministrazione dove la Sardegna si avvicina maggiormente ad una qualche forma di sovranità è proprio la sanità. Evidentemente, a torto o a ragione, il m5s ha un’idea profondamente diversa dello stato e delle sue funzioni, che per garantire a tutti i cittadini stesse prestazioni devono essere gestite in maniera centrale. Non essendo pervenuta dai grillini sardi nessuna protesta o precisazione a difesa delle prerogative autonomistiche dobbiamo dedurre che il loro pensiero è allineato al suddetto programma che del resto pare essere il frutto del lavoro della base. Difficile quindi immaginarsi una proiezione verso l’indipendentismo da chi si oppone persino al debole decentramento concesso alla Sardegna da suo regime di autonomia.

Ma c’è dell’altro, perché una delle proposte che a mio parere cozza di più con lo spirito di autodeterminazione che da sempre è alla base dell’indipendentismo sardo è quella di accorpare tutti i comuni sotto i 5.000 abitanti. Anche qui non entro nel merito della proposta ma mi limito ad osservare che da sempre il comune è in assoluto l’entità politica che più riflette il principio di spontanea autodeterminazione dei popoli. E la Sardegna è fatta di 377 comuni, di cui 312 con una popolazione inferiore ai 5.000 abitanti, comuni in cui si è fatta la storia, la cultura e l’arte della Nazione sarda. Ridurre l’83% delle comunità sarde in una serie di frazionamenti burocratici non mi sembra un gran punto di inizio per restituire ad un popolo la sua sovranità.

Del resto gli elettori che hanno creduto all’indipendentismo a 5 stelle sono stati svegliati da una secchiata gelida lanciata dalla neo deputata grillina Emanuela Corda che, a due giorni dal voto, ha prontamente dichiarato che ”il nostro compito è riportare la Sardegna in Italia”. Come si dice, a ognuno il suo.

Andrea Nonne

Sul carro della zona franca tutte le forze politiche con cetriolone elettorale incluso.

lunedì, 11 febbraio 2013

cetriolone.jpgOggi tutte le principali forze politiche presenti in Sardegna parlano di zona franca. Questo è già di per se un fattore positivo per il quale è doveroso rendere merito ai movimenti per la zona franca. Non mi riferisco ai vertici tecnici del movimento, che anzi a mio avviso sbagliando tutte le interpretazioni legislative sull’iter per la zf alla fine avranno la responsabilità di aver limitato il potenziale dell’azione popolare, ma mi riferisco alla base che con smisurata generosità, impegno e costanza ha fatto si che oggi la zona franca si ritrovi al centro del dibattito politico sardo. E’ importante anzi fondamentale che questa onda di entusiasmo e pressione non si arresti e che il tema della zf sarda non sparisca dal dibattito politico come già è successo tante volte negli ultimi anni e soprattutto è importante che resista alle tante difficoltà presenti in questo percorso che è molto più lungo e difficile di quanto non si stia facendo credere in questi mesi. Un altro fattore che in questi giorni sta giocando il ruolo di megafono per la battaglia è la campagna elettorale con molti politici che sgomitano per salire sul carro della vertenza e altri che di risposta si scagliano addirittura contro l’istituzione della zf in Sardegna per semplice spirito di contrapposizione elettorale.

Ugo Cappellacci con un colpo da maestro degno di Berlusconi sfoggia un pattaccone elettorale degno di quest’ultimo. Invia a Barroso e Monti comunicazione del fatto che in Sardegna è stata appena attivata una zf doganale integrale per la quale richiede all’Ue di spostare la Sardegna fuori dal confine doganale Europeo, un istante dopo dichiara alla stampa che:  ”Ad esito dei lavori dei tavoli tecnici (che ancora non esistono NdA)(…) la Giunta regionale delibererà la proposta di perimetrazione dei punti franchi e la inoltrerà al Governo della Repubblica per gli adempimenti conseguenti”. In due parole Cappellacci ha fatto un gioco di prestigio di questo tipo: con una mano ha raccolto la proposta dei movimenti e ha mandato all’Ue una comunicazione di attivazione della zf integrale all’Ue, comunicazione priva di qualsivoglia valore, tanto che lo stesso Cappellacci con l’altra mano è corso dai giornalisti ad affermare che, oltre ad una generica attività di trattativa con lo Stato Italiano di cui finora non si è avuta nessuna notizia:

