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A passeggio tra dogmi e valori

lunedì, 22 aprile 2013

3193-a-proposito-di-libertacover.jpgNella teoria del management esiste, tra i tanti, un modello, denominato TAM, che fa discendere l’intenzione comportamentale ad innovare da due costrutti: a) l’utilità percepita e b) la facilità d’uso percepita. Questo modello, in altre parole, spiega una parte del processo decisionale individuale (almeno nella versione iniziale) che induce un soggetto a decidere di adottare o non adottare una determinata innovazione.

Se proviamo ad applicare questo modello al campo della politica esso potrebbe aiutare a capire per quale ragione, per esempio, sia gli Italiani che i Sardi siano restii ad innovare il proprio sistema politico, proprio perché, al di la delle lamentazioni di varia natura, non percepiscono come utile un cambiamento sostanziale della situazione esistente e/o qualora essi reputassero tale cambiamento come necessario reputano il percorso non semplice da realizzare. Prendersela con chi cambia pertanto non serve a nulla perché uno dei cardini di una democrazia, pure imperfetta, è la libera espressione del proprio voto.

E fin qui la spiegazione di quanto accaduto fino ad ora.

Quali implicazioni per chi invece vorrebbe proporre cambiamenti anche significativi?

La prima implicazione è che occorre prendere atto del fatto che, probabilmente, il progetto alternativo non è stato ancora costruito in modo adeguato, oppure esso appare confuso, o ancora risente di una comunicazione inefficace. Tutte ragioni, queste e altre che possono individuarsi, tali che impediscono nei fatti al progetto di essere percepito da chi dovrebbe legittimarlo con il proprio voto come utile e non troppo difficile da realizzare.

Se si è convinti che però l’idea progettuale sia buona occorre insistere. In politica il cambiamento si realizza solo se si hanno lungimiranza e coraggio; per questo occorre lavorare con maggiore serietà, intensità e scientificità per modificare in modo sensibile il sistema delle percezioni dominanti: ma a questo punto c’è da chiedersi, sono le menti delle persone così disponibili a modificare i propri schemi di ragionamento? L’impressione è che non lo siano proprio o non lo siano a sufficienza, come se il pensiero fosse ingabbiato.

Fa specie a questo proposito constatare le feroci “critiche” messe in campo da ampie parti della società contro la Chiesa e i suoi dogmi di fede, mentre nel contempo si scopre che le stesse persone poi sono ingabbiate da dogmi tutti terreni, a cominciare da quello che impedisce alla propria mente di immaginare un mondo diverso, nonostante la mitica e indimenticabile poesia musicale di John Lennon.

La verità è che molto probabilmente per pensare un mondo diverso, occorrono valori, forse diversi da quelli del passato, ma quali? A questo punto è interessante porre alcune domande, alle quali do la mia personale risposta.

La prima: ma secondo voi l’Italia è un valore? Secondo me no! Valori sono la pace, la democrazia, la possibilità di crescita e affermazione individuale concessa a tutti, il rispetto incondizionato per ogni etnia, per ogni religione, per ogni idea, per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto se deboli e indifesi, ecc.

Di fronte a tutto questo chiedo ancora: l’Italia (così come la Francia, la Gran Bretagna, ecc.) può essere considerata un valore? Se chi ha in mente di rispondere si, perché essa è il risultato di quanti hanno versato sangue per ottenere questo risultato, dico che va cambiato il ragionamento.

Ho il massimo rispetto per quanti hanno determinato la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo ma questo impatta sull’idea di libertà e di costruzione di un Paese democratico capace di garantire a tutti pari diritti e pari dignità. Ciò detto è lecito a questo punto chiedersi: ma oggi l’Italia è la stessa del secondo dopo guerra? Ovvio che no, e non soltanto perché è trascorso del tempo ma perché il mondo è cambiato.

