Indipendentismo verso le prossime nazionali: attenti alle coalizioni.

Scritto da grandeovest.com il 16 Aprile 2013 – 13:31 -

it_photo_1144031.jpgPartiamo da un assioma: la scena politica italiana è un circo, quella sarda ancor di più.

All’esterno e all’interno di questo poco divertente spettacolino è accesissimo e attualissimo il dibattito su quello che in molti (aiutati dall’ eccelsa dialettica giornalistica del belpaese) chiamano “inciucio”, ma che io preferisco chiamare col suo nome: “Grande Coalizione” (di seguito GC).

In Europa le GC le abbiamo già viste (più volte) in Germania e non credo siano il male assoluto. Quello che conta è il perché la politica arriva a tale soluzione. Generalmente le GC nascono per due motivi: affrontare crisi politiche (economiche o stati di guerra) e\o per azzerare politicamente scomode opposizioni alle estremità delle coalizioni o fuori da esse (questo elemento può essere letto anche come una conseguenza). Gli elementi per vedere in Italia una GC ci sono entrambi e, considerate le opposizioni che verrebbero messe all’angolo (presumibilmente Sel e M5S), non so se essa sia il male maggiore. Il vero dilemma è quale politica porteranno avanti, visti i personaggi in gioco e la difficile convergenza politica su temi fondamentali. Andiamo un po’ avanti. Per restare in Germania, il partito “più a sinistra” del governo di grossa coalizione escluso dall’accordo del 2005 (il Linke) è, nel breve termine, cresciuto elettoralmente dopo tale esclusione ma la sua crescita è stata indubbiamente drogata dall’emorragia di voti della sinistra democratica scontenta: quella del principale governo di sinistra democratica SPD. Il risultato delle successive elezioni del 2009 però, riducendo all’osso un’analisi che dovrebbe essere lunghissima, è che la Merkel (il centro destra + i liberali) ha vinto di nuovo.

Tralasciando cosa possa significare tale dinamica rapportata all’ Italia, è interessante notare come la GC politica tedesca ha retto praticamente tutta la legislatura a differenza dell’italica “Grande Coalizione montiana” che, nonostante non vedesse segretari di partito al governo, non ha retto un anno e mezzo.

L’altra grande differenza è la presenza tutto fuorché trascurabile del M5S. Tutti i ragionamenti fatti finora non vanno basati su un sistema bipolare ma tripolare, dove il M5S si pone in antagonismo con entrambi gli schieramenti e si alimenta di stallo politico ed emorragie dal bipolarismo.

Concludendo una velocissima disamina che ci serve per arrivare alla nostra Nazione, l’unica cosa certa è che le GC hanno un grande “difetto di fabbrica”: alla loro forza numerica si contrappone una prevedibile e già accennata impasse politica  sulle riforme radicali, proprio quelle di cui avrebbero bisogno Sardegna e Italia.

Da qui a breve avremo anche noi in Sardegna le nostre elezioni Nazionali, anche noi avremo una GC?

Quanti, quali, ma soprattutto “chi” saranno gli schieramenti? E dove troveremo gli indipendentisti?

Presumibilmente, salvo sorprese per il candidato premier, i primi schieramenti in termini di voti saranno tre:

-Centrodestra: candidato presidente da stabilire (o Cappellacci o cade la giunta attuale);

-Centrosinistra: candidato presidente da stabilire (Soru? Lo scontro è in corso…);

-M5S: candidato presidente da stabilire.

I partiti indipendentisti sono più di tre e alcuni di essi potrebbero (e sottolineo potrebbero) correre da soli:

-Partito Sardo d’Azione: candidato presidente da stabilire (Sanna, Colli, Maninchedda?);

-ProgReS: candidato presidente da stabilire (la doppia presidenza confonde un po’ le carte in gioco);

-iRS: candidato presidente da stabilire (Gavino Sale?);

-SNI: candidato presidente da stabilire (Bustianu Cumpostu?);

-Sardigna Libera: candidato presidente da stabilire (Claudia Zuncheddu?);

-AMpI: candidato presidente da stabilire (Cristiano Sabino?);

-MERIS: candidato presidente da stabilire (Salvatore Meloni?).

Facciamo i conti con alcuni aspetti.

Il Partito Sardo d’Azione ha issato una cortina di fumo che lascia intravedere due posizioni che paiono poco convergenti: Maninchedda spinge per un asse programmatico col centrosinistra (un centrosinistra però autonomo da Roma) mentre Sanna, per ora sornione, pare (o perlomeno non smentisce di) guardare nuovamente al centrodestra. Credo che lo scenario prospettato da Maninchedda, trattandosi di partiti indipendentisti e non che anche ideologicamente hanno poco da spartire, possa essere catalogato come una Grande Coalizione che rischierebbe di avere effetti (vedi disamina precedente) devastanti sul PSd’Az sia in chiave di governo che elettorale. Politicamente posso cercare di comprendere e accettare la dualità Maninchedda\Sanna, ma il gioco rischia di rompersi laddove il quoziente del proporzionale sarà talmente alto che i circa 30-35 mila voti del Psd’Az (per quanto importantissimi, specie in questi scenari incerti) non varranno la candela del consigliere in coalizione e nessuna coalizione farà più del 45%. Sempre restando all’interno dello scenario PD-Psd’Az non dimentichiamoci che potrebbero esserci sorprese nelle primarie e nel listino (per quest’ultimo anche nello scenario PDL) esponendo le persone più che il partito stesso. Infine, anche nell’ottica del governo, potremmo affermare senza molta difficoltà che un restyling nei volti e nelle strategie gioverebbe nel medio\lungo termine ai sardisti: andare ora e così in Consiglio rischia di diventare un boomerang, anche se il danno da assenza rischia di avere ricadute ancora peggiori. Nel frattempo la base che dice? Nescio.

ProgReS, SNI, AMpI e Meris molto difficilmente andranno in coalizione con partiti italiani. Verrebbe anche da pensare, fantasticando forse, ad una reunion di iRS con ProgReS (+ AMpI) ma in quel caso verrebbe da chiedersi quanto sia politicamente lungimirante nell’ottica soprattutto di ProgReS che si vede (seppur ancora mai impegnato sino ad oggi in elezioni nazionali, data la giovane età) “superamento” politico di iRS. La coalizione mette le ragioni elettorali oltre quelle “ideologiche” e ipotizzando che tale coalizione venisse alla luce, chi ne sarebbe il candidato presidente? Difficile pensare ad una soluzione migliore delle primarie.