- nessuna delibera è stata firmata;
- il lavoro di perimetrazione non è ancora cominciato;
- la zf sarda non sarà integrale ma sarà limitata ai sei porti previsti nel Dl 75/98;
- la delibera una volta completata, sarà inviata allo stato italiano e non all’Unione Europa.

A questo punto verrebbe da chiedersi se la richiesta di zf sia da inviare direttamente all’Ue o se non sia previsto prima un passaggio a carico dello stato italiano. Purtroppo, qualsiasi sia la zf che si vuole ottenere, sia l’art 12 dello statuto sardo, sia il Dl 75/98, sia l’art 155 del reg. ce 450/2008 e sia l’art 108 del Tfue indicano in maniera chiare e inequivocabile che il soggetto competente ad interfacciarsi in sede comunitaria è lo stato e non la regione. Qualsiasi altra interpretazione legislativa, come quelle che danno valore istitutivo alle delibere comunali o che danno rilevanza alla data del 24 giugno 2013 (i più esperti avranno notato anche su questo punto la “furbata” di Cappellacci), non trova nessun riscontro legislativo a suo sostegno. Cappellacci tuttavia ha provato a cavalcare a fini chiaramente elettoralistici il tema provando ad offuscare il fatto che, dopo aver promesso di adempiere ai vari passaggi nel 2009, nulla ad oggi è mai stato fatto dalle sue giunte in questi anni e che nel suo consiglio giace da diversi mesi una buona risoluzione depositata dai sardisti che la sua maggioranza non ha ancora preso in considerazione.
Ma Cappellacci non è solo. Pare infatti che Tremonti e Maroni abbiano promesso di voler realizzare in Sardegna la zf integrale per l’Italia. Riguardo a Tremonti chi ha seguito la cronaca politica dovrebbe avere pochi dubbi sul fatto che, oltre ad essere il maggiore responsabile dello sfascio italiano degli ultimi 12 anni, è stato probabilmente uno dei ministri più disinteressati e scorretti nei rapporti con la Sardegna. L’estenuante vicenda della vertenza entrate durante il suo dicastero dovrebbe aver chiarito a tutti i sardi che è assurdo attendersi addirittura dei vantaggi da chi si è reso colpevole di aver violato i più elementari diritti di lealtà e correttezza nei rapporti stato-regione.
Poco da dire anche su Maroni e gli altri leghisti se non che nel caso dovessero davvero combattere per la zf sarda troverebbero un esercito di padani infuriati che armati di forcone marcerebbe su Roma per chiedere la loro testa. Infatti Maroni la zf la sta si proponendo ma non per la Sardegna bensì per il Nord; giusto un mese fa.
Anche il Movimento 5 stelle in Sardegna si è mosso parecchio per la zf. Ma nulla risulta nel loro programma elettorale a riguardo. E’vero che gli attivisti sardi hanno prodotto un volantino elettorale che ha la zf tra i suoi punti ma visto che il tema necessità di passaggi cruciali in parlamento un movimento unionista come il 5 stelle dovrebbe inserire la proposta nel programma generale se vuole avere un minimo di credibilità. Come ho già detto quello tra i politici italiani e la zf sarda sembra un amore impossibile, sia perché l’Italia è uno degli ultimi paesi al mondo a potersi permettere nuove zf, sia perché la Sardegna è l’ultimo posto dove i politici italiani hanno convenienza elettorale ad istituirle. Per questo occorre una notevole dose di sovranità nel parlamento sardo per raggiungere l’importante traguardo.
Registriamo anche una proposta dell’ultima ora a firma di alcuni consiglieri regionali di Pd, Sardegna è già Domani, Idv e Gruppo Misto. Anche in questo caso credo che l’improvviso risveglio pre-elettorale si commenti da se.