L’Italia, in quanto “stato di diritto” è solo uno strumento, un mezzo, che dovrebbe garantire ai suoi cittadini, al suo popolo, i valori di cui sopra, quelli si irrinunciabili, a mio modo di vedere. Se invece si ritiene l’Italia un valore, significa rimanere ingabbiati in schemi di ragionamento che obliterano ogni possibilità di pensare diverso. Se infatti si condivide il mio ragionamento allora occorre chiedersi: questa Italia è oggi in grado di garantire i valori irrinunciabili di ci sopra? La mia risposta è decisamente NO e non solo per questioni legate alle persone. Il sistema organizzativo di questo stato tutela solo alcuni interessi (quelli dominanti ma di pochi) e svilisce quelli di altri (minori ma di una gran parte del Paese).

Lo stesso discorso riguarda i partiti politici. Sono dei valori? Secondo me no, anzi!

I partiti sono strumenti utilizzati dalle persone per affermare idee, valori, ecc., ma l’esperienza italiana dice che i partiti non sono nulla di tutto ciò. Sono solo stati strumenti di esercizio del potere, si tutela di alcuni interessi molto particolari.

Mi si dirà che il problema è rappresentato dalle persone. Vero, ma sono le persone che fanno i partiti e sono le persone che fanno le Istituzioni.

Ora, l’organizzazione è la scienza che serve per disciplinare al meglio i rapporti e le relazioni tra individui, gruppi di individui associati e altre organizzazioni (come le imprese). Le modalità attraverso cui si sviluppano i rapporti possono favorire o ostacolare queste relazioni  rispetto al perseguimento e all’affermazione dei valori irrinunciabili di cui sopra.

Ecco perché critico l’Italia di cui ho la cittadinanza ma che non è la mia Nazione, antropologicamente parlando. Peraltro, ancorchè questo sia sconosciuto ai più, ho (abbiamo tutti) la doppia cittadinanza, italiana ed europea e come percezione sento più vicina la seconda, mentre la prima si allontana ogni giorni di più; non è invece mai stata messa in discussione la mia nazionalità sarda. Ovviamente non c’è rivalità tra nazionalità, ognuna ha la sua dignità perché espressione di storia, lingua, cultura e civiltà diversa, nel bene e nel male.

In tutto ciò ritengo che una vera innovazione sia e debba essere quella di non pensare più all’Italia come un schema chiuso, un dogma indiscutibile (come invece molti fanno rinunciando a priori a metterlo in discussione), all’interno del quale per forza deve svolgersi la ricerca della tutela dei valori più alti indicati in precedenza.

L’Italia, in quanto “modello organizzativo della vita politica e sociale” non mi appartiene, è inadeguato sia rispetto agli Italiani sia, per quanto mi riguarda, visto che questa è la Terra dove il buon Dio mi ha fatto nascere, la Sardegna. Dire che l’Italia non è la Sardegna non è per disprezzare un Paese e un popolo che ha fatto tantissime cose buone per la civiltà umana, ma per sottolineare che oggi gli interessi dell’Italia e degli Italiani sono diversi da quelli della Sardegna e dei Sardi. Ecco perché oggi l’Italia è la gabbia della Sardegna e dei Sardi in buona fede e onesti, ma anche di tutti gli Italiani onesti e in buona fede. Ricercare una propria strada di tutela dei diritti fondamentali a me pare semplicemente una strada di buon senso, una strada volta a creare una nuova organizzazione delle relazioni tra popoli diversi che seppure facenti parte dello stesso genere umano, hanno specificità che non possono essere appiattite, né diritti che possono rimanere ancora calpestati.

Ecco cosa mi porta ad impegnarmi per costruire una Repubblica di Sardegna dentro una rinnovata Federazione dei Popoli Europei. Questa è la mia visione e intorno a questa cerco di definire una strategia che intanto non è violenta ma si basa sul dialogo, sul confronto anche acceso ma rispettoso delle persone e delle idee che esse esprimono. Un processo il cui esito non si può prevedere in termini di tempo, ma di certo è qualcosa che va costruito oggi e da oggi, lavorando sotto l’aspetto culturale prima di tutto ma anche politico se c’è la possibilità concreta. Per questo occorre coraggio, intelligenza e scienza.

Io non mi faccio rubare la speranza di costruire un mondo migliore, a cominciare da quello dove vivo.

Fortza Paris fintz’a s’indipendentzia!

