Tag articoli ‘maninchedda’

Agenzia Sarda delle Entrate, Zona Franca al consumo e Teletrasporto, cosa arriverà prima?

domenica, 18 gennaio 2015

 Nei paesi normali, governati da persone normali e in cui chi fa politica rientra nei canoni della normalità, quando si parla di economia ci si riferisce solitamente ai livelli di pil, occupazione, spesa pubblica, imposizione fiscale, distribuzione tra settori ecc ecc. Chi si occupa di economia, come un bravo medico, analizza i principali valori alla ricerca di squilibri e anomalie che possano segnalare stati patologici e ragiona su come intervenire manovrando le leve disponibili.

In Sardegna, questo atteggiamento ragionevole e costruttivo, sempre più spesso viene sostituito dalla messianica aspettativa in provvedimenti miracolosi capaci d’un colpo di  risollevare le sorti della disastrata economia sarda trasformando la nostra isola nell’isola del tesoro.

Pensiamo ad esempio all’Agenzia delle Entrate Sarda, tornata molto in voga in questi giorni. A normativa vigente, parlare di Agenzia delle Entrate sarda equivale a parlare di cerchi sul grano. Se si vuole utilizzare quel nome per motivazioni politiche di lungo termine e per la propaganda politica è legittimo, ma è giusto che l’argomento venga inquadrato in questa prospettiva. La Sardegna, come ha fatto la Sicilia, potrebbe farsi una propria agenzia di riscossione che sostituisca Equitalia, e farebbe molto bene a farlo, ma finora non ne è stata capace. Purtroppo è molto più semplice spiegare cos’è un F35 di come funziona un F24. Allo stesso modo è difficile far capire la differenza tra Agenzia delle Entrate, che è quella che incamera e redistribuisce le imposte fondamentali, e Agenzia di Riscossione. La Sardegna, come la Sicilia, avrebbe già potuto avere la seconda, da anni e senza vertenze, ma è molto più complesso evidentemente che parlare di Zona Franca Intergalattica e Agenzia Sarda delle Entrate, temi importanti per quando saremo uno Stato o l’Italia farà una riforma federale, non proprio dietro l’angolo.

Il fatto stesso che intorno al tema si sia sviluppata una divertente bagarre a chi spara la cifra più alta riguardo al credito vantato dalla Sardegna nei confronti dell’Italia da bene l’idea sul livello del dibattito. Notevole a tal proposito che persino all’interno del Partito dei Sardi, che più di qualsiasi altra organizzazione politica ha sposato il tema, il conteggio di Sedda, che anni fa aveva già raggiunto di dieci miliardi, si scontra con quello di Maninchedda, che si ferma ad una cifra di poco superiore al miliardo. Difficile capire come possa nascere un ragionamento economico attendibile partendo da cifre così confuse.

Altro cavallo di Troia di recenti entusiasmi pre elettorali e’ quello della zona franca integrale. Partendo da una storica battaglia sardista e stravolgendo le norme con interpretazioni fantascientifiche, un gruppo di sedicenti esperti di diritto ed economia per mesi ha illuso i cittadini su un presunto diritto della Sardegna ad ottenere esenzioni totali su IVA e accise, fino a convincere l’allora governatore Cappellacci a farsi deridere in sede comunitaria sposando la causa con improbabili richieste agli organi Ue preposti. L’effetto boomerang di queste bufale e’ stato notevole e sortirà probabilmente l’effetto di minare per diversi anni la fiducia dei cittadini verso forme di defiscalizzazione più semplici da realizzare e più promettenti in termini di efficacia. Come non pensare ad esempio alla velocità con cui è finita nel dimenticatoio la proposta di abolire l’Irap sposata poco più di un anno fa da tutto il Consiglio Regional e sponsorizzata con grande entusiasmo dall’allora non ancora Presidente Pigliaru.

