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Su indipendenza e cessione di sovranità la mia risposta a Pigliaru e ai sovranisti.

domenica, 26 gennaio 2014

francesco-pigliaru1-1.jpgSegue da  “Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?”

Veniamo ora al secondo punto, ovvero alla comparazione tra la situazione europea e quella statunitense. Su questo punto rimando anche alla risposta di Daniele Addis. Pigliaru cita Krugman e io concordo con l’economista americano sul fatto che gli Usa, nella reazione alla crisi, hanno mostrato tutta la loro superiorità rispetto all’Ue, sia in termini di competitività sia in termini di difesa dalle spinte speculative ribassiste. Resta da capire se il modello dello stato federato a stelle e a strisce abbia caratteristiche dimensionali e organizzative più simili a quello dei grandi stati nazionali europei come Germania, Francia, Italia e Spagna o se invece non somigli di più a quello tipico delle nazioni senza stato o delle piccole repubbliche europee. Se per la dimensione utilizziamo come criterio la dimensione della popolazione scopriamo subito che la popolazione media tra i cinquanta stati Usa è di poco superiore ai sei milioni di abitanti, un dato molto vicino a quello di Scozia e Irlanda ma soprattutto distante anni luce da quello degli stati nazionali europei, specie se si pensa che lo stato americano più popolato è proprio la California citata da Pigliaru che però ha meno della metà degli abitanti della Germania. Notevole inoltre scoprire che ben dodici sono gli stati americani con un numero di abitanti inferiore a quello della Sardegna e di questi sette hanno meno di un milione di abitanti. Il confronto non cambia se come parametro si utilizza la dimensione dell’economia. Se infatti è vero che i pochi stati che concentrano gran parte del Pil americano hanno valori simili a quelli dei grandi stati europei, confrontando il dato del 2011 scopriamo che ben otto stati americani hanno un Pil inferiore a quello della Sardegna. Anche dal punto di vista istituzionale e organizzativo viene naturale pensare che gli stati americani rispondano ad un modello molto più simile a quello che può avere un’attuale nazione senza stato, magari dotato di poteri federali o autonomistici, che non a quello dei grandi stati nazionali. La ragione di ciò è facilmente comprensibile, fino a poco tempo fa gli stati nazionali detenevano la sovranità su tutti gli aspetti della loro politica ed è proprio questa tendenza all’autarchia amministrativa che oggi va a creare i conflitti con l’Ue. Durante i tesissimi vertici europei sentiamo sempre i nomi di Merkel, Letta e Hollande e non certo quelli di Rutte o Anastasiades. Se quindi ha ragione Krugman a rimarcare la maggiore stabilità economica derivante da un’organizzazione come quella in vigore negli Usa, è d’obbligo evidenziare che il nobel statunitense non ha mai detto che il problema dell’integrazione europea sono le piccole nazioni che ambiscono a governarsi insieme agli altri stati europei. Sarebbe più interessante riflettere sul fatto che il centralismo degli stati nazionali, che spesso ha usurpato le minoranze nazionali contenute nei rispettivi confini, è lo stesso male che oggi crea tanta difficoltà alla creazione di un’Europa forte e coesa.

La terza affermazione di Pigliaru sostanzialmente argomenta sul fatto che più un’economia è piccola, più deve fare scelte di specializzazione forti, cosa che ne aumenta la volatilità. Discordo in parte da questa affermazione per diverse ragioni. In primo luogo la volatilità di un’economia è si influenzata dalla sua dimensione ma anche da altri fattori. Ad esempio una piccola repubblica può vedere limitati i rischi di volatilità se dotata di un robusto mix di settori ciclici e anticiclici e di produzioni in cui le economie di scala e dimensione non siano tra i fattori cruciali del business. In Sardegna, ad esempio, un sistema competitivo potrebbe trovare due ottimi motori di crescita in un settore marcatamente sensibile al ciclo economico come il turismo e in uno solidamente anticiclico come quello agro-industriale. Sono anche sicuro che una federazione europea di stati di dimensione medio-piccola, con volatilità maggiori rispetto a quelle degli attuali grandi stati, avrebbe maggiori stimoli verso il trasferimento in sede comunitaria di quelle competenze di welfare e fiscalità indispensabili a creare quei meccanismi di armonizzazione e compensazione tanto invocati nell’attuale dibattito economico. Insomma oggi come ieri, indipendentismo e integrazione europea sono due facce della stessa medaglia con un unico grande scoglio, il centralismo dei grandi stati nazionali. Un ulteriore motivo per cui non condivido l’affermazione di Pigliaru è che la Sardegna italiana negli ultimi decenni ha fatto scelte di concentrazione di prodotto e mercato talmente forti e fallimentari da poterci fare un caso da manuale. Senza neanche citare il disastroso petrolchimico è sufficiente ricordare che la Sardegna italiana è quella che si è illusa di poter campare vendendo il grattugia agli americani e il turismo di lusso agli italiani. Due fortissime scelte di specializzazione prodotto/mercato i cui risultati sono sotto gli occhi tutti.