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

Per i trasporti sardi la soluzione è in Europa

lunedì, 27 febbraio 2012
Segue da Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia
 

5219253-aereo-viaggiare-in-europa-mappa-royalty-free-off-un-sito-web-del-governo.jpgVoglio qui illustrare quella che a mio avviso è la vera soluzione del problema trasporti specificando che si tratta del punto di arrivo di un percorso lungo e articolato. Si tratterebbe di defiscalizzare tutte le attività connesse ai trasporti da e per la Sardegna, oltre a quelli interni, una sorta di zona franca logistica che vada a investire tutto ciò che in Sardegna rappresenta mobilità, dagli aerei alle bici passando per i servizi portuali, il carburante e i taxi. Una misura di questo tipo aumenterebbe la redditività di queste attività e di conseguenza il numero delle imprese concorrenti, cosa che determinerebbe automaticamente un aumento dell’offerta e una riduzione dei prezzi per gli utenti. C’è da dire che l’Unione Europea, per tutelare il corretto funzionamento della concorrenza, vieta gli aiuti di Stato a imprese e settori e di fatto la misura appena descritta risulterebbe a prima vista incompatibile con l’art 107 del Tfeu. Ma la storia non finisce necessariamente qui perchè l’art 107 ammette delle deroghe. Non viviamo infatti più nell’800 dove i principi economici venivano concepiti come verità assolute e quindi se la UE si è voluta dare una regolamentazione fortemente liberoscambista ha ovviamente previsto delle deroghe per i cosiddetti “fallimenti del mercato” ovvero quelle situazioni in cui i mercati non sono in grado di garantire in maniera efficiente ed efficace la produzione di beni e l’erogazione di servizi. In particolare lo stesso Tfeu disciplina, all’art 349, riguardo alle deroghe concesse ad alcuni territori proprio in virtù di una situazione economica resa difficile da caratteristiche quali distanza, insularità e ridotte dimensioni. Si avete letto bene, insularità, e se è vero che alcuni di questi territori vivono situazioni troppo diverse dalla Sardegna per poter azzardare un paragone, risulta interessante andare ad analizzare la situazione della Canarie spagnole e di Madeira. Queste due isole, distanti dall’Europa continentale non così tanto più della Sardegna, da decenni beneficiano di un regime fiscale agevolato che consente loro di avere un’economia florida e vivace. Inoltre la Ue, grazie ad una specifica disciplina,  ha fatto si che i vantaggi fiscali si indirizzassero realmente verso le esigenze economiche del territorio evitando così il rischio  di creare paradisi fiscali. La Sardegna è sicuramente meno svantaggiata di questi due territori dal punto di vista della distanza, essendo al  centro del mediterraneo, ma il fallimento del mercato nei collegamenti con l’Europa continentale, così come nei trasporti interni, è evidente e palesato da tutta una serie di disagi e inefficienze. Ecco quindi che una zona franca logistica potrebbe essere un buon compromesso tra la necessità di risolvere i problemi legati all’insularità e la difficoltà di ottenere una zona franca totale in un momento così difficile per le finanze europee. Del resto c’è da dire che oggi l’attuale continuità territoriale non è certo gratuita per le casse pubbliche e se si pensa anche al perenne stato di perdita dei vettori aerei e navali, con un pò di ottimismo si potrebbe ipotizzare di coprire il mancato introito fiscale sia tramite i risparmi degli attuali incentivi sia grazie agli effetti positivi sul turismo e sull’economia sarda in genere. Presentata in questo modo la zona franca logistica potrebbe rappresentare una possibilità concreta per l’Europa di risolvere un fallimento del mercato senza interventi pubblici diretti. Del resto proprio il Psd’Az ha sottolineato la disparità di trattamenti che scontiamo in Europa sui trattamenti fiscali compensativi dello status di insularità; si tratta quindi di dare centralità all’approccio europeo, cominciando a sostituire i collegamenti verso rotte secondarie come Napoli e Verona con quelli verso le principali capitali europee.

