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Al mio esordio nelle gare di trading un undicesimo posto che sa di vittoria.

sabato, 7 dicembre 2013

dsc05614.JPGPer la prima volta dopo tre anni abuso di questo blog e pubblico qualcosa di personale. La verità è che sento forte l’esigenza di esternare la mia gioia per un risultato che mi ripaga di tanto lavoro. Come anticipato nel titolo mi sono classificato undicesimo nel forex contest organizzato da Activ Trades, primaria società di brokeraggio di livello europeo. Il contest consisteva in una competizione di trading online sui cambi delle valute, effettuata con soldi veri, con 127 trader iscritti. Si è svolto dal 23 settembre al 29 novembre e in questo periodo ho conseguito un rendimento lordo del 5,72% rispetto al capitale iniziale. Guardando la classifica si potrebbe dire che il risultato è si discreto ma non giustifica il mio stato di esaltazione. Eppure i motivi per cui venerdì scorso sono andato a dormire con la sensazione di aver vinto la champions segnando il gol decisivo all’ultimo minuto di recupero sono tanti. Innanzitutto la classifica stessa non è male; è vero che ho 10 trader davanti con risultati in alcuni casi sorprendenti, ma è pure vero che dietro di me ci sono ben 116 concorrenti e il mio rendimento del 5,72% corrisponde su base annua ad un 30% pieno, risultato in linea con quelli conseguiti dai migliori fondi di gestione. Il paragone mi sembra realistico visto che il mio profitto non è frutto di poche operazioni casuali ma di un numero abbastanza elevato di compravendite.

C’è poi da dire che faccio trading da poco. Ho cominciato a giochicchiare circa due anni fa e ho fatto la mia prima vera operazione nel febbraio 2012, quando comprai delle azioni Unicredit proprio nel momento in cui segnavano il massimo. A pochi minuti dal mio ingresso mi crollò tutto addosso. Ne uscii dopo diversi giorni con una perdita del 15%. Un massacro. Oggi, ripensandoci, credo che quella dolorosa esperienza sia stata davvero istruttiva, sia per come ha inciso sul mio approccio alla borsa e sia per il forte stimolo che mi ha dato ad impegnarmi nello studio del trading. Ma sicuramente, se in quel momento mi avessero detto che un anno e mezzo dopo avrei sfiorato la top ten del Gotha del forex trading, non ci avrei creduto.

Ma c’è dell’altro. Io non ho mai tradato seriamente le valute prima di questo concorso. Mi sono iscritto convinto di poter operare sui metalli preziosi, per i quali in primavera ho messo a punto alcuni sistemi interessanti. Invece il broker mi ha confermato che il concorso era limitato alle sole valute e il mercato delle valute è un mercato che non mi piace; faccio fatica a trovare dei trend ben definiti se non nel breve periodo dove però, lavorando tutto il giorno, ho poche possibilità di operare. In un contesto per me tanto insidioso e privo degli strumenti che utilizzo solitamente sui futures e sulle azioni, l’unica possibilità che avevo era quella di muovermi con estrema prudenza. Ho utilizzato una piccolissima parte del capitale a disposizione, ho selezionato le operazioni limitandomi a situazioni in cui il rapporto rischio/rendimento fosse vistosamente a mio vantaggio, cosa che mi ha permesso di tagliare radicalmente le perdite, e mi sono astenuto dall’operare quando, verso la metà di novembre, i cambi fin li utilizzati hanno cominciato ad assumere andamenti per me incomprensibili. Quest’ultima scelta mi ha permesso di guadagnare 10 posizioni nel finale di campionato, semplicemente stando fermo. Il confronto con la classifica dell’edizione 2012 mostra in modo impietoso che quest’anno le condizioni di mercato hanno trasformato il contest in un massacro, specialmente nell’ultimo quarto di gara. Questa forse è in definitiva la cosa che mi fa più piacere; l’essere riuscito a progettare un metodo con una qualche efficacia e avere avuto la costanza di seguirlo sino in fondo. Unico piccolissimo rimpianto, quello di non aver utilizzato un po di capitale in più. Raddoppiare il profitto, col senno di poi, era un risultato alla portata. Ma del senno di poi…

