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Ma la Flotta Sarda è davvero un carrozzone?

domenica, 30 settembre 2012

flotta-sarda.jpg La giunta Cappellacci istituisce la Flotta Sarda e scoppia la polemica. Secondo l’opposizione, parte della stampa e alcuni critici sarebbe un carrozzone; il costo per le casse pubbliche, programmato in massimo di 20 milioni di euro annui, sarebbe infatti eccessivo.

E’ veramente cosi? Vi potrei dire che 20 milioni di euro, circa lo 0,08 del Pil sardo, è una cifra veramente magra nel bilancio di un’ economia come quella sarda. Ad esempio il comune di Oristano spende oltre 8 milioni per pagare i suoi dipendenti e sempre a Oristano nel 2011 la Asl locale ha generato perdite per 14 milioni.

Vi potrei dire che quei 20 milioni di uscite, genereranno diversi milioni  di entrate sia come gettito fiscale che come consumi e che in tempi di recessione un centro sinistra che predica un’ austerity così radicale va palesemente contro il pensiero economico progressista che in questi anni, a causa della crisi globale, vive una straordinaria riscoperta delle teorie keynesiane.
Allo stesso modo potrei scrivere  di tutte le disquisizioni di natura economica che si stanno facendo, dimenticando che nei trasporti sardi si registra un fallimento del mercato grande quanto un palazzo. E non voglio nemmeno ricordare che l’operazione comprende uno stanziamento per consentire ai giovani dai 14 ai 27 anni di viaggiare gratis. Gratis.

Potrei dirvi tutto questo ma preferisco dirvi un’ altra cosa. La Flotta Sarda costerà 20 milioni di euro all’anno. Il Consiglio regionale della Sardegna nel 2011*, se si considerano i soldi percepiti dai membri di consiglio e giunta e i contributi per i gruppi consiliari, è costato più o meno la stessa cifra. Eppure, da che ne abbia memoria, la principale difesa a favore delle vergognose cifre del consiglio sarebbe proprio la loro bassa incidenza sul bilancio pubblico. Difesa che ho sentito sbandierare tanto dalla destra quanto dalla sinistra, che oggi grida al rischio default per il noleggio di sei navi. Ma in realtà una grossa differenza tra i soldi spesi per pagare il nostro consiglio e quelli destinati alla nostra flotta c’è. Se le spese del consiglio fossero ridotte a un quarto dell’attuale cifra, né la qualità della politica né l’andamento dell’economia ne risentirebbero; anzi. Provate a ridurre le navi della Flotta Sarda da sei a due e le rotte da tre a una e poi andate a misurare gli effetti sul turismo.

Andrea Nonne

* dal 2011 sono stati fatti alcuni tagli agli emolumenti dei politici, ma essi sono talmente bassi che in realtà quasi non ce ne siamo accorti. 

L’insostenibile leggerezza dei politici oristanesi in quel di Cagliari

domenica, 12 agosto 2012

piuma.jpgLa Giunta Cappellacci ha escluso la Provincia di Oristano da uno stanziamento di 342 milioni di euro destinati alle aree di crisi. Notare bene, la Provincia di Oristano è l’unica ad essere rimasta esclusa.
Spesso si dice che Oristano non è rappresentata a livello numerico nel governo regionale. Verifichiamo. La Sardegna ha all’incirca un assessore ogni 140 mila abitanti. Oristano come Cagliari ha un assessore ogni 80 mila abitanti circa. La nostra provincia insieme a Cagliari ha quindi una rappresentanza in giunta molto maggiore di quella del resto della Sardegna, tanto che agli altri territori resta la rappresentanza di un misero assessore ogni 315 mila abitanti. Nello specifico Sassari ha un assessore ogni 336 mila abitanti, Nuoro uno ogni 160 mila abitanti, Carbonia-Iglesias uno ogni 129 mila abitanti mentre Gallura, Ogliastra e Medio Capidano non godono di nessuna rappresentanza. Anche in termini assoluti Oristano dopo Cagliari è la provincia ad avere il numero più alto di assessori.
Ora ripeto:

La Giunta Cappellacci ha escluso la Provincia di Oristano da uno stanziamento di 342 milioni di euro destinati alle aree di crisi. Notare bene, la Provincia di Oristano è l’unica ad essere rimasta esclusa.

