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In Sardegna il caro traghetti si chiama PD/PDL. E anche il M5S promette bene.

martedì, 2 luglio 2013

nave-tirrenia-sharden.jpg9 marzo 2012. La giovane paladina democratica Debora Serracchiani, insieme allo storico leader sindacalista Sergio Cofferati, al celebre giornalista televisivo David Sassoli e all’altro europarlamentare Pd Andrea Cozzolino (napoletano) annunciano di aver presentato in commissione un’ interrogazione finalizzata a scongiurare il blocco della procedura di privatizzazione di Tirrenia. Come si legge nel blog della Serracchiani infatti “Rischia di saltare la vendita di Tirrenia alla cordata Cin essendo sempre più probabile la bocciatura da parte dell’Antitrust Ue alla procedura di cessione”. E ancora “Bisogna al più presto fare chiarezza su tutta la procedura di privatizzazione per scongiurarne il blocco. Le conseguenze sarebbero gravissime.Occorre sapere se la vendita alla Compagnia italiana di navigazione è compatibile con le normative comunitarie in materia di tutela della concorrenza e, in caso negativo, apportare tutti i correttivi necessari a concludere una trattativa che si trascina da troppo tempo.” Il fatto che dietro alle perplessità dell’autorità antitrust ci fosse realmente un cartello collusivo sembrava essere l’ultima delle preoccupazioni degli europdeutati Pd. Oggi sappiamo come è andata a finire la storia; l’Antitrust ha certificato l’esistenza del cartello e inflitto una sanzione di otto milioni di euro alle compagnie coinvolte. Sappiamo purtroppo anche che quel cartello ha inflitto un durissimo colpo al turismo sardo, contribuendo in maniera decisiva a mettere in ginocchia l’economia dell’isola. Quindi prendiamo nota: il Pd è un organizzazione politica che predilige gli interessi di un impresa italiana rispetto non solo al regolare e legale funzionamento della concorrenza, ma addirittura rispetto agli interessi dell’intera Sardegna. Non risultano inoltre pervenute proteste o rivolte degne di nota da parte del Pd Sardo, ne tanto meno da parte di Rita Borsellino o degli altri rappresentanti della cosiddetta “circoscrizione isole” che vede da sempre i nostri politici indaffarati a regalare i nostri voti alla Sicilia. Anzi, risulta importantissimo notare che, mentre il Pd in Europa faceva di tutto per sostenere il cartello dei mari, in Sardegna faceva di tutto per ostacolare la flotta sarda, unica iniziativa degna di nota in cinque anni di giunta Cappellacci.

19 giugno 2013. L’eurodeputato Pdl Enzo Rivellini, anche egli napoletano, diffonde una nota di cui riportiamo alcune parti “Ho presentato un’interrogazione urgente alla Commissione Europea affinché venga assicurato il massimo impegno istituzionale comunitario a garanzia dei lavoratori e dei livelli occupazionali della Tirrenia (…) La Tirrenia occupa 1500 lavoratori, oltre l’indotto, 300 di essi amministrativi, ubicati a Rione Sirignano a Napoli ed i restanti 1200 del meridione d’Italia e di questi circa il 70% appartenente al territorio campano. La Regione Sardegna non può chiedere il blocco immediato degli aumenti delle tariffe e la revisione della Convenzione con lo Stato italiano che fino al 2020 riconosce alla Tirrenia 72,6 milioni di euro all’anno per garantire la continuità territoriale con servizi di trasporto marittimo che altrimenti non sarebbero economicamente sostenibili. Così facendo la Regione Sardegna prenderebbe in ostaggio i 1500 lavoratori della Tirrenia ed il territorio campano da dove provengono questi lavoratori.”  Notevolissima l’interpretazione data da Rivellini alla continuità territoriale, la cui finalità ovviamente non è rafforzare i collegamenti da e per la Sardegna ma il mantenimento di un carrozzone inefficiente come Tirrenia. Anche in questo caso silenzio assoluto da parte del Pdl sardo.

Unendo questa vicenda al costante servilismo dei politici sardi unionisti possiamo ricavare alcune utili indicazioni:

  • i politici sardi in quanto esseri umani provano generalmente un forte interesse per la propria carriera;
  • per la carriera dei politici sardi militanti in partiti italiani è di norma più importante il favore delle segreterie romane che non quello dell’elettorato sardo;
  • per la politica italiana gli interessi dell’economia sarda sono meno importanti di quelli di un’ impresa con 1.500 dipendenti.

Aggiungiamo inoltre che:

  • le decisioni più importanti oggi si prendono in Europa;
  • la Sardegna è tenuta strutturalmente fuori dalle istituzioni europee dal sistema politico e partitico italiano.

Ma in realtà la vertenza trasporti è solo una delle tante che vedono la Sardegna imbrigliata nei meccanismi della politica italiana. Le implicazioni appena elencate purtroppo valgono per tanti dei nostri problemi e da tanto tempo. Tutto ciò mi sembra di per se sufficiente per desiderare l’autogoverno dei sardi e per esprimere il voto a favore di partiti e movimenti quanto meno sardi.

Un’ ultima annotazione infine per coloro i quali recentemente son stati folgorati dal Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo. Molti sardi sono convinti che il M5S sia diverso, geneticamente superiore, addirittura indipendentista secondo i più audaci opinionisti della fantapolitica. In realtà il M5S rispetto alla Sardegna è soggetto alle stesse dinamiche cui sono soggetti Pd e Pdl, come ho già iniziato a dimostrare e come continuerò a fare prossimamente. Giusto per restare in tema è curioso notare che finora il M5S si sia guardato bene dall’affrontare un argomento così spinoso e pure così cruciale per il futuro dei sardi. Di contro il blog di Grillo non si è potuto esimere dal dare ospitalità al padrone dei mari Vincenzo Onorato il quale, in un video di quasi dieci minuti, si dipinge come una vittima dei petrolieri e della Regione Sardegna. Il titolo del post è “Moby e Tirrenia senza pace”. Anche per Grillo quindi il problema sembra essere la sopravvivenza del gruppo monopolistico di Onorato. Se ad affondare poi è la Sardegna, chi se ne fotte.