Ma se vogliamo, le dichiarazioni più agghiaccianti arrivano da quei politici che per mero spirito di contrapposizione sono intervenuti contro Cappellacci in maniera tanto scomposta e disarticolata da apparire contrari in senso assoluto all’idea della zf in Sardegna. Cominciamo con l’eurodeputato Giommaria Uggias che dichiara di ritenere il documento di Cappellacci carta straccia ma subito dopo afferma in maniera sorprendente che in Italia le uniche zone franche riconosciute sono Livigno e Campione d’Italia. Ovviamente tutti sanno che ciò non è vero e le affermazioni di Uggias, prive di controproposta alcuna, lasciano intendere una contrarietà assoluta alla zf sarda.
Ancora peggio secondo me fa l’eurodeputata Pd Francesca Barracciu che si impelaga in un improbabile discorso dove nomina Canarie e Azzorre affermando che la situazione sarda non consentirebbe di attuare misure di fiscalità di vantaggio. Peccato che Canarie e soprattutto Madeira siano tutt’altro che minuscole parti di terra distribuite nell’ oceano. Si tratta di isole che hanno una densità abitativa ben superiore a quella della Sardegna e alla luce delle ultime rilevazioni Eurostat mostravano un reddito pro capite ben maggiore di quello sardo (Madeira addirittura ha un vantaggio di circa il 25% su dati del 2009 quando la giunta di cui faceva parte la Barracciu aveva appena finito il suo mandato e anche la disoccupazione al 2011 a Madeira era sensibilmente più bassa che in Sardegna). Ma soprattutto Madeira ha una distanza dalle coste dell’europa continentale che è si maggiore di quella della Sardegna ma non così tanto come vorrebbe far credere la Barracciu. Per intenderci la distanza di Madeira dalla costa continentale europea è molto più simile a quella della Sardegna che non a quella dei dipartimenti d’oltremare francesi con cui l’isola portoghese condivide lo speciale regime di deroga dell’art 349 tfue, che è proprio la base legislativa della zf di tutti questi territori. Inoltre la Barracciu restituisce un’idea molto semplificata della disciplina sugli aiuti di stato che in realtà non si basa solo sulle miglia marine ma rende compatibili gli aiuti di stato per territori “ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione”. Quindi l’ipotesi di far operare in Sardegna una zf autorizzata in deroga all’art 107 del tfue è tutt’altro che fantascientifica e da un eurodeputato sardo ci si aspetterebbe un atteggiamento più lungimirante rispetto ad una visione che sacrifica tutto al dibattito per le prossime elezioni. Italiane.

Andrea Nonne

La zona franca si potrà fare anche dopo giugno 2013. Garantisce l’Unione Europea.

domenica, 6 gennaio 2013

o75877.jpgTorno sull’argomento della zona franca in Sardegna e sulla diffusa convinzione che dopo il 24 giugno 2013 sarà impossibile attivarla. Come già detto in questa e in altre sedi questa convinzione è totalmente infondata. Probabilmente il falso allarme ha involontariamente sortito l’effetto positivo di creare una certa sensibilizzazione rispetto a questa importante opportunità’, ma è ora giunto il momento di acquisire la giusta consapevolezza e di incanalare il movimento per la zona franca verso quelli che sono gli effettivi termini della questione. Analizzerò ora alcuni punti del regolamento CE 450/2008 perché è proprio da un’interpretazione errata di questo regolamento che è nato l’equivoco che si è poi diffuso come un virus. Cercherò di essere il più chiaro possibile ma invito comunque tutti ad una lettura diretta delle fonti, prerogativa indispensabile soprattutto per chi, per incarico politico, si trova ad avere voce in capitolo sull’argomento.

