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Una risposta ad Anthony Muroni sui problemi dell’economia sarda.

martedì, 20 agosto 2013

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All’inizio degli anni novanta Michael Crichton pubblicò un avvincente thriller dal titolo Sol Levante da cui fu tratto l’omonimo film con Sean Connery. La trama raccontava in maniera molto fedele le paure che in quegli anni l’America viveva rispetto al futuro della sua economia, minacciata dall’espansionismo dei capitali giapponesi, ben supportati da una politica economica ben più interventista e protezionista di quella statunitense.

Domenica L’Unione Sarda ha pubblicato un interessante editoriale, scritto dal direttore Anthony Muroni, sulle prospettive della Sardegna. Se da una parte condivido in pieno il deciso richiamo rivolto alla classe politica sarda affinchè si renda indipendente dal centralismo italiano, non sono d’accordo con Muroni quando indica tra i principali malanni dell’economia sarda l’acquisto di imprese sarde da parte di gruppi stranieri. Innanzitutto andiamo a vedere in che modo un’ impresa genera ricchezza in un territorio. Semplificando al massimo la questione possiamo elencare i seguenti benefici:

  • le retribuzioni dei lavoratori assunti;
  • l’indotto creato rispetto ai fornitori di beni e servizi;
  • il gettito fiscale generato (anche se il sistema fiscale italiano rende questo fenomeno piuttosto indistinto e indiretto);
  • gli utili reinvestiti nell’impresa;
  • l’insieme di competenze e relazioni derivanti dall’attività di impresa;
  • i dividendi distribuiti agli azionisti.

Quando un’ impresa sarda passa in mani straniere l’unica di queste forme di ricchezza che subisce una significativa variazione è quella descritta all’ultimo punto. I dividendi non finiscono più nelle tasche di imprenditori sardi ma nelle tasche di imprenditori non sardi. Per quanto riguarda la ricaduta sociale non mi sembra che questo punto rivesta una grande importanza; è invece più importante ciò che succede riguardo agli altri cinque aspetti elencati. Da questo punto di vista, a mio parere, vale per gli imprenditori lo stesso principio che vale per i cittadini: sardo è chi sceglie di esserlo e la portata delle azioni si valuta per i benefici apportati alla società piuttosto che per la nazionalità di chi ne è autore. Se un’impresa sarda viene acquistata da un gruppo che ha la capacità e la volontà di far crescere i volumi e la qualità, di instaurare rapporti corretti con i collaboratori, di innovare, di trasferire competenze e di diffondere le produzioni sarde in giro per il mondo, in questo caso l’impatto sociale dell’investimento può essere molto positivo. Pensiamo ad esempio al caso Campari-Zedda Piras. Grazie all’acquisizione, per il più celebre liquore sardo si sono spalancate le porte dell’immensa rete commerciale del colosso milanese. In più Zedda Piras ha fatto da apripista per tutti i produttori di mirto in diversi mercati prima preclusi. O ancora pensiamo al recente accordo tra Granarolo e Ferruccio Podda; non ho ancora avuto modo di valutare i bilanci ma, da semplice consumatore, ho notato sensibili miglioramenti nel packaging e nel posizionamento a scaffale; se questa sinergia dovesse effettivamente aumentare la competitività delle produzioni potrebbe portare la 3A di Arborea a migliorare ulteriormente la sua offerta, accrescendone la forza commerciale anche nei mercati esteri. Oppure qualcuno è pronto a giurare che senza il potenziale di marketing del gruppo Heineken, Ichnusa sarebbe diventato il brand immortale che è oggi?

Ben vengano quindi i capitali stranieri se la volontà è quella di crescere nel mercato e non di mungere soldi pubblici dalle tasche dei contribuenti. Il fatto stesso che in Sardegna ci siano mercati e produzioni interessanti per gli investitori, è un ottimo segnale di salute per i comparti interessati. Mi preoccupano semmai le tante zone industriali fantasma della Sardegna, dove i lavoratori cassaintegrati vivono con grande e comprensibile preoccupazione le difficoltà che queste aziende trovano ad essere rilevate; essendo nate nella pericolosa illusione che una politica dirigista potesse impiantare lo sviluppo industriale, per decenni, pompate da massicce iniezioni di soldi pubblici, hanno navigato ignorando le correnti del mercato per arenarsi inevitabilmente nelle secche della crisi una volta lasciate in balia della tempesta. Quello che insomma dobbiamo pretendere dai nostri politici non è un maggiore intervento in aiuto delle nostre imprese, ma di sgombrare il campo dall’insostenibile peso della burocrazia e del fisco che loro stessi hanno generato. A quel punto, son sicuro, le imprese sarde saprebbero provvedere benissimo alla loro crescita.