Andrea Nonne

Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia

lunedì, 27 febbraio 2012

flotta-sarda.jpgLa Flotta sarda è sicuramente la migliore iniziativa intrapresa dall’esecutivo Cappellacci.  Pur essendo convinto che esistano soluzioni strutturali in grado di risolvere il problema in maniera migliore e pur non amando le iniziative industriali a capitale pubblico ritengo che sia da apprezzare l’intraprendenza della giunta e l’esercizio di sovranità che un’ azione di questo tipo inevitabilmente richiede. Riconosco nel Psd’Az e nell’Assessore Solinas i principali artefici della brillante iniziativa che non a caso ha le sue radici nel sardismo. Tuttavia, proprio alla luce della tradizione politica del Psd’Az, non si capisce come mai l’attenzione dell’Assessore ai trasporti sembri rivolgersi esclusivamente ai collegamenti con l’Italia tralasciando di fatto la gravissima situazione dei collegamenti tra la Sardegna e il resto del mondo, situazione che si aggrava ulteriormente se si concentra l’attenzione sui paesi mediterranei più prossimi a noi. Eppure, nonostante il sardismo abbia fatto dell’integrazione europea uno dei capisaldi della propria politica sin dai primi anni venti, nessuna delle navi della flotta sarda sarà destinata ad un collegamento con Barcellona, Marsiglia, Algeri o Tangeri (il Marocco sta diventando una piccola Cina mentre i nostri politici continuano a chiedere i soldi a Roma) e anche sul fronte aereo l’orientamento è quello di concentrare tutte le risorse sui collegamenti con l’Italia, così come la giusta polemica di questi giorni sulla continuità territoriale per le merci che vede Maninchedda in prima linea rischia di avere la stessa carenza.

Ora è si vero che ad oggi il traffico di persone, merci e capitali da e per la Sardegna ha come sponda principale l’Italia, ma la ragione di ciò risiede prevalentemente nel rapporto di sudditanza che ci portiamo dietro dai tempi di Cavour. Difatti i rapporti di scambio tra Italia e Sardegna ha negli anni assunto i tratti tipici della dipendenza; esportiamo materie prime, sole, vento, cervelli, forza lavoro e importiamo prodotti finiti, mode, reti commerciali pre-confezionate e modelli di consumo. Il cordone ombelicale, ben poco nutriente a dir la verità, che ci unisce all’Italia ha come effetto principale la cancellazione della nostra terra dal mondo. A chi spetterebbe dunque, se non ad un partito indipendentista e sardista, il compito di spezzare questa catena? Inoltre una delle leggi elementari dell’economia spiega come la concentrazione su un solo mercato/paese costituisca una condotta estremamente rischiosa e negli ultimi tempi questo semplice principio è stato drammaticamente dimostrato più volte. Se infatti la politica industriale, privata e pubblica, dell’ovino negli scorsi decenni avesse compiuto qualche sforzo in più verso i mercati europei, non avremmo assistito al collasso economico di un intero settore nel momento in cui il rafforzamento dell’Euro sul dollaro ha colpito le esportazioni del grattugia verso gli Usa; una strategia mono prodotto/mono mercato che ci è costata tanto e che ancora tanto ci costerà nel turismo, laddove l’enorme concentrazione di flussi dall’Italia ci obbligherà nei prossimi anni a fare i conti con un mercato fortemente penalizzato dalle pur necessarie manovre correttive di bilancio. Mi auguro che il Psd’Az, il cui operato in questo ambito resta comunque ampiamente soddisfacente, intervenga subito in questo senso con efficaci politiche finalizzate all’(re)integrazione della Sardegna nel Mediterraneo.

Andrea Nonne

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Salviamo l’Europa per l’indipendenza

sabato, 3 dicembre 2011
Riportiamo la versione integrale di un articolo di Giuseppe Melis pubblicato su Sardegna Quotidiano del 3/12/2011

sard-ue.jpgChi naviga in Internet in questi giorni può leggere di una violentissima campagna, mai sperimentata prima, contro l’euro e contro l’Unione europea, rei di aver creato la situazione di crisi nella quale ci troviamo. Secondo tali posizioni, addirittura, si dovrebbe tornare alle monete nazionali e magari alla stessa distruzione dell’UE cosicché ogni Stato nazionale sia “libero” di fare ciò che meglio crede, per esempio, in termini di politiche monetarie che, nella mente di chi ha vissuto quegli anni, significa “svalutazione” per rendere le esportazioni più competitive.