Il regolamento 450/2008 è in sostanza il nuovo codice doganale comunitario che va a sostituire i riferimenti normativi su cui si basa il Dl 75/98 attraverso il quale il governo italiano ha istituito in Sardegna sei zone franche. Il nocciolo della questione ruota tutto intorno all’art 188 il quale riguarda l’applicazione delle disposizioni contenute nel regolamento tra cui gli articoli compresi tra il 155 e il 161 che consentono e regolano la creazione di zone franche doganali. L’art 188 stabilisce per l’appunto che l’applicazione delle disposizioni avviene in tre momenti:

- 24 giugno 2008 per una serie di articoli specificati tra i quali non rientrano gli articoli tra il 155 e il 161 relativi alle zone franche doganali;

- dal 24 giugno 2009 al momento dell’adozione delle disposizioni di applicazione per tutte le altre disposizioni;

- al più tardi il 24 giugno 2013 per tutte le disposizioni nonostante l’entrata in vigore delle disposizioni di applicazione.

In sintesi il nuovo regolamento sostituirà integralmente il vecchio non più tardi del 24 giugno 2013 ma questo non preclude la creazione di una zona franca che, come già detto, è garantita e regolata dagli articoli compresi tra il 155 e il 161. Questa interpretazione è a mio avviso l’unica possibile ma vista la complessità e l’ampiezza dell’argomento ho cercato conferme in rete.

Il sito del quotidiano di informazione giuridica Altatex riporta questa spiegazione per mano dell’esperto di diritto doganale Francesco Pittaluga:

“L’art. 188 § 1 reg. cit. individua una serie di disposizioni destinate ad entrare in vigore quasi immediatamente (salvo il termine di vacatio legis). (…) E’ dunque chiaro che, in assenza dell’emissione delle disposizioni “attuative” da parte della Commissione, il reg. cit. non è destinato a trovare applicazione “operativa” alla scadenza del termine del 24 giugno 2009; viceversa, indipendentemente dall’entrata in vigore della disciplina di dettaglio, esso troverà comunque applicazione a far data dal 24 giugno 2013.”

Anche il sito di Confindustria Firenze da la stessa interpretazione:

“Il  Codice Doganale Aggiornato (reg.450/2008),anche se in  vigore dal 24 giugno del 2008, al momento  risulta applicato per un numero molto limitato di articoli, mentre  la grande maggioranza delle disposizioni dovrebbero diventare operative solo dopo l’adozione delle relative norme di attuazione, ed al massimo entro il 24 giugno del 2013, secondo la previsione dell’art.188.”

Ma la fonte più autorevole è senz’altro la stessa Unione Europea. In questa sintesi, oltre che nelle prime righe di questo documento, si trovano le ennesime conferme su quale sia la corretta interpretazione dell’art 188. Dal sito ufficiale dell’Unione Europea possiamo infatti leggere:

“Il codice doganale aggiornato crea un nuovo ambiente doganale elettronico. Questo nuovo codice integra le procedure doganali comuni degli Stati membri rafforzando la convergenza tra i sistemi informatici delle 27 autorità doganali. Sostituirà il codice doganale comunitario del 1992, al più tardi il 24 giugno 2013, quando le disposizioni d’applicazione necessarie saranno adottate ed applicabili. Fino ad allora resterà applicabile il codice attuale.”

Un altro esperimento interessante consiste nel digitare su un qualsiasi motore di ricerca le seguenti frasi “24  giugno 2013 zone franche” o se preferite “24 june 2013 free zones/special economic zone/free tax area” e vedrete che il risultato della ricerca, se escludete l’ipotesi sarda, sarà sostanzialmente il nulla. Ma è soprattutto la logica a dover suggerire quale sia la migliore interpretazione della questione. Se infatti fosse corretta l’interpretazione che tanto successo ha avuto in Sardegna in questi mesi, il nuovo codice doganale comunitario sarebbe una bomba ad orologeria destinata ad autodistruggere una consistente parte del suo contenuto gettando le dogane europee in una situazione di vacatio legis prossima all’anarchia, il che è assolutamente inimmaginabile. Anche la motivazione allegata all’interpretazione scorretta del’188 non tiene. Si afferma infatti che l’impossibilità di istituire nuove zone franche dopo il 2013 derivi dal fatto che il reg 450/2008 recepisce l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (avvenuta il primo dicembre 2009), ma ciò non è vero in quanto il divieto di aiuti di stato è già bello che stabilito dall’art 107 del Tfue e anche in questo caso, ricercando in rete collegamenti fra il Trattato di Lisbona e la scadenza del 24 giugno 2013, non si trova assolutamente nulla se si esclude la copiosa letteratura generata in Sardegna negli ultimi mesi. Un po strano che una cosa di tale importanza sia sfuggita a tutto il resto d’Europa.