Vi ho detto qual è la quantità dei rappresentanti oristanesi in Giunta. Lascio ad ognuno le opportune considerazioni su quale sia la loro qualità.

Andrea Nonne

Per i trasporti sardi la soluzione è in Europa

lunedì, 27 febbraio 2012
Segue da Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia
 

5219253-aereo-viaggiare-in-europa-mappa-royalty-free-off-un-sito-web-del-governo.jpgVoglio qui illustrare quella che a mio avviso è la vera soluzione del problema trasporti specificando che si tratta del punto di arrivo di un percorso lungo e articolato. Si tratterebbe di defiscalizzare tutte le attività connesse ai trasporti da e per la Sardegna, oltre a quelli interni, una sorta di zona franca logistica che vada a investire tutto ciò che in Sardegna rappresenta mobilità, dagli aerei alle bici passando per i servizi portuali, il carburante e i taxi. Una misura di questo tipo aumenterebbe la redditività di queste attività e di conseguenza il numero delle imprese concorrenti, cosa che determinerebbe automaticamente un aumento dell’offerta e una riduzione dei prezzi per gli utenti. C’è da dire che l’Unione Europea, per tutelare il corretto funzionamento della concorrenza, vieta gli aiuti di Stato a imprese e settori e di fatto la misura appena descritta risulterebbe a prima vista incompatibile con l’art 107 del Tfeu. Ma la storia non finisce necessariamente qui perchè l’art 107 ammette delle deroghe. Non viviamo infatti più nell’800 dove i principi economici venivano concepiti come verità assolute e quindi se la UE si è voluta dare una regolamentazione fortemente liberoscambista ha ovviamente previsto delle deroghe per i cosiddetti “fallimenti del mercato” ovvero quelle situazioni in cui i mercati non sono in grado di garantire in maniera efficiente ed efficace la produzione di beni e l’erogazione di servizi. In particolare lo stesso Tfeu disciplina, all’art 349, riguardo alle deroghe concesse ad alcuni territori proprio in virtù di una situazione economica resa difficile da caratteristiche quali distanza, insularità e ridotte dimensioni. Si avete letto bene, insularità, e se è vero che alcuni di questi territori vivono situazioni troppo diverse dalla Sardegna per poter azzardare un paragone, risulta interessante andare ad analizzare la situazione della Canarie spagnole e di Madeira. Queste due isole, distanti dall’Europa continentale non così tanto più della Sardegna, da decenni beneficiano di un regime fiscale agevolato che consente loro di avere un’economia florida e vivace. Inoltre la Ue, grazie ad una specifica disciplina,  ha fatto si che i vantaggi fiscali si indirizzassero realmente verso le esigenze economiche del territorio evitando così il rischio  di creare paradisi fiscali. La Sardegna è sicuramente meno svantaggiata di questi due territori dal punto di vista della distanza, essendo al  centro del mediterraneo, ma il fallimento del mercato nei collegamenti con l’Europa continentale, così come nei trasporti interni, è evidente e palesato da tutta una serie di disagi e inefficienze. Ecco quindi che una zona franca logistica potrebbe essere un buon compromesso tra la necessità di risolvere i problemi legati all’insularità e la difficoltà di ottenere una zona franca totale in un momento così difficile per le finanze europee. Del resto c’è da dire che oggi l’attuale continuità territoriale non è certo gratuita per le casse pubbliche e se si pensa anche al perenne stato di perdita dei vettori aerei e navali, con un pò di ottimismo si potrebbe ipotizzare di coprire il mancato introito fiscale sia tramite i risparmi degli attuali incentivi sia grazie agli effetti positivi sul turismo e sull’economia sarda in genere. Presentata in questo modo la zona franca logistica potrebbe rappresentare una possibilità concreta per l’Europa di risolvere un fallimento del mercato senza interventi pubblici diretti. Del resto proprio il Psd’Az ha sottolineato la disparità di trattamenti che scontiamo in Europa sui trattamenti fiscali compensativi dello status di insularità; si tratta quindi di dare centralità all’approccio europeo, cominciando a sostituire i collegamenti verso rotte secondarie come Napoli e Verona con quelli verso le principali capitali europee.