Andrea Nonne

Cari sovranisti ma voi cosa ci fate con Pigliaru?

sabato, 25 gennaio 2014

310x0_1389014694520_pigliaru.jpgPersonalmente ho grande stima di Francesco Pigliaru. Ne ammiro la competenza,mi sembra una persona onesta e come me è un convinto sostenitore dell’Ue e dell’euro. Da assessore ha ottenuto importanti risultati in termini di riduzione della spesa e ha mostrato una buona capacità di intercettare la congiuntura economica internazionale con importanti risultati in termini di lotta alla disoccupazione. Inoltre da anni sul web e sulla stampa svolge una lodevole attività divulgativa. Quello che voglio dire è che, se non fossi indipendentista, probabilmente riterrei Pigliaru un ottimo Presidente. Ma essendo indipendentista rilevo una sostanziale e incolmabile distanza tra la mia prospettiva per il futuro di questa terra e la sua. E’ sufficiente infatti un rapido sguardo al sito di Pigliaru per accorgersi che il suo cavallo di battaglia è proprio la critica al decentramento e all’attribuzione di poteri alle regioni in difficoltà, critiche a cui ha spesso risposto Adriano Bomboi nel suo blog Santazione.eu. L’opinione di Pigliaru è pienamente legittima e anzi mi auguro che riesca a dimostrare le sue convinzioni in caso di vittoria. Tuttavia gli amici sovranisti, accorsi in gran numero nella colazione di centro sinistra, mi dovrebbero spiegare cosa politicamente pensano di ottenere da un Presidente che, fatte salve le ragioni di stima che ho appena espresso, negli ultimi diciotto mesi ha dedicato il 15% degli articoli pubblicati sul suo blog a criticare il decentramento dei poteri dallo stato alle regioni più deboli. Non parliamo poi del fatto che i sovranisti siano stati incapaci persino di compattarsi tra loro all’interno della colazione, svilendo in questo modo il potere contrattuale delle loro proposte.

Ma torniamo a Pigliaru e ai suoi articoli. Il più celebre fu pubblicato nel giungo del 2012 da La Nuova Sardegna e ricevette delle ottime risposte da parte di Omar Onnis e dallo stesso Paolo Maninchedda ma credo ci sia lo spazio per sviluppare e riaprire il dibattito. Il ragionamento di Pigliaru si può sintetizzare in 3 affermazioni:

1) la crisi dell’euro richiede cessione di sovranità dagli stati all’Unione e questo va in direzione opposta rispetto all’indipendentismo;

2) gli Usa sono da questo punto di vista un ottimo modello;

3) la dimensione ridotta di un’economia ne aumenta la volatilità.

Il primo punto è il meno interessante e ripete per l’ennesima volta  la vecchia e inconsistente equazione indipendentismo=separatismo=antieuropeismo. Per l’ennesima volta è necessario ricordare che l’indipendentismo sardo nasce come federalista europeo sin dalle sue radici sardiste del primo novecento oltre che da quelle presardiste di metà ottocento. Quindi mentre gli stati nazionali consolidavano il loro modello egemonico, coloniale e centralista che da li a breve avrebbe dato sfoggio di tutta la sua nocività portando il mondo ad un passo dall’olocausto per ben due volte nel giro di vent’anni, il sardismo già nasceva con le idee ben chiare su quanto fosse indispensabile federare i popoli europei in un organismo sovrastatale; chiarezza di idee ereditata puntualmente da Simon Mossa e giunta completamente intatta a quasi tutto l’indipendentismo dei giorni nostri. C’è poco da aggiungere se non rimandare alla smisurata secolare letterattura in materia. Molte di queste tematiche si possono trovare in un documento pubblicato in estate da Giuseppe Melis e dal sottoscritto. Non posso fare a meno però di riportare un curioso aneddoto.  Tutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista antistorico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’autogoverno rispetto al soffocante egemonismo degli stati nazionali.

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Andrea Nonne

A passeggio tra dogmi e valori

lunedì, 22 aprile 2013

3193-a-proposito-di-libertacover.jpgNella teoria del management esiste, tra i tanti, un modello, denominato TAM, che fa discendere l’intenzione comportamentale ad innovare da due costrutti: a) l’utilità percepita e b) la facilità d’uso percepita. Questo modello, in altre parole, spiega una parte del processo decisionale individuale (almeno nella versione iniziale) che induce un soggetto a decidere di adottare o non adottare una determinata innovazione.

Se proviamo ad applicare questo modello al campo della politica esso potrebbe aiutare a capire per quale ragione, per esempio, sia gli Italiani che i Sardi siano restii ad innovare il proprio sistema politico, proprio perché, al di la delle lamentazioni di varia natura, non percepiscono come utile un cambiamento sostanziale della situazione esistente e/o qualora essi reputassero tale cambiamento come necessario reputano il percorso non semplice da realizzare. Prendersela con chi cambia pertanto non serve a nulla perché uno dei cardini di una democrazia, pure imperfetta, è la libera espressione del proprio voto.