In conclusione quanto detto dovrebbe rappresentare un’ottima notizia per chi crede nella zona franca. Il processo di attivazione è infatti complesso e coinvolge la regione Sardegna, il governo italiano e l’Unione Europea tanto che sperare di ottenere il risultato in sei mesi è assolutamente utopistico, specie in vista delle prossime elezioni italiane e del conseguente cambio di governo. Ma senza la spada di Damocle di questa scadenza e la possibilità di inserire il tema nelle elezioni sarde previste a inizio 2014, lo scenario torna ad essere più incoraggiante.

Andrea Nonne

Ma la Flotta Sarda è davvero un carrozzone?

domenica, 30 settembre 2012

flotta-sarda.jpg La giunta Cappellacci istituisce la Flotta Sarda e scoppia la polemica. Secondo l’opposizione, parte della stampa e alcuni critici sarebbe un carrozzone; il costo per le casse pubbliche, programmato in massimo di 20 milioni di euro annui, sarebbe infatti eccessivo.

E’ veramente cosi? Vi potrei dire che 20 milioni di euro, circa lo 0,08 del Pil sardo, è una cifra veramente magra nel bilancio di un’ economia come quella sarda. Ad esempio il comune di Oristano spende oltre 8 milioni per pagare i suoi dipendenti e sempre a Oristano nel 2011 la Asl locale ha generato perdite per 14 milioni.

Vi potrei dire che quei 20 milioni di uscite, genereranno diversi milioni  di entrate sia come gettito fiscale che come consumi e che in tempi di recessione un centro sinistra che predica un’ austerity così radicale va palesemente contro il pensiero economico progressista che in questi anni, a causa della crisi globale, vive una straordinaria riscoperta delle teorie keynesiane.
Allo stesso modo potrei scrivere  di tutte le disquisizioni di natura economica che si stanno facendo, dimenticando che nei trasporti sardi si registra un fallimento del mercato grande quanto un palazzo. E non voglio nemmeno ricordare che l’operazione comprende uno stanziamento per consentire ai giovani dai 14 ai 27 anni di viaggiare gratis. Gratis.

Potrei dirvi tutto questo ma preferisco dirvi un’ altra cosa. La Flotta Sarda costerà 20 milioni di euro all’anno. Il Consiglio regionale della Sardegna nel 2011*, se si considerano i soldi percepiti dai membri di consiglio e giunta e i contributi per i gruppi consiliari, è costato più o meno la stessa cifra. Eppure, da che ne abbia memoria, la principale difesa a favore delle vergognose cifre del consiglio sarebbe proprio la loro bassa incidenza sul bilancio pubblico. Difesa che ho sentito sbandierare tanto dalla destra quanto dalla sinistra, che oggi grida al rischio default per il noleggio di sei navi. Ma in realtà una grossa differenza tra i soldi spesi per pagare il nostro consiglio e quelli destinati alla nostra flotta c’è. Se le spese del consiglio fossero ridotte a un quarto dell’attuale cifra, né la qualità della politica né l’andamento dell’economia ne risentirebbero; anzi. Provate a ridurre le navi della Flotta Sarda da sei a due e le rotte da tre a una e poi andate a misurare gli effetti sul turismo.

Andrea Nonne

* dal 2011 sono stati fatti alcuni tagli agli emolumenti dei politici, ma essi sono talmente bassi che in realtà quasi non ce ne siamo accorti. 