Andrea Nonne

Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia

lunedì, 27 febbraio 2012

flotta-sarda.jpgLa Flotta sarda è sicuramente la migliore iniziativa intrapresa dall’esecutivo Cappellacci.  Pur essendo convinto che esistano soluzioni strutturali in grado di risolvere il problema in maniera migliore e pur non amando le iniziative industriali a capitale pubblico ritengo che sia da apprezzare l’intraprendenza della giunta e l’esercizio di sovranità che un’ azione di questo tipo inevitabilmente richiede. Riconosco nel Psd’Az e nell’Assessore Solinas i principali artefici della brillante iniziativa che non a caso ha le sue radici nel sardismo. Tuttavia, proprio alla luce della tradizione politica del Psd’Az, non si capisce come mai l’attenzione dell’Assessore ai trasporti sembri rivolgersi esclusivamente ai collegamenti con l’Italia tralasciando di fatto la gravissima situazione dei collegamenti tra la Sardegna e il resto del mondo, situazione che si aggrava ulteriormente se si concentra l’attenzione sui paesi mediterranei più prossimi a noi. Eppure, nonostante il sardismo abbia fatto dell’integrazione europea uno dei capisaldi della propria politica sin dai primi anni venti, nessuna delle navi della flotta sarda sarà destinata ad un collegamento con Barcellona, Marsiglia, Algeri o Tangeri (il Marocco sta diventando una piccola Cina mentre i nostri politici continuano a chiedere i soldi a Roma) e anche sul fronte aereo l’orientamento è quello di concentrare tutte le risorse sui collegamenti con l’Italia, così come la giusta polemica di questi giorni sulla continuità territoriale per le merci che vede Maninchedda in prima linea rischia di avere la stessa carenza.

Ora è si vero che ad oggi il traffico di persone, merci e capitali da e per la Sardegna ha come sponda principale l’Italia, ma la ragione di ciò risiede prevalentemente nel rapporto di sudditanza che ci portiamo dietro dai tempi di Cavour. Difatti i rapporti di scambio tra Italia e Sardegna ha negli anni assunto i tratti tipici della dipendenza; esportiamo materie prime, sole, vento, cervelli, forza lavoro e importiamo prodotti finiti, mode, reti commerciali pre-confezionate e modelli di consumo. Il cordone ombelicale, ben poco nutriente a dir la verità, che ci unisce all’Italia ha come effetto principale la cancellazione della nostra terra dal mondo. A chi spetterebbe dunque, se non ad un partito indipendentista e sardista, il compito di spezzare questa catena? Inoltre una delle leggi elementari dell’economia spiega come la concentrazione su un solo mercato/paese costituisca una condotta estremamente rischiosa e negli ultimi tempi questo semplice principio è stato drammaticamente dimostrato più volte. Se infatti la politica industriale, privata e pubblica, dell’ovino negli scorsi decenni avesse compiuto qualche sforzo in più verso i mercati europei, non avremmo assistito al collasso economico di un intero settore nel momento in cui il rafforzamento dell’Euro sul dollaro ha colpito le esportazioni del grattugia verso gli Usa; una strategia mono prodotto/mono mercato che ci è costata tanto e che ancora tanto ci costerà nel turismo, laddove l’enorme concentrazione di flussi dall’Italia ci obbligherà nei prossimi anni a fare i conti con un mercato fortemente penalizzato dalle pur necessarie manovre correttive di bilancio. Mi auguro che il Psd’Az, il cui operato in questo ambito resta comunque ampiamente soddisfacente, intervenga subito in questo senso con efficaci politiche finalizzate all’(re)integrazione della Sardegna nel Mediterraneo.

Andrea Nonne

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Esclusivo: le pagelle del Referendum sul nucleare in Sardegna.

lunedì, 16 maggio 2011

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di Andrea Nonne

Voto 10 a tutti i sardi che consapevolmente hanno votato Si. Immoi “pocos, locos y mal unidos” du narasa a sorri tua.

Voto  9 al comitato Si Nonucle a tutte le persone e a tutte le organizzazioni, politiche e non, che hanno regalato alla Sardegna questa grande opportunità. Senza il vostro tempo, la vostra fatica e il vostro cuore oggi non avremmo nulla da festeggiare.

Voto 8 a Mr. Bastianu Cumpostu: la squadra viene prima di tutto ma ogni squadra ha il suo leader e lui è stato leader, coach, capitano, cannoniere, medianaccio e trascinatore. Omine Mannu.

Voto 7 a tutti i partiti e movimenti indipendentisti sardi. Possiamo dire: “noi c’eravamo tutti“. Noi.