Andrea Nonne

A passeggio tra dogmi e valori

lunedì, 22 aprile 2013

3193-a-proposito-di-libertacover.jpgNella teoria del management esiste, tra i tanti, un modello, denominato TAM, che fa discendere l’intenzione comportamentale ad innovare da due costrutti: a) l’utilità percepita e b) la facilità d’uso percepita. Questo modello, in altre parole, spiega una parte del processo decisionale individuale (almeno nella versione iniziale) che induce un soggetto a decidere di adottare o non adottare una determinata innovazione.

Se proviamo ad applicare questo modello al campo della politica esso potrebbe aiutare a capire per quale ragione, per esempio, sia gli Italiani che i Sardi siano restii ad innovare il proprio sistema politico, proprio perché, al di la delle lamentazioni di varia natura, non percepiscono come utile un cambiamento sostanziale della situazione esistente e/o qualora essi reputassero tale cambiamento come necessario reputano il percorso non semplice da realizzare. Prendersela con chi cambia pertanto non serve a nulla perché uno dei cardini di una democrazia, pure imperfetta, è la libera espressione del proprio voto.

E fin qui la spiegazione di quanto accaduto fino ad ora.

Quali implicazioni per chi invece vorrebbe proporre cambiamenti anche significativi?

La prima implicazione è che occorre prendere atto del fatto che, probabilmente, il progetto alternativo non è stato ancora costruito in modo adeguato, oppure esso appare confuso, o ancora risente di una comunicazione inefficace. Tutte ragioni, queste e altre che possono individuarsi, tali che impediscono nei fatti al progetto di essere percepito da chi dovrebbe legittimarlo con il proprio voto come utile e non troppo difficile da realizzare.

Se si è convinti che però l’idea progettuale sia buona occorre insistere. In politica il cambiamento si realizza solo se si hanno lungimiranza e coraggio; per questo occorre lavorare con maggiore serietà, intensità e scientificità per modificare in modo sensibile il sistema delle percezioni dominanti: ma a questo punto c’è da chiedersi, sono le menti delle persone così disponibili a modificare i propri schemi di ragionamento? L’impressione è che non lo siano proprio o non lo siano a sufficienza, come se il pensiero fosse ingabbiato.

Fa specie a questo proposito constatare le feroci “critiche” messe in campo da ampie parti della società contro la Chiesa e i suoi dogmi di fede, mentre nel contempo si scopre che le stesse persone poi sono ingabbiate da dogmi tutti terreni, a cominciare da quello che impedisce alla propria mente di immaginare un mondo diverso, nonostante la mitica e indimenticabile poesia musicale di John Lennon.

La verità è che molto probabilmente per pensare un mondo diverso, occorrono valori, forse diversi da quelli del passato, ma quali? A questo punto è interessante porre alcune domande, alle quali do la mia personale risposta.

La prima: ma secondo voi l’Italia è un valore? Secondo me no! Valori sono la pace, la democrazia, la possibilità di crescita e affermazione individuale concessa a tutti, il rispetto incondizionato per ogni etnia, per ogni religione, per ogni idea, per ogni uomo e per ogni donna, soprattutto se deboli e indifesi, ecc.

Di fronte a tutto questo chiedo ancora: l’Italia (così come la Francia, la Gran Bretagna, ecc.) può essere considerata un valore? Se chi ha in mente di rispondere si, perché essa è il risultato di quanti hanno versato sangue per ottenere questo risultato, dico che va cambiato il ragionamento.

Ho il massimo rispetto per quanti hanno determinato la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo ma questo impatta sull’idea di libertà e di costruzione di un Paese democratico capace di garantire a tutti pari diritti e pari dignità. Ciò detto è lecito a questo punto chiedersi: ma oggi l’Italia è la stessa del secondo dopo guerra? Ovvio che no, e non soltanto perché è trascorso del tempo ma perché il mondo è cambiato.

L’Italia, in quanto “stato di diritto” è solo uno strumento, un mezzo, che dovrebbe garantire ai suoi cittadini, al suo popolo, i valori di cui sopra, quelli si irrinunciabili, a mio modo di vedere. Se invece si ritiene l’Italia un valore, significa rimanere ingabbiati in schemi di ragionamento che obliterano ogni possibilità di pensare diverso. Se infatti si condivide il mio ragionamento allora occorre chiedersi: questa Italia è oggi in grado di garantire i valori irrinunciabili di ci sopra? La mia risposta è decisamente NO e non solo per questioni legate alle persone. Il sistema organizzativo di questo stato tutela solo alcuni interessi (quelli dominanti ma di pochi) e svilisce quelli di altri (minori ma di una gran parte del Paese).

Lo stesso discorso riguarda i partiti politici. Sono dei valori? Secondo me no, anzi!

I partiti sono strumenti utilizzati dalle persone per affermare idee, valori, ecc., ma l’esperienza italiana dice che i partiti non sono nulla di tutto ciò. Sono solo stati strumenti di esercizio del potere, si tutela di alcuni interessi molto particolari.

Mi si dirà che il problema è rappresentato dalle persone. Vero, ma sono le persone che fanno i partiti e sono le persone che fanno le Istituzioni.

Ora, l’organizzazione è la scienza che serve per disciplinare al meglio i rapporti e le relazioni tra individui, gruppi di individui associati e altre organizzazioni (come le imprese). Le modalità attraverso cui si sviluppano i rapporti possono favorire o ostacolare queste relazioni  rispetto al perseguimento e all’affermazione dei valori irrinunciabili di cui sopra.

Ecco perché critico l’Italia di cui ho la cittadinanza ma che non è la mia Nazione, antropologicamente parlando. Peraltro, ancorchè questo sia sconosciuto ai più, ho (abbiamo tutti) la doppia cittadinanza, italiana ed europea e come percezione sento più vicina la seconda, mentre la prima si allontana ogni giorni di più; non è invece mai stata messa in discussione la mia nazionalità sarda. Ovviamente non c’è rivalità tra nazionalità, ognuna ha la sua dignità perché espressione di storia, lingua, cultura e civiltà diversa, nel bene e nel male.