Per queste stesse persone le parole di Monti che dice “Non vediamo i vincoli europei come un’imposizione. Non c’è un “loro” e un “noi”: l’Europa siamo noi” hanno rappresentato un vero e proprio scandalo. Quando poi ha affermato che “i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario” c’è chi, fraintendendo ad arte tali parole, reputa che si tratterebbe di “cessioni di sovranità popolare all’Europa dei banchieri” come si può leggere su un video che circola su Youtube.

Chi sostiene ciò dimentica che la stessa Costituzione all’articolo 11 recita: “L’Italia (…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Questo vuol dire che la partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea discende proprio da questo articolo e non dalle fisime contingenti di un qualsiasi Presidente del Consiglio.

Peraltro, l’auspicio di Monti è condivisibile e coerente con una prospettiva sistemica: egli infatti riconosce la necessità di una configurazione delle Istituzioni politiche articolata su più livelli cosa che, sia nei Trattati comunitari che oramai anche nel contesto Italiano, trova fondamento scientifico nell’applicazione del “principio di sussidiarietà”, in base al quale il potere risiede in capo ai cittadini che individuano però livelli di decisione diversi in relazione all’ampiezza dei problemi da affrontare e dell’efficacia degli interventi da adottare. L’altra precisazione è che non c’è nel discorso di Monti alcuna cessione di “sovranità popolare” dal momento che in quanto cittadini dell’UE (come stabilito nei Trattati) noi siamo parte della stessa UE e pertanto esercitiamo la nostra sovranità di cittadini anche nell’UE quando per esempio andiamo a votare per il Parlamento Europeo. Il problema è che tale diritto non è concesso anche per altre Istituzioni che indubbiamente vanno rese più democratiche, ma non cancellate.

Pensare ad un contesto politico istituzionale multilivello nel quale sia garantita per ciascuno di essi la partecipazione popolare e il rispetto del processo democratico, non è una cosa senza senso; anzi, è ascientifico, senza senso e addirittura pericoloso, pensare che ci debba essere un unico livello di decisione politica, sia esso a livello macro o micro, dal momento che esso rappresenterebbe una mistificazione della realtà e una semplificazione della complessità. Di fronte a una tale rigidità, infatti, il rischio di contrapposizioni non solo politico-ideologiche ma sociali, razziali, geografiche, religiose, ecc. porterebbe l’umanità verso il collasso. Ed è proprio in questo quadro tutt’altro che vicino che ha senso sia la battaglia politica per l’indipendenza della Sardegna, sia quella per la costituzione della Federazione dei popoli europei, che si otterrebbe proprio attraverso il trasferimento di poteri dagli attuali Stati nazionali (indicati dall’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi “polvere senza sostanza”) da un lato ad entità infra-statuali e dall’altro all’UE, consentendo in questo modo, per esempio, di ricondurre il potere sulle decisioni monetarie all’ambito politico e permettendo alla BCE di svolgere le funzioni di prestatore di ultima istanza.

Vero è che, purtroppo, da diversi anni a questa parte il processo di integrazione ha smarrito la bussola dell’idea federalista di Altiero Spinelli e degli altri Padri fondatori, al punto che si assiste oggi all’esercizio di poteri da parte di singoli Stati nazionali (Asse franco-tedesco) non compatibili neppure con quanto stabilito dagli attuali Trattati.

Orbene, di fronte a tutto ciò, mentre sarebbe auspicabile un fronte popolare forte e coeso per chiedere a gran voce la trasformazione dell’UE in una Federazione democratica con poteri che i cittadini europei possono esercitare con riferimento a tutte le Istituzioni, sembra prevalere, purtroppo, l’irrazionale e consueto atteggiamento del “chiudiamoci a riccio”, del tornare a “su connotu” del piccolo recinto domestico dal quale ci sembra di poter meglio controllare ciò che accade intorno, senza rendersi conto che in questo modo si lascia carta bianca a chi invece vuole speculare e continua a farlo, a chi vuole prevaricare e continua a farlo. La politica dello “struzzo”, da chiunque provenga non ha mai pagato, anzi ha acuito le differenze sociali, culturali ed economiche. Perché non indignarsi anche per tutto questo e cercare di fare squadra con chi vuole davvero cambiare il mondo in un senso più equo, solidale e sostenibile?