Voto 6 ai mass media sardi che, chi prima chi dopo, chi più chi meno, hanno fatto la loro parte e al Babbeo che ha sfidato il nano ma perlomeno si è assicurato che nessuno dovrà passare sul suo corpo.

Voto 5 a chi ha votato Si in quanto favorevole al nucleare in Sardegna.

Voto 4 a chi, nonostante tutto, è incollato a giornali e tv italiani, che hanno parlato del referendum sardo meno di altri colleghi europei. La salvezza non arriva da Milano, Pisapia, Moratti ecc ecc. Solo i sardi possono essere la salvezza della Sardegna. Ora e sempre.

Voto 3 agli illustri sponsor italiani di destra, sinistra e centro. Meritate di essere ricordati uno per uno: Enzo Boschi, Giorgio Clelio Straquadanio, Umberto Veronesi e Margherita Hack.

Voto 2 a Silvio Berlusconi. In Sardegna potrai continuare a portarci le zoccole, per la centrale dovrai trovare un altro parcheggio.

Voto 1 ai sardi che consapevolmente hanno votato No. A mo di particella di sodio in acqua Lete girano per le strade dei loro quartieri gridando “c’è nessuunoooooo?”

Voto ZERO a tutte quelle forze politiche italiane che ora rivendicano meriti e paternità varie. Non avete raccolto le firme nonostante le vostre capillari strutture, non avete finanziato la campagna nonostante le vostre ricche casse, avete disertato le manifestazioni nonostante la notevole quantità dei vostri iscritti. Potevate quantomeno salvaguardare il senso minimo del pudore.

I signori dell’oro di Furtei

mercoledì, 10 novembre 2010

Venerdi’ a Sanluri si terrà un dibattito sul disastro creato a Furtei dalla Sardinia Gold Mining guidata anche dal nostro Presidente Babbeugo Cappellacci. Un’ importante occasione per riflettere su quanto è diventato profondo il legame tra speculazione e potere politico in Sardegna.

 

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Chiedere scusa ai pastori

venerdì, 5 novembre 2010

giuseppe-sciuti-ingresso-trionfale-di-giommaria-angioy-a-sassari-1879.jpgL’ Mps guidato da Felice Floris ha raggiunto un accordo con la giunta regionale. Che questo accordo sia buono o no, non sta a me dirlo; l’organizzazione di Floris ha raggiunto l’obbiettivo che si era prefissato.

Di fronte a ciò, emergono in maniera prepotente due dati di fatto. Il primo è che l’organizzazione di Floris non aveva carattere eversivo e violento come qualcuno ha detto. Infatti, nonostante da giorni un folto sciame di cugurre fosse impegnato a pronosticare rivolte sanguinose finalizzate a rovesciare le istituzioni in uno scenario da apocalisse, non è successo niente; l’accordo si è fatto senza bisogno di manifestazioni e i giornali hanno immortalato la stretta di mano tra Floris e il babbeo. In fin dei conti l’unica violenza registrata è stata quella subita dai pastori per “mano” delle forze dell’ordine e il bollettino di quell’azione punitiva è tristemente noto. Il secondo dato di fatto, che di nuovo contraddice clamorosamente le cugurre, è che il Mps non agiva per secondi fini politici ma solo per i propri scopi associativi: ottenere degli interventi di sostegno al settore ovino. Raggiunto lo scopo cessata la protesta.

L’Mps è stato calunniato in maniera così squallida per tanti motivi: giustificare le disastrose politiche di giunta e maggioranza, ribaltare le responsabilità a seguito del pestaggio contro i pastori, isolare Claudia Zuncheddu, rea di essere stata l’unica persona in consiglio ad avere la fiducia dei pastori, e tanto altro ancora.

Sarò ripetitivo ma il 28 di Aprile quando si celebrerà Sa Die de Sa Sardigna guarderò cosa faranno, diranno o scriveranno quei signori. Perchè oggi, come allora, i dominatori stranieri rubano i nostri soldi, la classe politica sarda resta immobile e il popolo, affamato, scende a protestare a Cagliari. Qualcuno ha mostrato da che parte usa schierarsi in queste situazioni. Ricordiamocelo il 28 di Aprile.

Andrea Nonne

In assenza di soluzioni reprimere i pastori come gli studenti

domenica, 31 ottobre 2010

“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade…infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città…Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri…le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli…”.