In tutto ciò ritengo che una vera innovazione sia e debba essere quella di non pensare più all’Italia come un schema chiuso, un dogma indiscutibile (come invece molti fanno rinunciando a priori a metterlo in discussione), all’interno del quale per forza deve svolgersi la ricerca della tutela dei valori più alti indicati in precedenza.

L’Italia, in quanto “modello organizzativo della vita politica e sociale” non mi appartiene, è inadeguato sia rispetto agli Italiani sia, per quanto mi riguarda, visto che questa è la Terra dove il buon Dio mi ha fatto nascere, la Sardegna. Dire che l’Italia non è la Sardegna non è per disprezzare un Paese e un popolo che ha fatto tantissime cose buone per la civiltà umana, ma per sottolineare che oggi gli interessi dell’Italia e degli Italiani sono diversi da quelli della Sardegna e dei Sardi. Ecco perché oggi l’Italia è la gabbia della Sardegna e dei Sardi in buona fede e onesti, ma anche di tutti gli Italiani onesti e in buona fede. Ricercare una propria strada di tutela dei diritti fondamentali a me pare semplicemente una strada di buon senso, una strada volta a creare una nuova organizzazione delle relazioni tra popoli diversi che seppure facenti parte dello stesso genere umano, hanno specificità che non possono essere appiattite, né diritti che possono rimanere ancora calpestati.

Ecco cosa mi porta ad impegnarmi per costruire una Repubblica di Sardegna dentro una rinnovata Federazione dei Popoli Europei. Questa è la mia visione e intorno a questa cerco di definire una strategia che intanto non è violenta ma si basa sul dialogo, sul confronto anche acceso ma rispettoso delle persone e delle idee che esse esprimono. Un processo il cui esito non si può prevedere in termini di tempo, ma di certo è qualcosa che va costruito oggi e da oggi, lavorando sotto l’aspetto culturale prima di tutto ma anche politico se c’è la possibilità concreta. Per questo occorre coraggio, intelligenza e scienza.

Io non mi faccio rubare la speranza di costruire un mondo migliore, a cominciare da quello dove vivo.

Fortza Paris fintz’a s’indipendentzia!

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

La zona franca si potrà fare anche dopo giugno 2013. Garantisce l’Unione Europea.

domenica, 6 gennaio 2013

o75877.jpgTorno sull’argomento della zona franca in Sardegna e sulla diffusa convinzione che dopo il 24 giugno 2013 sarà impossibile attivarla. Come già detto in questa e in altre sedi questa convinzione è totalmente infondata. Probabilmente il falso allarme ha involontariamente sortito l’effetto positivo di creare una certa sensibilizzazione rispetto a questa importante opportunità’, ma è ora giunto il momento di acquisire la giusta consapevolezza e di incanalare il movimento per la zona franca verso quelli che sono gli effettivi termini della questione. Analizzerò ora alcuni punti del regolamento CE 450/2008 perché è proprio da un’interpretazione errata di questo regolamento che è nato l’equivoco che si è poi diffuso come un virus. Cercherò di essere il più chiaro possibile ma invito comunque tutti ad una lettura diretta delle fonti, prerogativa indispensabile soprattutto per chi, per incarico politico, si trova ad avere voce in capitolo sull’argomento.

Il regolamento 450/2008 è in sostanza il nuovo codice doganale comunitario che va a sostituire i riferimenti normativi su cui si basa il Dl 75/98 attraverso il quale il governo italiano ha istituito in Sardegna sei zone franche. Il nocciolo della questione ruota tutto intorno all’art 188 il quale riguarda l’applicazione delle disposizioni contenute nel regolamento tra cui gli articoli compresi tra il 155 e il 161 che consentono e regolano la creazione di zone franche doganali. L’art 188 stabilisce per l’appunto che l’applicazione delle disposizioni avviene in tre momenti:

- 24 giugno 2008 per una serie di articoli specificati tra i quali non rientrano gli articoli tra il 155 e il 161 relativi alle zone franche doganali;

- dal 24 giugno 2009 al momento dell’adozione delle disposizioni di applicazione per tutte le altre disposizioni;

- al più tardi il 24 giugno 2013 per tutte le disposizioni nonostante l’entrata in vigore delle disposizioni di applicazione.

In sintesi il nuovo regolamento sostituirà integralmente il vecchio non più tardi del 24 giugno 2013 ma questo non preclude la creazione di una zona franca che, come già detto, è garantita e regolata dagli articoli compresi tra il 155 e il 161. Questa interpretazione è a mio avviso l’unica possibile ma vista la complessità e l’ampiezza dell’argomento ho cercato conferme in rete.

Il sito del quotidiano di informazione giuridica Altatex riporta questa spiegazione per mano dell’esperto di diritto doganale Francesco Pittaluga:

“L’art. 188 § 1 reg. cit. individua una serie di disposizioni destinate ad entrare in vigore quasi immediatamente (salvo il termine di vacatio legis). (…) E’ dunque chiaro che, in assenza dell’emissione delle disposizioni “attuative” da parte della Commissione, il reg. cit. non è destinato a trovare applicazione “operativa” alla scadenza del termine del 24 giugno 2009; viceversa, indipendentemente dall’entrata in vigore della disciplina di dettaglio, esso troverà comunque applicazione a far data dal 24 giugno 2013.”

Anche il sito di Confindustria Firenze da la stessa interpretazione:

“Il  Codice Doganale Aggiornato (reg.450/2008),anche se in  vigore dal 24 giugno del 2008, al momento  risulta applicato per un numero molto limitato di articoli, mentre  la grande maggioranza delle disposizioni dovrebbero diventare operative solo dopo l’adozione delle relative norme di attuazione, ed al massimo entro il 24 giugno del 2013, secondo la previsione dell’art.188.”

Ma la fonte più autorevole è senz’altro la stessa Unione Europea. In questa sintesi, oltre che nelle prime righe di questo documento, si trovano le ennesime conferme su quale sia la corretta interpretazione dell’art 188. Dal sito ufficiale dell’Unione Europea possiamo infatti leggere:

“Il codice doganale aggiornato crea un nuovo ambiente doganale elettronico. Questo nuovo codice integra le procedure doganali comuni degli Stati membri rafforzando la convergenza tra i sistemi informatici delle 27 autorità doganali. Sostituirà il codice doganale comunitario del 1992, al più tardi il 24 giugno 2013, quando le disposizioni d’applicazione necessarie saranno adottate ed applicabili. Fino ad allora resterà applicabile il codice attuale.”

