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Agenzia Sarda delle Entrate, Zona Franca al consumo e Teletrasporto, cosa arriverà prima?

domenica, 18 gennaio 2015

 Nei paesi normali, governati da persone normali e in cui chi fa politica rientra nei canoni della normalità, quando si parla di economia ci si riferisce solitamente ai livelli di pil, occupazione, spesa pubblica, imposizione fiscale, distribuzione tra settori ecc ecc. Chi si occupa di economia, come un bravo medico, analizza i principali valori alla ricerca di squilibri e anomalie che possano segnalare stati patologici e ragiona su come intervenire manovrando le leve disponibili.

In Sardegna, questo atteggiamento ragionevole e costruttivo, sempre più spesso viene sostituito dalla messianica aspettativa in provvedimenti miracolosi capaci d’un colpo di  risollevare le sorti della disastrata economia sarda trasformando la nostra isola nell’isola del tesoro.

Pensiamo ad esempio all’Agenzia delle Entrate Sarda, tornata molto in voga in questi giorni. A normativa vigente, parlare di Agenzia delle Entrate sarda equivale a parlare di cerchi sul grano. Se si vuole utilizzare quel nome per motivazioni politiche di lungo termine e per la propaganda politica è legittimo, ma è giusto che l’argomento venga inquadrato in questa prospettiva. La Sardegna, come ha fatto la Sicilia, potrebbe farsi una propria agenzia di riscossione che sostituisca Equitalia, e farebbe molto bene a farlo, ma finora non ne è stata capace. Purtroppo è molto più semplice spiegare cos’è un F35 di come funziona un F24. Allo stesso modo è difficile far capire la differenza tra Agenzia delle Entrate, che è quella che incamera e redistribuisce le imposte fondamentali, e Agenzia di Riscossione. La Sardegna, come la Sicilia, avrebbe già potuto avere la seconda, da anni e senza vertenze, ma è molto più complesso evidentemente che parlare di Zona Franca Intergalattica e Agenzia Sarda delle Entrate, temi importanti per quando saremo uno Stato o l’Italia farà una riforma federale, non proprio dietro l’angolo.

Il fatto stesso che intorno al tema si sia sviluppata una divertente bagarre a chi spara la cifra più alta riguardo al credito vantato dalla Sardegna nei confronti dell’Italia da bene l’idea sul livello del dibattito. Notevole a tal proposito che persino all’interno del Partito dei Sardi, che più di qualsiasi altra organizzazione politica ha sposato il tema, il conteggio di Sedda, che anni fa aveva già raggiunto di dieci miliardi, si scontra con quello di Maninchedda, che si ferma ad una cifra di poco superiore al miliardo. Difficile capire come possa nascere un ragionamento economico attendibile partendo da cifre così confuse.

Altro cavallo di Troia di recenti entusiasmi pre elettorali e’ quello della zona franca integrale. Partendo da una storica battaglia sardista e stravolgendo le norme con interpretazioni fantascientifiche, un gruppo di sedicenti esperti di diritto ed economia per mesi ha illuso i cittadini su un presunto diritto della Sardegna ad ottenere esenzioni totali su IVA e accise, fino a convincere l’allora governatore Cappellacci a farsi deridere in sede comunitaria sposando la causa con improbabili richieste agli organi Ue preposti. L’effetto boomerang di queste bufale e’ stato notevole e sortirà probabilmente l’effetto di minare per diversi anni la fiducia dei cittadini verso forme di defiscalizzazione più semplici da realizzare e più promettenti in termini di efficacia. Come non pensare ad esempio alla velocità con cui è finita nel dimenticatoio la proposta di abolire l’Irap sposata poco più di un anno fa da tutto il Consiglio Regional e sponsorizzata con grande entusiasmo dall’allora non ancora Presidente Pigliaru.