Sardigna Libera, dati i precedenti della Zuncheddu,  potrebbe accasarsi in un centrosinistra costruito attorno ad un programma che veda al suo interno qualche punto di ispirazione indipendentista. Un po’ come Maninchedda, ma, a differenza di quest’ultimo e del PSd’Az, la consigliera porta in dote un numero presumibilmente più esiguo di voti.

iRS è, ai miei occhi, “illeggibile” fuori dalla già discussa coalizione indipendentista. Niente di strano nel pensare che il partito punti ad un posto in Regione ma dubito che entrare in coalizione (o nel listino) col centrosinistra sia una buona scelta per tutti. In coalizione col M5S, come qualcuno azzarda, men che meno.

Considerata dunque la situazione, i numeri dell’indipendentismo, il sistema elettorale sardo, la presenza del M5S e l’abbassamento del numero di poltrone in consiglio regionale, abbiamo solamente due certezze:

-la prima è che sarà molto difficile immaginare anche un solo consigliere indipendentista eletto fuori (e forse anche dentro) dalle coalizioni maggiori;

-la seconda è che ogni partito indipendentista dovrà essere aiutato dagli altri, in qualsiasi sede e modo.

Abbiamo già notato che le vere GC non sono un pessimo esempio da seguire: offrono grandi opportunità sia che ci si ponga all’interno che all’esterno di esse e presto anche gli indipendentisti dovranno averci a che fare.

Perché non lavorare allora su una Grande Coalizione di TUTTI gli indipendentisti per la prossima tornata elettorale che si contrapponga al tripolarismo PD-PDL-M5S? Converrebbe (si badi bene, converrebbe, e non “sarebbe giusto”) a tutti vista la situazione e potrebbe inaugurare una nuova primavera per un indipendentismo che necessita quasi dappertutto di forte rinnovamento, numeri e progetti di collaborazione sia locali che nazionali.

Con un pizzico di presunzione credo che moltissima base indipendentista (e non) guardi in quella direzione.

Sia ben chiaro che una GC indipendentista oggi, per quanto difficile, non è una convergenza per l’indipendenza, nè un nuovo partito o punto d’arrivo (viste le difficoltà alle quali fa fronte per sua natura): è un punto di partenza. Una partenza verso (il vero) Partito Nazionale Sardo.

Giovanni Scanu


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Se Soru esce dal Pd, Rossomori pronti ad accoglierlo. Fantapolitica? Si vedrà!

Scritto da grandeovest.com il 5 Ottobre 2011 – 20:30 -

Riporto l’arAddio al Pd. Ora Sorupensa a un nuovo partitoticolo che da la notizia e aggiungo, per conoscenza diretta, che se Soru dovesse uscire dal Pd andrebbe con tutta probabilità a confluire nei Rossomori, partito che di fatto ha guidato in maniera neanche tanto occulta sin dalla nascita. Rimando per attinenza all’articolo pubblicato in giungo su questo blog riguardo al sovranismo. Voi cosa pensate di tutto ciò?

Di seguito l’articolo tratto da www.liberiasinistra.com.

 Addio al Pd. Ora Soru pensa a un nuovo partito

Sono sempre più insistenti le voci di un abbandono del Partito Democratico da parte di Renato Soru. Non è  un ritiro dalla politica ma il rilancio del suo progetto politico e dell’azione che lo ha visto protagonista come presidente della Regione sarda.

Ambienti a lui vicini fanno trapelare l’intenzione di creare un nuovo soggetto politico proprio nella sua isola, con uno sguardo rivolto anche alla penisola. Stanco del predominio delle vecchie logiche e dei soliti “castosauri” all’interno del PD Sardo, consapevole dell’incapacità dell’attuale gruppo dirigente di presentarsi alle prossime regionali con una proposta seria e credibile, lungimirante nella visione di una possibile alleanza strategica con SEL e con un Zedda sempre più proiettato verso una co-leadership nazionale del Partito di Vendola, il  patron  di Tiscali   medita   un bello “strike” con tutti i birilli a terra per consentire alla Sardegna una ripartenza, riprendendo il discorso interrotto dalla parentesi Cappellacci.

Soru non pensa alla presidenza della Regione. Sapendo di non essere più l’uomo vincente di alcuni anni fa, Sori oggi considera l’ipotesi di porsi nel ruolo di leader politico e di grande suggeritore. L’uomo ha imparato tanto in questi anni, si è reso conto che con compagni di strada come il segretario regionale del partito (Silvio Lai) e il leader della ex Margherita (Paolo Fadda) non si va da nessuna parte. Il suo popolo è in fermento e anche alcuni settori del PD pronti a dare manforte a un progetto che faccia da collante con le anime più progressiste della coalizione, a partire dal partito di Vendola.

Il patron di Tiscali intravvede una forte crescita della sinistra e una possibile rinascita della voglia di un modello di Sardegna eco-sostenibile e identitaria, attenta a salvaguardare il proprio patrimonio ambientale e culturale per farlo diventare una ricchezza.

In una visione strategica che vede un possibile spezzettamento del Centro Destra e del Centro Sinista per le prossime elezioni regionali, l’ipotesi di un nuovo partito alleato con quello di Zedda non appare certo un’ operazione temeraria, specie se si pensa alla voglia di “pulizia” che spazzerà Italia e Sardegna alla prossima tornata elettorale.

Il Partito Democratico dei castosauri è avvisato.

http://www.liberiasinistra.it/art/2011/10/05/addio-al-pd-ora-soru-pensa-a-un-nuovo-partito_66


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Muledda e Maninchedda si corteggiano all’ombra del “sovranismo”, parola che potrebbe decidere le prossime elezioni sarde. Con due nuovi quotidiani in rampa di lancio.