Con lo scalo merci un’ occasione storica per Fenosu e la provincia di Oristano

domenica, 23 settembre 2012

decollo.jpgSe potessi farvi vedere  una cartina o un grafico della distribuzione dell’industria in Sardegna e nei dintorni di Oristano, avreste subito evidenza di una cosa:  nei dintorni di Oristano si riversa un’ enorme fetta della produzione industriale alimentare* sarda. E’ sufficiente rivolgere l’occhio ad imprese come 3A, Cao, Gruppo Cellino, Riso della Sardegna, Ondulor e Martini per farsi un’ idea in proposito. La questione quindi è capire il perché la produzione alimentare sarda si sia concentrata nei dintorni di Oristano, territorio che negli altri settori industriali ha mostrato una capacità di attrarre investimenti inferiore persino a quella del resto della Sardegna. Inoltre queste imprese mostrano, chi più chi meno, una capacità di reazione e adeguamento all’attuale crisi molto maggiore rispetto a quella di tante grandi aziende le cui drammatiche vicende occupano da anni le prime pagine dei nostri quotidiani; anche questo è un dato che pone diversi interrogativi. Se da un lato è vero che dietro alle vicende di un’impresa agiscono sempre diverse concause è altrettanto vero che Oristano presenta dei rilevanti vantaggi logistici per queste imprese che hanno l’esigenza di concentrare la produzione per conseguire indispensabili economie di scala, ma al contempo si trovano di fronte all’esigenza di dover distribuire i loro prodotti su tutto il territorio sardo. Non a caso infatti, le trasformazioni avvenute nei mercati del largo consumo tra gli anni ‘80 e ‘90 sono coincise con un importante periodo di crescita di molte delle aziende succitate che hanno in diversi casi raggiunto addirittura forme di dominio monopolistico. Il caso più emblematico a riguardo è quello del lattiero-caseario vaccino che, verso la metà degli anni ‘90, era caratterizzato da una manciata di piccole aziende, tutte gravate da grosse complicazioni finanziarie. Era evidente che nessuna di quelle imprese poteva sopravvivere a lungo in quelle condizioni ma era altrettanto evidente che il mercato sardo era troppo ghiotto per poter restare scoperto. L’incidenza dei costi di trasporto su prodotti caratterizzati da prezzi molto bassi rispetto ai volumi, come appunto sono gli alimentari di largo consumo, fa infatti della Sardegna una nicchia ben protetta dalla concorrenza esterna. Qui sta il punto centrale della questione; in mercati con queste caratteristiche detenere un vantaggio logistico significa spesso trovarsi in una posizione di vantaggio competitivo strategica e spesso decisiva. Cosi fu la 3A di Arborea a spuntarla sugli altri competitors del vaccino, diventando nel giro di pochi anni il colosso che tutti oggi conosciamo, con buona pace di coloro che in quegli anni definivano un suicidio far fare al latte il doppio tragitto mungitura/impianto-impianto/punto vendita.

Ma perchè, in un post dedicato a Fenosu, sto facendo una storia dell’industria oristanese? Semplicemente perché le storie di successo di queste imprese dimostrano che nello scenario commerciale sardo Oristano ha un vantaggio competitivo nelle logistica. Questo perché le imprese hanno bisogno di concentrare la produzione, lo stoccaggio e altre fasi della loro filiera per raggiungere determinate dimensioni; al di sotto di queste infatti è molto difficile stare nel mercato e, per chi deve poi distribuire i propri prodotti in tutta la Sardegna, il luogo migliore in cui concentrare le attività è un luogo che gode di centralità. Oggi molti oristanesi vedono un declassamento nell’utilizzo dell’aeroporto di Fenosu come scalo merci in quanto il sogno di far esplodere il turismo grazie ai vettori low cost, ripetendo la felice esperienza algherese di qualche anno fa, ha fatto nascere nei cittadini ambizioni e aspettative a mio avviso parecchio slegate dalla realtà. Infatti il turismo, oltre all’aeroporto, necessita di tutta una serie di assets che nel nostro territorio latitano, come un’adeguata capacità ricettiva, pianificazioni strategiche consolidate e destinazioni di notevole notorietà. Insomma Oristano non è Alghero e non può raggiungere determinati livelli quantitativi e qualitativi dall’oggi al domani. Nella logistica e nel trasporto merci invece Oristano ha delle potenzialità immediatamente spendibili che potrebbero generare in tempi brevi ricadute economiche utili anche per altri settori. Un aeroporto capace di stare in piedi grazie alle merci offrirebbe infatti al turismo la possibilità di sperimentare gradualmente e senza troppi affanni e responsabilità il potenziale dello scalo, cominciando magari con voli charter e linee stagionali, che permetterebbero alla ricettività di crescere insieme agli arrivi e viceversa.

