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Agenzia Sarda delle Entrate, Zona Franca al consumo e Teletrasporto, cosa arriverà prima?

domenica, 18 gennaio 2015

 Nei paesi normali, governati da persone normali e in cui chi fa politica rientra nei canoni della normalità, quando si parla di economia ci si riferisce solitamente ai livelli di pil, occupazione, spesa pubblica, imposizione fiscale, distribuzione tra settori ecc ecc. Chi si occupa di economia, come un bravo medico, analizza i principali valori alla ricerca di squilibri e anomalie che possano segnalare stati patologici e ragiona su come intervenire manovrando le leve disponibili.

In Sardegna, questo atteggiamento ragionevole e costruttivo, sempre più spesso viene sostituito dalla messianica aspettativa in provvedimenti miracolosi capaci d’un colpo di  risollevare le sorti della disastrata economia sarda trasformando la nostra isola nell’isola del tesoro.

Pensiamo ad esempio all’Agenzia delle Entrate Sarda, tornata molto in voga in questi giorni. A normativa vigente, parlare di Agenzia delle Entrate sarda equivale a parlare di cerchi sul grano. Se si vuole utilizzare quel nome per motivazioni politiche di lungo termine e per la propaganda politica è legittimo, ma è giusto che l’argomento venga inquadrato in questa prospettiva. La Sardegna, come ha fatto la Sicilia, potrebbe farsi una propria agenzia di riscossione che sostituisca Equitalia, e farebbe molto bene a farlo, ma finora non ne è stata capace. Purtroppo è molto più semplice spiegare cos’è un F35 di come funziona un F24. Allo stesso modo è difficile far capire la differenza tra Agenzia delle Entrate, che è quella che incamera e redistribuisce le imposte fondamentali, e Agenzia di Riscossione. La Sardegna, come la Sicilia, avrebbe già potuto avere la seconda, da anni e senza vertenze, ma è molto più complesso evidentemente che parlare di Zona Franca Intergalattica e Agenzia Sarda delle Entrate, temi importanti per quando saremo uno Stato o l’Italia farà una riforma federale, non proprio dietro l’angolo.

Il fatto stesso che intorno al tema si sia sviluppata una divertente bagarre a chi spara la cifra più alta riguardo al credito vantato dalla Sardegna nei confronti dell’Italia da bene l’idea sul livello del dibattito. Notevole a tal proposito che persino all’interno del Partito dei Sardi, che più di qualsiasi altra organizzazione politica ha sposato il tema, il conteggio di Sedda, che anni fa aveva già raggiunto di dieci miliardi, si scontra con quello di Maninchedda, che si ferma ad una cifra di poco superiore al miliardo. Difficile capire come possa nascere un ragionamento economico attendibile partendo da cifre così confuse.

Altro cavallo di Troia di recenti entusiasmi pre elettorali e’ quello della zona franca integrale. Partendo da una storica battaglia sardista e stravolgendo le norme con interpretazioni fantascientifiche, un gruppo di sedicenti esperti di diritto ed economia per mesi ha illuso i cittadini su un presunto diritto della Sardegna ad ottenere esenzioni totali su IVA e accise, fino a convincere l’allora governatore Cappellacci a farsi deridere in sede comunitaria sposando la causa con improbabili richieste agli organi Ue preposti. L’effetto boomerang di queste bufale e’ stato notevole e sortirà probabilmente l’effetto di minare per diversi anni la fiducia dei cittadini verso forme di defiscalizzazione più semplici da realizzare e più promettenti in termini di efficacia. Come non pensare ad esempio alla velocità con cui è finita nel dimenticatoio la proposta di abolire l’Irap sposata poco più di un anno fa da tutto il Consiglio Regional e sponsorizzata con grande entusiasmo dall’allora non ancora Presidente Pigliaru.

È proprio qui sta il punto, al di la della correttezza o meno delle interpretazioni giuridiche. Un dibattito economico che invece di concentrarsi sui problemi strutturali e sulle riforme necessarie si arena attorno all’idea che singoli provvedimenti di straordinaria portata, ma spesso anche fuori dalle attuali potestà legislative, possano ribaltare le sorti dell’isola e’ estremamente funzionale al mantenimento dello status quo. Perché si evita di parlare di sprechi nella sanità, di peso della spesa pubblica oltre ogni limite di sostenibilità, di privilegi feudali distribuiti su varie caste e di un sistema che in tema di meritocrazia e competitività fa acqua da tutte le parti. Eppure proprio sull’organizzazione degli enti locali la Regione ha degli spazi di manovra, usati infatti finora per i vitalizi o per mantenere la pensione retributiva ad alcune categorie molto importanti elettoralmente, come regionali e forestali.   Noi crediamo fortemente nella prospettiva indipendentista ma siamo ben consci che la sostenibilità economica di una sardegna indipendente e’ imprescindibilmente vincolata al ribaltamento totale degli equilibri che oggi guidano la nostra economia. Troviamo quindi abbastanza paradossale che i soggetti indipendentisti, pur di non mettere in discussione il dogma statalista e in alcuni casi anti capitalista che ne caratterizza l’ideologia di origine, continuino a propagandare l’idea di una Sardegna in grado di sostenersi economicamente da sola con questa spesa pubblica, con questo assistenzialismo e con questa assenza di meritocrazia e competitività.

Corrado Putzu

Andrea Nonne

Il perchè del mio voto disgiunto a Mauro Pili Presidente e Pierluigi Annis di Progres

venerdì, 14 febbraio 2014

Chi frequenta questo blog dovrebbe conoscere il mio pensiero sulla politica sarda. Negli ultimi tre anni ho affermato con forza la necessità di costruire un grande Partito Nazionale Sardo capace di coniugare e mettere in sinergia le prioritarie esigenze della collettività, la fondamentale passione degli attivisti e l’inevitabile ambizione dei candidati. Allo stesso tempo ho messo in guardia, sin dal 2011, dai rischi insiti nell’operazione sovranista e soprattutto dal perverso processo cannibalista che sempre più prendeva piede all’interno dell’indipendentismo. Nessuno si dovrebbe meravigliare se, a pochi giorni dal voto, guardo con poco entusiasmo l’attuale scenario politico. Con i partiti italiani ai minimi storici di fiducia, con i grillini fuori dai giochi per super democratica scelta del loro super democratico padrone, con quello studio scientifico che dava il 40% dei sardi interessati all’opzione indipendentista, c’erano tutti i presupposti non dico per vincere a man bassa, ma quantomeno per costituire un sistema politico tripolare tale da piazzare l’indipendentismo nelle istituzioni per confrontarsi nei prossimi anni ad armi pari con i due poli unionisti. E invece eccoli li i protagonisti della tragica diaspora indipendentista che abbiamo vissuto in questi anni. Tutti posizionati nella miglior posizione disponibile per una poltrona in consiglio o in giunta. Questo per ora è il risultato visibile di anni di lotte e divisioni incomprensibili ai più e di frasi assurde come “l’indipendentismo non è un’ideologia” (ma leggersi Simon Mossa prima di dire certe vaccate no?),  “l’esistenza di tante sigle indipendentiste è una ricchezza” (salvo poi allearsi con partiti e civiche di chiara matrice unionista) e via blaterando.