È proprio qui sta il punto, al di la della correttezza o meno delle interpretazioni giuridiche. Un dibattito economico che invece di concentrarsi sui problemi strutturali e sulle riforme necessarie si arena attorno all’idea che singoli provvedimenti di straordinaria portata, ma spesso anche fuori dalle attuali potestà legislative, possano ribaltare le sorti dell’isola e’ estremamente funzionale al mantenimento dello status quo. Perché si evita di parlare di sprechi nella sanità, di peso della spesa pubblica oltre ogni limite di sostenibilità, di privilegi feudali distribuiti su varie caste e di un sistema che in tema di meritocrazia e competitività fa acqua da tutte le parti. Eppure proprio sull’organizzazione degli enti locali la Regione ha degli spazi di manovra, usati infatti finora per i vitalizi o per mantenere la pensione retributiva ad alcune categorie molto importanti elettoralmente, come regionali e forestali.   Noi crediamo fortemente nella prospettiva indipendentista ma siamo ben consci che la sostenibilità economica di una sardegna indipendente e’ imprescindibilmente vincolata al ribaltamento totale degli equilibri che oggi guidano la nostra economia. Troviamo quindi abbastanza paradossale che i soggetti indipendentisti, pur di non mettere in discussione il dogma statalista e in alcuni casi anti capitalista che ne caratterizza l’ideologia di origine, continuino a propagandare l’idea di una Sardegna in grado di sostenersi economicamente da sola con questa spesa pubblica, con questo assistenzialismo e con questa assenza di meritocrazia e competitività.

Corrado Putzu

Andrea Nonne

Tre consigli per un Partito Nazionale Sardo

domenica, 15 dicembre 2013

Segue da Partito Nazionale Sardo? Io ci sono.

dms_winning_team.jpgMa quali caratteristiche dovrebbe avere un Pns in grado di ricompattare l’indipendentismo e costruire un’ alternativa concreta ai poli unionisti nello scenario politico sardo? Mi permetto di sottolineare tre punti particolarmente importanti per la costruzione di un’ idea per la quale mi batto da tempi non sospetti:

  1. Ne ho già parlato nella prima parte di questo pezzo ma voglio ripetermi. E’ assolutamente necessario coinvolgere Progres e Psd’Az con una trattativa aperta che renda evidente e palese agli occhi degli elettori chi è contrario a questa prospettiva tra i partiti e nei partiti;
  2. bisogna scongiurare da subito il rischio che questa convergenza si esaurisca all’indomani del voto. Di una lista elettorale per un seggio in consiglio la Sardegna non se fa niente. La Sardegna ha bisogno di un nuovo soggetto politico inclusivo verso tutto l’indipendentismo riformista ma alternativo rispetto ai poli unionisti. Regole chiare sottoscritte da tutti; partito aperto e struttura democratica e trasparente. Solo così un partito può diventare quella macchina capace di coniugare in maniera costruttiva l’interesse personale dei candidati forti con la passione politica della base e gli interessi della collettività. A livello di comunicazione è necessario mettere via i vecchi simboli e costruire una forte immagine unitaria e moderna. Anche i leader devono fare un passo indietro laddove non supportati da un consistente seguito elettorale;
  3. é necessario evitare un posizionamento politico troppo ristretto per accogliere l’indipendentismo riformista sardo in tutta la sua ampiezza. L’approccio migliore da questo punto di vista è quello liberale in quanto concentrandosi sull’uomo e sulle soluzioni più che sulle contrapposizioni ideologiche è quello più adeguato per far convivere e convergere posizioni diverse. Non a caso attualmente il liberalismo democratico europeo ospita un ventaglio di posizioni che va dal liberismo classico, al socialismo, passando per eccellenze dell’indipendentismo come il Pnv basco e il Cdc catalano; sempre all’interno dell’europeismo e dell’integrazione federale europea. Da questo punto di vista anche la storia del Psd’Az, che con tutti i suoi difetti è stato spesso capace di una produzione politica innovativa nel coniugare libertà individuale e giustizia sociale, è un precedente importante.