Andrea Nonne

Sorpresa in Catalogna. L’indipendenza non spaventa le borse e i mercati.

lunedì, 26 novembre 2012

borsa-madrid.jpgNonostante tutti gli scenari catastrofici dipinti da autorevoli analisti economici, finanziari e politici, all’indomani dell’affermazione delle forze indipendentiste catalane sui mercati finanziari non è successo assolutamente niente. Il principale indice spagnolo, l’Ibex 35, registra un modesto calo di 0,44%, perfettamente allineato alla tendenza ribassista in corso da fine settembre su molte borse europee oltre che inferiore a quelli che in giornata si son registrati su Parigi, Milano e Londra. Conferme in questo senso arrivano anche dall’euro, che non perde tonicità rispetto al dollaro, e dallo spread bonos/bund sostanzialmente invariato.

Ora tutto si può dire dei mercati finanziari tranne che siano inclini ad ignorare i rischi derivanti dai mutamenti della politica, mentre è semmai vero il contrario visto che spesso tendono a cadere sotto ondate di panico che si rivelano presto eccessive. Oggi è quindi apparso in maniera evidente che i mercati sono indifferenti al fatto che in Europa nascano nuovi stati e che quelli esistenti modifichino i loro assetti. La cosa appare abbastanza scontata visto che gli investitori sono persone notoriamente pragmatiche che badano ai contesti macroeconomici e alla qualità delle imprese piuttosto che alle nostalgie ottocentesche dei centralismi europei.

Non importa quindi se un’economia appartiene ad un grande stato o ad una piccola repubblica, ciò che importa è la vitalità del suo tessuto produttivo e la qualità delle politiche economiche che di volta in volta si mettono in campo. Le balle sparate ai quattro venti sui rischi dell’affermazione indipendentista in Catalogna, fanno perfettamente il paio con tutta quella letteratura pseudo economica che vorrebbe una Sardegna indipendente dall’Italia come uno staterello destinato a morire di fame. E visto che non ho voglia di rispondere alle solite obiezioni, anticipo a chi dirà che la Catalogna è più ricca della Sardegna che se questa fosse la discriminante il crollo da panico avrebbe dovuto riguardare la restante parte dello stato spagnolo, ma di questo come abbiamo visto non c’è stato neanche il minimo accenno.

Andrea Nonne

La nuova bolla speculativa americana che terrorizza Obama e il mondo. Urge una Tobin Tax globale

martedì, 13 marzo 2012

wsjsp.gif Questa grafico mi mette i brividi ogni volta che lo guardo perchè mostra il folle livello di crescita della borsa americana negli ultimi mesi. Infatti, mentre l’economia reale continua a soffrire le pene dell’inferno in quasi tutto l’occidente, il Dow Jones ha raggiunto i valori pre-crisi subprime dell’estate 2008 mentre il Nasdaq ha superato già da un pezzo il suo massimo degli ultimi 10 anni trainata dalla crescita vertiginosa di titoli come Apple che è vicina a triplicare il suo valore pre-crisi. Ora mentre tanti economisti filosofi dell’ottimismo si perdono in deliranti previsioni di crescita infinita ( ma non preoccupatevi sono gli stessi economisti che non avevano previsto nè  la bolla della new economy nè quella dei mutui nè la crisi estiva dei debiti sovrani) io sono certo che siamo di fronte ad una nuova bolla e pure bella grossa. Le leggi che regolano i mercati azionari vogliono infatti che ad ogni massimo segua un minimo e che più è ripida e lunga la salita più lo sia la successiva discesa. Questa divergenza tra l’economia reale e l’euforia degli indici borsistici unita al fatto che da diverse sedute gli stessi sono fermi e indifferenti a qualsiasi notizia (in gergo borsistico si muovono in laterale) non lascia dubbi in proposito: stiamo assistendo alla classica quiete prima della tempesta.