In un contesto di questo tipo mi è impossibile votare tanto i sovranisti quanto i sardisti. Ho già spiegato più volte che ritengo Pd e Pdl responsabili di gran parte della mala politica sarda come ho evidenziato per la vertenza trasporti, dove gli eurodeputati di entrambi i partiti hanno privilegiato gli interessi di una cordata imprenditoriale a quelli di un intero territorio. Ho anche spiegato che Francesco Pigliaru, per quanto personaggio degno del massimo rispetto e della massima stima, è forse il Presidente meno adatto per un’alleanza basata su aspettative sovraniste, essendosi dichiarato ripetutamente ostile al decentramento di poteri dallo stato italiano alle regioni più deboli. Del resto non posso certo votare i zonafranchisti visto che son stato tra i primi a denunciare i limiti di realizzabilità e di utilità della zona franca integrale rispetto a strumenti più praticabili e proficui come la zona franca logistica e/o fiscale. Ammiro infine la coerenza e l’impegno degli amici del  Fronte Indipendentista Unidu ma, oggettivamente, la distanza politica che mi separa da loro su temi come Europa, stato,  mercato, diritti, opportunità e libertà è troppa perché io possa votarli.

354x354xfrt3820-354x354pagespeedicsgiya2hu_z.jpgVoterò invece Progres. Penso che il partito si sia distinto da altre sigle indipendentiste, scegliendo da subito di proporsi come alternativo ai partiti italiani, e candidando persone molto valide dal punto di vista dell’impegno, della preparazione e della credibilità. Assegnerò la mia preferenza a Pierluigi Annis perché lo ritengo la persona più adatta a rappresentare le istanze della provincia di Aristanis. Stesse considerazioni valgono per Ilaria Mura, sempre candidata nelle file di Progres. Non darò invece il mio voto alla candidata Presidente Michela Murgia. Nulla di personale contro di lei ma intendo negare il mio voto alla coalizione per l’assurda scelta di chiudere con largo anticipo le porte alle altre forze indipendentiste per chiudere un’ alleanza con due liste civiche riconducibili a Valentina Sanna, Presidente di quel Pd oppositore di tutte le prese di posizione indipendentiste viste in consiglio nell’ultima legislatura, e a Romina Congera che al pari della Sanna ha dichiarato 58519_10202988340340084_1214999874_n.jpgpiù volte di non essere indipendentista. Del resto la stessa Murgia ha ricordato di non avere l’indipendenza della Sardegna in agenda. Visto che quindi Sardegna Possibile è chiaramente una colazione mezzo indipendentista mi sembra la cosa più sensata approfittare del disgiunto con un mezzo voto. Spero che gli attivisti di Progres, in cuor loro, siano i primi ad essersi resi conto dei limiti di un’ operazione che li ha proiettati a loro insaputa nell’alveo della sinistra  e che ha inasprito la rivalità tra indipendentisti in misura esponenziale. Allo stesso modo mi auguro che gli attivisti di Aristanis riflettano sull’errore che hanno commesso decidendo di non dare all’esperienza di Aristanis Noa il giusto peso, promuovendolo come modello da replicare su scala nazionale.

572.jpgIl mio voto per la presidenza andrà invece a Mauro Pili. Ritengo che la sua scelta di rottura con i partiti italiani vada non solo nella giusta direzione ma rappresenti una delle scelte politiche più coraggiose e oneste che abbia mai visto in politica. Le sue liste sono composte da persone per bene attive nella società, nell’impresa e nel lavoro. I tanti che l’hanno accusato di  opportunismo dovrebbero registrare l’isolamento che ha subito da parte delle stessa stampa che, fino a quando militava nel Pdl, lo sosteneva a gran voce. Apprezzo alcune cose del suo programma, altre meno, ma lasciatemi dire che un Pili ormai ad un passo dall’indipendentismo rappresenta una grande risorsa per la Sardegna e io intendo premiare questa scelta. Inoltre, a differenza della Murgia, Pili ha messo sul campo un’opzione indipendentista per la prossima legislatura. Apparentemente è un indipendentismo finalizzato ad una strategia rivendicazionista. Ma a ben vedere potrebbe rivelarsi l’esatto opposto.

Andrea Nonne

Su indipendenza e cessione di sovranità la mia risposta a Pigliaru e ai sovranisti.

domenica, 26 gennaio 2014

francesco-pigliaru1-1.jpgSegue da  “Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?”

Veniamo ora al secondo punto, ovvero alla comparazione tra la situazione europea e quella statunitense. Su questo punto rimando anche alla risposta di Daniele Addis. Pigliaru cita Krugman e io concordo con l’economista americano sul fatto che gli Usa, nella reazione alla crisi, hanno mostrato tutta la loro superiorità rispetto all’Ue, sia in termini di competitività sia in termini di difesa dalle spinte speculative ribassiste. Resta da capire se il modello dello stato federato a stelle e a strisce abbia caratteristiche dimensionali e organizzative più simili a quello dei grandi stati nazionali europei come Germania, Francia, Italia e Spagna o se invece non somigli di più a quello tipico delle nazioni senza stato o delle piccole repubbliche europee. Se per la dimensione utilizziamo come criterio la dimensione della popolazione scopriamo subito che la popolazione media tra i cinquanta stati Usa è di poco superiore ai sei milioni di abitanti, un dato molto vicino a quello di Scozia e Irlanda ma soprattutto distante anni luce da quello degli stati nazionali europei, specie se si pensa che lo stato americano più popolato è proprio la California citata da Pigliaru che però ha meno della metà degli abitanti della Germania. Notevole inoltre scoprire che ben dodici sono gli stati americani con un numero di abitanti inferiore a quello della Sardegna e di questi sette hanno meno di un milione di abitanti. Il confronto non cambia se come parametro si utilizza la dimensione dell’economia. Se infatti è vero che i pochi stati che concentrano gran parte del Pil americano hanno valori simili a quelli dei grandi stati europei, confrontando il dato del 2011 scopriamo che ben otto stati americani hanno un Pil inferiore a quello della Sardegna. Anche dal punto di vista istituzionale e organizzativo viene naturale pensare che gli stati americani rispondano ad un modello molto più simile a quello che può avere un’attuale nazione senza stato, magari dotato di poteri federali o autonomistici, che non a quello dei grandi stati nazionali. La ragione di ciò è facilmente comprensibile, fino a poco tempo fa gli stati nazionali detenevano la sovranità su tutti gli aspetti della loro politica ed è proprio questa tendenza all’autarchia amministrativa che oggi va a creare i conflitti con l’Ue. Durante i tesissimi vertici europei sentiamo sempre i nomi di Merkel, Letta e Hollande e non certo quelli di Rutte o Anastasiades. Se quindi ha ragione Krugman a rimarcare la maggiore stabilità economica derivante da un’organizzazione come quella in vigore negli Usa, è d’obbligo evidenziare che il nobel statunitense non ha mai detto che il problema dell’integrazione europea sono le piccole nazioni che ambiscono a governarsi insieme agli altri stati europei. Sarebbe più interessante riflettere sul fatto che il centralismo degli stati nazionali, che spesso ha usurpato le minoranze nazionali contenute nei rispettivi confini, è lo stesso male che oggi crea tanta difficoltà alla creazione di un’Europa forte e coesa.