Scritto da grandeovest.com il 12 Giugno 2011 – 20:33 -

cons-reg-sar.jpgLa parola sovranismo deve avere doti magiche se è vero che riesce a mettere d’amore e d’accordo due persone come Gesuino Muledda, segretario dei Rossomori, e Paolo Maninchedda consigliere regionale Psd’Az. Lo scenario in cui si stanno svolgendo i fatti  è il sito sardegnaeliberta.it il cui amministratore è proprio Maninchedda che, apparentemente, ha lanciato il primo sasso con quest’articolo del 31 marzo dove auspica la formazione di una coalizione “sovranista” che includa oltre al Psd’Az  ProgRes, Rossomori,  Riformatori, Udc e le parti di Pd e Pdl più sensibili ai temi dell’autogoverno. Il consigliere sardista ha poi ripreso il tema in altri articoli del sito. Le risposte non si sono fatte attendere: se da un lato Franciscu Sedda si è prudentemente limitato a  puntualizzare, cosa finora non scontata, che la sovranità di cui è utile discutere è la sovranità nazionale sarda, ben più calorosa sembra essere la reazione suscitata in ambito Rossomori. Da qualche giorno, infatti, gli articoli pubblicati da Maninchedda vengono commentati da un utente che si firma Rossomori con tanto di link al sito ufficiale del partito. I commenti mostrano condivisione e apertura rispetto ai ragionamenti del consigliere sardista. Per onestà non possiamo escludere la remota possibilità che i commenti siano inseriti da un anonimo burlone anche se, da quello che leggo, mi sembra di riconoscere chiaramente l’argomentare tipico di Gesuino Muledda o al limite di Paolo Mureddu, assessore nella giunta Milia e strettissimo collaboratore di Muledda. Ora forse molti potrebbero trovare normale tutto ciò: Maninchedda lancia un invito e la Segreteria Rossomori risponde. Io però so che l’attuale segreteria di Rossomori non fa mai nulla per caso, specie quando si tratta di alleanze e contrapposizioni. Mi spiego meglio. Dal settembre 2009 al novembre 2010, quindi in un arco di tempo di quattordici mesi, sul sito Rossomori sono stati pubblicati ventisei articoli in cui si parla di Maninchedda. Se si escludono alcuni di articoli di Mureddu, della Zuncheddu, di Carlo Mannoni e uno del sottoscritto, i restanti articoli sono firmati tutti da Muledda che colpisce Maninchedda con sarcasmo sprezzante e spesso volgare. Ventisei articoli per un sito aggiornato con scarsa frequenza come rossomori.eu sono un record o forse è meglio dire un ossessione. Da novembre 2010, però, Muledda e il sito Rossomori smettono di pubblicare articoli riguardanti Maninchedda in maniera tanto improvvisa e misteriosa da ricordare l’enigma dell’Isola di Pasqua, nella quale gli abitanti interruppero di colpo la costruizione dei maoi, gigantesche statue di pietra che per secoli avevano eretto in ogni angolo della loro terra. Visto e considerato che l’oggetto delle critiche cui era sottoposto Maninchedda risiede nella sua permanenza pur polemica nella maggioranza di centro-destra e visto che questa situazione non è mutata, o se è mutata ciò è avvenuto molto prima del cessate il fuoco di Muledda, la spiegazione va cercata al di fuori dei due partiti sardisti e tirando in ballo Renato Soru. Se infatti si considera che Maninchedda ha in quest’ultimo anno operato una graduale ma notevole rivalutazione del Soru politico e se si aggiunge che Muledda e Mureddu hanno sempre guidato i Rossomori in piena sintonia con le esigenze di Soru, al punto da far perdere al partito un consigliere e un assessore alle provinciali 2010 (Nuoro) e una probabile candidata sindaco alle recenti elezioni cagliaritane, si capisce chiaramente che quella che si sta giocando è una partita che potrebbe decidere le prossime elezioni nazionali sarde. La trattativa, che Muledda sta gestendo per Soru, è infatti articolata in questo modo: Maninchedda auspica la nascita di una colazione con forte matrice centrista che in nome della sovranità possa amalgamare Psd’Az, Riformatori, Udc, porzioni di Fli e Pdl, parte del Pd, ProgRes e Rossomori. Viceversa Soru, forte della sua recente assoluzione nel caso Saatchi, del ridimensionamento di Cabras e della contemporanea risalita del centro-sinistra e della sua immagine, punta con decisione ad un progressivo deterioramento della Giunta Cappellacci per assicurare il successo di una coalizione progressista contaminata di sardismo, che è un pò l’idea che ha caratterizzato tutta la sua storia politica. Anzi la verità è che Soru vede il sardismo come un’ amante di cui è innamorato mentre è costretto a vivere con una moglie che non ama, una moglie chiamata Pd. Questo matrimonio è obbligatorio per un imprenditore che vive a contatto con un capitalismo mafioso come quello italiano, ma Soru oggi spera di essere l’artefice della riunificazione di quel sardismo che due anni e mezzo fa si è diviso proprio intorno alla sua figura. A fare da sfondo a queste vicende la nascita di due nuovi quotidiani: uno di stampo progressista denominato “Sardegna 24″sponsorizzato da Soru e diretto da Bellu, l’altro, più difficile da catalogare, sarà promosso dagli ex lavoratori del gruppo e-polis e guarda caso benificerà della collaborazione di Maninchedda.

Dare un parere su tutto ciò è difficile. Una cosa certa è che, se mai si dovesse verificare questa unione, ciò avverrà all’interno di una coalizione di centro sinistra. In generale poi non so quanto queste strategia possa far bene ad una Sardegna intesa come Nazione e desiderata come stato. Io sarei favorevole ad una coalizione di larghe intese che si ponga obbiettivi minimi condivisi come la lotta per il riconoscimento dello status di nazione, la sovranità fiscale, energetica e scolastica; ma questi obbiettivi, in quanto minimi, dovrebbero essere perseguiti senza alcuna esitazione ed è proprio su questo che ho qualche dubbio.  Il sardismo di cui Soru è innamorato è quello Lussiano, quello che si scontra con Roma per proiettarsi verso l’Italia e in quanto tale non é nè il sardismo migliore nè il più autentico nè il più attuale. D’altra parte Muledda ha più volte esplicitato la sua idea di sovranità nel suoi documenti politici. Ho sempre sostenuto che l’espressione “Soberania est indipendentzia”, tanto cara al segretario Rossomori, è la prima parte di un sillogismo in cui la parola indipendenza è destinata a sparire in quanto, equivalendo alla parola sovranità, pronunciare la seconda equivale a pronunciare la prima. Ma è proprio nei ragionamenti di Muledda che questa sovranità si risolve in una sorta di indipendenza sostanziale (che in quanto non formale risulta non statale e quindi non è un indipendenza), in una concettualizzazione della non-dipendenza per sfociare infine nella fattispecie normativa della regione associata all’Europa che però, si badi bene, è una fattispecie che non esiste e in quanto tale più utopistica di qualsiasi ipotesi indipendentista. Del resto Paolo Muredddu, intervistato durante i festeggiamenti per la vittoria di Zedda, si è espresso più o meno così: “noi non siamo indipendentisti, non ce ne facciamo niente di un altro staterello, noi siamo “sovranisti”. Ho inoltre notizia, da persone interne al movimento, che il prossimo congresso sancirà la fine di ogni aspirazione indipendentista. C’è poi Maninchedda che definisce il sovranismo come un passo avanti rispetto all’autonomismo e un passo indietro rispetto al pieno indipendentismo. Mi lascia perplesso che a parlare di passi indietro sia proprio la persona che, al di là di qualsiasi altra considerazione, ha portato il Psd’Az in doppia cifra con un linguaggio realmente indipendentista, che dalla presidenza della commissione bilancio ha più volte parlato di conti che consentirebbero subito un’ indipendenza economicamente sostenibile e che evidenzia il fatto che gli introiti fiscali derivanti dalle imprese sono prossimi allo zero, cosa che apre la strada a prospettive di riduzione della pressione fiscale quanto mai urgenti.