E fin qui la spiegazione di quanto accaduto fino ad ora.

Quali implicazioni per chi invece vorrebbe proporre cambiamenti anche significativi?

La prima implicazione è che occorre prendere atto del fatto che, probabilmente, il progetto alternativo non è stato ancora costruito in modo adeguato, oppure esso appare confuso, o ancora risente di una comunicazione inefficace. Tutte ragioni, queste e altre che possono individuarsi, tali che impediscono nei fatti al progetto di essere percepito da chi dovrebbe legittimarlo con il proprio voto come utile e non troppo difficile da realizzare.

Se si è convinti che però l’idea progettuale sia buona occorre insistere. In politica il cambiamento si realizza solo se si hanno lungimiranza e coraggio; per questo occorre lavorare con maggiore serietà, intensità e scientificità per modificare in modo sensibile il sistema delle percezioni dominanti: ma a questo punto c’è da chiedersi, sono le menti delle persone così disponibili a modificare i propri schemi di ragionamento? L’impressione è che non lo siano proprio o non lo siano a sufficienza, come se il pensiero fosse ingabbiato.

Fa specie a questo proposito constatare le feroci “critiche” messe in campo da ampie parti della società contro la Chiesa e i suoi dogmi di fede, mentre nel contempo si scopre che le stesse persone poi sono ingabbiate da dogmi tutti terreni, a cominciare da quello che impedisce alla propria mente di immaginare un mondo diverso, nonostante la mitica e indimenticabile poesia musicale di John Lennon.

La verità è che molto probabilmente per pensare un mondo diverso, occorrono valori, forse diversi da quelli del passato, ma quali? A questo punto è interessante porre alcune domande, alle quali do la mia personale risposta.

La prima: ma secondo voi l’Italia è un valore? Secondo me no! Valori sono la pace, la democrazia, la possibilità di crescita e affermazione individuale concessa a tutti, il rispetto incondizionato per ogni etnia, per ogni religione, per ogni idea, per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto se deboli e indifesi, ecc.

Di fronte a tutto questo chiedo ancora: l’Italia (così come la Francia, la Gran Bretagna, ecc.) può essere considerata un valore? Se chi ha in mente di rispondere si, perché essa è il risultato di quanti hanno versato sangue per ottenere questo risultato, dico che va cambiato il ragionamento.

Ho il massimo rispetto per quanti hanno determinato la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo ma questo impatta sull’idea di libertà e di costruzione di un Paese democratico capace di garantire a tutti pari diritti e pari dignità. Ciò detto è lecito a questo punto chiedersi: ma oggi l’Italia è la stessa del secondo dopo guerra? Ovvio che no, e non soltanto perché è trascorso del tempo ma perché il mondo è cambiato.

L’Italia, in quanto “stato di diritto” è solo uno strumento, un mezzo, che dovrebbe garantire ai suoi cittadini, al suo popolo, i valori di cui sopra, quelli si irrinunciabili, a mio modo di vedere. Se invece si ritiene l’Italia un valore, significa rimanere ingabbiati in schemi di ragionamento che obliterano ogni possibilità di pensare diverso. Se infatti si condivide il mio ragionamento allora occorre chiedersi: questa Italia è oggi in grado di garantire i valori irrinunciabili di ci sopra? La mia risposta è decisamente NO e non solo per questioni legate alle persone. Il sistema organizzativo di questo stato tutela solo alcuni interessi (quelli dominanti ma di pochi) e svilisce quelli di altri (minori ma di una gran parte del Paese).

Lo stesso discorso riguarda i partiti politici. Sono dei valori? Secondo me no, anzi!

I partiti sono strumenti utilizzati dalle persone per affermare idee, valori, ecc., ma l’esperienza italiana dice che i partiti non sono nulla di tutto ciò. Sono solo stati strumenti di esercizio del potere, si tutela di alcuni interessi molto particolari.

Mi si dirà che il problema è rappresentato dalle persone. Vero, ma sono le persone che fanno i partiti e sono le persone che fanno le Istituzioni.

Ora, l’organizzazione è la scienza che serve per disciplinare al meglio i rapporti e le relazioni tra individui, gruppi di individui associati e altre organizzazioni (come le imprese). Le modalità attraverso cui si sviluppano i rapporti possono favorire o ostacolare queste relazioni  rispetto al perseguimento e all’affermazione dei valori irrinunciabili di cui sopra.

Ecco perché critico l’Italia di cui ho la cittadinanza ma che non è la mia Nazione, antropologicamente parlando. Peraltro, ancorchè questo sia sconosciuto ai più, ho (abbiamo tutti) la doppia cittadinanza, italiana ed europea e come percezione sento più vicina la seconda, mentre la prima si allontana ogni giorni di più; non è invece mai stata messa in discussione la mia nazionalità sarda. Ovviamente non c’è rivalità tra nazionalità, ognuna ha la sua dignità perché espressione di storia, lingua, cultura e civiltà diversa, nel bene e nel male.