In questa situazione gli scenari ribassisti che realisticamente si possono ipotizzare sono due: uno moderatamente ottimista e l’altro decisamente pessimista. Nello scenario moderatamente ottimista Wall Street stornerà gradualmente la sua euforia mantenendosi su livelli comunque elevati, ma raffredderà l’attuale spinta propulsiva e tenderà a riavvicinarsi alle condizioni di un’ economia reale che comunque sembra fuori dalla fase più critica. Nello scenario decisamente pessimista la borsa americana crollerà rovinosamente all’annuncio di una brutta notizia, tipo un aggravamento delle tensioni in Medio Oriente o il fallimento di una big company, trascinando nuovamente nel baratro l’economia mondiale. Queste previsioni son valide almeno sino a novembre quando gli Usa andranno al voto. Nella prima ipotesi infatti Obama avrebbe gioco facile vista le debolezza degli sfidanti repubblicani e alla luce dei piccoli ma continui progressi dell’economia americana, mentre nella seconda ipotesi vedrebbe le sue speranze ridotte al lumicino perchè non avrebbe nessuna possibilità di arginare le critiche di quella intellighenzia progressista che non ha digerito la generosità mostrata dal presidente nei confronti delle banche americane che tante colpe hanno avuto nella crisi subprime del 2008.

Ma proprio la rielezione di Barack Obama è fondamentale perchè potrebbe realizzare una convergenza atlantica intorno alla Tobin Tax ovvero una piccola tassa sulle transazioni finanziarie che avrebbe un duplice benefico effetto: stabilizzare gli andamenti delle borse limitando la speculazione e generare un gettito di svariate decine di miliardi da destinare al rafforzamento dell’economia reale. Stabilizzare la borsa, riducendo l’ampiezza e la velocità con cui i prezzi oscillano, potrebbe limitare quei terribili effetti di dipendenza psicologica che sempre più l’economia reale mostra nei confronti della finanza. D’altro lato se le risorse derivanti dalla nuova imposizione fiscale fossero destinate a rafforzare l’economia reale, promuovendo investimenti, innovazione e consumi da parte dei cittadini più deboli, il valore delle borse potrebbe trarne beneficio nel medio termine. In Europa ormai il fronte pro Tobin Tax è ogni giorno più forte e compatto e vede in prima linea nomi come quello di Sarkozy, Barroso, Monti, Rehn e Merkel ma tutti sono consapevoli che una riforma di questo tipo ha bisogno della partecipazione degli Stati Uniti. Se infatti fosse solo l’Europa ad applicare la misura, con tutta probabilità si assisterebbe ad una fuga di capitali verso l’altra sponda dell’Atlantico con ripercussioni per l’economia del vecchio continente. La condivisione Ue-Usa sarebbe quindi il prerequisito minimo per una svolta epocale come questa e sarebbe auspicabile pure un allargamento alle principali piazze finanziarie asiatiche.

Ma cosa pensa Obama della Tobin Tax? Inizialmente sfuggente quando non scettico avrebbe, secondo alcuni analisti, cominciato a prendere in seria considerazione l’idea. I motivi di questo cambio di prospettiva sono proprio da ricercarsi nella mostruosa crescita dei listini americani di cui ho parlato all’inizio. Quando Obama è stato eletto Presidente, in piena crisi finanziaria, si è mostrato molto clemente nei confronti della finanza, cosa che da un lato ha attirato le critiche di diversi opinionisti liberal di spicco come Joseph Stiglitz e dall’altra si è rivelata col tempo totalmente ingiustificata in quanto la finanza statunitense si è ripresa molto più prontamente dell’economia reale gonfiando la poderosa bolla su cui Obama cerca oggi di stare in equilibrio. Ovviamente annunciare una misura di questo tipo ora, a otto mesi dal voto, sarebbe una decisione azzardata in quanto una reazione negativa della borsa nel breve periodo è da mettere in conto e, come abbiamo visto sopra, potrebbe costare l’elezione a Obama, che d’altro canto però dovrebbe aver imparato la lezione e nel 2013, in caso di vittoria, potrebbe decidere di mettere mano a questa riforma così importante per le sorti dell’economia mondiale.

Andrea Nonne


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