Un altro esperimento interessante consiste nel digitare su un qualsiasi motore di ricerca le seguenti frasi “24  giugno 2013 zone franche” o se preferite “24 june 2013 free zones/special economic zone/free tax area” e vedrete che il risultato della ricerca, se escludete l’ipotesi sarda, sarà sostanzialmente il nulla. Ma è soprattutto la logica a dover suggerire quale sia la migliore interpretazione della questione. Se infatti fosse corretta l’interpretazione che tanto successo ha avuto in Sardegna in questi mesi, il nuovo codice doganale comunitario sarebbe una bomba ad orologeria destinata ad autodistruggere una consistente parte del suo contenuto gettando le dogane europee in una situazione di vacatio legis prossima all’anarchia, il che è assolutamente inimmaginabile. Anche la motivazione allegata all’interpretazione scorretta del’188 non tiene. Si afferma infatti che l’impossibilità di istituire nuove zone franche dopo il 2013 derivi dal fatto che il reg 450/2008 recepisce l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona (avvenuta il primo dicembre 2009), ma ciò non è vero in quanto il divieto di aiuti di stato è già bello che stabilito dall’art 107 del Tfue e anche in questo caso, ricercando in rete collegamenti fra il Trattato di Lisbona e la scadenza del 24 giugno 2013, non si trova assolutamente nulla se si esclude la copiosa letteratura generata in Sardegna negli ultimi mesi. Un po strano che una cosa di tale importanza sia sfuggita a tutto il resto d’Europa.

In conclusione quanto detto dovrebbe rappresentare un’ottima notizia per chi crede nella zona franca. Il processo di attivazione è infatti complesso e coinvolge la regione Sardegna, il governo italiano e l’Unione Europea tanto che sperare di ottenere il risultato in sei mesi è assolutamente utopistico, specie in vista delle prossime elezioni italiane e del conseguente cambio di governo. Ma senza la spada di Damocle di questa scadenza e la possibilità di inserire il tema nelle elezioni sarde previste a inizio 2014, lo scenario torna ad essere più incoraggiante.

Andrea Nonne

Zona franca in Sardegna e politici italiani. Un amore impossibile.

mercoledì, 28 novembre 2012

beppe-grillo-2581.jpgE’ una vecchia storia. Quando un partito, movimento, personaggio politico o quant’altro dall’Italia cerca di far breccia in Sardegna solitamente pesca dal repertorio del sardismo e/o dell’indipendentismo. Quante ne abbiamo viste? Bilinguismo, flotta sarda, storia e cultura sarda, lo stesso Statuto di autonomia e tanto altro sono figli di questo schema.

Passa il tempo ma la minestra resta sempre la stessa anche perché ricetta che vince non si cambia e i politici italiani e unionisti, molto più abili di quelli sardisti/indipendentisti nel marketing politico, hanno capito benissimo che per abbindolare i sardi non c’è niente di meglio che abbinare i temi dell’autogoverno al fascino mediatico del gossip politico italiano. Non deve quindi meravigliare che sia Giulio Tremonti, all’indomani della presentazione del suo nuovo movimento 3L, sia alcuni movimenti facenti parte del 5 Stelle di Grillo, prossimo a presentarsi per la prima volta alle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale, si stiano in questi giorni buttando a capofitto su un’idea sardista di inizio novecento, ovvero la zona franca.

Su Tremonti c’è poco da discutere, ha occupato il Ministero dell’Economia e delle Finanze per oltre sette degli ultimi undici anni e in questo lungo lasso di tempo mai una sola volta ha pronunciato la frase “zona franca in Sardegna”. La sua quindi è semplicemente una versione elevata al cubo della sfacciataggine sui cui si basa la tipica retorica dei politici italiani in Sardegna.