La terza affermazione di Pigliaru sostanzialmente argomenta sul fatto che più un’economia è piccola, più deve fare scelte di specializzazione forti, cosa che ne aumenta la volatilità. Discordo in parte da questa affermazione per diverse ragioni. In primo luogo la volatilità di un’economia è si influenzata dalla sua dimensione ma anche da altri fattori. Ad esempio una piccola repubblica può vedere limitati i rischi di volatilità se dotata di un robusto mix di settori ciclici e anticiclici e di produzioni in cui le economie di scala e dimensione non siano tra i fattori cruciali del business. In Sardegna, ad esempio, un sistema competitivo potrebbe trovare due ottimi motori di crescita in un settore marcatamente sensibile al ciclo economico come il turismo e in uno solidamente anticiclico come quello agro-industriale. Sono anche sicuro che una federazione europea di stati di dimensione medio-piccola, con volatilità maggiori rispetto a quelle degli attuali grandi stati, avrebbe maggiori stimoli verso il trasferimento in sede comunitaria di quelle competenze di welfare e fiscalità indispensabili a creare quei meccanismi di armonizzazione e compensazione tanto invocati nell’attuale dibattito economico. Insomma oggi come ieri, indipendentismo e integrazione europea sono due facce della stessa medaglia con un unico grande scoglio, il centralismo dei grandi stati nazionali. Un ulteriore motivo per cui non condivido l’affermazione di Pigliaru è che la Sardegna italiana negli ultimi decenni ha fatto scelte di concentrazione di prodotto e mercato talmente forti e fallimentari da poterci fare un caso da manuale. Senza neanche citare il disastroso petrolchimico è sufficiente ricordare che la Sardegna italiana è quella che si è illusa di poter campare vendendo il grattugia agli americani e il turismo di lusso agli italiani. Due fortissime scelte di specializzazione prodotto/mercato i cui risultati sono sotto gli occhi tutti.

Andrea Nonne

Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?

sabato, 25 gennaio 2014

310x0_1389014694520_pigliaru.jpgPersonalmente ho grande stima di Francesco Pigliaru. Ne ammiro la competenza,mi sembra una persona onesta e come me è un convinto sostenitore dell’Ue e dell’euro. Da assessore ha ottenuto importanti risultati in termini di riduzione della spesa e ha mostrato una buona capacità di intercettare la congiuntura economica internazionale con importanti risultati in termini di lotta alla disoccupazione. Inoltre da anni sul web e sulla stampa svolge una lodevole attività divulgativa. Quello che voglio dire è che, se non fossi indipendentista, probabilmente riterrei Pigliaru un ottimo Presidente. Ma essendo indipendentista rilevo una sostanziale e incolmabile distanza tra la mia prospettiva per il futuro di questa terra e la sua. E’ sufficiente infatti un rapido sguardo al sito di Pigliaru per accorgersi che il suo cavallo di battaglia è proprio la critica al decentramento e all’attribuzione di poteri alle regioni in difficoltà, critiche a cui ha spesso risposto Adriano Bomboi nel suo blog Santazione.eu. L’opinione di Pigliaru è pienamente legittima e anzi mi auguro che riesca a dimostrare le sue convinzioni in caso di vittoria. Tuttavia gli amici sovranisti, accorsi in gran numero nella colazione di centro sinistra, mi dovrebbero spiegare cosa politicamente pensano di ottenere da un Presidente che, fatte salve le ragioni di stima che ho appena espresso, negli ultimi diciotto mesi ha dedicato il 15% degli articoli pubblicati sul suo blog a criticare il decentramento dei poteri dallo stato alle regioni più deboli. Non parliamo poi del fatto che i sovranisti siano stati incapaci persino di compattarsi tra loro all’interno della colazione, svilendo in questo modo il potere contrattuale delle loro proposte.

Ma torniamo a Pigliaru e ai suoi articoli. Il più celebre fu pubblicato nel giungo del 2012 da La Nuova Sardegna e ricevette delle ottime risposte da parte di Omar Onnis e dallo stesso Paolo Maninchedda ma credo ci sia lo spazio per sviluppare e riaprire il dibattito. Il ragionamento di Pigliaru si può sintetizzare in 3 affermazioni:

1) la crisi dell’euro richiede cessione di sovranità dagli stati all’Unione e questo va in direzione opposta rispetto all’indipendentismo;

2) gli Usa sono da questo punto di vista un ottimo modello;

3) la dimensione ridotta di un’economia ne aumenta la volatilità.

Il primo punto è il meno interessante e ripete per l’ennesima volta  la vecchia e inconsistente equazione indipendentismo=separatismo=antieuropeismo. Per l’ennesima volta è necessario ricordare che l’indipendentismo sardo nasce come federalista europeo sin dalle sue radici sardiste del primo novecento oltre che da quelle presardiste di metà ottocento. Quindi mentre gli stati nazionali consolidavano il loro modello egemonico, coloniale e centralista che da li a breve avrebbe dato sfoggio di tutta la sua nocività portando il mondo ad un passo dall’olocausto per ben due volte nel giro di vent’anni, il sardismo già nasceva con le idee ben chiare su quanto fosse indispensabile federare i popoli europei in un organismo sovrastatale; chiarezza di idee ereditata puntualmente da Simon Mossa e giunta completamente intatta a quasi tutto l’indipendentismo dei giorni nostri. C’è poco da aggiungere se non rimandare alla smisurata secolare letterattura in materia. Molte di queste tematiche si possono trovare in un documento pubblicato in estate da Giuseppe Melis e dal sottoscritto. Non posso fare a meno però di riportare un curioso aneddoto.  Tutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista antistorico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’autogoverno rispetto al soffocante egemonismo degli stati nazionali.

Continua in “Su indipendenza e cessione di sovranità la mia risposta a Pigliaru e ai sovranisti”

Andrea Nonne

Ugo non vuole la zona franca. Vuole farla franca.

lunedì, 23 settembre 2013

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Pochi giorni fa Cappellacci è tornato trionfante da un incontro con il Vice Presidente della Commissione Europea Antonio Tajani, il quale ha semplicemente detto che se l’Italia proponesse la zona franca extradoganale integrale per la Sardegna la Commissione non avrebbe nulla da opporre. Il che non dovrebbe sorprendere visto che la competenza di una tale deliberazione è dello stato italiano e non dell’Ue. E’un po come se Tizio chiedesse a Caio il permesso di andare a letto con la moglie di Sempronio e Caio rispondesse a Tizio che se va bene a Sempronio per lui non ci sono problemi.

Il fatto che Cappellacci, ben supportato dai soliti noti, venda tutto ciò come un successo politico va ricercato nella sua scelta di cavalcare a scopi elettorali il tema della ZFI. Per capire appieno questo bisogna tornare indietro alla primavera quando Cappellacci scrisse all’Ue ricevendo dopo breve tempo un umiliante replica. In data 12 marzo infatti la Commissione Europea rispose al nostro Presidente che:

  • la commissione non ha facoltà di modificare i confini doganali di una regione;
  • Cappellacci confonde le zf ai sensi del codice doganale comunitario con i territori extra doganali;
  • le zf possono essere designate dagli stati membri come ben sa chi legge questo blog.

Quest’ultimo punto è quello su cui maggiormente si è dibattuto all’indomani della risposta della commissione. Cappellacci ha prontamente replicato che le sue comunicazioni erano inviate anche allo stato italiano, ma è lo stesso contenuto della missiva a sancire che lo stato italiano sia citato solo in copia conoscenza. Infatti il Presidente ha utilizzato le interpretazioni di Scifo e Randaccio sul principio di sussidiarietà e sul diritto costituzionale della Sardegna all’extradoganalità. La risposta della Commissione Ue sancisce definitivamente che queste interpretazioni erano totalmente errate e infondate, cosa che peraltro io e altri abbiamo ripetuto per mesi attirandoci ogni tipo di insulto da parte dei sostenitori della ZFI.