Mi chiedo se forse non sia più urgente dedicarsi, insieme agli altri indipendentisti, all’organizzazione di un progetto moderno, concreto e credibile. Un vero partito della Nazione sarda capace, per organizzazione, elaborazione e immagine, di combattere il bipolarismo italiano. Certo non è una proposta vincente per le prossime elezioni. Ma le prove che governare in questi contesti non avvicini all’indipendenza cominciano ad essere abbastanza ingombranti e se veramente si vuole fare piazza pulita del bipolarismo italiano sarebbe il caso di cominciare a costruirla davvero questa forza realmente alternativa.

Andrea Nonne


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Il botta e risposta tra Andrea Nonne e Caterina Pes, Deputata Pd, sui precari della scuola in Sardegna.

Scritto da grandeovest.com il 8 Maggio 2011 – 19:36 -

Rispondo con un po’ di ritardo all’intervento dell’On. Caterina Pes, deputata oristanese del Pd, riguardo all’articolo pubblicato su questo blog in appoggio al comitato “No pettine”. Il commento dell’On. Pes è il numero 71.

Cara Caterina

Innanzi tutto desidero ringraziarti per aver partecipato all’animata discussione che si è creata intorno al tema allorquando ho sentito il dovere di esprimere il mio punto di vista sulla delicata situazione dei precari sardi minacciati dalla riapertura delle graduatorie.

Sono d’accordo con te su molte cose: sul fatto che il disastro scuola sia da imputare al duo Tremonti-Gelmini in primis (anche se il centro-sinistra nei suoi vari governi ci ha sempre messo del suo), sul fatto che questa sia una guerra tra poveri e soprattutto ti riconosco un grande impegno di opposizione su questi temi, cosa che tra l’altro ho sempre manifestato.

Non sono d’accordo ovviamente sul resto. In primo luogo perché ritengo cinico e ingiusto rivoltare un diritto acquisito per legge; che a farlo sia la Corte costituzionale o gli dei dell’Olimpo non mi interessa: quando ad un uomo che, forte di un provvedimento di legge, mette su famiglia e casa si dice che si rimette tutto in discussione perché ciò che gli è stato assicurato è anti costituzionale, io sto dalla parte di quell’uomo. Diversamente se vogliamo anteporre la meritocrazia al rispetto dei diritti acquisiti, la mia generazione di pluri-laureati, pluri-masterizzati e pluri-precarizzati potrebbe sentirsi autorizzata ad irrompere in uffici pubblici e para-pubblici e cacciare via a pedate nel culo gli iper-accozzati, iper-atrofizzati e iper-tutelati che da decenni abbondano in tante pubbliche amministrazioni dello Stato italiano.

Credo anche che la situazione occupazionale in Sardegna sia tanto drammatica che i rappresentanti politici e sindacali, dovrebbero pensarci bene prima di anteporre a questa emergenza principi e carte che mostrano proprio in questi anni il loro drammatico fallimento.

Facciamo comunque finta per un attimo che queste cruciali premesse non vi siano e riflettiamo sulle accuse di protezionismo e leghismo. In particolare vorrei ragionare sulle tue parole:

“Il mercato del lavoro non può essere regolato da logiche protezionistiche, per quanto possa essere scomodo sostenerlo. La scuola, ancora di più, deve mettere al centro la qualità del sistema scolastico, deve mettere al centro gli alunni, e deve procedere con criteri meritocratici, non di appartenenza geografica (…) Bisognerebbe avere l’onestà intellettuale di ammettere che deve essere la preparazione didattica la discriminante, non la provenienza geografica.”. Ok, ci sto, sono d’accordo. Ma se il criterio unico è la qualità dell’offerta formativa perché non aprire al mondo intero i concorsi per la scuola pubblica. Invece mi pare che pure nelle lingue straniere e nelle materie caratterizzate da peculiarità tecniche che in Italia scarseggiano, la docenza internazionale sia di fatto ostacolata dal principio di cittadinanza. Vorrei a questo punto capire se questo approccio iper-liberista si ferma a Roma, dove di fatto la recluta dei docenti è regolata da norme non solo protezioniste ma anche biecamente nazionaliste. Eccoci quindi di fronte all’ennesimo pasticciato miscuglio di liberismo e protezionismo, dove i due obsoleti ingredienti vengono dosati in tempi e quantità tali da favorire sempre il più forte. Da anni vado sostenendo che la globalizzazione economica, che negli ultimi decenni ha portato il controllo dell’economia mondiale nelle mani di una ristretta elite con conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti, altro non sia che una sofisticata alchimia di protezionismo e libero-scambismo con l’obbiettivo di favorire le multinazionali rispetto alle piccole e medie imprese radicate nei territori. La storia della Sardegna italiana è poi una straordinaria collezione di questa pratica: il nostro mercato è sempre stato apertissimo quando si trattava di comprare italiano mentre non altrettanto si può dire quando erano i sardi a dover vendere in Italia. Chi ha dubbi su ciò che dico vada a verificare le logiche partitiche retrostanti il rilascio delle licenze commerciali negli anni ‘70, ‘80 e per gran parte dei ‘90. Non è un caso poi se dalla fine dell’800, grandi intellettuali sardi e non, intuendo la trappola del giogo italiano si siano posti il problema dell’integrazione della Sardegna nel Mediterraneo, in Europa e nel mondo dando vita ad un’ elaborazione politica che parte da Tuveri e arriva ai giorni nostri passando per il filosofo hegeliano Del Zio, Bellieni, Simon Mossa e tanti altri. In virtù di questo posso affermare che qui non stiamo parlando né di leghismo, né di protezionismo, né di liberismo. Qui stiamo parlando di buonsensismo e il buon senso, come anche il buon Keynes, ci dicono che in questo momento non possiamo permetterci di condannare altri sardi alla disoccupazione o all’emigrazione. Non più di quanto sta già facendo il mercato. E’ qui siamo di fronte ad un’altra contraddizione mastodontica. Quando è l’impresa privata a mandare a casa i sardi tutti si riuniscono in grandi e solitamente inutili vertenze, quando a minacciare il lavoro dei sardi è invece un ente pubblico dipende: dalla posizione del partito o magari della corrente e non mi riferisco solo a questo caso.

