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Il botta e risposta tra Andrea Nonne e Caterina Pes, Deputata Pd, sui precari della scuola in Sardegna.

domenica, 8 maggio 2011

Rispondo con un po’ di ritardo all’intervento dell’On. Caterina Pes, deputata oristanese del Pd, riguardo all’articolo pubblicato su questo blog in appoggio al comitato “No pettine”. Il commento dell’On. Pes è il numero 71.

Cara Caterina

Innanzi tutto desidero ringraziarti per aver partecipato all’animata discussione che si è creata intorno al tema allorquando ho sentito il dovere di esprimere il mio punto di vista sulla delicata situazione dei precari sardi minacciati dalla riapertura delle graduatorie.

Sono d’accordo con te su molte cose: sul fatto che il disastro scuola sia da imputare al duo Tremonti-Gelmini in primis (anche se il centro-sinistra nei suoi vari governi ci ha sempre messo del suo), sul fatto che questa sia una guerra tra poveri e soprattutto ti riconosco un grande impegno di opposizione su questi temi, cosa che tra l’altro ho sempre manifestato.

Non sono d’accordo ovviamente sul resto. In primo luogo perché ritengo cinico e ingiusto rivoltare un diritto acquisito per legge; che a farlo sia la Corte costituzionale o gli dei dell’Olimpo non mi interessa: quando ad un uomo che, forte di un provvedimento di legge, mette su famiglia e casa si dice che si rimette tutto in discussione perché ciò che gli è stato assicurato è anti costituzionale, io sto dalla parte di quell’uomo. Diversamente se vogliamo anteporre la meritocrazia al rispetto dei diritti acquisiti, la mia generazione di pluri-laureati, pluri-masterizzati e pluri-precarizzati potrebbe sentirsi autorizzata ad irrompere in uffici pubblici e para-pubblici e cacciare via a pedate nel culo gli iper-accozzati, iper-atrofizzati e iper-tutelati che da decenni abbondano in tante pubbliche amministrazioni dello Stato italiano.

Credo anche che la situazione occupazionale in Sardegna sia tanto drammatica che i rappresentanti politici e sindacali, dovrebbero pensarci bene prima di anteporre a questa emergenza principi e carte che mostrano proprio in questi anni il loro drammatico fallimento.

Facciamo comunque finta per un attimo che queste cruciali premesse non vi siano e riflettiamo sulle accuse di protezionismo e leghismo. In particolare vorrei ragionare sulle tue parole:

“Il mercato del lavoro non può essere regolato da logiche protezionistiche, per quanto possa essere scomodo sostenerlo. La scuola, ancora di più, deve mettere al centro la qualità del sistema scolastico, deve mettere al centro gli alunni, e deve procedere con criteri meritocratici, non di appartenenza geografica (…) Bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che deve essere la preparazione didattica la discriminante, non la provenienza geografica.”. Ok, ci sto, sono d’accordo. Ma se il criterio unico è la qualità dell’offerta formativa perché non aprire al mondo intero i concorsi per la scuola pubblica. Invece mi pare che pure nelle lingue straniere e nelle materie caratterizzate da peculiarità tecniche che in Italia scarseggiano, la docenza internazionale sia di fatto ostacolata dal principio di cittadinanza. Vorrei a questo punto capire se questo approccio iper-liberista si ferma a Roma, dove di fatto la recluta dei docenti è regolata da norme non solo protezioniste ma anche biecamente nazionaliste. Eccoci quindi di fronte all’ennesimo pasticciato miscuglio di liberismo e protezionismo, dove i due obsoleti ingredienti vengono dosati in tempi e quantità tali da favorire sempre il più forte. Da anni vado sostenendo che la globalizzazione economica, che negli ultimi decenni ha portato il controllo dell’economia mondiale nelle mani di una ristretta elite con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, altro non sia che una sofisticata alchimia di protezionismo e libero-scambismo con l’obbiettivo di favorire le multinazionali rispetto alle piccole e medie imprese radicate nei territori. La storia della Sardegna italiana è poi una straordinaria collezione di questa pratica: il nostro mercato è sempre stato apertissimo quando si trattava di comprare italiano mentre non altrettanto si può dire quando erano i sardi a dover vendere in Italia. Chi ha dubbi su ciò che dico vada a verificare le logiche partitiche retrostanti il rilascio delle licenze commerciali negli anni ‘70, ‘80 e per gran parte dei ‘90. Non è un caso poi se dalla fine dell’800, grandi intellettuali sardi e non, intuendo la trappola del giogo italiano si siano posti il problema dell’integrazione della Sardegna nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo dando vita ad un’ elaborazione politica che parte da Tuveri e arriva ai giorni nostri passando per il filosofo hegeliano Del Zio, Bellieni, Simon Mossa e tanti altri. In virtù di questo posso affermare che qui non stiamo parlando né di leghismo, né di protezionismo, né di liberismo. Qui stiamo parlando di buonsensismo e il buon senso, come anche il buon Keynes, ci dicono che in questo momento non possiamo permetterci di condannare altri sardi alla disoccupazione o all’emigrazione. Non più di quanto sta già facendo il mercato. E’ qui siamo di fronte ad un’altra contraddizione mastodontica. Quando è l’impresa privata a mandare a casa i sardi tutti si riuniscono in grandi e solitamente inutili vertenze, quando a minacciare il lavoro dei sardi è invece un ente pubblico dipende: dalla posizione del partito o magari della corrente e non mi riferisco solo a questo caso.