Ma Cappellacci continua a battere questa pista sperando di tenere in piedi la speranza fino alle elezioni. Conoscendo perfettamente gli orientamenti di politica fiscale dello stato e il peso politico della Sardegna, che è un decimo di quello di regioni economicamente non meno sofferenti come Sicilia e Campania,  sa bene che è più facile dimostrare la verginità di Rocco Siffredi piuttosto che ottenere l’extradoganalità dall’Italia. Per questo Cappellacci continua a rivolgere le sue richieste all’Europa e non all’Italia, per tenere vivo il sogno. E per distogliere l’attenzione dal fatto che, al pari dei suoi predecessori, arriva a fine legislatura con i punti franchi previsti dal Dl 75/98 non ancora attivati.

Andrea Nonne

Leggi la nostra proposta per la zona franca logistica

Sindaco Tendas, non La invito a dimettersi ma a ripassare la storia oristanese. Carte false per essere italiani parte II.

lunedì, 8 luglio 2013

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In questi giorni il sindaco di Oristano Guido Tendas è stato travolto da un coro di polemiche a causa di alcune dichiarazioni rilasciate a Bruxelles sulla zona franca e sul concetto di nazione sarda. Tralasciamo in questo articolo il discorso sulla zona franca e occupiamoci invece del concetto di nazione sarda, riguardo al quale Tendas si è espresso in estrema sintesi così: “Oristano è una città che nell’800 si inventò le Carte di Arborea per costruire il mito della nazione sarda”.

In questo video (min 13:45 ca) Tendas mostra un testo* curato da Luciano Marroccu e composto dagli atti di un convegno dedicato proprio ai falsi di Arborea a riprova dell’opportunità delle sue affermazioni. Nonostante il convegno, svoltosi nel marzo del 1996, sia stato organizzato dalla giunta comunale in cui Tendas era assessore alla cultura, mi viene in mente che il sindaco oristanese quel libro non l’abbia mai letto; se l’avesse fatto sono infatti sicuro che avrebbe evitato di lanciarsi in un’ affermazione tanto spericolata e infondata. Questo perchè il risultato di quello studio è l’esatto opposto di quanto ha detto Tendas a Bruxelles e il libro mostrato dal sindaco per scagionarsi dalle accuse è in realtà la prova che lo “condanna” definitivamente. Per l’appunto i falsi di Arborea non hanno creato il mito della nazione sarda ma hanno di fatto generato una costruzione artificiale volta a far confluire il millenario sentimento identitario del popolo sardo all’interno della neonata nazione italiana. Basta leggere le pagine 327-328-329 del testo, tratte proprio dalla relazione di Marroccu sul processo di costruzione delle identità nazionali, per accertarsene. Per sciogliere ogni eventuale dubbio residuo è sufficiente poi ricordare che l’enorme notorietà delle carte nelle accademie filologiche di tutta Europa, non  fu originata certo dalle improbabili scoperte archeologiche o dalle gesta di Gialeto, ma dal tentativo di far risalire le origini della lingua italiana alla Sardegna medioevale. Le carte sostituirono il recente ricordo dei moti rivoluzionari di fine settecento con la mostruosa visione di una posticcia Eleonora in salsa tricolore. Di fatto viste le connotazioni di forte esclusività proprie del concetto di nazione, questa dinamica ha finito per creare una sorta di schizofrenia identitaria ancora oggi dominante. Sardi ma italiani, italiani ma sardi, italiani speciali, nucelo originario dela fusione perfetta. In questo senso i valori scaturiti dalla più grande patacca della nostra storia vivono oggi nell’essenza stessa della politica italiana in Sardegna, in questo suo continuo valzer tra identità sarda e identità italiana. E proprio il sindaco oristanese ha dimostrato di saper danzare con magistrale leggiadria tra le inconciliabili sponde di questo costrutto. In questi mesi, infatti, abbiamo assistito al Tendas romantico difensore della storia giudicale, che si batte vigorosamente per il recupero dell’antica reggia, che si definisce erede dei giudici nella sua funzione istituzionale, coraggioso visionario impegnato a riportare agli antichi splendori la vocazione agricola del Campidano oristanese e allo stesso tempo al Tendas gelido burocrate dello stato italiano, che definisce un dovere, quando non un’opportunità, ospitare il fior fiore della criminalità italiana nel carcere di Massama e non muove un dito di fronte al grido disperato del comparto agricolo di Arborea, abbandonato dalle principali istituzioni a combattere con uno dei principali prodotti del capitalismo illiberale italiano, la Saras.

Ma sarebbe un crimine politico e intellettuale affermare che Tendas è solo in questa danza. Tutti i politici sardi militanti in organizzazioni italiane e unioniste sono da decenni specializzati in questo esercizio di doppiezza e sembra addirittura che la loro abilità in materia sia direttamente proporzionale al successo politico personale. La genuflessione verso le segreterie romane va infatti accompagnata con un minimo di prensentabilità verso l’elettorato e spesso una spruzzatina di folklore è più che sufficiente in tal senso. Oggi a questo proposito hanno inventato il sovranismo per il quale un’ottima definizione ci viene fornita da Vito Biolchini nel suo blog  “una linea in grado di coniugare i valori della Costituzione a quelli dell’autogoverno della Sardegna, mettendo al centro i valori della nostra identità e del bilinguismo.” Chi conosce il pensiero politico di un democristiano onestamente autonomista come Giovanni Lilliu si rende conto che una roba del genere in termini di sovranità è soltanto un grosso passo indietro rispetto a quanto visto nel dopoguerra.

In conclusione  le false Carte di Arborea possono essere considerate a buon diritto il vero manifesto storico, politico e culturale della politica italiana in Sardegna.

Andrea Nonne

*Le carte d’Arborea. Falsi e falsari nella Sardegna del XIX secolo. A cura di Luciano Marroccu. AM&D edizioni.

Quest’articolo è l’ideale continuazione di un pezzo scritto due anni fa in polemica con la strumentalizzazione della storia giudicale operata dalla giunta Nonnis. Per leggere il pezzo clicca qui. 