La scuola sarda per riprendersi ha urgente bisogno di diventare Scuola Nazionale Sarda perché almeno sul fatto che la Sardegna sia una Nazione credo siamo d’accordo entrambi: e lo dico perché conosci la storia sarda molto più di me, come anche la visione di Gramsci del Risorgimento e anche perchè conosco il tuo percorso politico. Ma se si è consapevoli di essere Nazione, al di là che si debba o non diventare stato, cosa che comunque auspico avvenga al più presto, si è consapevoli di essere popolo e come  si costruisce il futuro di un popolo se non dalla scuola, dalla trasmissione della propria coscienza di generazione in generazione e dal confronto continuo tra questa e il mondo in continuo divenire. E invece  Caterina, sia io che te siamo usciti da un glorioso liceo classico, intitolato guarda caso ad un sospetto falsario che ha passato la vita a diffondere patacche sull’italianità della Sardegna medievale, senza sapere dell’esistenza dei giganti di Monti Prama. In compenso però abbiamo smesso di studiare le lingue straniere a 15 anni, in un territorio a vocazione turistica, per far posto ad un’ overdose di Dante Alighieri, quello che paragonava i sardi alle scimmie. Quest’anno cadono i 40 anni dalla prematura morte di Antonio Simon Mossa, probabilmente una delle più grandi e innovative figure del socialismo europeo, per chi lo conosce. Non ti chiedo se sarà celebrato dal Pd sardo ma nelle nostre scuole quanti saranno i docenti che avranno la decenza di ricordarlo e gli studenti che avranno la fortuna di conoscerlo? E la lingua sarda? Vogliamo studiarla in un compartimento stagno, come il fossile di una specie estinta, o vogliamo che riviva nella totalità delle discipline, che si confronti con i concetti tecnici, artistici e riprenda così a vivere nella contemporaneità? Faccio questa domanda perché un insegnamento bilingue prevede insegnanti bilingue non necessariamente sardi ma a maggior ragione non necessariamente italiani. E proprio a questo proposito ti invito a tornare indietro agli anni in cui, in prima elementare, ai bimbi sardi veniva amputata la lingua madre con l’obbligo di parlare esclusivamente l’Italiano con gravi handicap per l’efficacia dell’insegnamento. Certo il ritardo della Sardegna in fatto di bilinguismo non può essere attribuito solo al Ministero dell’istruzione, visti i risultati ottenuti in questo senso da altre minoranze linguistiche presenti nello Stato italiano, ma anche questo va detto quando si fa un resoconto di ciò che è stata la scuola in Sardegna.

Un ultimo accenno infine sull’atteggiamento di religioso rispetto che molti politici sardi hanno verso la Corte costituzionale e verso la Costituzione. Un fenomeno che negli ultimi anni ha visto coinvolte figure di quella sinistra che cerca di contaminarsi di sardismo come Soru e Muledda. Riporto stralci di un’ analisi del 1973 che fa molto riflettere sul rapporto che è sempre esistito tra statuto autonomistico e Corte costituzionale anche se la vicenda che stiamo trattando non nasce dalla R.A.S. Un grande studioso sardo parla di “continua e studiata degradazione dell’autonomia sarda” che “presa di mira dall’occhiuto e rigoroso controllo della Corte costituzionale, che la sottopone a una serie di vincoli e di decisioni sostitutive nelle potestà legislative, “viene di fatto “umiliata da un costante atteggiamento e da una serie continuata di atti del governo centrale che denunziano un costume di ripulsa sistematica dell’iniziativa del legislatore regionale, palese attraverso tutto un susseguirsi di osservazioni cavillose, bizantine e di rinvii formalistici di ottusi burocrati, di tradizione “napoleonica“. Queste parole non sono da attribuire a qualche sardista radicale in odore di secessione ma ad un tranquillo e pacato democristiano come Giovanni Lilliu*.

Ti saluto con stima.

Andrea Nonne

* “La Nuova Sardegna” venerdi 26 gennaio 1973


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Le dimissioni di Claudia Zuncheddu viste da vicino.

Scritto da grandeovest.com il 10 Febbraio 2011 – 13:46 -

zuncheddu_claudia-150x150.jpgOra la meneranno per un mese con la storia del “poco, locos e malunydos”, come se quel conquistatore spagnolo fosse Nostradamus e come se divisioni e scissioni riguardassero solo i sardi. Pazienza, passerà.

Claudia  Zuncheddu lascia i Rossomori; non sarà certo la sola a farlo e, come in tutte le storie di vasi che traboccano, ci sono le gocce che riempiono e quella che fa traboccare. Cominciamo da quest’ultima. Sabato a Tramatza, durante un Consiglio Nazionale Rossomori, Claudia Zuncheddu è stata vittima di un vile, scorretto e volgare attacco di massa. La colpa? Aver intrapreso una decisa battaglia per la trasparenza interna anche relativamente alla gestione dei flussi finanziari. Una consistente fetta dei militanti desiderava che il movimento funzionasse un po’ come un moderno ristorante con cucina a vista dove, non solo i militanti, ma anche i cittadini possono verificare gli ingredienti e le modalità con cui si preparano le ricette da proporre alla società sarda. Da notare che questa richiesta ha acquisito forza anche a seguito del centralismo finanziario imposto dalla Segreteria: da tesoriere della Federazione di Aristanis posso dire che i contributi erogati alla nostra Federazione si limitano a 1.000 euro. Rapportateli ai circa 130.000 che Rossomori ha introitato in  due anni e capirete la dimensione del problema risorse, che non è l’unico.