Questa dichiarazione delirante, rilasciata nel 2008 e relativa agli studenti, è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo dei recenti, tragici fatti di Cagliari. La frase in questione è uno dei tanti capolavori di Francesco Cossiga di cui, non a caso, i politici che oggi siedono alla guida della Sardegna non hanno smesso un attimo di celebrare le indiscutibili doti umane e politiche. Ecco, il mio primo pensiero è stato che gli iniziati hanno imparato bene la lezione del gran maestro. Più nello specifico mi sembra ben poco sottile il filo che lega le nuove leve della mala politica sarda alle peggior scuola filoatlantica di gestione del potere della cui trasmissione dall’Italia alla Sardegna Cossiga, è senza dubbio il personaggio più illustre. Persino Paolo Maninchedda, che cossighiano non sembra ma che comunque sempre dalla Dc  arriva, si lancia in improbabili parallelismi tra l’attuale protesta pacifica e disarmata dei pastori e il violento estremismo degli anni ‘70. In particolare Maninchedda mostra tutto il suo sdegno rispetto all’occupazione del parlamento sardo e sostiene che attorno al movimento dei pastori si sta coagulando tutto (non gran parte, tutto senza esclusione alcuna) il mondo dell’eversione sarda. Addirittura. Forse sarebbe il caso di preoccuparsi maggiormente dei tentativi eversivi di Flavio Carboni e della sua cricca; tentativi ben documentati, come ben documentato è il servilismo del babbeo nei confronti di personaggi che non hanno niente a che vedere col governo democratico della Sardegna. Risulta infatti che i sardisti, pur lamentandosene, continuino ad appoggiare questa giunta in maniera incondizionata, visto che i punti del famoso accordo programmatico sembrano ormai entrati a far parte della collezione di carta igienica di Villa Certosa. Tra l’altro i fatti parlano chiaro: l’unica aggressione documentata è quella delle forze dell’ordine, con tanto di lancio di razzi ad altezza d’uomo e con un manifestante che ha perso un occhio per sempre. Come parla chiaro il fatto che sia stata una di queste azioni “eversive” a svelare a tutti i sardi il gigantesco imbroglio dei capi di bestiame che giungono nei nostri porti come tedeschi e miracolosamente diventano prodotti sardi nei banchi frigo dei punti vendita. Curioso poi che i nostri rappresentanti il 28 aprile siano tutti in prima fila a celebrare la ricorrenza dei moti angioini senza accorgersi di quanto oggi la situazione sia analoga: lo stato italiano sottrae le risorse alla Sardegna, il popolo è affamato e va a Cagliari a protestare duramente. Si pulisca dunque la bocca questa gente che arriva in alcuni casi a parlare di nazione sarda e indipendenza ma poi, nei fatti, continua ad avallare le scelte reazionarie dello stato italiano nei confronti del nostro popolo. A ben vedere, dopo più di duecento anni, ciò che differenzia l’attuale classe dirigente da quella di allora è l’ipocrisia odierna.

Ma veniamo alle soluzioni o presunte tali. I ben pensanti  consiglieri liberaldemocratici continuano a dire: “non si può drogare il mercato con i sussidi” e questo la dice tutta su quanto siano lontani dalla realtà. La Sardegna produce reddito prevalentemente in 4 modi: petrolchimica, pubblico impiego, turismo e campagne. Ora posto che il turismo da solo non basta, e che i soldi pubblici verso la Sardegna sono in rapida ritirata, appare evidente che “senza pastorizia muore la Sardegna” è molto più di un semplice slogan. La scelta che si profila è tra la difesa di quel po’ di economia sana che ci è rimasta e la resa totale e incondizionata al ruolo di pattumiera petrolchimica, militare e nucleare d’Europa. Ma loro si preoccupano del debito pubblico, che è come se un medico si preoccupasse di sparare l’adrenalina ad uno in fin di vita per paura che gli venga la tachicardia. Che poi, a dirla tutta, le loro preoccupazioni per i conti pubblici sono, potremo dire, intermittenti; si spengono automaticamente se qualcuno gli ricorda che lo stato italiano ci ciula ogni anno 1,6 mld di euro e si spegne ogni fine mese quando ritirano dalla casse esangui della regione uno stipendio che è più del doppio di quello che percepiscono Zapatero o Sarkozy.