In Sardegna il caro traghetti si chiama PD/PDL. E anche il M5S promette bene.

martedì, 2 luglio 2013

nave-tirrenia-sharden.jpg9 marzo 2012. La giovane paladina democratica Debora Serracchiani, insieme allo storico leader sindacalista Sergio Cofferati, al celebre giornalista televisivo David Sassoli e all’altro europarlamentare Pd Andrea Cozzolino (napoletano) annunciano di aver presentato in commissione un’ interrogazione finalizzata a scongiurare il blocco della procedura di privatizzazione di Tirrenia. Come si legge nel blog della Serracchiani infatti “Rischia di saltare la vendita di Tirrenia alla cordata Cin essendo sempre più probabile la bocciatura da parte dell’Antitrust Ue alla procedura di cessione”. E ancora “Bisogna al più presto fare chiarezza su tutta la procedura di privatizzazione per scongiurarne il blocco. Le conseguenze sarebbero gravissime.Occorre sapere se la vendita alla Compagnia italiana di navigazione è compatibile con le normative comunitarie in materia di tutela della concorrenza e, in caso negativo, apportare tutti i correttivi necessari a concludere una trattativa che si trascina da troppo tempo.” Il fatto che dietro alle perplessità dell’autorità antitrust ci fosse realmente un cartello collusivo sembrava essere l’ultima delle preoccupazioni degli europdeutati Pd. Oggi sappiamo come è andata a finire la storia; l’Antitrust ha certificato l’esistenza del cartello e inflitto una sanzione di otto milioni di euro alle compagnie coinvolte. Sappiamo purtroppo anche che quel cartello ha inflitto un durissimo colpo al turismo sardo, contribuendo in maniera decisiva a mettere in ginocchia l’economia dell’isola. Quindi prendiamo nota: il Pd è un organizzazione politica che predilige gli interessi di un impresa italiana rispetto non solo al regolare e legale funzionamento della concorrenza, ma addirittura rispetto agli interessi dell’intera Sardegna. Non risultano inoltre pervenute proteste o rivolte degne di nota da parte del Pd Sardo, ne tanto meno da parte di Rita Borsellino o degli altri rappresentanti della cosiddetta “circoscrizione isole” che vede da sempre i nostri politici indaffarati a regalare i nostri voti alla Sicilia. Anzi, risulta importantissimo notare che, mentre il Pd in Europa faceva di tutto per sostenere il cartello dei mari, in Sardegna faceva di tutto per ostacolare la flotta sarda, unica iniziativa degna di nota in cinque anni di giunta Cappellacci.

19 giugno 2013. L’eurodeputato Pdl Enzo Rivellini, anche egli napoletano, diffonde una nota di cui riportiamo alcune parti “Ho presentato un’interrogazione urgente alla Commissione Europea affinché venga assicurato il massimo impegno istituzionale comunitario a garanzia dei lavoratori e dei livelli occupazionali della Tirrenia (…) La Tirrenia occupa 1500 lavoratori, oltre l’indotto, 300 di essi amministrativi, ubicati a Rione Sirignano a Napoli ed i restanti 1200 del meridione d’Italia e di questi circa il 70% appartenente al territorio campano. La Regione Sardegna non può chiedere il blocco immediato degli aumenti delle tariffe e la revisione della Convenzione con lo Stato italiano che fino al 2020 riconosce alla Tirrenia 72,6 milioni di euro all’anno per garantire la continuità territoriale con servizi di trasporto marittimo che altrimenti non sarebbero economicamente sostenibili. Così facendo la Regione Sardegna prenderebbe in ostaggio i 1500 lavoratori della Tirrenia ed il territorio campano da dove provengono questi lavoratori.”  Notevolissima l’interpretazione data da Rivellini alla continuità territoriale, la cui finalità ovviamente non è rafforzare i collegamenti da e per la Sardegna ma il mantenimento di un carrozzone inefficiente come Tirrenia. Anche in questo caso silenzio assoluto da parte del Pdl sardo.

Unendo questa vicenda al costante servilismo dei politici sardi unionisti possiamo ricavare alcune utili indicazioni:

  • i politici sardi in quanto esseri umani provano generalmente un forte interesse per la propria carriera;
  • per la carriera dei politici sardi militanti in partiti italiani è di norma più importante il favore delle segreterie romane che non quello dell’elettorato sardo;
  • per la politica italiana gli interessi dell’economia sarda sono meno importanti di quelli di un’ impresa con 1.500 dipendenti.

Aggiungiamo inoltre che:

  • le decisioni più importanti oggi si prendono in Europa;
  • la Sardegna è tenuta strutturalmente fuori dalle istituzioni europee dal sistema politico e partitico italiano.

Ma in realtà la vertenza trasporti è solo una delle tante che vedono la Sardegna imbrigliata nei meccanismi della politica italiana. Le implicazioni appena elencate purtroppo valgono per tanti dei nostri problemi e da tanto tempo. Tutto ciò mi sembra di per se sufficiente per desiderare l’autogoverno dei sardi e per esprimere il voto a favore di partiti e movimenti quanto meno sardi.

Un’ ultima annotazione infine per coloro i quali recentemente son stati folgorati dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Molti sardi sono convinti che il M5S sia diverso, geneticamente superiore, addirittura indipendentista secondo i più audaci opinionisti della fantapolitica. In realtà il M5S rispetto alla Sardegna è soggetto alle stesse dinamiche cui sono soggetti Pd e Pdl, come ho già iniziato a dimostrare e come continuerò a fare prossimamente. Giusto per restare in tema è curioso notare che finora il M5S si sia guardato bene dall’affrontare un argomento così spinoso e pure così cruciale per il futuro dei sardi. Di contro il blog di Grillo non si è potuto esimere dal dare ospitalità al padrone dei mari Vincenzo Onorato il quale, in un video di quasi dieci minuti, si dipinge come una vittima dei petrolieri e della Regione Sardegna. Il titolo del post è “Moby e Tirrenia senza pace”. Anche per Grillo quindi il problema sembra essere la sopravvivenza del gruppo monopolistico di Onorato. Se ad affondare poi è la Sardegna, chi se ne fotte.

Andrea Nonne

Indipendentismo verso le prossime nazionali: attenti alle coalizioni.

martedì, 16 aprile 2013

it_photo_1144031.jpgPartiamo da un assioma: la scena politica italiana è un circo, quella sarda ancor di più.

All’esterno e all’interno di questo poco divertente spettacolino è accesissimo e attualissimo il dibattito su quello che in molti (aiutati dall’ eccelsa dialettica giornalistica del belpaese) chiamano “inciucio”, ma che io preferisco chiamare col suo nome: “Grande Coalizione” (di seguito GC).

In Europa le GC le abbiamo già viste (più volte) in Germania e non credo siano il male assoluto. Quello che conta è il perché la politica arriva a tale soluzione. Generalmente le GC nascono per due motivi: affrontare crisi politiche (economiche o stati di guerra) e\o per azzerare politicamente scomode opposizioni alle estremità delle coalizioni o fuori da esse (questo elemento può essere letto anche come una conseguenza). Gli elementi per vedere in Italia una GC ci sono entrambi e, considerate le opposizioni che verrebbero messe all’angolo (presumibilmente Sel e M5S), non so se essa sia il male maggiore. Il vero dilemma è quale politica porteranno avanti, visti i personaggi in gioco e la difficile convergenza politica su temi fondamentali. Andiamo un po’ avanti. Per restare in Germania, il partito “più a sinistra” del governo di grossa coalizione escluso dall’accordo del 2005 (il Linke) è, nel breve termine, cresciuto elettoralmente dopo tale esclusione ma la sua crescita è stata indubbiamente drogata dall’emorragia di voti della sinistra democratica scontenta: quella del principale governo di sinistra democratica SPD. Il risultato delle successive elezioni del 2009 però, riducendo all’osso un’analisi che dovrebbe essere lunghissima, è che la Merkel (il centro destra + i liberali) ha vinto di nuovo.

Tralasciando cosa possa significare tale dinamica rapportata all’ Italia, è interessante notare come la GC politica tedesca ha retto praticamente tutta la legislatura a differenza dell’italica “Grande Coalizione montiana” che, nonostante non vedesse segretari di partito al governo, non ha retto un anno e mezzo.

L’altra grande differenza è la presenza tutto fuorché trascurabile del M5S. Tutti i ragionamenti fatti finora non vanno basati su un sistema bipolare ma tripolare, dove il M5S si pone in antagonismo con entrambi gli schieramenti e si alimenta di stallo politico ed emorragie dal bipolarismo.