Un po più complesso, ma non più di tanto, il discorso da fare sul Movimento 5 stelle. Qui si potrebbe pensare ad un movimento che lavora per portare benefici al proprio territorio e da questo punto di vista il solo fatto che questi cittadini si accodino a chi da tempo si batte per questo tema è positivo. Tuttavia osservando il modo in cui stanno affrontando la questione, l’impressione che si ha è quella di un’azione confusa e frenetica, tesa principalmente ad associare il tema della zona franca al simbolo di 5 stelle e/o del movimento collegato. Mi spiego meglio: i grillini sono gli ultimi arrivati in tema di zona franca visto che la questione è portata avanti da sempre da alcuni movimenti e partiti indipendentisti tra cui il Psd’Az che in questi mesi ha portato più volte il tema all’attenzione del dibattito in consiglio regionale. Per cavalcare il tema in maniera originale e legittimare la forza con cui si stanno muovendo serviva un pretesto e il pretesto l’hanno trovato in un’autentica bufala che si può sintetizzare così: “da giugno 2013 sara’ impossibile realizzare nuove zone franche in Europa  in quanto scadrà il Trattato di Lisbona  e saranno vietati gli aiuti di stato” (secondo altre interpretazioni della bufala la scadenza di giugno 2013 è legata all’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che vieterà gli aiuti di stato). Ora, come è noto, il Trattato di Lisbona è in vigore dalla fine del 2009 e da allora vieta gli aiuti di stato fra cui rientrano ovviamente anche le zone franche. La scadenza del giugno 2013 riguarda un regolamento comunitario doganale e la sua interpretazione su ciò che interessa a noi è quantomeno controversa se è vero che è stata contestata addirittura da Mario Carboni, a mio avviso il maggior esperto sul tema della zona franca in Sardegna. Ma anche se l’interpretazione che si sta dando dell’art 188 del regolamento CE 450 fosse corretta, lo stesso avrebbe effetto solo per l’attuazione di una zona franca doganale. Ciò che ha suscitato il panico è il fatto che un’ interpretazione di questo tipo andrebbe a inficiare di fatto il Dl 75/98 del governo italiano che istituì in Sardegna sei punti franchi portuali. Tuttavia se si ha idea di quali siano gli orientamenti comunitari sottostanti all’approvazione di una zona franca si dovrebbe nutrire ben poca fiducia in quel decreto. Infatti il Dl 75/98 è stato approvato dal governo italiano in virtù del fatto che applica l’art 12 dello statuto di autonomia che è legge di rango costituzionale, ma a Bruxelles tutto ciò non ha valore visto che la Ue rende possibile una zona franca non perché lo stabilisce la costituzione di uno stato membro ma perché ritiene che il territorio interessato detenga particolari requisiti di perifericità, insularità e  disagio economico. E anche se così non fosse bisogna ammettere che la scadenza del giugno 2013 appare davvero troppo vicina perché si possa sperare di portare a termine una procedura così complessa con così tanti livelli istituzionali coinvolti. Da notare poi che all’interno del movimento si è creata una serie di posizioni quanto meno contrastanti l’una con l’altra: c’è chi infatti ha portato avanti la bufala in piena regola, chi si è mantenuto un pò più prudente e chi qualche giorno fa sembra finalmente aver inquadrato i termini della questione. Difficile a questo punto capire quali siano le intenzioni del movimento 5 stelle in termini di zona franca ma lasciatemi dire che, trattandosi di una forza italiana, perché la proposta di una zona franca in Sardegna sia credibile questa dovrebbe essere adottata dai vertici del movimento. In conclusione stupisce che chi proclama il nuovo a tutti i costi e fa della critica radicale ai partiti il proprio cavallo di battaglia cerchi di associare la propria immagine ad una proposta di 90 anni fa che è figlia di un partito che più partito non si può. Magari loro diranno che la politica sarda in tutti questi anni non è riuscita ad ottenere la zona franca nonostante lo statuto sardo del 48 e il decreto italiano del 1998 e su questo sono totalmente d’accordo, la politica sarda unionista in questa vicenda più che in qualsiasi altra ha mostrato tutta la sua scandalosa inadeguatezza. Ma stando a quanto ho appena scritto dubito fortemente che loro saprebbero fare meglio.

Andrea Nonne

Leggi la mia proposta di Zona Franca Logistica per la Sardegna

Ma la Flotta Sarda è davvero un carrozzone?

domenica, 30 settembre 2012

flotta-sarda.jpg La giunta Cappellacci istituisce la Flotta Sarda e scoppia la polemica. Secondo l’opposizione, parte della stampa e alcuni critici sarebbe un carrozzone; il costo per le casse pubbliche, programmato in massimo di 20 milioni di euro annui, sarebbe infatti eccessivo.

E’ veramente cosi? Vi potrei dire che 20 milioni di euro, circa lo 0,08 del Pil sardo, è una cifra veramente magra nel bilancio di un’ economia come quella sarda. Ad esempio il comune di Oristano spende oltre 8 milioni per pagare i suoi dipendenti e sempre a Oristano nel 2011 la Asl locale ha generato perdite per 14 milioni.

Vi potrei dire che quei 20 milioni di uscite, genereranno diversi milioni  di entrate sia come gettito fiscale che come consumi e che in tempi di recessione un centro sinistra che predica un’ austerity così radicale va palesemente contro il pensiero economico progressista che in questi anni, a causa della crisi globale, vive una straordinaria riscoperta delle teorie keynesiane.
Allo stesso modo potrei scrivere  di tutte le disquisizioni di natura economica che si stanno facendo, dimenticando che nei trasporti sardi si registra un fallimento del mercato grande quanto un palazzo. E non voglio nemmeno ricordare che l’operazione comprende uno stanziamento per consentire ai giovani dai 14 ai 27 anni di viaggiare gratis. Gratis.

Potrei dirvi tutto questo ma preferisco dirvi un’ altra cosa. La Flotta Sarda costerà 20 milioni di euro all’anno. Il Consiglio regionale della Sardegna nel 2011*, se si considerano i soldi percepiti dai membri di consiglio e giunta e i contributi per i gruppi consiliari, è costato più o meno la stessa cifra. Eppure, da che ne abbia memoria, la principale difesa a favore delle vergognose cifre del consiglio sarebbe proprio la loro bassa incidenza sul bilancio pubblico. Difesa che ho sentito sbandierare tanto dalla destra quanto dalla sinistra, che oggi grida al rischio default per il noleggio di sei navi. Ma in realtà una grossa differenza tra i soldi spesi per pagare il nostro consiglio e quelli destinati alla nostra flotta c’è. Se le spese del consiglio fossero ridotte a un quarto dell’attuale cifra, né la qualità della politica né l’andamento dell’economia ne risentirebbero; anzi. Provate a ridurre le navi della Flotta Sarda da sei a due e le rotte da tre a una e poi andate a misurare gli effetti sul turismo.

Andrea Nonne

* dal 2011 sono stati fatti alcuni tagli agli emolumenti dei politici, ma essi sono talmente bassi che in realtà quasi non ce ne siamo accorti. 

Partiti italiani in Sardegna = spazzatura

mercoledì, 8 agosto 2012

spazzatura_bidone1.gif

Non spaventatevi per il titolo, non ho perso il mio consueto contegno. Sto solo dando una valutazione tecnica all’esistenza e all’azione dei partiti italiani in Sardegna, come si fa con certi titoli in finanza. Junk. Tripla Z meno. I dati del resto confermano il rating in maniera impietosa.

E’ notizia di oggi che i rappresentanti sardi di Pd e Udc hanno votato compatti in maniera favorevole il decreto sulla spending review. Ora sappiate che queste provvedimento, adeguato e necessario per il futuro dell’Italia, è un attentato alle pur deboli prerogative di autonomia finanziaria  concesse alla Sardegna dal proprio Statuto. Incredibile la replica di Calvisi alle accuse del Pdl, che si è diviso tra l’astensione e il voto contrario, “dire no a Monti non è sussulto autonomistico ma un semplice voto di rimpianto e desiderio di ritorno di Berlsuconi” che, mi corregga Calvisi se sbaglio, si può agilmente tradurre così: “a voi come a noi dell’autonomia non ve ne frega una benemerita mazza ma votate no perchè vi stanno ordinando di farlo”. Concetto espresso con una sincerità disarmante. In questa vicenda si può leggere tutto il fallimento di sessant’anni di politica italiana nell’isola; infatti a loro non interessa la Sardegna, interessa il partito al quale per una questione numerica la Sardegna non interessa. Per questo dire che questi partiti sono uguali è la cosa più logica. Oggi è peggio il Pd, domani sarà peggio il Pdl. Nuovo giro, nuova corsa.