È proprio qui sta il punto, al di la della correttezza o meno delle interpretazioni giuridiche. Un dibattito economico che invece di concentrarsi sui problemi strutturali e sulle riforme necessarie si arena attorno all’idea che singoli provvedimenti di straordinaria portata, ma spesso anche fuori dalle attuali potestà legislative, possano ribaltare le sorti dell’isola e’ estremamente funzionale al mantenimento dello status quo. Perché si evita di parlare di sprechi nella sanità, di peso della spesa pubblica oltre ogni limite di sostenibilità, di privilegi feudali distribuiti su varie caste e di un sistema che in tema di meritocrazia e competitività fa acqua da tutte le parti. Eppure proprio sull’organizzazione degli enti locali la Regione ha degli spazi di manovra, usati infatti finora per i vitalizi o per mantenere la pensione retributiva ad alcune categorie molto importanti elettoralmente, come regionali e forestali.   Noi crediamo fortemente nella prospettiva indipendentista ma siamo ben consci che la sostenibilità economica di una sardegna indipendente e’ imprescindibilmente vincolata al ribaltamento totale degli equilibri che oggi guidano la nostra economia. Troviamo quindi abbastanza paradossale che i soggetti indipendentisti, pur di non mettere in discussione il dogma statalista e in alcuni casi anti capitalista che ne caratterizza l’ideologia di origine, continuino a propagandare l’idea di una Sardegna in grado di sostenersi economicamente da sola con questa spesa pubblica, con questo assistenzialismo e con questa assenza di meritocrazia e competitività.

Corrado Putzu

Andrea Nonne

Per i trasporti sardi la soluzione è in Europa

lunedì, 27 febbraio 2012
Segue da Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia
 

5219253-aereo-viaggiare-in-europa-mappa-royalty-free-off-un-sito-web-del-governo.jpgVoglio qui illustrare quella che a mio avviso è la vera soluzione del problema trasporti specificando che si tratta del punto di arrivo di un percorso lungo e articolato. Si tratterebbe di defiscalizzare tutte le attività connesse ai trasporti da e per la Sardegna, oltre a quelli interni, una sorta di zona franca logistica che vada a investire tutto ciò che in Sardegna rappresenta mobilità, dagli aerei alle bici passando per i servizi portuali, il carburante e i taxi. Una misura di questo tipo aumenterebbe la redditività di queste attività e di conseguenza il numero delle imprese concorrenti, cosa che determinerebbe automaticamente un aumento dell’offerta e una riduzione dei prezzi per gli utenti. C’è da dire che l’Unione Europea, per tutelare il corretto funzionamento della concorrenza, vieta gli aiuti di Stato a imprese e settori e di fatto la misura appena descritta risulterebbe a prima vista incompatibile con l’art 107 del Tfeu. Ma la storia non finisce necessariamente qui perchè l’art 107 ammette delle deroghe. Non viviamo infatti più nell’800 dove i principi economici venivano concepiti come verità assolute e quindi se la UE si è voluta dare una regolamentazione fortemente liberoscambista ha ovviamente previsto delle deroghe per i cosiddetti “fallimenti del mercato” ovvero quelle situazioni in cui i mercati non sono in grado di garantire in maniera efficiente ed efficace la produzione di beni e l’erogazione di servizi. In particolare lo stesso Tfeu disciplina, all’art 349, riguardo alle deroghe concesse ad alcuni territori proprio in virtù di una situazione economica resa difficile da caratteristiche quali distanza, insularità e ridotte dimensioni. Si avete letto bene, insularità, e se è vero che alcuni di questi territori vivono situazioni troppo diverse dalla Sardegna per poter azzardare un paragone, risulta interessante andare ad analizzare la situazione della Canarie spagnole e di Madeira. Queste due isole, distanti dall’Europa continentale non così tanto più della Sardegna, da decenni beneficiano di un regime fiscale agevolato che consente loro di avere un’economia florida e vivace. Inoltre la Ue, grazie ad una specifica disciplina,  ha fatto si che i vantaggi fiscali si indirizzassero realmente verso le esigenze economiche del territorio evitando così il rischio  di creare paradisi fiscali. La Sardegna è sicuramente meno svantaggiata di questi due territori dal punto di vista della distanza, essendo al  centro del mediterraneo, ma il fallimento del mercato nei collegamenti con l’Europa continentale, così come nei trasporti interni, è evidente e palesato da tutta una serie di disagi e inefficienze. Ecco quindi che una zona franca logistica potrebbe essere un buon compromesso tra la necessità di risolvere i problemi legati all’insularità e la difficoltà di ottenere una zona franca totale in un momento così difficile per le finanze europee. Del resto c’è da dire che oggi l’attuale continuità territoriale non è certo gratuita per le casse pubbliche e se si pensa anche al perenne stato di perdita dei vettori aerei e navali, con un pò di ottimismo si potrebbe ipotizzare di coprire il mancato introito fiscale sia tramite i risparmi degli attuali incentivi sia grazie agli effetti positivi sul turismo e sull’economia sarda in genere. Presentata in questo modo la zona franca logistica potrebbe rappresentare una possibilità concreta per l’Europa di risolvere un fallimento del mercato senza interventi pubblici diretti. Del resto proprio il Psd’Az ha sottolineato la disparità di trattamenti che scontiamo in Europa sui trattamenti fiscali compensativi dello status di insularità; si tratta quindi di dare centralità all’approccio europeo, cominciando a sostituire i collegamenti verso rotte secondarie come Napoli e Verona con quelli verso le principali capitali europee.