Ma la cosa più triste da constatare è la totale assenza di soluzioni che aleggia nelle stanze del palazzo. Peggio ancora pare che giunta e maggioranza non abbiano capito che la crisi del settore ovino in Sardegna non è determinata dagli allevatori ma dagli industriali che, incapaci di promuovere e commercializzare il prodotto in maniera adeguata, soffocano la filiera con benestare di lunga data della classe politica. Andate ad osservare cosa fanno queste aziende (cooperative e consorzi compresi). Per ricordarmi uno spot televisivo, devo tornare indietro di quasi vent’anni quando tra l’altro gli ovini sardi sponsorizzavano un Cagliari Calcio che lottava per la Coppa Uefa; ma date pure un’occhiata all’inadeguatezza dei loro siti e riflettete sul fatto che questi signori hanno costruito le proprie fortune familiari facendo ciò che qualsiasi manuale di gestione d’impresa sconsiglia caldamente, ovvero commerciare un volume enorme di prodotto su un solo mercato, nella fattispecie quello nord americano. La parola d’ordine, ora che l’America non tira più, è disinvestire, ridurre il prodotto, abbandonare un mercato saturo. Tanto tutto poggia su una dinamica commerciale che schiaccia i pastori a tutto vantaggio degli industriali, come ben dice Soru quando confronta l’elevatissima concentrazione sul versante dell’industria con l’elevatissima dispersione che caratterizza invece le imprese di allevamento. Perché una grossa parte della questione ruota proprio attorno a questo fatto: poche industrie, con forti e potenti sponsor politici, hanno gioco facile nell’imporre a una miriade di aziende agropastorali, per lo più piccole e piccolissime, condizioni da sfracello. Stiamo parlando dei cosiddetti indici di concentrazione relativa che hanno un peso decisivo nella distribuzione del potere contrattuale nei rapporti fornitore-cliente e che, in condizioni tanto squilibrate, riescono di fatto a determinare chi comanda e chi subisce. Tutte cose che dovrebbe conoscere il buon Prato, vista la sua esperienza manageriale nell’industria lattiero-casearia, che però sembra remare in direzione opposta decretando che l’unica possibilità di sopravvivenza per il mondo agropastorale risiede nella multifunzionalità, che in sostanza significa fare altro e quindi è di per se una non soluzione al problema; se i pastori si danno al turismo e la domanda turistica non cresce, in un gioco a somma zero quello che si guadagna da una parte come minimo si perde dall’altra, con il problema aggiuntivo di dover affrontare un’ instabilità maggiore.

Qui sta il cuore del problema. La soluzione è complessa però la direzione non è quella dell’abbandono ma semmai della conquista. La qualità delle politiche commerciali che ruotano intorno ai prodotti ovini sardi ha margini di miglioramento incredibili sia sul fronte del prodotto, attraverso la diversificazione e la promozione finora inesistenti, che su quello del mercato, con politiche di export che abbiano come obbiettivo il globo e non solo il mercato nord americano. Ecco perché è inopportuno parlare di mercato saturo che è invece la situazione in cui si trovano un’ infinità di altri settori, dove tuttavia le imprese non cercano una via di fuga ma si rifanno i muscoli per combattere le prossime battaglie. La frase più celebre del fondatore della Sony Akio Morita recita appunto “Noi non serviamo i mercati, li creiamo”. Prima di accusarmi per la follia del paragone provate a pensare una cosa: il consorzio del Romano o qualche altra azienda ha mai provato a proporre funzioni d’uso/occasioni di consumo alternative per i propri prodotti? Mi pare proprio di no e mi viene in mente uno spot di qualche tempo fa che, nonostante la volgarità comunicativa, rivelava una notevole bontà d’intenti. Si trattava del gorgonzola, prodotto di punta che la regione Lombardia sostiene in maniera molto intensa, e la procace testimonial apriva lo spot con la domanda “mai provato con le pere”?

 Andrea Nonne

Il pudore che non c’è

mercoledì, 28 luglio 2010

Potevano far finta di essere cascati dalle nuvole, di non sapere chi era Cappellacci, che poteri lo sorreggevano. Potevano passare per degli ingenui sprovveduti che realmente, un anno e mezzo fa, hanno pensato che il figlio del commercialista di Al Tappone potesse risollevare le sorti dell’isola. Qualcuno poteva addirittura confermare di aver creduto che il BabbeUgo potesse portare la Sardegna verso l’Indipendenza. Sarebbero passati per fessi si, ma onesti. O quantomeno sarebbero passati come esseri umani con un minimo senso del pudore e della dignità.