In tutto ciò ritengo che una vera innovazione sia e debba essere quella di non pensare più all’Italia come un schema chiuso, un dogma indiscutibile (come invece molti fanno rinunciando a priori a metterlo in discussione), all’interno del quale per forza deve svolgersi la ricerca della tutela dei valori più alti indicati in precedenza.

L’Italia, in quanto “modello organizzativo della vita politica e sociale” non mi appartiene, è inadeguato sia rispetto agli Italiani sia, per quanto mi riguarda, visto che questa è la Terra dove il buon Dio mi ha fatto nascere, la Sardegna. Dire che l’Italia non è la Sardegna non è per disprezzare un Paese e un popolo che ha fatto tantissime cose buone per la civiltà umana, ma per sottolineare che oggi gli interessi dell’Italia e degli Italiani sono diversi da quelli della Sardegna e dei Sardi. Ecco perché oggi l’Italia è la gabbia della Sardegna e dei Sardi in buona fede e onesti, ma anche di tutti gli Italiani onesti e in buona fede. Ricercare una propria strada di tutela dei diritti fondamentali a me pare semplicemente una strada di buon senso, una strada volta a creare una nuova organizzazione delle relazioni tra popoli diversi che seppure facenti parte dello stesso genere umano, hanno specificità che non possono essere appiattite, né diritti che possono rimanere ancora calpestati.

Ecco cosa mi porta ad impegnarmi per costruire una Repubblica di Sardegna dentro una rinnovata Federazione dei Popoli Europei. Questa è la mia visione e intorno a questa cerco di definire una strategia che intanto non è violenta ma si basa sul dialogo, sul confronto anche acceso ma rispettoso delle persone e delle idee che esse esprimono. Un processo il cui esito non si può prevedere in termini di tempo, ma di certo è qualcosa che va costruito oggi e da oggi, lavorando sotto l’aspetto culturale prima di tutto ma anche politico se c’è la possibilità concreta. Per questo occorre coraggio, intelligenza e scienza.

Io non mi faccio rubare la speranza di costruire un mondo migliore, a cominciare da quello dove vivo.

Fortza Paris fintz’a s’indipendentzia!

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

La zona franca si potrà fare anche dopo giugno 2013. Garantisce l’Unione Europea.

domenica, 6 gennaio 2013

o75877.jpgTorno sull’argomento della zona franca in Sardegna e sulla diffusa convinzione che dopo il 24 giugno 2013 sarà impossibile attivarla. Come già detto in questa e in altre sedi questa convinzione è totalmente infondata. Probabilmente il falso allarme ha involontariamente sortito l’effetto positivo di creare una certa sensibilizzazione rispetto a questa importante opportunità’, ma è ora giunto il momento di acquisire la giusta consapevolezza e di incanalare il movimento per la zona franca verso quelli che sono gli effettivi termini della questione. Analizzerò ora alcuni punti del regolamento CE 450/2008 perché è proprio da un’interpretazione errata di questo regolamento che è nato l’equivoco che si è poi diffuso come un virus. Cercherò di essere il più chiaro possibile ma invito comunque tutti ad una lettura diretta delle fonti, prerogativa indispensabile soprattutto per chi, per incarico politico, si trova ad avere voce in capitolo sull’argomento.

Il regolamento 450/2008 è in sostanza il nuovo codice doganale comunitario che va a sostituire i riferimenti normativi su cui si basa il Dl 75/98 attraverso il quale il governo italiano ha istituito in Sardegna sei zone franche. Il nocciolo della questione ruota tutto intorno all’art 188 il quale riguarda l’applicazione delle disposizioni contenute nel regolamento tra cui gli articoli compresi tra il 155 e il 161 che consentono e regolano la creazione di zone franche doganali. L’art 188 stabilisce per l’appunto che l’applicazione delle disposizioni avviene in tre momenti:

- 24 giugno 2008 per una serie di articoli specificati tra i quali non rientrano gli articoli tra il 155 e il 161 relativi alle zone franche doganali;

- dal 24 giugno 2009 al momento dell’adozione delle disposizioni di applicazione per tutte le altre disposizioni;

- al più tardi il 24 giugno 2013 per tutte le disposizioni nonostante l’entrata in vigore delle disposizioni di applicazione.

In sintesi il nuovo regolamento sostituirà integralmente il vecchio non più tardi del 24 giugno 2013 ma questo non preclude la creazione di una zona franca che, come già detto, è garantita e regolata dagli articoli compresi tra il 155 e il 161. Questa interpretazione è a mio avviso l’unica possibile ma vista la complessità e l’ampiezza dell’argomento ho cercato conferme in rete.