Andrea Nonne

Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia

lunedì, 27 febbraio 2012

flotta-sarda.jpgLa Flotta sarda è sicuramente la migliore iniziativa intrapresa dall’esecutivo Cappellacci.  Pur essendo convinto che esistano soluzioni strutturali in grado di risolvere il problema in maniera migliore e pur non amando le iniziative industriali a capitale pubblico ritengo che sia da apprezzare l’intraprendenza della giunta e l’esercizio di sovranità che un’ azione di questo tipo inevitabilmente richiede. Riconosco nel Psd’Az e nell’Assessore Solinas i principali artefici della brillante iniziativa che non a caso ha le sue radici nel sardismo. Tuttavia, proprio alla luce della tradizione politica del Psd’Az, non si capisce come mai l’attenzione dell’Assessore ai trasporti sembri rivolgersi esclusivamente ai collegamenti con l’Italia tralasciando di fatto la gravissima situazione dei collegamenti tra la Sardegna e il resto del mondo, situazione che si aggrava ulteriormente se si concentra l’attenzione sui paesi mediterranei più prossimi a noi. Eppure, nonostante il sardismo abbia fatto dell’integrazione europea uno dei capisaldi della propria politica sin dai primi anni venti, nessuna delle navi della flotta sarda sarà destinata ad un collegamento con Barcellona, Marsiglia, Algeri o Tangeri (il Marocco sta diventando una piccola Cina mentre i nostri politici continuano a chiedere i soldi a Roma) e anche sul fronte aereo l’orientamento è quello di concentrare tutte le risorse sui collegamenti con l’Italia, così come la giusta polemica di questi giorni sulla continuità territoriale per le merci che vede Maninchedda in prima linea rischia di avere la stessa carenza.

Ora è si vero che ad oggi il traffico di persone, merci e capitali da e per la Sardegna ha come sponda principale l’Italia, ma la ragione di ciò risiede prevalentemente nel rapporto di sudditanza che ci portiamo dietro dai tempi di Cavour. Difatti i rapporti di scambio tra Italia e Sardegna ha negli anni assunto i tratti tipici della dipendenza; esportiamo materie prime, sole, vento, cervelli, forza lavoro e importiamo prodotti finiti, mode, reti commerciali pre-confezionate e modelli di consumo. Il cordone ombelicale, ben poco nutriente a dir la verità, che ci unisce all’Italia ha come effetto principale la cancellazione della nostra terra dal mondo. A chi spetterebbe dunque, se non ad un partito indipendentista e sardista, il compito di spezzare questa catena? Inoltre una delle leggi elementari dell’economia spiega come la concentrazione su un solo mercato/paese costituisca una condotta estremamente rischiosa e negli ultimi tempi questo semplice principio è stato drammaticamente dimostrato più volte. Se infatti la politica industriale, privata e pubblica, dell’ovino negli scorsi decenni avesse compiuto qualche sforzo in più verso i mercati europei, non avremmo assistito al collasso economico di un intero settore nel momento in cui il rafforzamento dell’Euro sul dollaro ha colpito le esportazioni del grattugia verso gli Usa; una strategia mono prodotto/mono mercato che ci è costata tanto e che ancora tanto ci costerà nel turismo, laddove l’enorme concentrazione di flussi dall’Italia ci obbligherà nei prossimi anni a fare i conti con un mercato fortemente penalizzato dalle pur necessarie manovre correttive di bilancio. Mi auguro che il Psd’Az, il cui operato in questo ambito resta comunque ampiamente soddisfacente, intervenga subito in questo senso con efficaci politiche finalizzate all’(re)integrazione della Sardegna nel Mediterraneo.