Del resto ognuno è libero di fare ciò che vuole, la coerenza non è prescritta dal medico e la decenza neppure, cosicché proprio Pd e Udc preparano una o due coalizioni di carattere sovranista. E udite udite alcuni dei più noti esponenti dell’indipendentismo pare vadano a nozze con l’idea di accomodarsi sopra una calda e soffice poltrona da oltre centoventi mila euro all’anno. Magari senza lo scomodo impiccio di doversi andare a cercare i voti visto che l’abolizione del listino diventa cosa ogni giorno meno certa. In questi momenti è bello poter pensare ai propri recenti sforzi e rendersi conto di aver seminato bene contribuendo a creare un percorso condiviso insieme a decine di indipendentisti della propria comunità. In Aristanis l’abbiamo fatto. E in Aristanis, cari sovranisti, non si passa.

Andrea Nonne

Per i trasporti sardi la soluzione è in Europa

lunedì, 27 febbraio 2012
Segue da Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia
 

5219253-aereo-viaggiare-in-europa-mappa-royalty-free-off-un-sito-web-del-governo.jpgVoglio qui illustrare quella che a mio avviso è la vera soluzione del problema trasporti specificando che si tratta del punto di arrivo di un percorso lungo e articolato. Si tratterebbe di defiscalizzare tutte le attività connesse ai trasporti da e per la Sardegna, oltre a quelli interni, una sorta di zona franca logistica che vada a investire tutto ciò che in Sardegna rappresenta mobilità, dagli aerei alle bici passando per i servizi portuali, il carburante e i taxi. Una misura di questo tipo aumenterebbe la redditività di queste attività e di conseguenza il numero delle imprese concorrenti, cosa che determinerebbe automaticamente un aumento dell’offerta e una riduzione dei prezzi per gli utenti. C’è da dire che l’Unione Europea, per tutelare il corretto funzionamento della concorrenza, vieta gli aiuti di Stato a imprese e settori e di fatto la misura appena descritta risulterebbe a prima vista incompatibile con l’art 107 del Tfeu. Ma la storia non finisce necessariamente qui perchè l’art 107 ammette delle deroghe. Non viviamo infatti più nell’800 dove i principi economici venivano concepiti come verità assolute e quindi se la UE si è voluta dare una regolamentazione fortemente liberoscambista ha ovviamente previsto delle deroghe per i cosiddetti “fallimenti del mercato” ovvero quelle situazioni in cui i mercati non sono in grado di garantire in maniera efficiente ed efficace la produzione di beni e l’erogazione di servizi. In particolare lo stesso Tfeu disciplina, all’art 349, riguardo alle deroghe concesse ad alcuni territori proprio in virtù di una situazione economica resa difficile da caratteristiche quali distanza, insularità e ridotte dimensioni. Si avete letto bene, insularità, e se è vero che alcuni di questi territori vivono situazioni troppo diverse dalla Sardegna per poter azzardare un paragone, risulta interessante andare ad analizzare la situazione della Canarie spagnole e di Madeira. Queste due isole, distanti dall’Europa continentale non così tanto più della Sardegna, da decenni beneficiano di un regime fiscale agevolato che consente loro di avere un’economia florida e vivace. Inoltre la Ue, grazie ad una specifica disciplina,  ha fatto si che i vantaggi fiscali si indirizzassero realmente verso le esigenze economiche del territorio evitando così il rischio  di creare paradisi fiscali. La Sardegna è sicuramente meno svantaggiata di questi due territori dal punto di vista della distanza, essendo al  centro del mediterraneo, ma il fallimento del mercato nei collegamenti con l’Europa continentale, così come nei trasporti interni, è evidente e palesato da tutta una serie di disagi e inefficienze. Ecco quindi che una zona franca logistica potrebbe essere un buon compromesso tra la necessità di risolvere i problemi legati all’insularità e la difficoltà di ottenere una zona franca totale in un momento così difficile per le finanze europee. Del resto c’è da dire che oggi l’attuale continuità territoriale non è certo gratuita per le casse pubbliche e se si pensa anche al perenne stato di perdita dei vettori aerei e navali, con un pò di ottimismo si potrebbe ipotizzare di coprire il mancato introito fiscale sia tramite i risparmi degli attuali incentivi sia grazie agli effetti positivi sul turismo e sull’economia sarda in genere. Presentata in questo modo la zona franca logistica potrebbe rappresentare una possibilità concreta per l’Europa di risolvere un fallimento del mercato senza interventi pubblici diretti. Del resto proprio il Psd’Az ha sottolineato la disparità di trattamenti che scontiamo in Europa sui trattamenti fiscali compensativi dello status di insularità; si tratta quindi di dare centralità all’approccio europeo, cominciando a sostituire i collegamenti verso rotte secondarie come Napoli e Verona con quelli verso le principali capitali europee.