La scuola sarda per riprendersi ha urgente bisogno di diventare Scuola Nazionale Sarda perché almeno sul fatto che la Sardegna sia una Nazione credo siamo d’accordo entrambi: e lo dico perché conosci la storia sarda molto più di me, come anche la visione di Gramsci del Risorgimento e anche perchè conosco il tuo percorso politico. Ma se si è consapevoli di essere Nazione, al di là che si debba o non diventare stato, cosa che comunque auspico avvenga al più presto, si è consapevoli di essere popolo e come  si costruisce il futuro di un popolo se non dalla scuola, dalla trasmissione della propria coscienza di generazione in generazione e dal confronto continuo tra questa e il mondo in continuo divenire. E invece  Caterina, sia io che te siamo usciti da un glorioso liceo classico, intitolato guarda caso ad un sospetto falsario che ha passato la vita a diffondere patacche sull’italianità della Sardegna medievale, senza sapere dell’esistenza dei giganti di Monti Prama. In compenso però abbiamo smesso di studiare le lingue straniere a 15 anni, in un territorio a vocazione turistica, per far posto ad un’ overdose di Dante Alighieri, quello che paragonava i sardi alle scimmie. Quest’anno cadono i 40 anni dalla prematura morte di Antonio Simon Mossa, probabilmente una delle più grandi e innovative figure del socialismo europeo, per chi lo conosce. Non ti chiedo se sarà celebrato dal Pd sardo ma nelle nostre scuole quanti saranno i docenti che avranno la decenza di ricordarlo e gli studenti che avranno la fortuna di conoscerlo? E la lingua sarda? Vogliamo studiarla in un compartimento stagno, come il fossile di una specie estinta, o vogliamo che riviva nella totalità delle discipline, che si confronti con i concetti tecnici, artistici e riprenda così a vivere nella contemporaneità? Faccio questa domanda perché un insegnamento bilingue prevede insegnanti bilingue non necessariamente sardi ma a maggior ragione non necessariamente italiani. E proprio a questo proposito ti invito a tornare indietro agli anni in cui, in prima elementare, ai bimbi sardi veniva amputata la lingua madre con l’obbligo di parlare esclusivamente l’Italiano con gravi handicap per l’efficacia dell’insegnamento. Certo il ritardo della Sardegna in fatto di bilinguismo non può essere attribuito solo al Ministero dell’istruzione, visti i risultati ottenuti in questo senso da altre minoranze linguistiche presenti nello Stato italiano, ma anche questo va detto quando si fa un resoconto di ciò che è stata la scuola in Sardegna.

Un ultimo accenno infine sull’atteggiamento di religioso rispetto che molti politici sardi hanno verso la Corte costituzionale e verso la Costituzione. Un fenomeno che negli ultimi anni ha visto coinvolte figure di quella sinistra che cerca di contaminarsi di sardismo come Soru e Muledda. Riporto stralci di un’ analisi del 1973 che fa molto riflettere sul rapporto che è sempre esistito tra statuto autonomistico e Corte costituzionale anche se la vicenda che stiamo trattando non nasce dalla R.A.S. Un grande studioso sardo parla di “continua e studiata degradazione dell’autonomia sarda” che “presa di mira dall’occhiuto e rigoroso controllo della Corte costituzionale, che la sottopone a una serie di vincoli e di decisioni sostitutive nelle potestà legislative, “viene di fatto “umiliata da un costante atteggiamento e da una serie continuata di atti del governo centrale che denunziano un costume di ripulsa sistematica dell’iniziativa del legislatore regionale, palese attraverso tutto un susseguirsi di osservazioni cavillose, bizantine e di rinvii formalistici di ottusi burocrati, di tradizione “napoleonica“. Queste parole non sono da attribuire a qualche sardista radicale in odore di secessione ma ad un tranquillo e pacato democristiano come Giovanni Lilliu*.

Ti saluto con stima.

Andrea Nonne

* “La Nuova Sardegna” venerdi 26 gennaio 1973


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