Invece i consiglieri della maggioranza di centrodestra che governa la regione si sono stretti attorno a Cappellacci. Come se essere culo e camicia con Flavio Carboni sia una cosa normale, come se portare interessi paramafiosi dentro la più alta istituzione sarda sia un fatto accettabile, come se la Sardegna non stia precipitando nel baratro più profondo della sua storia contemporanea.

Fiducia condizionata però ad un bel rimpasto di giunta, soluzione politicamente priva di nesso con il problema, uguale a pretendere che una macchina con il motore fuso riprenda a camminare dopo aver cambiato le gomme e non il motore.

Un ricatto, niente di più e niente di meno. Come se i nostri amici avessero detto al presidente “senti Ugo siccome sei un povero babbeo e per un anno e mezzo non hai fatto altro che frequentare i peggiori affaristi fottendotene degli interessi della Sardegna dovremmo darti un bel calcio in culo, però se la smetti di fare l’egoista e fai mangiare un po di più anche noi possiamo tenerti in piedi”. E allora via i tecnici, una manciata di assessorati in più ai partiti e il gioco è fatto. Gioco che vale la candela se si guardano le retribuzioni dei consiglieri Sardi. Già perchè i nostri rappresentanti ci pensano bene prima di mettere a rischio i circa 500.000 Euro che li deriveranno dai prossimi tre anni e mezzo di legislatura.

Quando alla vigilia delle elezioni regionali, lanciai un’ iniziativa per la riduzione degli stipendi dei consiglieri con il sito www.lavoltabuona.it, sottolineai quest’aspetto. Altro che demagogia e populismo, da solo questo sarebbe un motivo valido per ridurre queste vergognose retribuzioni di un buon 50-60%. Zapatero e Sarkozy guadagano circa la metà di un consigliere regionale sardo. Leggendo le vomitevoli cronache di queste ore si capisce il perchè: anche la dignità ha un prezzo e 500.000 euro è un prezzo decisamente troppo alto per i nostri poltronari.

Andrea Nonne

The merd and the chocolate

lunedì, 26 luglio 2010

 Mi riesce impossibile provare sentimenti di rabbia nei confronti di Flavio Carboni. Il rampante anzianotto ha fatto solo il suo lavoro, quello del faccendiere. Del resto possiamo stare certi che un mondo senza faccendieri non esisterà mai visto che, come ci insegna l’antica sapienza popolare, la mamma di certe categorie di persone è sempre incinta.

Poi c’è Ugo Cappellacci, il quale conferma che nella vita di ogni uomo c’è un attimo di genio. Lui il suo l’ha usato per definirsi come meglio nessuno avrebbe potuto fare: il babbeo.  Ma in fondo mi riesce difficile biasimare anche lui; non dimentichiamoci mai che il libero arbitrio non è il suo forte. Ughino segue il movimento dei fili senza rendersi conto di ciò che fa. Non si è reso conto neanche di aver cambiato mano: prima lo muoveva il nano che ora l’ha prestato per un po’ al faccendiere. Non che in effetti la differenza sia poi tanta.

Ma la mia rabbia non è rivolta a loro che fanno ciò per cui son stati programmati. Il problema vero è che molti sapevano ma hanno fatto finta di niente. Sapevano in che letamaio stavano andando a ficcare la Sardegna. Sto parlando dei partiti di centro destra, dei centristi , del Psd’Az, del gruppo editoriale di Zuncheddu. Che sapeva ma nascondeva, disinformava e attaccava Soru. Ricordate?