Andrea Nonne

Psd’Az bene la flotta sarda ma non c’è solo l’Italia

lunedì, 27 febbraio 2012

flotta-sarda.jpgLa Flotta sarda è sicuramente la migliore iniziativa intrapresa dall’esecutivo Cappellacci.  Pur essendo convinto che esistano soluzioni strutturali in grado di risolvere il problema in maniera migliore e pur non amando le iniziative industriali a capitale pubblico ritengo che sia da apprezzare l’intraprendenza della giunta e l’esercizio di sovranità che un’ azione di questo tipo inevitabilmente richiede. Riconosco nel Psd’Az e nell’Assessore Solinas i principali artefici della brillante iniziativa che non a caso ha le sue radici nel sardismo. Tuttavia, proprio alla luce della tradizione politica del Psd’Az, non si capisce come mai l’attenzione dell’Assessore ai trasporti sembri rivolgersi esclusivamente ai collegamenti con l’Italia tralasciando di fatto la gravissima situazione dei collegamenti tra la Sardegna e il resto del mondo, situazione che si aggrava ulteriormente se si concentra l’attenzione sui paesi mediterranei più prossimi a noi. Eppure, nonostante il sardismo abbia fatto dell’integrazione europea uno dei capisaldi della propria politica sin dai primi anni venti, nessuna delle navi della flotta sarda sarà destinata ad un collegamento con Barcellona, Marsiglia, Algeri o Tangeri (il Marocco sta diventando una piccola Cina mentre i nostri politici continuano a chiedere i soldi a Roma) e anche sul fronte aereo l’orientamento è quello di concentrare tutte le risorse sui collegamenti con l’Italia, così come la giusta polemica di questi giorni sulla continuità territoriale per le merci che vede Maninchedda in prima linea rischia di avere la stessa carenza.

Ora è si vero che ad oggi il traffico di persone, merci e capitali da e per la Sardegna ha come sponda principale l’Italia, ma la ragione di ciò risiede prevalentemente nel rapporto di sudditanza che ci portiamo dietro dai tempi di Cavour. Difatti i rapporti di scambio tra Italia e Sardegna ha negli anni assunto i tratti tipici della dipendenza; esportiamo materie prime, sole, vento, cervelli, forza lavoro e importiamo prodotti finiti, mode, reti commerciali pre-confezionate e modelli di consumo. Il cordone ombelicale, ben poco nutriente a dir la verità, che ci unisce all’Italia ha come effetto principale la cancellazione della nostra terra dal mondo. A chi spetterebbe dunque, se non ad un partito indipendentista e sardista, il compito di spezzare questa catena? Inoltre una delle leggi elementari dell’economia spiega come la concentrazione su un solo mercato/paese costituisca una condotta estremamente rischiosa e negli ultimi tempi questo semplice principio è stato drammaticamente dimostrato più volte. Se infatti la politica industriale, privata e pubblica, dell’ovino negli scorsi decenni avesse compiuto qualche sforzo in più verso i mercati europei, non avremmo assistito al collasso economico di un intero settore nel momento in cui il rafforzamento dell’Euro sul dollaro ha colpito le esportazioni del grattugia verso gli Usa; una strategia mono prodotto/mono mercato che ci è costata tanto e che ancora tanto ci costerà nel turismo, laddove l’enorme concentrazione di flussi dall’Italia ci obbligherà nei prossimi anni a fare i conti con un mercato fortemente penalizzato dalle pur necessarie manovre correttive di bilancio. Mi auguro che il Psd’Az, il cui operato in questo ambito resta comunque ampiamente soddisfacente, intervenga subito in questo senso con efficaci politiche finalizzate all’(re)integrazione della Sardegna nel Mediterraneo.

Andrea Nonne

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Salviamo l’Europa per l’indipendenza

sabato, 3 dicembre 2011
Riportiamo la versione integrale di un articolo di Giuseppe Melis pubblicato su Sardegna Quotidiano del 3/12/2011

sard-ue.jpgChi naviga in Internet in questi giorni può leggere di una violentissima campagna, mai sperimentata prima, contro l’euro e contro l’Unione europea, rei di aver creato la situazione di crisi nella quale ci troviamo. Secondo tali posizioni, addirittura, si dovrebbe tornare alle monete nazionali e magari alla stessa distruzione dell’UE cosicché ogni Stato nazionale sia “libero” di fare ciò che meglio crede, per esempio, in termini di politiche monetarie che, nella mente di chi ha vissuto quegli anni, significa “svalutazione” per rendere le esportazioni più competitive.

Per queste stesse persone le parole di Monti che dice “Non vediamo i vincoli europei come un’imposizione. Non c’è un “loro” e un “noi”: l’Europa siamo noi” hanno rappresentato un vero e proprio scandalo. Quando poi ha affermato che “i passi avanti dell’Europa sono per definizione cessioni di parti delle sovranità nazionali a un livello comunitario” c’è chi, fraintendendo ad arte tali parole, reputa che si tratterebbe di “cessioni di sovranità popolare all’Europa dei banchieri” come si può leggere su un video che circola su Youtube.

Chi sostiene ciò dimentica che la stessa Costituzione all’articolo 11 recita: “L’Italia (…) consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Questo vuol dire che la partecipazione dell’Italia al processo di integrazione europea discende proprio da questo articolo e non dalle fisime contingenti di un qualsiasi Presidente del Consiglio.

Peraltro, l’auspicio di Monti è condivisibile e coerente con una prospettiva sistemica: egli infatti riconosce la necessità di una configurazione delle Istituzioni politiche articolata su più livelli cosa che, sia nei Trattati comunitari che oramai anche nel contesto Italiano, trova fondamento scientifico nell’applicazione del “principio di sussidiarietà”, in base al quale il potere risiede in capo ai cittadini che individuano però livelli di decisione diversi in relazione all’ampiezza dei problemi da affrontare e dell’efficacia degli interventi da adottare. L’altra precisazione è che non c’è nel discorso di Monti alcuna cessione di “sovranità popolare” dal momento che in quanto cittadini dell’UE (come stabilito nei Trattati) noi siamo parte della stessa UE e pertanto esercitiamo la nostra sovranità di cittadini anche nell’UE quando per esempio andiamo a votare per il Parlamento Europeo. Il problema è che tale diritto non è concesso anche per altre Istituzioni che indubbiamente vanno rese più democratiche, ma non cancellate.