Andrea Nonne

Continua in Per i trasporti sardi la soluzione è in Europa

Muledda e Maninchedda si corteggiano all’ombra del “sovranismo”, parola che potrebbe decidere le prossime elezioni sarde. Con due nuovi quotidiani in rampa di lancio.

domenica, 12 giugno 2011

cons-reg-sar.jpgLa parola sovranismo deve avere doti magiche se è vero che riesce a mettere d’amore e d’accordo due persone come Gesuino Muledda, segretario dei Rossomori, e Paolo Maninchedda consigliere regionale Psd’Az. Lo scenario in cui si stanno svolgendo i fatti  è il sito sardegnaeliberta.it il cui amministratore è proprio Maninchedda che, apparentemente, ha lanciato il primo sasso con quest’articolo del 31 marzo dove auspica la formazione di una coalizione “sovranista” che includa oltre al Psd’Az  ProgRes, Rossomori,  Riformatori, Udc e le parti di Pd e Pdl più sensibili ai temi dell’autogoverno. Il consigliere sardista ha poi ripreso il tema in altri articoli del sito. Le risposte non si sono fatte attendere: se da un lato Franciscu Sedda si è prudentemente limitato a  puntualizzare, cosa finora non scontata, che la sovranità di cui è utile discutere è la sovranità nazionale sarda, ben più calorosa sembra essere la reazione suscitata in ambito Rossomori. Da qualche giorno, infatti, gli articoli pubblicati da Maninchedda vengono commentati da un utente che si firma Rossomori con tanto di link al sito ufficiale del partito. I commenti mostrano condivisione e apertura rispetto ai ragionamenti del consigliere sardista. Per onestà non possiamo escludere la remota possibilità che i commenti siano inseriti da un anonimo burlone anche se, da quello che leggo, mi sembra di riconoscere chiaramente l’argomentare tipico di Gesuino Muledda o al limite di Paolo Mureddu, assessore nella giunta Milia e strettissimo collaboratore di Muledda. Ora forse molti potrebbero trovare normale tutto ciò: Maninchedda lancia un invito e la Segreteria Rossomori risponde. Io però so che l’attuale segreteria di Rossomori non fa mai nulla per caso, specie quando si tratta di alleanze e contrapposizioni. Mi spiego meglio. Dal settembre 2009 al novembre 2010, quindi in un arco di tempo di quattordici mesi, sul sito Rossomori sono stati pubblicati ventisei articoli in cui si parla di Maninchedda. Se si escludono alcuni di articoli di Mureddu, della Zuncheddu, di Carlo Mannoni e uno del sottoscritto, i restanti articoli sono firmati tutti da Muledda che colpisce Maninchedda con sarcasmo sprezzante e spesso volgare. Ventisei articoli per un sito aggiornato con scarsa frequenza come rossomori.eu sono un record o forse è meglio dire un ossessione. Da novembre 2010, però, Muledda e il sito Rossomori smettono di pubblicare articoli riguardanti Maninchedda in maniera tanto improvvisa e misteriosa da ricordare l’enigma dell’Isola di Pasqua, nella quale gli abitanti interruppero di colpo la costruizione dei maoi, gigantesche statue di pietra che per secoli avevano eretto in ogni angolo della loro terra. Visto e considerato che l’oggetto delle critiche cui era sottoposto Maninchedda risiede nella sua permanenza pur polemica nella maggioranza di centro-destra e visto che questa situazione non è mutata, o se è mutata ciò è avvenuto molto prima del cessate il fuoco di Muledda, la spiegazione va cercata al di fuori dei due partiti sardisti e tirando in ballo Renato Soru. Se infatti si considera che Maninchedda ha in quest’ultimo anno operato una graduale ma notevole rivalutazione del Soru politico e se si aggiunge che Muledda e Mureddu hanno sempre guidato i Rossomori in piena sintonia con le esigenze di Soru, al punto da far perdere al partito un consigliere e un assessore alle provinciali 2010 (Nuoro) e una probabile candidata sindaco alle recenti elezioni cagliaritane, si capisce chiaramente che quella che si sta giocando è una partita che potrebbe decidere le prossime elezioni nazionali sarde. La trattativa, che Muledda sta gestendo per Soru, è infatti articolata in questo modo: Maninchedda auspica la nascita di una colazione con forte matrice centrista che in nome della sovranità possa amalgamare Psd’Az, Riformatori, Udc, porzioni di Fli e Pdl, parte del Pd, ProgRes e Rossomori. Viceversa Soru, forte della sua recente assoluzione nel caso Saatchi, del ridimensionamento di Cabras e della contemporanea risalita del centro-sinistra e della sua immagine, punta con decisione ad un progressivo deterioramento della Giunta Cappellacci per assicurare il successo di una coalizione progressista contaminata di sardismo, che è un pò l’idea che ha caratterizzato tutta la sua storia politica. Anzi la verità è che Soru vede il sardismo come un’ amante di cui è innamorato mentre è costretto a vivere con una moglie che non ama, una moglie chiamata Pd. Questo matrimonio è obbligatorio per un imprenditore che vive a contatto con un capitalismo mafioso come quello italiano, ma Soru oggi spera di essere l’artefice della riunificazione di quel sardismo che due anni e mezzo fa si è diviso proprio intorno alla sua figura. A fare da sfondo a queste vicende la nascita di due nuovi quotidiani: uno di stampo progressista denominato “Sardegna 24″sponsorizzato da Soru e diretto da Bellu, l’altro, più difficile da catalogare, sarà promosso dagli ex lavoratori del gruppo e-polis e guarda caso benificerà della collaborazione di Maninchedda.