Concludendo una velocissima disamina che ci serve per arrivare alla nostra Nazione, l’unica cosa certa è che le GC hanno un grande “difetto di fabbrica”: alla loro forza numerica si contrappone una prevedibile e già accennata impasse politica  sulle riforme radicali, proprio quelle di cui avrebbero bisogno Sardegna e Italia.

Da qui a breve avremo anche noi in Sardegna le nostre elezioni Nazionali, anche noi avremo una GC?

Quanti, quali, ma soprattutto “chi” saranno gli schieramenti? E dove troveremo gli indipendentisti?

Presumibilmente, salvo sorprese per il candidato premier, i primi schieramenti in termini di voti saranno tre:

-Centrodestra: candidato presidente da stabilire (o Cappellacci o cade la giunta attuale);

-Centrosinistra: candidato presidente da stabilire (Soru? Lo scontro è in corso…);

-M5S: candidato presidente da stabilire.

I partiti indipendentisti sono più di tre e alcuni di essi potrebbero (e sottolineo potrebbero) correre da soli:

-Partito Sardo d’Azione: candidato presidente da stabilire (Sanna, Colli, Maninchedda?);

-ProgReS: candidato presidente da stabilire (la doppia presidenza confonde un po’ le carte in gioco);

-iRS: candidato presidente da stabilire (Gavino Sale?);

-SNI: candidato presidente da stabilire (Bustianu Cumpostu?);

-Sardigna Libera: candidato presidente da stabilire (Claudia Zuncheddu?);

-AMpI: candidato presidente da stabilire (Cristiano Sabino?);

-MERIS: candidato presidente da stabilire (Salvatore Meloni?).

Facciamo i conti con alcuni aspetti.

Il Partito Sardo d’Azione ha issato una cortina di fumo che lascia intravedere due posizioni che paiono poco convergenti: Maninchedda spinge per un asse programmatico col centrosinistra (un centrosinistra però autonomo da Roma) mentre Sanna, per ora sornione, pare (o perlomeno non smentisce di) guardare nuovamente al centrodestra. Credo che lo scenario prospettato da Maninchedda, trattandosi di partiti indipendentisti e non che anche ideologicamente hanno poco da spartire, possa essere catalogato come una Grande Coalizione che rischierebbe di avere effetti (vedi disamina precedente) devastanti sul PSd’Az sia in chiave di governo che elettorale. Politicamente posso cercare di comprendere e accettare la dualità Maninchedda\Sanna, ma il gioco rischia di rompersi laddove il quoziente del proporzionale sarà talmente alto che i circa 30-35 mila voti del Psd’Az (per quanto importantissimi, specie in questi scenari incerti) non varranno la candela del consigliere in coalizione e nessuna coalizione farà più del 45%. Sempre restando all’interno dello scenario PD-Psd’Az non dimentichiamoci che potrebbero esserci sorprese nelle primarie e nel listino (per quest’ultimo anche nello scenario PDL) esponendo le persone più che il partito stesso. Infine, anche nell’ottica del governo, potremmo affermare senza molta difficoltà che un restyling nei volti e nelle strategie gioverebbe nel medio\lungo termine ai sardisti: andare ora e così in Consiglio rischia di diventare un boomerang, anche se il danno da assenza rischia di avere ricadute ancora peggiori. Nel frattempo la base che dice? Nescio.

ProgReS, SNI, AMpI e Meris molto difficilmente andranno in coalizione con partiti italiani. Verrebbe anche da pensare, fantasticando forse, ad una reunion di iRS con ProgReS (+ AMpI) ma in quel caso verrebbe da chiedersi quanto sia politicamente lungimirante nell’ottica soprattutto di ProgReS che si vede (seppur ancora mai impegnato sino ad oggi in elezioni nazionali, data la giovane età) “superamento” politico di iRS. La coalizione mette le ragioni elettorali oltre quelle “ideologiche” e ipotizzando che tale coalizione venisse alla luce, chi ne sarebbe il candidato presidente? Difficile pensare ad una soluzione migliore delle primarie.

Sardigna Libera, dati i precedenti della Zuncheddu,  potrebbe accasarsi in un centrosinistra costruito attorno ad un programma che veda al suo interno qualche punto di ispirazione indipendentista. Un po’ come Maninchedda, ma, a differenza di quest’ultimo e del PSd’Az, la consigliera porta in dote un numero presumibilmente più esiguo di voti.

iRS è, ai miei occhi, “illeggibile” fuori dalla già discussa coalizione indipendentista. Niente di strano nel pensare che il partito punti ad un posto in Regione ma dubito che entrare in coalizione (o nel listino) col centrosinistra sia una buona scelta per tutti. In coalizione col M5S, come qualcuno azzarda, men che meno.

Considerata dunque la situazione, i numeri dell’indipendentismo, il sistema elettorale sardo, la presenza del M5S e l’abbassamento del numero di poltrone in consiglio regionale, abbiamo solamente due certezze:

-la prima è che sarà molto difficile immaginare anche un solo consigliere indipendentista eletto fuori (e forse anche dentro) dalle coalizioni maggiori;

-la seconda è che ogni partito indipendentista dovrà essere aiutato dagli altri, in qualsiasi sede e modo.

Abbiamo già notato che le vere GC non sono un pessimo esempio da seguire: offrono grandi opportunità sia che ci si ponga all’interno che all’esterno di esse e presto anche gli indipendentisti dovranno averci a che fare.

Perché non lavorare allora su una Grande Coalizione di TUTTI gli indipendentisti per la prossima tornata elettorale che si contrapponga al tripolarismo PD-PDL-M5S? Converrebbe (si badi bene, converrebbe, e non “sarebbe giusto”) a tutti vista la situazione e potrebbe inaugurare una nuova primavera per un indipendentismo che necessita quasi dappertutto di forte rinnovamento, numeri e progetti di collaborazione sia locali che nazionali.

Con un pizzico di presunzione credo che moltissima base indipendentista (e non) guardi in quella direzione.

Sia ben chiaro che una GC indipendentista oggi, per quanto difficile, non è una convergenza per l’indipendenza, nè un nuovo partito o punto d’arrivo (viste le difficoltà alle quali fa fronte per sua natura): è un punto di partenza. Una partenza verso (il vero) Partito Nazionale Sardo.

Giovanni Scanu

Cappellacci, Keynes e la zona franca in Sardegna.

sabato, 6 aprile 2013

cappellacci-notizie_415368877.jpgQualche giorno fa su Videolina il Presidente Cappellacci, a domanda su come si potessero coprire le mancante entrate derivanti dall’istituzione della zona franca integrale, ha risposto che il moltiplicatore keynesiano dimostra in modo chiaro e inequivocabile che l’esenzione dalle tasse genererà un incremento dell’economia tale da compensare ampiamente le mancate entrate. In teoria ciò che ha detto Cappellacci è possibile, anche se più che citare Keynes avrebbe forse dovuto citare Laffer, ma lasciamo per un attimo il nostro Presidente e il suo sofferto rapporto con la macroeconomia per cercare di capire una cosa importantissima, ovvero quale sia la crescita economica necessaria per compensare le mancate entrate previste nella zona franca richiesta da Cappellacci all’Ue (che ha appena risposto di non essere competente come avevo previsto da subito).