Perché se il vaso trabocca vuol dire che è stato riempito sino all’orlo e le altre gocce sono di natura prettamente politica. Rossomori nasce con la scissione dal Psd’Az nel momento dell’alleanza con Cappellacci per le elezioni del 2009. In quei  giorni a me e ad altri fu prospettata la possibilità di creare un partito indipendentista e progressista, la possibilità di salvare il sardismo. Ad oggi non solo si può dire che questo obbiettivo è stato disatteso, ma le accuse di sputtanamento del sardismo fatte dal Segretario dei Rossomori ai danni del Psd’Az appaiono quantomeno ridicole. Non mi riferisco all’esperienza consiliare, dove il Psd’Az paga l’imperdonabile appoggio alla disastrosa Giunta Cappellacci (cui tra l’altro partecipa) e dove per due anni i Rossomori hanno beneficiato dall’azione virtuosa e instancabile della Zuncheddu, ma all’elaborazione politica. Rossomori è oggi una succursale del Pd con venature folkloristiche vintage e una base composta in larga parte da non-indipendentisti imbarcati in fretta e furia con promesse evidentemente diverse da quella fatte al sottoscritto e a tanti altri.

Di seguito un breve resoconto di fatti e situazioni da me vissuti in prima persona:

- i fuoriusciti dal Psd’Az di Aristanis, vengono tagliati fuori dalle elezioni del 2009. Si preferisce affidare la preparazione della lista a figure del Pd Oristanese che, per tutta risposta, non presentano nessuna lista;

- un gruppo di 3-4 persone prende la guida degli scissionisti per l’emergenza elettorale del 2009. Si capisc da subito che non era un atto di beneficenza. Quelle stesse persone, terminate le elezioni, si piazzano alla guida del movimento, vi rimangono sino al marzo del 2010 allorquando si legittimano tramite l’elezione per acclamazione del Segretario Gesuino Muledda in una costituente bufala che di fatto, per tempi di preavviso e metodi di gestione, non ha consentito la preparazione di un’alternativa politica. Si sottolinea subito che la carica è provvisoria e che nell’ autunno 2010 si andrà a congresso. Ad oggi Muledda è ancora il Segretario del movimento e nulla si sa sulla data del Congresso;

- nella primavera 2009, alla vigilia delle elezioni europee, Rossomori, unico tra tutte le forze indipendentiste, non chiama i sardi all’astensione come forma di protesta civile contro l’esclusione strutturale dei rappresentanti sardi nel parlamento europeo:  Claudia Zuncheddu, in nome della salvaguardia dell’unità del movimento, si impegna con grande sforzo in una complessa posizione conciliatoria;

- appena eletto per acclamazione il Segretario Muledda chiama tutte le forze del centro sinistra e indipendentiste ad una mobilitazione in difesa della costituzione italiana dimenticando sin da subito di guidare un movimento indipendentista che, per sua natura, ha obbiettivi contrastanti con i principi fondamentali della Carta in oggetto. Notare come anche in questa occasione, con grande sacrificio e spirito unitario, Claudia Zuncheddu cerchi una soluzione di conciliazione rispetto alla gaffe della dirigenza;

- nella primavera 2010 la Federazione di Cagliari appoggia in maniera servile e incondizionata la candidatura di Graziano Milia, non curante della fresca condanna per abuso d’ufficio riportata in appello da quest’ultimo, non curante del forte disagio avvertito da gran parte del movimento e sfociato con tre dimissioni dal Consiglio Nazionale, estromettendo di fatto dall’azione politica del movimento la questione morale e candidandosi a navigare nei peggiori vizi della mala politica italiana;

- la linea politica della segreteria si allontana sempre di più da un indipendentismo moderno, arrampicandosi nell’ipotetica figura della regione associata all’Europa, con conseguente abbandono del concetto di Nazione Sarda e il recupero di un internazionalismo di antica memoria;

- nel dicembre 2010, per le primarie di Cagliari, nonostante la base si fosse espressa sul nome della Zuncheddu, nonostante la stessa avesse offerto la sua disponibilità e nonostante la proposta raccogliesse un crescente consenso trasversale all’esterno del movimento, la Segreteria ostacola in tutti i modi questa possibilità, rifiutandosi di fatto di formulare la richiesta alla Zuncheddu e proponendo addirittura la candidatura di Giuseppe Andreozzi al quale va comunque il mio personale riconoscimento per l’impegno e la dignità che hanno caratterizzato la sua campagna elettorale. Nulla può invece liberare la Segreteria dalla gravissima responsabilità di non aver fatto tutto quanto in suo potere per dare alla città di Cagliari un sindaco indipendentista, responsabilità aggravata dalla sconfitta di Cabras che da’, nelle sue dimensioni, l’idea dell’opportunità persa.

Queste e altre ragioni alla base di quello che succederà nei prossimi giorni. A Claudia va la conferma della mia fiducia oltre al difficile compito di lavorare insieme a tutti gli indipendentisti per far si che questa scissione sia l’ultima. L’ideale indipendentista è arrivato ai giorni nostri grazie al sudore e in alcuni casi al sangue versato da chi ci ha preceduto. Sta a noi dare alla Nazione Sarda il suo posto nel Mediterraneo, nell’Europa, nel Mondo. Pensiamoci bene, la storia non ci aspetta.

Andrea Nonne


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In assenza di soluzioni reprimere i pastori come gli studenti

Scritto da grandeovest.com il 31 Ottobre 2010 – 16:10 -

“Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade…infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città…Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri…le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli…”.