Dare un parere su tutto ciò è difficile. Una cosa certa è che, se mai si dovesse verificare questa unione, ciò avverrà all’interno di una coalizione di centro sinistra. In generale poi non so quanto queste strategia possa far bene ad una Sardegna intesa come Nazione e desiderata come stato. Io sarei favorevole ad una coalizione di larghe intese che si ponga obbiettivi minimi condivisi come la lotta per il riconoscimento dello status di nazione, la sovranità fiscale, energetica e scolastica; ma questi obbiettivi, in quanto minimi, dovrebbero essere perseguiti senza alcuna esitazione ed è proprio su questo che ho qualche dubbio.  Il sardismo di cui Soru è innamorato è quello Lussiano, quello che si scontra con Roma per proiettarsi verso l’Italia e in quanto tale non é nè il sardismo migliore nè il più autentico nè il più attuale. D’altra parte Muledda ha più volte esplicitato la sua idea di sovranità nel suoi documenti politici. Ho sempre sostenuto che l’espressione “Soberania est indipendentzia”, tanto cara al segretario Rossomori, è la prima parte di un sillogismo in cui la parola indipendenza è destinata a sparire in quanto, equivalendo alla parola sovranità, pronunciare la seconda equivale a pronunciare la prima. Ma è proprio nei ragionamenti di Muledda che questa sovranità si risolve in una sorta di indipendenza sostanziale (che in quanto non formale risulta non statale e quindi non è un indipendenza), in una concettualizzazione della non-dipendenza per sfociare infine nella fattispecie normativa della regione associata all’Europa che però, si badi bene, è una fattispecie che non esiste e in quanto tale più utopistica di qualsiasi ipotesi indipendentista. Del resto Paolo Muredddu, intervistato durante i festeggiamenti per la vittoria di Zedda, si è espresso più o meno così: “noi non siamo indipendentisti, non ce ne facciamo niente di un altro staterello, noi siamo “sovranisti”. Ho inoltre notizia, da persone interne al movimento, che il prossimo congresso sancirà la fine di ogni aspirazione indipendentista. C’è poi Maninchedda che definisce il sovranismo come un passo avanti rispetto all’autonomismo e un passo indietro rispetto al pieno indipendentismo. Mi lascia perplesso che a parlare di passi indietro sia proprio la persona che, al di là di qualsiasi altra considerazione, ha portato il Psd’Az in doppia cifra con un linguaggio realmente indipendentista, che dalla presidenza della commissione bilancio ha più volte parlato di conti che consentirebbero subito un’ indipendenza economicamente sostenibile e che evidenzia il fatto che gli introiti fiscali derivanti dalle imprese sono prossimi allo zero, cosa che apre la strada a prospettive di riduzione della pressione fiscale quanto mai urgenti.

Mi chiedo se forse non sia più urgente dedicarsi, insieme agli altri indipendentisti, all’organizzazione di un progetto moderno, concreto e credibile. Un vero partito della Nazione sarda capace, per organizzazione, elaborazione e immagine, di combattere il bipolarismo italiano. Certo non è una proposta vincente per le prossime elezioni. Ma le prove che governare in questi contesti non avvicini all’indipendenza cominciano ad essere abbastanza ingombranti e se veramente si vuole fare piazza pulita del bipolarismo italiano sarebbe il caso di cominciare a costruirla davvero questa forza realmente alternativa.