Pensare ad un contesto politico istituzionale multilivello nel quale sia garantita per ciascuno di essi la partecipazione popolare e il rispetto del processo democratico, non è una cosa senza senso; anzi, è ascientifico, senza senso e addirittura pericoloso, pensare che ci debba essere un unico livello di decisione politica, sia esso a livello macro o micro, dal momento che esso rappresenterebbe una mistificazione della realtà e una semplificazione della complessità. Di fronte a una tale rigidità, infatti, il rischio di contrapposizioni non solo politico-ideologiche ma sociali, razziali, geografiche, religiose, ecc. porterebbe l’umanità verso il collasso. Ed è proprio in questo quadro tutt’altro che vicino che ha senso sia la battaglia politica per l’indipendenza della Sardegna, sia quella per la costituzione della Federazione dei popoli europei, che si otterrebbe proprio attraverso il trasferimento di poteri dagli attuali Stati nazionali (indicati dall’allora Presidente della Repubblica Luigi Einaudi “polvere senza sostanza”) da un lato ad entità infra-statuali e dall’altro all’UE, consentendo in questo modo, per esempio, di ricondurre il potere sulle decisioni monetarie all’ambito politico e permettendo alla BCE di svolgere le funzioni di prestatore di ultima istanza.

Vero è che, purtroppo, da diversi anni a questa parte il processo di integrazione ha smarrito la bussola dell’idea federalista di Altiero Spinelli e degli altri Padri fondatori, al punto che si assiste oggi all’esercizio di poteri da parte di singoli Stati nazionali (Asse franco-tedesco) non compatibili neppure con quanto stabilito dagli attuali Trattati.

Orbene, di fronte a tutto ciò, mentre sarebbe auspicabile un fronte popolare forte e coeso per chiedere a gran voce la trasformazione dell’UE in una Federazione democratica con poteri che i cittadini europei possono esercitare con riferimento a tutte le Istituzioni, sembra prevalere, purtroppo, l’irrazionale e consueto atteggiamento del “chiudiamoci a riccio”, del tornare a “su connotu” del piccolo recinto domestico dal quale ci sembra di poter meglio controllare ciò che accade intorno, senza rendersi conto che in questo modo si lascia carta bianca a chi invece vuole speculare e continua a farlo, a chi vuole prevaricare e continua a farlo. La politica dello “struzzo”, da chiunque provenga non ha mai pagato, anzi ha acuito le differenze sociali, culturali ed economiche. Perché non indignarsi anche per tutto questo e cercare di fare squadra con chi vuole davvero cambiare il mondo in un senso più equo, solidale e sostenibile?

 

Giuseppe Melis

Docente di Marketing all’Università di Cagliari

 

L’isola senza Stato che sogna l’Europa

domenica, 27 novembre 2011

da Sardegna Quotidiano del 4/11/2011

european_union_member_countries.jpgTutte le volte che sento qualcuno equiparare l’indipendentismo sardo ad un processo separatista anti-storico mi viene in mente Benito Mussolini: correva l’anno 1922 quando il Duce lanciava le suddette accuse al Psd ’Az a seguito di un articolo pubblicato sul Solco da Luigi Battista Puggioni. In verità, l’articolo del giornale sardista tutto era tranne che separatista se si pensa che ciò che l’autore teorizzava, sulla scia di Egidio Pilia, era la nascita di una Federazione Mediterranea capace di riunire Sardegna, Corsica, Baleari, Catalogna e Sicilia nella loro aspirazione all’auto governo rispetto al soffocante egemonismo degli Stati Nazionali. Anche se questo proto-indipendentismo appariva talvolta immaturo e spesso confuso con il federalismo e l’autonomismo, oggi che l’idea di Europa è messa in crisi proprio dal comportamento di questi agonizzanti Stati Nazionali, fa un certo effetto scoprire questi nostri avi tra i precursori di quella vision tanto diffusa tra i costituenti dell’Ue quanto latitante tra chi oggi, purtroppo, ne decide in gran parte le sorti. Di questi tempi è frequente sentire critiche verso le politiche economiche prevalenti, mentre in pochi mettono sotto esame l’attuale assetto istituzionale degli Stati nazionali. Se infatti proviamo a spostare l ’attenzione dal contenuto al contenitore, ci accorgiamo subito che gli Stati Nazionali sono strutture pensate nell’Ottocento per far fronte ai problemi di quell’epoca, e che col tempo sono divenute sempre più inefficaci rispetto alla nuove necessità. In particolare, queste strutture si sono rivelate troppo grandi per tutelare i diritti e le identità dei popoli/nazioni e troppo piccole per governare le problematiche globali. Nel contempo, essi si rivelano sempre più incapaci di stimolare una partecipazione popolare ai processi di governo democratico oltre che suscettibili all’influenza delle grandi oligarchie economiche. Questi Stati, spesso appesantiti da enormi debiti e gestioni miopi, oggi, con i loro comportamenti, mettono a rischio l’idea stessa di Ue che pure ha garantito fino ad oggi condizioni di pace tra i popoli europei che mai la storia aveva sperimentato prima. È bene quindi non dimenticare che oggi il futuro dell’Ue e l’autodeterminazione delle Nazioni senza Stato sono due facce della stessa medaglia, in quanto entrambe sono minacciate dagli stessi egoismi nazionali totalizzanti delle grandi vecchie potenze europee. La Sardegna insieme alle altre Nazioni senza Stato ha quindi oggi interesse a costruire e partecipare ad un’Ue realmente democratica sulla base di pari diritti e regole condivise. Mi sia permesso infine di chiudere citando un altro grande indipendentista ed europeista sardo, Antonio Simon Mossa, il quale faceva spesso riferimento ad una grande comunità di popoli senza Stato, una comunità di decine di milioni di abitanti, che unendosi nella lotta per la comune esigenza dell’autogoverno avrebbe potuto avere un ruolo determinante nella creazione dell’Europa dei popoli. Simon Mossa, che tra gli altri ha il non trascurabile merito di mettere d’accordo l’indipendentismo sardista con quello non sardista, definiva il sardismo come un’ideologia per l’Europa e per il mondo, fotografando con questa brillante definizione la comunanza di problemi ed esigenze vissuti da quei popoli entrati nella modernità non come soggetti ma come oggetti. L’intellettuale sassarese diffidava inoltre dal seguire la strada dell’Europa degli Stati nazionali prevedendo che avrebbe portato ad un’Europa oligarchica dominata dai potentati delle grandi famiglie e delle multinazionali. Oggi quest’ultima intuizione, purtroppo inascoltata, ci pone di fronte alla consapevolezza dei tanti errori che si son commessi, ma continua ad indicarci la strada da percorrere.

Andrea Nonne


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