Questa dichiarazione delirante, rilasciata nel 2008 e relativa agli studenti, è la prima cosa che mi è venuta in mente quando ho saputo dei recenti, tragici fatti di Cagliari. La frase in questione è uno dei tanti capolavori di Francesco Cossiga di cui, non a caso, i politici che oggi siedono alla guida della Sardegna non hanno smesso un attimo di celebrare le indiscutibili doti umane e politiche. Ecco, il mio primo pensiero è stato che gli iniziati hanno imparato bene la lezione del gran maestro. Più nello specifico mi sembra ben poco sottile il filo che lega le nuove leve della mala politica sarda alle peggior scuola filoatlantica di gestione del potere della cui trasmissione dall’Italia alla Sardegna Cossiga, è senza dubbio il personaggio più illustre. Persino Paolo Maninchedda, che cossighiano non sembra ma che comunque sempre dalla Dc  arriva, si lancia in improbabili parallelismi tra l’attuale protesta pacifica e disarmata dei pastori e il violento estremismo degli anni ‘70. In particolare Maninchedda mostra tutto il suo sdegno rispetto all’occupazione del parlamento sardo e sostiene che attorno al movimento dei pastori si sta coagulando tutto (non gran parte, tutto senza esclusione alcuna) il mondo dell’eversione sarda. Addirittura. Forse sarebbe il caso di preoccuparsi maggiormente dei tentativi eversivi di Flavio Carboni e della sua cricca; tentativi ben documentati, come ben documentato è il servilismo del babbeo nei confronti di personaggi che non hanno niente a che vedere col governo democratico della Sardegna. Risulta infatti che i sardisti, pur lamentandosene, continuino ad appoggiare questa giunta in maniera incondizionata, visto che i punti del famoso accordo programmatico sembrano ormai entrati a far parte della collezione di carta igienica di Villa Certosa. Tra l’altro i fatti parlano chiaro: l’unica aggressione documentata è quella delle forze dell’ordine, con tanto di lancio di razzi ad altezza d’uomo e con un manifestante che ha perso un occhio per sempre. Come parla chiaro il fatto che sia stata una di queste azioni “eversive” a svelare a tutti i sardi il gigantesco imbroglio dei capi di bestiame che giungono nei nostri porti come tedeschi e miracolosamente diventano prodotti sardi nei banchi frigo dei punti vendita. Curioso poi che i nostri rappresentanti il 28 aprile siano tutti in prima fila a celebrare la ricorrenza dei moti angioini senza accorgersi di quanto oggi la situazione sia analoga: lo stato italiano sottrae le risorse alla Sardegna, il popolo è affamato e va a Cagliari a protestare duramente. Si pulisca dunque la bocca questa gente che arriva in alcuni casi a parlare di nazione sarda e indipendenza ma poi, nei fatti, continua ad avallare le scelte reazionarie dello stato italiano nei confronti del nostro popolo. A ben vedere, dopo più di duecento anni, ciò che differenzia l’attuale classe dirigente da quella di allora è l’ipocrisia odierna.

Ma veniamo alle soluzioni o presunte tali. I ben pensanti  consiglieri liberaldemocratici continuano a dire: “non si può drogare il mercato con i sussidi” e questo la dice tutta su quanto siano lontani dalla realtà. La Sardegna produce reddito prevalentemente in 4 modi: petrolchimica, pubblico impiego, turismo e campagne. Ora posto che il turismo da solo non basta, e che i soldi pubblici verso la Sardegna sono in rapida ritirata, appare evidente che “senza pastorizia muore la Sardegna” è molto più di un semplice slogan. La scelta che si profila è tra la difesa di quel po’ di economia sana che ci è rimasta e la resa totale e incondizionata al ruolo di pattumiera petrolchimica, militare e nucleare d’Europa. Ma loro si preoccupano del debito pubblico, che è come se un medico si preoccupasse di sparare l’adrenalina ad uno in fin di vita per paura che gli venga la tachicardia. Che poi, a dirla tutta, le loro preoccupazioni per i conti pubblici sono, potremo dire, intermittenti; si spengono automaticamente se qualcuno gli ricorda che lo stato italiano ci ciula ogni anno 1,6 mld di euro e si spegne ogni fine mese quando ritirano dalla casse esangui della regione uno stipendio che è più del doppio di quello che percepiscono Zapatero o Sarkozy.

Ma la cosa più triste da constatare è la totale assenza di soluzioni che aleggia nelle stanze del palazzo. Peggio ancora pare che giunta e maggioranza non abbiano capito che la crisi del settore ovino in Sardegna non è determinata dagli allevatori ma dagli industriali che, incapaci di promuovere e commercializzare il prodotto in maniera adeguata, soffocano la filiera con benestare di lunga data della classe politica. Andate ad osservare cosa fanno queste aziende (cooperative e consorzi compresi). Per ricordarmi uno spot televisivo, devo tornare indietro di quasi vent’anni quando tra l’altro gli ovini sardi sponsorizzavano un Cagliari Calcio che lottava per la Coppa Uefa; ma date pure un’occhiata all’inadeguatezza dei loro siti e riflettete sul fatto che questi signori hanno costruito le proprie fortune familiari facendo ciò che qualsiasi manuale di gestione d’impresa sconsiglia caldamente, ovvero commerciare un volume enorme di prodotto su un solo mercato, nella fattispecie quello nord americano. La parola d’ordine, ora che l’America non tira più, è disinvestire, ridurre il prodotto, abbandonare un mercato saturo. Tanto tutto poggia su una dinamica commerciale che schiaccia i pastori a tutto vantaggio degli industriali, come ben dice Soru quando confronta l’elevatissima concentrazione sul versante dell’industria con l’elevatissima dispersione che caratterizza invece le imprese di allevamento. Perché una grossa parte della questione ruota proprio attorno a questo fatto: poche industrie, con forti e potenti sponsor politici, hanno gioco facile nell’imporre a una miriade di aziende agropastorali, per lo più piccole e piccolissime, condizioni da sfracello. Stiamo parlando dei cosiddetti indici di concentrazione relativa che hanno un peso decisivo nella distribuzione del potere contrattuale nei rapporti fornitore-cliente e che, in condizioni tanto squilibrate, riescono di fatto a determinare chi comanda e chi subisce. Tutte cose che dovrebbe conoscere il buon Prato, vista la sua esperienza manageriale nell’industria lattiero-casearia, che però sembra remare in direzione opposta decretando che l’unica possibilità di sopravvivenza per il mondo agropastorale risiede nella multifunzionalità, che in sostanza significa fare altro e quindi è di per se una non soluzione al problema; se i pastori si danno al turismo e la domanda turistica non cresce, in un gioco a somma zero quello che si guadagna da una parte come minimo si perde dall’altra, con il problema aggiuntivo di dover affrontare un’ instabilità maggiore.

Qui sta il cuore del problema. La soluzione è complessa però la direzione non è quella dell’abbandono ma semmai della conquista. La qualità delle politiche commerciali che ruotano intorno ai prodotti ovini sardi ha margini di miglioramento incredibili sia sul fronte del prodotto, attraverso la diversificazione e la promozione finora inesistenti, che su quello del mercato, con politiche di export che abbiano come obbiettivo il globo e non solo il mercato nord americano. Ecco perché è inopportuno parlare di mercato saturo che è invece la situazione in cui si trovano un’ infinità di altri settori, dove tuttavia le imprese non cercano una via di fuga ma si rifanno i muscoli per combattere le prossime battaglie. La frase più celebre del fondatore della Sony Akio Morita recita appunto “Noi non serviamo i mercati, li creiamo”. Prima di accusarmi per la follia del paragone provate a pensare una cosa: il consorzio del Romano o qualche altra azienda ha mai provato a proporre funzioni d’uso/occasioni di consumo alternative per i propri prodotti? Mi pare proprio di no e mi viene in mente uno spot di qualche tempo fa che, nonostante la volgarità comunicativa, rivelava una notevole bontà d’intenti. Si trattava del gorgonzola, prodotto di punta che la regione Lombardia sostiene in maniera molto intensa, e la procace testimonial apriva lo spot con la domanda “mai provato con le pere”?