Andrea Nonne

In assenza di soluzioni reprimere i pastori come gli studenti

domenica, 31 ottobre 2010

“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade…infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città…Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri…le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli…”.

Questa dichiarazione delirante, rilasciata nel 2008 e relativa agli studenti, è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo dei recenti, tragici fatti di Cagliari. La frase in questione è uno dei tanti capolavori di Francesco Cossiga di cui, non a caso, i politici che oggi siedono alla guida della Sardegna non hanno smesso un attimo di celebrare le indiscutibili doti umane e politiche. Ecco, il mio primo pensiero è stato che gli iniziati hanno imparato bene la lezione del gran maestro. Più nello specifico mi sembra ben poco sottile il filo che lega le nuove leve della mala politica sarda alle peggior scuola filoatlantica di gestione del potere della cui trasmissione dall’Italia alla Sardegna Cossiga, è senza dubbio il personaggio più illustre. Persino Paolo Maninchedda, che cossighiano non sembra ma che comunque sempre dalla Dc  arriva, si lancia in improbabili parallelismi tra l’attuale protesta pacifica e disarmata dei pastori e il violento estremismo degli anni ‘70. In particolare Maninchedda mostra tutto il suo sdegno rispetto all’occupazione del parlamento sardo e sostiene che attorno al movimento dei pastori si sta coagulando tutto (non gran parte, tutto senza esclusione alcuna) il mondo dell’eversione sarda. Addirittura. Forse sarebbe il caso di preoccuparsi maggiormente dei tentativi eversivi di Flavio Carboni e della sua cricca; tentativi ben documentati, come ben documentato è il servilismo del babbeo nei confronti di personaggi che non hanno niente a che vedere col governo democratico della Sardegna. Risulta infatti che i sardisti, pur lamentandosene, continuino ad appoggiare questa giunta in maniera incondizionata, visto che i punti del famoso accordo programmatico sembrano ormai entrati a far parte della collezione di carta igienica di Villa Certosa. Tra l’altro i fatti parlano chiaro: l’unica aggressione documentata è quella delle forze dell’ordine, con tanto di lancio di razzi ad altezza d’uomo e con un manifestante che ha perso un occhio per sempre. Come parla chiaro il fatto che sia stata una di queste azioni “eversive” a svelare a tutti i sardi il gigantesco imbroglio dei capi di bestiame che giungono nei nostri porti come tedeschi e miracolosamente diventano prodotti sardi nei banchi frigo dei punti vendita. Curioso poi che i nostri rappresentanti il 28 aprile siano tutti in prima fila a celebrare la ricorrenza dei moti angioini senza accorgersi di quanto oggi la situazione sia analoga: lo stato italiano sottrae le risorse alla Sardegna, il popolo è affamato e va a Cagliari a protestare duramente. Si pulisca dunque la bocca questa gente che arriva in alcuni casi a parlare di nazione sarda e indipendenza ma poi, nei fatti, continua ad avallare le scelte reazionarie dello stato italiano nei confronti del nostro popolo. A ben vedere, dopo più di duecento anni, ciò che differenzia l’attuale classe dirigente da quella di allora è l’ipocrisia odierna.

Ma veniamo alle soluzioni o presunte tali. I ben pensanti  consiglieri liberaldemocratici continuano a dire: “non si può drogare il mercato con i sussidi” e questo la dice tutta su quanto siano lontani dalla realtà. La Sardegna produce reddito prevalentemente in 4 modi: petrolchimica, pubblico impiego, turismo e campagne. Ora posto che il turismo da solo non basta, e che i soldi pubblici verso la Sardegna sono in rapida ritirata, appare evidente che “senza pastorizia muore la Sardegna” è molto più di un semplice slogan. La scelta che si profila è tra la difesa di quel po’ di economia sana che ci è rimasta e la resa totale e incondizionata al ruolo di pattumiera petrolchimica, militare e nucleare d’Europa. Ma loro si preoccupano del debito pubblico, che è come se un medico si preoccupasse di sparare l’adrenalina ad uno in fin di vita per paura che gli venga la tachicardia. Che poi, a dirla tutta, le loro preoccupazioni per i conti pubblici sono, potremo dire, intermittenti; si spengono automaticamente se qualcuno gli ricorda che lo stato italiano ci ciula ogni anno 1,6 mld di euro e si spegne ogni fine mese quando ritirano dalla casse esangui della regione uno stipendio che è più del doppio di quello che percepiscono Zapatero o Sarkozy.

