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L’isola, la storia e l’indipendenza

giovedì, 27 ottobre 2011

Da Sardegna Quotidiano del 26/10/2011

Fino ad oggi non si è creato un largo consenso intorno ai partiti che si ispirano alla sardità e all’identità. Occorre pertanto prendere atto del fatto che i Sardi forse percepiscono l’indipendenza con scarsa convinzione, forse con paura; la paura di perdere qualcosa che si possiede in cambio di qualcos’altro di cui non si intravedono i contorni. Se di paura si tratta, forse questa deriva, come molti sostengono, dal fatto che si reputa che in un mondo globale dove la competizione è tra sistemi di dimensioni continentali, sia fuori luogo parlare di indipendenza nel XXI secolo. Eppure, se si considerano sia i processi storici in corso, sia l’analisi sistemica si arriva alla conclusione che l’indipendenza sia una prospettiva praticabile, sostenibile e auspicabile. Sul piano dei processi storici in corso assistiamo, da un lato, al declino progressivo degli Stati nazionali ottocenteschi europei e di quelli costruiti dopo la seconda guerra mondiale nel nord Africa e nel Medio Oriente, tutti incapaci di dare risposte alle variegate esigenze provenienti da diverse parti del paese (fa eccezione la Germania che, forse non a caso, è uno stato federale per davvero) e, dall’altro, alla nascita di piccoli e dinamici Stati con altrettanti governi costituiti da giovani generazioni. Sul piano del metodo scientifico è noto che quello sistemico consente di porre contemporaneamente l’attenzione: sul tutto considerato come uno; sulle singole parti che compongono il tutto; sulle relazioni tra le parti del tutto e che generano il tutto; sulle implicazioni del comportamento delle singole parti sul tutto e viceversa. Il tutto, in senso sistemico, è il risultato dell’azione delle parti che insieme operano per favorire coesione e conseguimento degli obiettivi: oggi molti Stati nazionali si mantengono come un tutto con il solo esercizio della forza e della prepotenza quando invece, in un mondo dove le persone sono più consapevoli, informate e più partecipative (come dimostrano le reti sociali che si sviluppano nel web) esse vorrebbero essere protagoniste dell’esistenza del tutto dando il proprio contributo allo sviluppo dello stesso. Sbaglia chi pensa che il progetto indipendentista altro non sia che una sterile rivendicazione di potere per sostituire chi finora l’ha gestito con altre persone e altri partiti, come racconta Orwell nel suo “Animal farm”. Al contrario, si tratta di un’idea che affonda le radici nella ricerca di una soluzione politico-organizzativa a un diverso modo di stare nel mondo; uno stare del mondo più partecipato e che non sia succube di decisioni del passato oggi non più attuali, e ancora meno succube e dipendente da chi con l’esercizio della forza (economica, finanziaria, militare, culturale, ecc.) vorrebbe perpetuare schemi ormai obsoleti. Ciò significa che essere indipendenti pone il soggetto nella condizione di decidere ciò che reputa sia meglio non già in base ad una astratta e ipotetica situazione di assenza di vincoli e condizionamenti ma, invece, tenendo conto del complesso dei vincoli, dei condizionamenti e delle opportunità che si generano nel fare o nel non fare una determinata cosa. Si tratta in altre parole di considerare l’indipendenza come capacità di decisione in termini di convenienza tra due o più alternative, avendo consapevolezza che non esiste una ipotesi da laboratorio in cui si può far finta che il resto del mondo non esista o che non ci sia una storia di eventi che di fatto influenzano il presente. Per una concezione indipendentista astratta la precedente considerazione rappresenta una limitazione, ma se occorre costruire un progetto credibile è necessario che questo affondi le radici nella realtà e nella storia per scriverne una diversa ma possibile e non utopica.