Ricordiamo velocemente che Cappellacci ha richiesto una zona franca integrale con spostamento dell’isola al di fuori del confine doganale europeo. In conseguenza di ciò la Sardegna sarebbe esentata dal pagamento di iva e accise e questo indubbiamente stimolerebbe  l’economia generando aumenti dell’occupazione, delle vendite e degli utili. Questo a sua volta incrementerebbe il gettito derivante dalle imposte sul reddito delle persone e delle imprese. La domanda è se questo aumento sarebbe sufficiente a compensare le entrate che verrebbero a mancare a seguito dell’abolizione di iva e accise. Cominciamo con vedere a grandi linee quali sono le principali cifre in campo. Mi rifaccio ad un documento di previsione delle entrate relative al 2011; le cifre hanno subito leggeri cambiamenti ma questo non influenza la nostra verifica in maniera rilevante. Dunque con un po di approssimazione che semplifica le riflessioni e non influenza le conclusioni la situazione è più o meno questa:

IVA  2 miliardi
ACCISE 700 milioni

IRPEF 2 miliardi
IRES 600 milioni
IRAP 800 milioni

In sostanza per compensare l’ammanco di 2,7 mld derivante dall’eliminazione di iva e accise e necessario che irpef, ires e irap aumentino della stessa misura. Voglio essere ottimista. Ammettiamo che la zona franca di colpo cancelli la disoccupazione anche se la disoccupazione a zero è una condizione pressoché impossibile. Avremo quindi circa 110 mila posti di lavoro in più dall’oggi al domani. Sempre per continuare ad essere molto ottimisti ipotizziamo che ognuno di questi lavoratori percepisca circa 1.900 euro lordi al mese in modo da poter generare un gettito irpef annuo di circa 4.500 euro pro capite. Abbiamo quindi un aumento di irpef pari a 110.000×4500=495 mln di euro. C’è ora da stimare l’aumento di reddito derivante dalle imprese. Supporre un aumento del 30% significherebbe già essere molto ottimisti ma io voglio continuare ad essere super ottimista e quindi voglio sparare un aumento del 50%. Quindi ires e irap aumenterebbero complessivamente di 700 mln mentre per l’irpef è necessario calcolare l’aumento solo sui redditi da lavoro autonomo che, col solito generoso ottimismo, credo si possano stimare in circa 300 mln. Abbiamo quindi ulteriori 150 mln di gettito addizionale. Riassumendo tra autonomi e dipendenti abbiamo un aumento dell’irpef di 650 mln che si sommano a 300 mln di ires e 400 di irap. Quindi in conclusione abbiamo entrate addizionali per 650+300+400=1,35 mld. In pratica pur con queste stime estremamente ottimistiche abbiamo coperto solo metà del gettito mancante. E di ottimismo ce ne è davvero tanto in questi numeri visto che stiamo parlando di un aumento del pil di circa il 15%. Roba da far impallidire la Cina. Aggiungo, per dovere di cronaca, che Cappellacci, contraddicendo quanto ha detto finora, è stato costretto ad ammettere di voler dosare le esenzioni in maniera graduale negli anni. Al di la delle problematiche tecniche insite in un’idea di questo tipo va detta chiaramente una cosa: questa non sarebbe l’istituzione di una zona franca ma una graduale riduzione di alcune imposte con benefici limitati nel breve periodo finalizzata all’ipotetica realizzazione di una zona franca in un futuro non meglio specificato e a condizione che tutto fili liscio, cosa che in economia politica succede raramente, specie di questi tempi e da queste parti.

Questo è probabilmente il motivo per cui chi come me si appassiona da anni al tema della zona franca, per non parlare di chi se ne occupa da decenni, ha immaginato soluzioni diverse, basate quasi sempre su esenzioni fiscali mirate a risolvere i principali problemi strutturali dell’economia sarda, dando finalmente spinta propulsiva alla nascita di un settore produttivo compatibile tanto con il territorio quanto con il mercato. Per quanto mi riguarda faccio notare che da tempo ho proposto la zona franca logistica per risolvere i problemi dei trasporti interni ed esterni grazie ad una complessiva defiscalizzazione dei trasporti; un intervento realizzabile con “appena” 5/600 mln di euro. Con altri 200 mln di euro si potrebbe dimezzare l’ires (escludendo dalle esenzioni le imprese ad elevato impatto ambientale per la gioia della famiglia Moratti) attirando così investimenti di imprese industriali strutturate e profittevoli che rischiano invece di restare escluse dal modello proposto da Cappellacci. Stiamo parlando inoltre di una misura che, contrariamente a quanto afferma qualcuno, potrebbe trovare terreno fertile in Europa, visto che si tratta di una versione moderata delle defiscalizzazioni prevista dall’Ue per risolvere il problema delle isole ultra-periferiche. Sicuramente portare proposte di questo tipo a Bruxelles, magari insieme ad altre isole del Mediterraneo, garantirebbe a Cappellacci figure ben più dignitose di quelle che ha fatto ultimamente inviando in sede Ue proposte chiaramente destinate allo stato italiano (cosa ripeto prevista nel mio articolo dell’ 11 febbraio).*

Chiudo ricordando a Cappellacci che se è in grado di eliminare tutte le imposte dirette senza creare deficit, candidarsi nuovamente alla guida della Sardegna sarebbe poco. Come minimo lo attenderebbero un nobel per l’economia e il ministero del tesoro nel prossimo governo repubblicano statunitense.

Andrea Nonne

* Si ricorda che la creazione di una zona franca fiscale oltre agli stati membri coinvolge maggiormente l’Ue, a differenza delle zone franche previste dal codice doganale che come ha recentemente ricordato Zoutek a Cappellacci sono di competenza degli stati membri salvo per alcuni passaggi amministrativi che comunque è sempre lo stato a dover portare in sede comunitaria.

NB l’area commenti è come sempre disponibile per osservazioni, correzioni, contestazioni nel merito del ragionamento, dei calcoli e delle conclusioni.

Sul carro della zona franca tutte le forze politiche con cetriolone elettorale incluso.

lunedì, 11 febbraio 2013

cetriolone.jpgOggi tutte le principali forze politiche presenti in Sardegna parlano di zona franca. Questo è già di per se un fattore positivo per il quale è doveroso rendere merito ai movimenti per la zona franca. Non mi riferisco ai vertici tecnici del movimento, che anzi a mio avviso sbagliando tutte le interpretazioni legislative sull’iter per la zf alla fine avranno la responsabilità di aver limitato il potenziale dell’azione popolare, ma mi riferisco alla base che con smisurata generosità, impegno e costanza ha fatto si che oggi la zona franca si ritrovi al centro del dibattito politico sardo. E’ importante anzi fondamentale che questa onda di entusiasmo e pressione non si arresti e che il tema della zf sarda non sparisca dal dibattito politico come già è successo tante volte negli ultimi anni e soprattutto è importante che resista alle tante difficoltà presenti in questo percorso che è molto più lungo e difficile di quanto non si stia facendo credere in questi mesi. Un altro fattore che in questi giorni sta giocando il ruolo di megafono per la battaglia è la campagna elettorale con molti politici che sgomitano per salire sul carro della vertenza e altri che di risposta si scagliano addirittura contro l’istituzione della zf in Sardegna per semplice spirito di contrapposizione elettorale.