Ora come sempre la palla passa alla politica. In primis perchè sarà fondamentale verificare e vigilare sulle effettive intenzioni della Sogaer, ente gestore dello scalo di Elmas. Per quanto infatti possa sembrare remota e assurda, l’ipotesi che vuole Cagliari interessata allo scalo oristanese solo per neutralizzare un potenziale concorrente sul versante merci non è fantascientifica. In secondo luogo la politica dovrebbe cercare di attivare quelle potenzialità da tempo inespresse nel territorio. Non dimentichiamo infatti che l’idea di sfruttare a fini logistici e commerciali la centralità di Oristano è vecchia di decenni, figlia di politici ben più lungimiranti dei loro successori. Ecco che allora, se davvero si realizzasse lo scalo merci aereo a Fenosu, gli amministratori troverebbero nel territorio altri strumenti per tentare un rilancio fino a poco tempo fa impensabile; mi riferisco al porto industriale, da declassificare in modo da poter accogliere tutte le merci e ad un decreto legge del 1998 che indica Oristano come zona franca portuale. Due misure già impostate, due opportunità per troppo tempo lasciate in un cassetto che oggi potrebbero creare, insieme all’aeroporto, una sinergia vincente per fare di Oristano il cuore logistico della Sardegna, generando occupazione e ricchezza quanto mai urgenti per invertire un trend negativo che non sarà sostenibile ancora a lungo.

Andrea Nonne

* Il ragionamento è allargabile a produzioni collegate a quelle alimentari e a tutto il grocery.

Io cambio città scelgo Aristanis Noa e Pierluigi Annis Sindaco.

venerdì, 8 giugno 2012

579667_382664015113816_1502030023_n.jpgDa una parte c’è il nuovo, il cambiamento, la speranza di un futuro diverso. Dall’altra il vecchio, la riproposizione puntuale delle logiche che hanno amministrato Oristano negli ultimi vent’anni. La lista Aristanis Noa, con Pierluigi Annis sindaco è il nuovo. Le altre proposte sono il vecchio. Lutzu e Ledda hanno fatto parte della giunta Nonnis, Uras delle giunte Barberio e Ortu, Tendas della giunta Scarpa. Porceddu pure è passato, nostalgia di qualcosa di già visto in un altro ventennio. Non  voglio dare giudizi sull’attuale stato della città, voglio che siano i cittadini a farlo. Perchè se vogliono rivivere le esperienze degli ultimi decenni non hanno che l’imbarazzo della scelta, ce n’è per tutti i gusti. Per chi invece vuole cambiare, Pierluigi Annis e la lista Aristanis Noa sono l’unica scelta possibile. Io invito i cittadini a cambiare, radicalmente. Li invito a cambiare città, ad abbandonare la triste e moribonda periferia di un’ Italia decadente per tornare a vivere in Aristanis, figlia di Tharros e madre di Eleonora, antica capitale del Mediterraneo, generatrice di sovranità, civiltà, arte e cultura. La città dalla quale gli Arborea hanno riunito il popolo sardo dando vita all’età dell’oro della Sardegna. Oggi come allora, chi desidera la sovranità della Sardegna si riunisce tra queste strade, tra queste mura e ancora una volta guarda avanti, al futuro, alle energie rinnovabili, alla mobilità sostenibile, al rilancio del turismo; con la ferma consapevolezza che solo l’indipendenza oggi può risolvere i problemi di questa terra, tasse, trasporti ed energia su tutti, e che partire dai comuni è il miglior modo per cominciare a farlo.