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

Sardinia sliding doors: crisi economica e indipendenza.

mercoledì, 27 luglio 2011

sliding_doors.jpgMolti di voi ricorderanno un film di qualche anno fa in cui Gwyneth Paltrow interpretava una donna la cui vita si sdoppiava lungo due percorsi paralleli. Proviamo ora a scrivere la sceneggiatura di un film in cui protagonista è la Sardegna, che si trova davanti ad una scelta: diventare una Repubblica indipendente all’interno dell’Unione Europea o continuare a restare regione d’Italia. La scelta darebbe vita a due strade parallele che noi faremo diventare quattro inserendo un ulteriore variabile: risanamento dei conti pubblici o rischio di default. Il ragionamento poggia ovviamente su notevoli semplificazioni ma in macroeconomia la semplificazione è spesso l’ingrediente principale. Vediamo ora i quattro scenari ipotizzabili sottolineando sin d’ora che mi piacerebbe stimolare la riflessione e mi farebbe piacere se chi leggerà questo articolo vorrà contribuire in tal senso inviando un commento con letture diverse.

1) Sardegna “regione” di un Italia che riesce a  risanare i conti pubblici e ad evitare il crollo.

L’Italia riesce a restare in piedi con grandissimi sacrifici. I piani di austerity riusciranno a salvare i bilanci e a ridurre il debito ma non ci sarà spazio per le riforme fiscali e gli investimenti per lo sviluppo. Le regioni più povere saranno quelle più penalizzate, soprattutto se poco popolose e quindi più deboli dal punto di vista politico come la Sardegna.

2) Sardegna “regione” di un Italia che rischia il default.

L’Italia si avvicina al collasso. L’Europa, e l’America, varano un maxi piano di salvataggio per evitare un contagio planetario. Ovviamente i sostanziosi fondi vengono distribuiti tra le regioni in base al loro peso politico. Indovinate cosa spetterebbe ad una “regione” in cui vive il 2% dei cittadini “italiani”, governata da una manica di servi bipartisan, lontana centinaia di miglia dalla penisola.

3) Repubblica di Sardegna che tiene i conti in regola.

Questo scenario è decisamente probabile visto che la Sardegna ha un indebitamento estremamente basso e dei deficit non scandalosi se consideriamo gli impatti dell’annosa vertenza entrate. Una Sardegna indipendente avrebbe la possibilità di effettuare le riforme necessarie al proprio sviluppo, beneficerebbe di una rappresentanza diretta nelle istituzioni europee e godrebbe dei finanziamenti comunitari che le spettano. Qualcuno potrebbe obbiettare che verrebbero a mancare i trasferimenti dello stato italiano, effettivamente importanti sul Pil sardo. Ma chi solleva questa obiezione dimentica che i trasferimenti Italia-Sardegna subiranno nei prossimi anni un drastico ridimensionamento in entrambe le ipotesi viste poco sopra. Di fatto nei prossimi anni non potremmo esimerci dal costruire le basi di un economia solida e vivace e ciò evidentemente sarà più facile se avremmo la sovranità statale e la rappresentanza in Europa.

4) Repubblica di Sardegna che non riesce ad uscire dalla crisi.

Questo scenario è abbastanza improbabile per i motivi visti al punto 3 e per il fatto che difficilmente ci potremo trovare ad affrontare difficoltà maggiori di quelle che stiamo affrontando nel rapporto con lo Stato Italiano. Ma se anche fosse, oggi, sappiamo che se lo Stato sardo prossimo venturo dovesse trovarsi in una situazione di grave difficoltà finanziaria potrebbe contare sull’intervento dell’Unione Europea che, in questo caso, non sarebbe mediato dalle premurose mani dei ministri romani e magari, facendo una proporzione con la Grecia rispetto a Pil e popolazione, potrebbe aggirarsi intorno ai 10 miliardi di euro. Proprio la stessa cifra che negli ultimi anni noi sardi abbiamo “donato” all’Italia per aiutarla ad uscire dalla crisi.

Andrea Nonne


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