A proposito, come andò a finire la disputa America-Giappone dopo la pubblicazione di Sol Levante? L’America, superate le paure di inizio decade, diede vita ai ruggenti anni novanta proprio mentre l’economia giapponese si incanalava in una lunga fase di stallo. Sarà un caso?

Andrea Nonne

denim OR nothing

venerdì, 2 luglio 2010

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Nuovo episodio della fantozziana saga dell’aeroporto di Fenosu. Questi i fatti: l’Enac diffida Flyoristano dalla vendita di biglietti in quanto il vettore effettivo è chiaramente Denim Air. Dopo un goffo tentativo di smentita Flyoristano adegua il suo sito e chiarisce che il vettore aereo è Denim Air. L’Enac è soddisfatto. Flyoristano è soddisfatta. La Sogeaor è soddisfatta. Sono soddisfatti tutti, quindi dovremmo essere soddisfatti anche noi cittadini, giusto? No. Assolutamente No.

La nuova manovra della Sogeaor apre scenari ancora più inquietanti dei precedenti. Se Flyoristano, capitalizzata prevalentemente da comune e provincia tramite la Sogeaor, non è più il vettore che effettua i voli, allora automaticamente non è più il soggetto che incassa il ricavato della vendita dei biglietti. I soldi dei biglietti saranno incassati da Denim Air. Fin qui tutto bene se non fosse che Flyoristano (quindi Sogeaor, quindi comune e provincia, quindi noi) paga profumatamente Denim Air per l’affitto degli aerei. Quindi ricapitolando la Sogeaor paga (con i nostri soldi) l’affitto ma gli aerei li usa Denim Air che intasca il ricavato dalla vendita dei biglietti. Un business geniale. Quasi quasi cerco un taxista e gli faccio una proposta: “Senti amico facciamo un patto. Io ti do 200 euro al giorno per affittare il tuo taxi, però continui ad usarlo tu e ti tieni tutto il ricavato del tuo lavoro. In cambio ti chiedo solo di scrivere il mio nome sullo sportello della vettura e di farmi fare qualche comunicato stampa in cui scrivo che faccio il taxista” Chissà magari accetta pure. E allora pensa che figata posso andare in giro a dire che sono un taxista, farlo scrivere sui giornali e magari la gente ci crede pure. Che culo!

In più c’è un secondo problema di non poco conto. Il flusso di denaro che passa dalla Flyoristano alla Denim Air ha tutto l’aspetto di un finanziamento pubblico ad un’impresa privata. Cosa che, salvo giustificazioni o motivazioni che non s’intravedono, sembra violare le norme comunitarie in materia di concorrenza. Con il rischio di un’ulteriore sanzione (nell’eventualità, come sempre, saremo tutti noi a pagarla) che si aggiungerebbe a quella che l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato potrebbe comminare per le violazioni in materia di trasparenza pubblicitaria.

Eppure tanti cittadini sopportano questa spirale di malgoverno, nella convinzione che, pur di avere un aeroporto, qualsiasi prezzo sia adeguato. Ammesso pure che la scelta di far partire Fenosu possa dare slancio all’economia e al turismo della nostra provincia sono i modi e i (secondi) fini l’oggetto delle nostre critiche.

Inoltre, a rischio di ripetermi, torno a dire che il problema dell’oristanese, soprattutto da un punto di vista di offerta turistica, è quello dell’anonimato. Sembra che questa preoccupazione non sia condivisa dai nostri politici di maggioranza. Basta dare un’ occhiata ai manifesti pubblicitari sparsi sulla 131 per capire quanto poco si investa in promozione. Località già note e situate in posizioni meno felici tappezzano la prinicipale arteria dell’Isola con manifesti raffiguranti le proprie attrazioni. La provincia di Oristano e i comuni costieri che fanno? Non mi stupisce che Fenosu non sia ancora risucito a svolgere il suo compito: attrarre vettori e vacanzieri. Il turista di norma sceglie prima la meta e poi il modo per raggiungerla. Se poi il problema era quello di collegare Oristano con alcune città italiane la logica suggeriva una solo cosa: potenziare i collegamenti da e per l’aeroporto di Elmas, garantendo un trasporto rapido e una frequenza adeguata. Eh già, la logica.

Andrea Nonne


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