Brave persone gli altri sindaci; hanno la mia stima e in molti casi anche la mia simpatia. Ma non la mia fiducia. Perchè tutti hanno governato senza alzare un dito contro il consorzio industriale, che con i suoi vincoli impedisce una conversione del porto verso utilizzi commerciali e turistici. Perchè tutti hanno lasciato sola Cabras nella battaglia, inevitabilmente poi persa, per il rientro dei giganti di Monte ‘e Prama nel territorio. Perchè Oristano dal ‘98 è riconosciuta come zona franca dal governo italiano e nessuno si è mai preso la briga di dar vita ad una mobilitazione per sollecitare la notifica in sede comunitaria da parte del governo. Sarebbe bastato così poco per salvare centinaia di imprese dal fallimento e migliaia di persone dalla disoccupazione. Non l’hanno fatto. Con la stessa nonchalance con cui hanno tenuto chiusa la Torre di Mariano, hanno parlato di turismo senza neanche degnarsi di adeguare il porticciolo, mentre due kilometri più a sud l’unico albergo di Torregrande veniva tranquillamente trasformato in un condominio.

Domenica e lunedì lasciate perdere chi vi chiede il voto per amicizia. La crisi europea dovrebbe almeno chiarirci le conseguenze di un voto dato con leggerezza, nella folle convinzione che il conto del malgoverno non ci verrà mai presentato.

Domenica e lunedì lasciate perdere chi  vi parla di voto sprecato. L’unica cosa sprecata è il tempo passato ad ascoltare certi ragionamenti.

Domenica e lunedì vota e fai votare Aristanis Noa e Pierluigi Annis sindaco. Il resto è storia.

Estendo il mio invito al voto a Terralba, dove suggerisco di votare la lista Per Terralba con sindaco Pietro Paolo Piras, e Bauladu, per la lista Bauladu sceglie con candidato sindaco Davide Corriga.

Buon week end di cambiamento a tutti.

Andrea Nonne

Ci risiamo, Oristano apre i suoi monumenti due giorni all’anno. E se ne vanta pure.

domenica, 13 maggio 2012

torre_mariano.JPGBenvenuti a Oristano, città così assuefatta dal malgoverno da non riconoscere più il disastro dalla normalità.  Ci eravamo lasciati a ottobre con questa storia che con un po’ di anticipo si ripete anche nel 2012. Cittadini tartassati di tasse assistono all’apertura trionfale dei principali monumenti. La realtà è un altra: per 363 lunghissimi giorni monumenti importantissimi come la torre di Mariano resteranno inesorabilmente chiusi, tutto l’anno, tutti i giorni della settimana senza giustificazione alcuna visti gli sprechi di risorse sotto gli occhi di tutti.

Nel mio impegno per la lista civica Aristanis Noa con Pierluigi Annis ho avuto modo, insieme agli altri amici, di affermare con forza il fatto che i principali monumenti della città debbano restare aperti tutto l’anno. La nostra politica sulla valorizzazione del patrimonio storico ha un duplice scopo: mantenere viva nei cittadini la consapevolezza di quanto sia stato grande il passato del nostro popolo e arricchire l’offerta turistica del territorio con componenti favorevoli alla destagionalizzazione dei flussi.

Ieri Frantziscu Sanna, durante una bellissima presentazione del nostro programma elettorale, ha ricordato come durante gli anni venti del secolo scorso l’amministrazione comunale decise di distruggere la Porta a Mari, il castello, e buona parte delle mura medievali della città perché considerati di scarso valore architettonico. Probabilmente è questo il motivo per cui ancora oggi i monumenti restano chiusi, per una mancanza di fiducia di stima e di amore verso la nostra storia. A ben vedere dunque esiste una chiara continuità tra i politici di allora e quelli che dopo aver governato la città negli ultimi decenni si presentano oggi come candidati sindaci.

Andrea Nonne


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