Ma la cosa più triste da constatare è la totale assenza di soluzioni che aleggia nelle stanze del palazzo. Peggio ancora pare che giunta e maggioranza non abbiano capito che la crisi del settore ovino in Sardegna non è determinata dagli allevatori ma dagli industriali che, incapaci di promuovere e commercializzare il prodotto in maniera adeguata, soffocano la filiera con benestare di lunga data della classe politica. Andate ad osservare cosa fanno queste aziende (cooperative e consorzi compresi). Per ricordarmi uno spot televisivo, devo tornare indietro di quasi vent’anni quando tra l’altro gli ovini sardi sponsorizzavano un Cagliari Calcio che lottava per la Coppa Uefa; ma date pure un’occhiata all’inadeguatezza dei loro siti e riflettete sul fatto che questi signori hanno costruito le proprie fortune familiari facendo ciò che qualsiasi manuale di gestione d’impresa sconsiglia caldamente, ovvero commerciare un volume enorme di prodotto su un solo mercato, nella fattispecie quello nord americano. La parola d’ordine, ora che l’America non tira più, è disinvestire, ridurre il prodotto, abbandonare un mercato saturo. Tanto tutto poggia su una dinamica commerciale che schiaccia i pastori a tutto vantaggio degli industriali, come ben dice Soru quando confronta l’elevatissima concentrazione sul versante dell’industria con l’elevatissima dispersione che caratterizza invece le imprese di allevamento. Perché una grossa parte della questione ruota proprio attorno a questo fatto: poche industrie, con forti e potenti sponsor politici, hanno gioco facile nell’imporre a una miriade di aziende agropastorali, per lo più piccole e piccolissime, condizioni da sfracello. Stiamo parlando dei cosiddetti indici di concentrazione relativa che hanno un peso decisivo nella distribuzione del potere contrattuale nei rapporti fornitore-cliente e che, in condizioni tanto squilibrate, riescono di fatto a determinare chi comanda e chi subisce. Tutte cose che dovrebbe conoscere il buon Prato, vista la sua esperienza manageriale nell’industria lattiero-casearia, che però sembra remare in direzione opposta decretando che l’unica possibilità di sopravvivenza per il mondo agropastorale risiede nella multifunzionalità, che in sostanza significa fare altro e quindi è di per se una non soluzione al problema; se i pastori si danno al turismo e la domanda turistica non cresce, in un gioco a somma zero quello che si guadagna da una parte come minimo si perde dall’altra, con il problema aggiuntivo di dover affrontare un’ instabilità maggiore.

Qui sta il cuore del problema. La soluzione è complessa però la direzione non è quella dell’abbandono ma semmai della conquista. La qualità delle politiche commerciali che ruotano intorno ai prodotti ovini sardi ha margini di miglioramento incredibili sia sul fronte del prodotto, attraverso la diversificazione e la promozione finora inesistenti, che su quello del mercato, con politiche di export che abbiano come obbiettivo il globo e non solo il mercato nord americano. Ecco perché è inopportuno parlare di mercato saturo che è invece la situazione in cui si trovano un’ infinità di altri settori, dove tuttavia le imprese non cercano una via di fuga ma si rifanno i muscoli per combattere le prossime battaglie. La frase più celebre del fondatore della Sony Akio Morita recita appunto “Noi non serviamo i mercati, li creiamo”. Prima di accusarmi per la follia del paragone provate a pensare una cosa: il consorzio del Romano o qualche altra azienda ha mai provato a proporre funzioni d’uso/occasioni di consumo alternative per i propri prodotti? Mi pare proprio di no e mi viene in mente uno spot di qualche tempo fa che, nonostante la volgarità comunicativa, rivelava una notevole bontà d’intenti. Si trattava del gorgonzola, prodotto di punta che la regione Lombardia sostiene in maniera molto intensa, e la procace testimonial apriva lo spot con la domanda “mai provato con le pere”?

 Andrea Nonne


Chiudi
Invia e-mail
Usiamo i cookie per assicurarti la migliore esperienza di navigazione nel nostro sito web.
Ok