Il sito del quotidiano di informazione giuridica Altatex riporta questa spiegazione per mano dell’esperto di diritto doganale Francesco Pittaluga:

“L’art. 188 § 1 reg. cit. individua una serie di disposizioni destinate ad entrare in vigore quasi immediatamente (salvo il termine di vacatio legis). (…) E’ dunque chiaro che, in assenza dell’emissione delle disposizioni “attuative” da parte della Commissione, il reg. cit. non è destinato a trovare applicazione “operativa” alla scadenza del termine del 24 giugno 2009; viceversa, indipendentemente dall’entrata in vigore della disciplina di dettaglio, esso troverà comunque applicazione a far data dal 24 giugno 2013.”

Anche il sito di Confindustria Firenze da la stessa interpretazione:

“Il  Codice Doganale Aggiornato (reg.450/2008),anche se in  vigore dal 24 giugno del 2008, al momento  risulta applicato per un numero molto limitato di articoli, mentre  la grande maggioranza delle disposizioni dovrebbero diventare operative solo dopo l’adozione delle relative norme di attuazione, ed al massimo entro il 24 giugno del 2013, secondo la previsione dell’art.188.”

Ma la fonte più autorevole è senz’altro la stessa Unione Europea. In questa sintesi, oltre che nelle prime righe di questo documento, si trovano le ennesime conferme su quale sia la corretta interpretazione dell’art 188. Dal sito ufficiale dell’Unione Europea possiamo infatti leggere:

“Il codice doganale aggiornato crea un nuovo ambiente doganale elettronico. Questo nuovo codice integra le procedure doganali comuni degli Stati membri rafforzando la convergenza tra i sistemi informatici delle 27 autorità doganali. Sostituirà il codice doganale comunitario del 1992, al più tardi il 24 giugno 2013, quando le disposizioni d’applicazione necessarie saranno adottate ed applicabili. Fino ad allora resterà applicabile il codice attuale.”

Un altro esperimento interessante consiste nel digitare su un qualsiasi motore di ricerca le seguenti frasi “24  giugno 2013 zone franche” o se preferite “24 june 2013 free zones/special economic zone/free tax area” e vedrete che il risultato della ricerca, se escludete l’ipotesi sarda, sarà sostanzialmente il nulla. Ma è soprattutto la logica a dover suggerire quale sia la migliore interpretazione della questione. Se infatti fosse corretta l’interpretazione che tanto successo ha avuto in Sardegna in questi mesi, il nuovo codice doganale comunitario sarebbe una bomba ad orologeria destinata ad autodistruggere una consistente parte del suo contenuto gettando le dogane europee in una situazione di vacatio legis prossima all’anarchia, il che è assolutamente inimmaginabile. Anche la motivazione allegata all’interpretazione scorretta del’188 non tiene. Si afferma infatti che l’impossibilità di istituire nuove zone franche dopo il 2013 derivi dal fatto che il reg 450/2008 recepisce l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (avvenuta il primo dicembre 2009), ma ciò non è vero in quanto il divieto di aiuti di stato è già bello che stabilito dall’art 107 del Tfue e anche in questo caso, ricercando in rete collegamenti fra il Trattato di Lisbona e la scadenza del 24 giugno 2013, non si trova assolutamente nulla se si esclude la copiosa letteratura generata in Sardegna negli ultimi mesi. Un po strano che una cosa di tale importanza sia sfuggita a tutto il resto d’Europa.

In conclusione quanto detto dovrebbe rappresentare un’ottima notizia per chi crede nella zona franca. Il processo di attivazione è infatti complesso e coinvolge la regione Sardegna, il governo italiano e l’Unione Europea tanto che sperare di ottenere il risultato in sei mesi è assolutamente utopistico, specie in vista delle prossime elezioni italiane e del conseguente cambio di governo. Ma senza la spada di Damocle di questa scadenza e la possibilità di inserire il tema nelle elezioni sarde previste a inizio 2014, lo scenario torna ad essere più incoraggiante.

Andrea Nonne

Per i trasporti sardi la soluzione è in Europa

lunedì, 27 febbraio 2012
Segue da Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia
 