 

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

 

Sardinia sliding doors: crisi economica e indipendenza.

mercoledì, 27 luglio 2011

sliding_doors.jpgMolti di voi ricorderanno un film di qualche anno fa in cui Gwyneth Paltrow interpretava una donna la cui vita si sdoppiava lungo due percorsi paralleli. Proviamo ora a scrivere la sceneggiatura di un film in cui protagonista è la Sardegna, che si trova davanti ad una scelta: diventare una Repubblica indipendente all’interno dell’Unione Europea o continuare a restare regione d’Italia. La scelta darebbe vita a due strade parallele che noi faremo diventare quattro inserendo un ulteriore variabile: risanamento dei conti pubblici o rischio di default. Il ragionamento poggia ovviamente su notevoli semplificazioni ma in macroeconomia la semplificazione è spesso l’ingrediente principale. Vediamo ora i quattro scenari ipotizzabili sottolineando sin d’ora che mi piacerebbe stimolare la riflessione e mi farebbe piacere se chi leggerà questo articolo vorrà contribuire in tal senso inviando un commento con letture diverse.

1) Sardegna “regione” di un Italia che riesce a  risanare i conti pubblici e ad evitare il crollo.

L’Italia riesce a restare in piedi con grandissimi sacrifici. I piani di austerity riusciranno a salvare i bilanci e a ridurre il debito ma non ci sarà spazio per le riforme fiscali e gli investimenti per lo sviluppo. Le regioni più povere saranno quelle più penalizzate, soprattutto se poco popolose e quindi più deboli dal punto di vista politico come la Sardegna.

2) Sardegna “regione” di un Italia che rischia il default.

L’Italia si avvicina al collasso. L’Europa, e l’America, varano un maxi piano di salvataggio per evitare un contagio planetario. Ovviamente i sostanziosi fondi vengono distribuiti tra le regioni in base al loro peso politico. Indovinate cosa spetterebbe ad una “regione” in cui vive il 2% dei cittadini “italiani”, governata da una manica di servi bipartisan, lontana centinaia di miglia dalla penisola.

3) Repubblica di Sardegna che tiene i conti in regola.

Questo scenario è decisamente probabile visto che la Sardegna ha un indebitamento estremamente basso e dei deficit non scandalosi se consideriamo gli impatti dell’annosa vertenza entrate. Una Sardegna indipendente avrebbe la possibilità di effettuare le riforme necessarie al proprio sviluppo, beneficerebbe di una rappresentanza diretta nelle istituzioni europee e godrebbe dei finanziamenti comunitari che le spettano. Qualcuno potrebbe obbiettare che verrebbero a mancare i trasferimenti dello stato italiano, effettivamente importanti sul Pil sardo. Ma chi solleva questa obiezione dimentica che i trasferimenti Italia-Sardegna subiranno nei prossimi anni un drastico ridimensionamento in entrambe le ipotesi viste poco sopra. Di fatto nei prossimi anni non potremmo esimerci dal costruire le basi di un economia solida e vivace e ciò evidentemente sarà più facile se avremmo la sovranità statale e la rappresentanza in Europa.

4) Repubblica di Sardegna che non riesce ad uscire dalla crisi.

Questo scenario è abbastanza improbabile per i motivi visti al punto 3 e per il fatto che difficilmente ci potremo trovare ad affrontare difficoltà maggiori di quelle che stiamo affrontando nel rapporto con lo Stato Italiano. Ma se anche fosse, oggi, sappiamo che se lo Stato sardo prossimo venturo dovesse trovarsi in una situazione di grave difficoltà finanziaria potrebbe contare sull’intervento dell’Unione Europea che, in questo caso, non sarebbe mediato dalle premurose mani dei ministri romani e magari, facendo una proporzione con la Grecia rispetto a Pil e popolazione, potrebbe aggirarsi intorno ai 10 miliardi di euro. Proprio la stessa cifra che negli ultimi anni noi sardi abbiamo “donato” all’Italia per aiutarla ad uscire dalla crisi.

Andrea Nonne


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