Torniamo indietro ad un anno e mezzo fa quando l’emergenza era Renato Soru, da tanti accusato di  aver rovinato l’economia della Sardegna. Andiamo a vedere cos’è cambiato da quando alla console c’è l’autobabbeizzato. Iniziamo dal peggio di Soru, il grande scandalo per il caso Saatchi. Il fatto sembra grave non  lo nego, ma nel peggiore dei possibili sviluppi giudiziari resterà il gesto impulsivo dell’imprenditore che, per non far rimandare una campagna pubblicitaria importantissima e per assicurarsi un risultato all’altezza della situazione, preme per affidare tutto ad una delle agenzie pubblicitarie più geniali del pianeta. Oggi Cappellacci frequenta i peggiori affaristi, da loro si fa indicare le nomine per gli incarichi più importanti e progetta le leggi a misura dei loro affari. Ancora, Soru veniva criticato per la gestione del G8 e per la smilitarizzazione della Maddalena. Berlusca e il vassallo, da navigati self made men, hanno optato per una soluzione pragmatica e radicale: spostare il G8 lasciando nell’arsenale le costose merdate della cricca e un bell’ammasso di materiale radiattivo nei fondali. Potrei continuare a lungo ma mi limito ad un ultimo confronto legato ai numeri della disoccupazione, vera emergenza della Sardegna negli ultimi mesi. A metà del 2007, in piena era Soru, il tasso di disoccupazione segnava 8,6%. Oggi, stando agli ultimi dati diffusi dall’Istat, la disoccupazione galoppa al 16,1%. La crisi si dirà, ma allora questi brillanti economisti dovrebbero spiegare perchè la stiamo pagando molto più che altrove. Confrontiamo la Sardegna con le regioni del Sud Italia: nel secondo trimestre del 2007 la Sardegna è arrivata ad avere un tasso di disoccupazione inferiore a quello di tutte le regioni del Sud Italia, oggi registra un risultato nettamente peggiore di queste. E’ vero che questo dato è relativo ad un picco particolarmente positivo non confermato nei mesi a venire ma in generale il confronto macroeconomico tra Soru e Cappellacci restituisce un esito drammatico.

Oggi, davanti a tutto ciò, gli errori che sicuramente Soru ha commesso appaiono bazzecole e altri dovrebbero cominciare a fare la conta dei propri sbagli. E invece vedi gran parte del centro destra che piuttosto che redimersi si concentra sul rimpasto, in una volgare rappresentazione della vittoria dei soldi sulla dignità. Piccoli uomini bloccati da retribuzioni senza uguali in Europa, in un’ atmosfera che mostra chiaramente quanto la sobrietà e la moralità siano gli irrinunciabili elementi di cui la politica necessita per invertire la rotta. Poi leggi l’Unione Sarda che prova a smarcarsi dalle sue imperdonabili colpe. Noti che i militanti dei partiti di maggiornza non sono in rivolta. Nessuno chiede scusa. Nessuno ammette di aver sbagliato. In primis a non voler vedere ciò che da anni è sotto gli occhi di tutti. Il centro destra sardo è pesantemente condizionato da Bresluconi con tutto ciò che questo comporta. Le ultime elezioni regionali hanno infatti visto soccombere la parte politica della coalizione a favore di quella affaristica. E quando parlo di parte politica non mi rifersico certamente a Pisanu, legato a Flavio Carboni da frequentazioni di lungo corso. La cosa più triste è che nè la base, nè i dissidenti, nè gli alleati sembrano orientati verso l’unico gesto lecito in questo momento: tutti a casa ed elezioni subito.

Ora è inevitabile tornare con la memoria alle elezioni del febbraio 2009. La Sardegna si trovava immersa nel bipolarismo, politico sì ma ancor più morale, cosa innegabile per quanto sgradevole. Da una parte infatti vi era un centrosinistra sì mediocre, sì attraversato da lacerazioni interne, sì composto in parte da patetici leccaculo dei realtivi superiori romani, ma pur sempre una coalizione politica con i suoi difetti ma anche con i suoi pregi. Una coalizione in cui clientelismo, corruttela e mediocrità esistevano (ed esistono) in quantità ancora definibili fisiologiche. Dall’altra parte un centro destra immorale, apolitico nel peggior senso del termine, frutto dei peggiori percorsi della politica italiana; un miscuglio che, entrato in contatto con la storica sudditanza delle classi politiche sarde unioniste, ha generato un mix mortifero. Fare piazza pulita di questa gentaglia dovrebbe essere la prima preoccupazione di chiunque voglia il bene della Sardegna e, soprattutto, dovrebbe essere la prima preoccupazione delle tante persone oneste e serie che si sentono ideologicamente di destra.

Questa era la decisione cui erano chiamati i sardi. Queste che vediamo oggi le conseguenze del suicidio elettorale. Perchè nel bipolarismo morale l’ultima cosa che si deve fare è confondere la merda con il cioccolato.

Andrea Nonne


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