5219253-aereo-viaggiare-in-europa-mappa-royalty-free-off-un-sito-web-del-governo.jpgVoglio qui illustrare quella che a mio avviso è la vera soluzione del problema trasporti specificando che si tratta del punto di arrivo di un percorso lungo e articolato. Si tratterebbe di defiscalizzare tutte le attività connesse ai trasporti da e per la Sardegna, oltre a quelli interni, una sorta di zona franca logistica che vada a investire tutto ciò che in Sardegna rappresenta mobilità, dagli aerei alle bici passando per i servizi portuali, il carburante e i taxi. Una misura di questo tipo aumenterebbe la redditività di queste attività e di conseguenza il numero delle imprese concorrenti, cosa che determinerebbe automaticamente un aumento dell’offerta e una riduzione dei prezzi per gli utenti. C’è da dire che l’Unione Europea, per tutelare il corretto funzionamento della concorrenza, vieta gli aiuti di Stato a imprese e settori e di fatto la misura appena descritta risulterebbe a prima vista incompatibile con l’art 107 del Tfeu. Ma la storia non finisce necessariamente qui perchè l’art 107 ammette delle deroghe. Non viviamo infatti più nell’800 dove i principi economici venivano concepiti come verità assolute e quindi se la UE si è voluta dare una regolamentazione fortemente liberoscambista ha ovviamente previsto delle deroghe per i cosiddetti “fallimenti del mercato” ovvero quelle situazioni in cui i mercati non sono in grado di garantire in maniera efficiente ed efficace la produzione di beni e l’erogazione di servizi. In particolare lo stesso Tfeu disciplina, all’art 349, riguardo alle deroghe concesse ad alcuni territori proprio in virtù di una situazione economica resa difficile da caratteristiche quali distanza, insularità e ridotte dimensioni. Si avete letto bene, insularità, e se è vero che alcuni di questi territori vivono situazioni troppo diverse dalla Sardegna per poter azzardare un paragone, risulta interessante andare ad analizzare la situazione della Canarie spagnole e di Madeira. Queste due isole, distanti dall’Europa continentale non così tanto più della Sardegna, da decenni beneficiano di un regime fiscale agevolato che consente loro di avere un’economia florida e vivace. Inoltre la Ue, grazie ad una specifica disciplina,  ha fatto si che i vantaggi fiscali si indirizzassero realmente verso le esigenze economiche del territorio evitando così il rischio  di creare paradisi fiscali. La Sardegna è sicuramente meno svantaggiata di questi due territori dal punto di vista della distanza, essendo al  centro del mediterraneo, ma il fallimento del mercato nei collegamenti con l’Europa continentale, così come nei trasporti interni, è evidente e palesato da tutta una serie di disagi e inefficienze. Ecco quindi che una zona franca logistica potrebbe essere un buon compromesso tra la necessità di risolvere i problemi legati all’insularità e la difficoltà di ottenere una zona franca totale in un momento così difficile per le finanze europee. Del resto c’è da dire che oggi l’attuale continuità territoriale non è certo gratuita per le casse pubbliche e se si pensa anche al perenne stato di perdita dei vettori aerei e navali, con un pò di ottimismo si potrebbe ipotizzare di coprire il mancato introito fiscale sia tramite i risparmi degli attuali incentivi sia grazie agli effetti positivi sul turismo e sull’economia sarda in genere. Presentata in questo modo la zona franca logistica potrebbe rappresentare una possibilità concreta per l’Europa di risolvere un fallimento del mercato senza interventi pubblici diretti. Del resto proprio il Psd’Az ha sottolineato la disparità di trattamenti che scontiamo in Europa sui trattamenti fiscali compensativi dello status di insularità; si tratta quindi di dare centralità all’approccio europeo, cominciando a sostituire i collegamenti verso rotte secondarie come Napoli e Verona con quelli verso le principali capitali europee.

Andrea Nonne

Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia

lunedì, 27 febbraio 2012

flotta-sarda.jpgLa Flotta sarda è sicuramente la migliore iniziativa intrapresa dall’esecutivo Cappellacci.  Pur essendo convinto che esistano soluzioni strutturali in grado di risolvere il problema in maniera migliore e pur non amando le iniziative industriali a capitale pubblico ritengo che sia da apprezzare l’intraprendenza della giunta e l’esercizio di sovranità che un’ azione di questo tipo inevitabilmente richiede. Riconosco nel Psd’Az e nell’Assessore Solinas i principali artefici della brillante iniziativa che non a caso ha le sue radici nel sardismo. Tuttavia, proprio alla luce della tradizione politica del Psd’Az, non si capisce come mai l’attenzione dell’Assessore ai trasporti sembri rivolgersi esclusivamente ai collegamenti con l’Italia tralasciando di fatto la gravissima situazione dei collegamenti tra la Sardegna e il resto del mondo, situazione che si aggrava ulteriormente se si concentra l’attenzione sui paesi mediterranei più prossimi a noi. Eppure, nonostante il sardismo abbia fatto dell’integrazione europea uno dei capisaldi della propria politica sin dai primi anni venti, nessuna delle navi della flotta sarda sarà destinata ad un collegamento con Barcellona, Marsiglia, Algeri o Tangeri (il Marocco sta diventando una piccola Cina mentre i nostri politici continuano a chiedere i soldi a Roma) e anche sul fronte aereo l’orientamento è quello di concentrare tutte le risorse sui collegamenti con l’Italia, così come la giusta polemica di questi giorni sulla continuità territoriale per le merci che vede Maninchedda in prima linea rischia di avere la stessa carenza.