Andrea Nonne

Partito Nazionale Sardo? Io ci sono.

sabato, 14 dicembre 2013

keep-calm-because-we-are-one-team-6.png“La politica è sangue e merda” diceva Rino Formica, individuando con una schiettezza disarmante i due grandi motori dell’attività politica: passione ed interesse. Ed è con questo concetto che rispondo a chi mi fa notare che, dietro all’improvviso spirito di convergenza che sta investendo gran parte dell’indipendentismo sardo, c’è un mero calcolo di opportunità elettorale e di sopravvivenza politica. Perchè è si vero che il Pds proviene dal tentativo fallito di partecipare alle primarie del centrosinistra italiano, che Irs e Sl sono rimasti dietro le quinte in attesa di individuare le migliori opportunità e che la svolta legalitaria dei Rm fa quanto meno sorridere (il partito è nato nel 2009 per sostenere Soru, allora rinviato a giudizio, e quando nel 2010 mi opposi all’alleanza con Milia, allora candidato in appello, rischiai il linciaggio politico).Come è vero che un progetto di questo tipo andava lanciato anni fa invece di collezionare scissioni su scissioni. E soprattutto è vero e, lasciatemi aggiungere, piuttosto imbarazzante che i principali fautori di questa ritrovata unità siano Matteo Renzi e Niki Vendola che con le loro direttive hanno indirettamente lasciato a bocca asciutta quanti nell’ indipendentismo speravano in un’alleanza con Pd e Sel.

Ma è anche vero che questo è l’indipendentismo sardo e queste sono forze che hanno contribuito molto a definirlo nel corso degli anni. Nel male ma anche nel bene se si pensa che una siffatta coalizione racchiuderebbe sia gli esponenti con la maggiore rappresentanza elettorale, sia gli autori delle più importanti innovazioni apportate recentemente al pensiero indipendentista. Innovazioni che hanno avuto il merito di rinnovare una proposta politica che rischiava di non reggere il passo con i cambiamenti dettati dall’evolversi dello scenario politico mondiale. E soprattutto è innegabile che la Sardegna ha estrema necessità di una forte alternativa alla politica unionista e chi, come me, trova che la via del Partito Nazionale Sardo doveva essere intrapresa già da tempo non può oggi a maggior ragione esimersi dal dare il proprio contributo a questa iniziativa. Non va neppure dimenticato che molti di questi leader, cui tante cose giustamente rimproveriamo, avrebbero con tutta probabilità avuto carriere politiche più profittevoli percorrendo strade diverse da quelle dell’indipendentismo.

Parliamo anche di Progres e Psd’Az, al momento fuori dal dibattito intorno a questa alleanza. Inutile dire che il loro coinvolgimento è nell’interesse di tutti. Della coalizione, per il grande patrimonio politico che queste due forze porterebbero in dote, ma anche delle medesime che potrebbero pagare a caro prezzo l’emarginazione dal progetto. Se da un lato Progres, correndo in una coalizione condivisa con due liste civiche di chiara matrice unionista, rischia di vedere molto indebolito il proprio messaggio indipendentista, il Psd’Az, nella probabile eventualità di un’alleanza con il centrosinistra italiano, rischierebbe di trovarsi davvero a margini della politica indipendentista, specie in caso di sconfitta. Non dimentichiamo inoltre che in entrambi i partiti esistono forti pressioni a favore di un’alleanza di questo tipo, che nel caso del Psd’Az hanno prodotto addirittura una mozione, promossa dalla sezione di Oristano e poi respinta dal consiglio nazionale. Ma alla luce dei nuovi scenari queste minoranze interne possono trovare nuovi stimoli per rilanciare il loro desiderio di riunificazione dell’indipendentismo.

continua…Clicca qui per leggere il seguito

Andrea Nonne


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