Ugo Cappellacci con un colpo da maestro degno di Berlusconi sfoggia un pattaccone elettorale degno di quest’ultimo. Invia a Barroso e Monti comunicazione del fatto che in Sardegna è stata appena attivata una zf doganale integrale per la quale richiede all’Ue di spostare la Sardegna fuori dal confine doganale Europeo, un istante dopo dichiara alla stampa che:  ”Ad esito dei lavori dei tavoli tecnici (che ancora non esistono NdA)(…) la Giunta regionale delibererà la proposta di perimetrazione dei punti franchi e la inoltrerà al Governo della Repubblica per gli adempimenti conseguenti”. In due parole Cappellacci ha fatto un gioco di prestigio di questo tipo: con una mano ha raccolto la proposta dei movimenti e ha mandato all’Ue una comunicazione di attivazione della zf integrale all’Ue, comunicazione priva di qualsivoglia valore, tanto che lo stesso Cappellacci con l’altra mano è corso dai giornalisti ad affermare che, oltre ad una generica attività di trattativa con lo Stato Italiano di cui finora non si è avuta nessuna notizia:

- nessuna delibera è stata firmata;
- il lavoro di perimetrazione non è ancora cominciato;
- la zf sarda non sarà integrale ma sarà limitata ai sei porti previsti nel Dl 75/98;
- la delibera una volta completata, sarà inviata allo stato italiano e non all’Unione Europa.

A questo punto verrebbe da chiedersi se la richiesta di zf sia da inviare direttamente all’Ue o se non sia previsto prima un passaggio a carico dello stato italiano. Purtroppo, qualsiasi sia la zf che si vuole ottenere, sia l’art 12 dello statuto sardo, sia il Dl 75/98, sia l’art 155 del reg. ce 450/2008 e sia l’art 108 del Tfue indicano in maniera chiare e inequivocabile che il soggetto competente ad interfacciarsi in sede comunitaria è lo stato e non la regione. Qualsiasi altra interpretazione legislativa, come quelle che danno valore istitutivo alle delibere comunali o che danno rilevanza alla data del 24 giugno 2013 (i più esperti avranno notato anche su questo punto la “furbata” di Cappellacci), non trova nessun riscontro legislativo a suo sostegno. Cappellacci tuttavia ha provato a cavalcare a fini chiaramente elettoralistici il tema provando ad offuscare il fatto che, dopo aver promesso di adempiere ai vari passaggi nel 2009, nulla ad oggi è mai stato fatto dalle sue giunte in questi anni e che nel suo consiglio giace da diversi mesi una buona risoluzione depositata dai sardisti che la sua maggioranza non ha ancora preso in considerazione.
Ma Cappellacci non è solo. Pare infatti che Tremonti e Maroni abbiano promesso di voler realizzare in Sardegna la zf integrale per l’Italia. Riguardo a Tremonti chi ha seguito la cronaca politica dovrebbe avere pochi dubbi sul fatto che, oltre ad essere il maggiore responsabile dello sfascio italiano degli ultimi 12 anni, è stato probabilmente uno dei ministri più disinteressati e scorretti nei rapporti con la Sardegna. L’estenuante vicenda della vertenza entrate durante il suo dicastero dovrebbe aver chiarito a tutti i sardi che è assurdo attendersi addirittura dei vantaggi da chi si è reso colpevole di aver violato i più elementari diritti di lealtà e correttezza nei rapporti stato-regione.
Poco da dire anche su Maroni e gli altri leghisti se non che nel caso dovessero davvero combattere per la zf sarda troverebbero un esercito di padani infuriati che armati di forcone marcerebbe su Roma per chiedere la loro testa. Infatti Maroni la zf la sta si proponendo ma non per la Sardegna bensì per il Nord; giusto un mese fa.
Anche il Movimento 5 stelle in Sardegna si è mosso parecchio per la zf. Ma nulla risulta nel loro programma elettorale a riguardo. E’vero che gli attivisti sardi hanno prodotto un volantino elettorale che ha la zf tra i suoi punti ma visto che il tema necessità di passaggi cruciali in parlamento un movimento unionista come il 5 stelle dovrebbe inserire la proposta nel programma generale se vuole avere un minimo di credibilità. Come ho già detto quello tra i politici italiani e la zf sarda sembra un amore impossibile, sia perché l’Italia è uno degli ultimi paesi al mondo a potersi permettere nuove zf, sia perché la Sardegna è l’ultimo posto dove i politici italiani hanno convenienza elettorale ad istituirle. Per questo occorre una notevole dose di sovranità nel parlamento sardo per raggiungere l’importante traguardo.
Registriamo anche una proposta dell’ultima ora a firma di alcuni consiglieri regionali di Pd, Sardegna è già Domani, Idv e Gruppo Misto. Anche in questo caso credo che l’improvviso risveglio pre-elettorale si commenti da se.

Ma se vogliamo, le dichiarazioni più agghiaccianti arrivano da quei politici che per mero spirito di contrapposizione sono intervenuti contro Cappellacci in maniera tanto scomposta e disarticolata da apparire contrari in senso assoluto all’idea della zf in Sardegna. Cominciamo con l’eurodeputato Giommaria Uggias che dichiara di ritenere il documento di Cappellacci carta straccia ma subito dopo afferma in maniera sorprendente che in Italia le uniche zone franche riconosciute sono Livigno e Campione d’Italia. Ovviamente tutti sanno che ciò non è vero e le affermazioni di Uggias, prive di controproposta alcuna, lasciano intendere una contrarietà assoluta alla zf sarda.
Ancora peggio secondo me fa l’eurodeputata Pd Francesca Barracciu che si impelaga in un improbabile discorso dove nomina Canarie e Azzorre affermando che la situazione sarda non consentirebbe di attuare misure di fiscalità di vantaggio. Peccato che Canarie e soprattutto Madeira siano tutt’altro che minuscole parti di terra distribuite nell’ oceano. Si tratta di isole che hanno una densità abitativa ben superiore a quella della Sardegna e alla luce delle ultime rilevazioni Eurostat mostravano un reddito pro capite ben maggiore di quello sardo (Madeira addirittura ha un vantaggio di circa il 25% su dati del 2009 quando la giunta di cui faceva parte la Barracciu aveva appena finito il suo mandato e anche la disoccupazione al 2011 a Madeira era sensibilmente più bassa che in Sardegna). Ma soprattutto Madeira ha una distanza dalle coste dell’europa continentale che è si maggiore di quella della Sardegna ma non così tanto come vorrebbe far credere la Barracciu. Per intenderci la distanza di Madeira dalla costa continentale europea è molto più simile a quella della Sardegna che non a quella dei dipartimenti d’oltremare francesi con cui l’isola portoghese condivide lo speciale regime di deroga dell’art 349 tfue, che è proprio la base legislativa della zf di tutti questi territori. Inoltre la Barracciu restituisce un’idea molto semplificata della disciplina sugli aiuti di stato che in realtà non si basa solo sulle miglia marine ma rende compatibili gli aiuti di stato per territori “ove il tenore di vita sia anormalmente basso, oppure si abbia una grave forma di sottoccupazione”. Quindi l’ipotesi di far operare in Sardegna una zf autorizzata in deroga all’art 107 del tfue è tutt’altro che fantascientifica e da un eurodeputato sardo ci si aspetterebbe un atteggiamento più lungimirante rispetto ad una visione che sacrifica tutto al dibattito per le prossime elezioni. Italiane.

Andrea Nonne


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