Ora è si vero che ad oggi il traffico di persone, merci e capitali da e per la Sardegna ha come sponda principale l’Italia, ma la ragione di ciò risiede prevalentemente nel rapporto di sudditanza che ci portiamo dietro dai tempi di Cavour. Difatti i rapporti di scambio tra Italia e Sardegna ha negli anni assunto i tratti tipici della dipendenza; esportiamo materie prime, sole, vento, cervelli, forza lavoro e importiamo prodotti finiti, mode, reti commerciali pre-confezionate e modelli di consumo. Il cordone ombelicale, ben poco nutriente a dir la verità, che ci unisce all’Italia ha come effetto principale la cancellazione della nostra terra dal mondo. A chi spetterebbe dunque, se non ad un partito indipendentista e sardista, il compito di spezzare questa catena? Inoltre una delle leggi elementari dell’economia spiega come la concentrazione su un solo mercato/paese costituisca una condotta estremamente rischiosa e negli ultimi tempi questo semplice principio è stato drammaticamente dimostrato più volte. Se infatti la politica industriale, privata e pubblica, dell’ovino negli scorsi decenni avesse compiuto qualche sforzo in più verso i mercati europei, non avremmo assistito al collasso economico di un intero settore nel momento in cui il rafforzamento dell’Euro sul dollaro ha colpito le esportazioni del grattugia verso gli Usa; una strategia mono prodotto/mono mercato che ci è costata tanto e che ancora tanto ci costerà nel turismo, laddove l’enorme concentrazione di flussi dall’Italia ci obbligherà nei prossimi anni a fare i conti con un mercato fortemente penalizzato dalle pur necessarie manovre correttive di bilancio. Mi auguro che il Psd’Az, il cui operato in questo ambito resta comunque ampiamente soddisfacente, intervenga subito in questo senso con efficaci politiche finalizzate all’(re)integrazione della Sardegna nel Mediterraneo.

Andrea Nonne

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Salviamo l’Europa per l’indipendenza

sabato, 3 dicembre 2011
Riportiamo la versione integrale di un articolo di Giuseppe Melis pubblicato su Sardegna Quotidiano del 3/12/2011

sard-ue.jpgChi naviga in Internet in questi giorni può leggere di una violentissima campagna, mai sperimentata prima, contro l’euro e contro l’Unione europea, rei di aver creato la situazione di crisi nella quale ci troviamo. Secondo tali posizioni, addirittura, si dovrebbe tornare alle monete nazionali e magari alla stessa distruzione dell’UE cosicché ogni Stato nazionale sia “libero” di fare ciò che meglio crede, per esempio, in termini di politiche monetarie che, nella mente di chi ha vissuto quegli anni, significa “svalutazione” per rendere le esportazioni più competitive.

Per queste stesse persone le parole di Monti che dice “Non vediamo i vincoli europei come un’imposizione. Non c’è un “loro” e un “noi”: l’Europa siamo noi” hanno rappresentato un vero e proprio scandalo. Quando poi ha affermato che “i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario” c’è chi, fraintendendo ad arte tali parole, reputa che si tratterebbe di “cessioni di sovranità popolare all’Europa dei banchieri” come si può leggere su un video che circola su Youtube.

Chi sostiene ciò dimentica che la stessa Costituzione all’articolo 11 recita: “L’Italia (…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Questo vuol dire che la partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea discende proprio da questo articolo e non dalle fisime contingenti di un qualsiasi Presidente del Consiglio.

Peraltro, l’auspicio di Monti è condivisibile e coerente con una prospettiva sistemica: egli infatti riconosce la necessità di una configurazione delle Istituzioni politiche articolata su più livelli cosa che, sia nei Trattati comunitari che oramai anche nel contesto Italiano, trova fondamento scientifico nell’applicazione del “principio di sussidiarietà”, in base al quale il potere risiede in capo ai cittadini che individuano però livelli di decisione diversi in relazione all’ampiezza dei problemi da affrontare e dell’efficacia degli interventi da adottare. L’altra precisazione è che non c’è nel discorso di Monti alcuna cessione di “sovranità popolare” dal momento che in quanto cittadini dell’UE (come stabilito nei Trattati) noi siamo parte della stessa UE e pertanto esercitiamo la nostra sovranità di cittadini anche nell’UE quando per esempio andiamo a votare per il Parlamento Europeo. Il problema è che tale diritto non è concesso anche per altre Istituzioni che indubbiamente vanno rese più democratiche, ma non cancellate.

Pensare ad un contesto politico istituzionale multilivello nel quale sia garantita per ciascuno di essi la partecipazione popolare e il rispetto del processo democratico, non è una cosa senza senso; anzi, è ascientifico, senza senso e addirittura pericoloso, pensare che ci debba essere un unico livello di decisione politica, sia esso a livello macro o micro, dal momento che esso rappresenterebbe una mistificazione della realtà e una semplificazione della complessità. Di fronte a una tale rigidità, infatti, il rischio di contrapposizioni non solo politico-ideologiche ma sociali, razziali, geografiche, religiose, ecc. porterebbe l’umanità verso il collasso. Ed è proprio in questo quadro tutt’altro che vicino che ha senso sia la battaglia politica per l’indipendenza della Sardegna, sia quella per la costituzione della Federazione dei popoli europei, che si otterrebbe proprio attraverso il trasferimento di poteri dagli attuali Stati nazionali (indicati dall’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi “polvere senza sostanza”) da un lato ad entità infra-statuali e dall’altro all’UE, consentendo in questo modo, per esempio, di ricondurre il potere sulle decisioni monetarie all’ambito politico e permettendo alla BCE di svolgere le funzioni di prestatore di ultima istanza.

Vero è che, purtroppo, da diversi anni a questa parte il processo di integrazione ha smarrito la bussola dell’idea federalista di Altiero Spinelli e degli altri Padri fondatori, al punto che si assiste oggi all’esercizio di poteri da parte di singoli Stati nazionali (Asse franco-tedesco) non compatibili neppure con quanto stabilito dagli attuali Trattati.

Orbene, di fronte a tutto ciò, mentre sarebbe auspicabile un fronte popolare forte e coeso per chiedere a gran voce la trasformazione dell’UE in una Federazione democratica con poteri che i cittadini europei possono esercitare con riferimento a tutte le Istituzioni, sembra prevalere, purtroppo, l’irrazionale e consueto atteggiamento del “chiudiamoci a riccio”, del tornare a “su connotu” del piccolo recinto domestico dal quale ci sembra di poter meglio controllare ciò che accade intorno, senza rendersi conto che in questo modo si lascia carta bianca a chi invece vuole speculare e continua a farlo, a chi vuole prevaricare e continua a farlo. La politica dello “struzzo”, da chiunque provenga non ha mai pagato, anzi ha acuito le differenze sociali, culturali ed economiche. Perché non indignarsi anche per tutto questo e cercare di fare squadra con chi vuole davvero cambiare il mondo in un senso più equo, solidale e sostenibile?

 

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

 

L’isola senza Stato che sogna l’Europa

domenica, 27 novembre 2011

da Sardegna Quotidiano del 4/11/2011

european_union_member_countries.jpgTutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista anti-storico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’auto governo rispetto al soffocante egemonismo degli Stati Nazionali. Anche se questo proto-indipendentismo appariva talvolta immaturo e spesso confuso con il federalismo e l’autonomismo, oggi che l’idea di Europa è messa in crisi proprio dal comportamento di questi agonizzanti Stati Nazionali, fa un certo effetto scoprire questi nostri avi tra i precursori di quella vision tanto diffusa tra i costituenti dell’Ue quanto latitante tra chi oggi, purtroppo, ne decide in gran parte le sorti. Di questi tempi è frequente sentire critiche verso le politiche economiche prevalenti, mentre in pochi mettono sotto esame l’attuale assetto istituzionale degli Stati nazionali. Se infatti proviamo a spostare l ’attenzione dal contenuto al contenitore, ci accorgiamo subito che gli Stati Nazionali sono strutture pensate nell’Ottocento per far fronte ai problemi di quell’epoca, e che col tempo sono divenute sempre più inefficaci rispetto alla nuove necessità. In particolare, queste strutture si sono rivelate troppo grandi per tutelare i diritti e le identità dei popoli/nazioni e troppo piccole per governare le problematiche globali. Nel contempo, essi si rivelano sempre più incapaci di stimolare una partecipazione popolare ai processi di governo democratico oltre che suscettibili all’influenza delle grandi oligarchie economiche. Questi Stati, spesso appesantiti da enormi debiti e gestioni miopi, oggi, con i loro comportamenti, mettono a rischio l’idea stessa di Ue che pure ha garantito fino ad oggi condizioni di pace tra i popoli europei che mai la storia aveva sperimentato prima. È bene quindi non dimenticare che oggi il futuro dell’Ue e l’autodeterminazione delle Nazioni senza Stato sono due facce della stessa medaglia, in quanto entrambe sono minacciate dagli stessi egoismi nazionali totalizzanti delle grandi vecchie potenze europee. La Sardegna insieme alle altre Nazioni senza Stato ha quindi oggi interesse a costruire e partecipare ad un’Ue realmente democratica sulla base di pari diritti e regole condivise. Mi sia permesso infine di chiudere citando un altro grande indipendentista ed europeista sardo, Antonio Simon Mossa, il quale faceva spesso riferimento ad una grande comunità di popoli senza Stato, una comunità di decine di milioni di abitanti, che unendosi nella lotta per la comune esigenza dell’autogoverno avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella creazione dell’Europa dei popoli. Simon Mossa, che tra gli altri ha il non trascurabile merito di mettere d’accordo l’indipendentismo sardista con quello non sardista, definiva il sardismo come un’ideologia per l’Europa e per il mondo, fotografando con questa brillante definizione la comunanza di problemi ed esigenze vissuti da quei popoli entrati nella modernità non come soggetti ma come oggetti. L’intellettuale sassarese diffidava inoltre dal seguire la strada dell’Europa degli Stati nazionali prevedendo che avrebbe portato ad un’Europa oligarchica dominata dai potentati delle grandi famiglie e delle multinazionali. Oggi quest’ultima intuizione, purtroppo inascoltata, ci pone di fronte alla consapevolezza dei tanti errori che si son commessi, ma continua ad indicarci la strada da percorrere.

Andrea Nonne


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