 Andrea Nonne


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Il pudore che non c’è

Scritto da grandeovest.com il 28 Luglio 2010 – 13:16 -

Potevano far finta di essere cascati dalle nuvole, di non sapere chi era Cappellacci, che poteri lo sorreggevano. Potevano passare per degli ingenui sprovveduti che realmente, un anno e mezzo fa, hanno pensato che il figlio del commercialista di Al Tappone potesse risollevare le sorti dell’isola. Qualcuno poteva addirittura confermare di aver creduto che il BabbeUgo potesse portare la Sardegna verso l’Indipendenza. Sarebbero passati per fessi si, ma onesti. O quantomeno sarebbero passati come esseri umani con un minimo senso del pudore e della dignità.

Invece i consiglieri della maggioranza di centrodestra che governa la regione si sono stretti attorno a Cappellacci. Come se essere culo e camicia con Flavio Carboni sia una cosa normale, come se portare interessi paramafiosi dentro la più alta istituzione sarda sia un fatto accettabile, come se la Sardegna non stia precipitando nel baratro più profondo della sua storia contemporanea.

Fiducia condizionata però ad un bel rimpasto di giunta, soluzione politicamente priva di nesso con il problema, uguale a pretendere che una macchina con il motore fuso riprenda a camminare dopo aver cambiato le gomme e non il motore.

Un ricatto, niente di più e niente di meno. Come se i nostri amici avessero detto al presidente “senti Ugo siccome sei un povero babbeo e per un anno e mezzo non hai fatto altro che frequentare i peggiori affaristi fottendotene degli interessi della Sardegna dovremmo darti un bel calcio in culo, però se la smetti di fare l’egoista e fai mangiare un po di più anche noi possiamo tenerti in piedi”. E allora via i tecnici, una manciata di assessorati in più ai partiti e il gioco è fatto. Gioco che vale la candela se si guardano le retribuzioni dei consiglieri Sardi. Già perchè i nostri rappresentanti ci pensano bene prima di mettere a rischio i circa 500.000 Euro che li deriveranno dai prossimi tre anni e mezzo di legislatura.

Quando alla vigilia delle elezioni regionali, lanciai un’ iniziativa per la riduzione degli stipendi dei consiglieri con il sito www.lavoltabuona.it, sottolineai quest’aspetto. Altro che demagogia e populismo, da solo questo sarebbe un motivo valido per ridurre queste vergognose retribuzioni di un buon 50-60%. Zapatero e Sarkozy guadagano circa la metà di un consigliere regionale sardo. Leggendo le vomitevoli cronache di queste ore si capisce il perchè: anche la dignità ha un prezzo e 500.000 euro è un prezzo decisamente troppo alto per i nostri poltronari.

Andrea Nonne


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The merd and the chocolate

Scritto da grandeovest.com il 26 Luglio 2010 – 23:38 -

 Mi riesce impossibile provare sentimenti di rabbia nei confronti di Flavio Carboni. Il rampante anzianotto ha fatto solo il suo lavoro, quello del faccendiere. Del resto possiamo stare certi che un mondo senza faccendieri non esisterà mai visto che, come ci insegna l’antica sapienza popolare, la mamma di certe categorie di persone è sempre incinta.

Poi c’è Ugo Cappellacci, il quale conferma che nella vita di ogni uomo c’è un attimo di genio. Lui il suo l’ha usato per definirsi come meglio nessuno avrebbe potuto fare: il babbeo.  Ma in fondo mi riesce difficile biasimare anche lui; non dimentichiamoci mai che il libero arbitrio non è il suo forte. Ughino segue il movimento dei fili senza rendersi conto di ciò che fa. Non si è reso conto neanche di aver cambiato mano: prima lo muoveva il nano che ora l’ha prestato per un po’ al faccendiere. Non che in effetti la differenza sia poi tanta.

Ma la mia rabbia non è rivolta a loro che fanno ciò per cui son stati programmati. Il problema vero è che molti sapevano ma hanno fatto finta di niente. Sapevano in che letamaio stavano andando a ficcare la Sardegna. Sto parlando dei partiti di centro destra, dei centristi , del Psd’Az, del gruppo editoriale di Zuncheddu. Che sapeva ma nascondeva, disinformava e attaccava Soru. Ricordate?

Torniamo indietro ad un anno e mezzo fa quando l’emergenza era Renato Soru, da tanti accusato di  aver rovinato l’economia della Sardegna. Andiamo a vedere cos’è cambiato da quando alla console c’è l’autobabbeizzato. Iniziamo dal peggio di Soru, il grande scandalo per il caso Saatchi. Il fatto sembra grave non  lo nego, ma nel peggiore dei possibili sviluppi giudiziari resterà il gesto impulsivo dell’imprenditore che, per non far rimandare una campagna pubblicitaria importantissima e per assicurarsi un risultato all’altezza della situazione, preme per affidare tutto ad una delle agenzie pubblicitarie più geniali del pianeta. Oggi Cappellacci frequenta i peggiori affaristi, da loro si fa indicare le nomine per gli incarichi più importanti e progetta le leggi a misura dei loro affari. Ancora, Soru veniva criticato per la gestione del G8 e per la smilitarizzazione della Maddalena. Berlusca e il vassallo, da navigati self made men, hanno optato per una soluzione pragmatica e radicale: spostare il G8 lasciando nell’arsenale le costose merdate della cricca e un bell’ammasso di materiale radiattivo nei fondali. Potrei continuare a lungo ma mi limito ad un ultimo confronto legato ai numeri della disoccupazione, vera emergenza della Sardegna negli ultimi mesi. A metà del 2007, in piena era Soru, il tasso di disoccupazione segnava 8,6%. Oggi, stando agli ultimi dati diffusi dall’Istat, la disoccupazione galoppa al 16,1%. La crisi si dirà, ma allora questi brillanti economisti dovrebbero spiegare perchè la stiamo pagando molto più che altrove. Confrontiamo la Sardegna con le regioni del Sud Italia: nel secondo trimestre del 2007 la Sardegna è arrivata ad avere un tasso di disoccupazione inferiore a quello di tutte le regioni del Sud Italia, oggi registra un risultato nettamente peggiore di queste. E’ vero che questo dato è relativo ad un picco particolarmente positivo non confermato nei mesi a venire ma in generale il confronto macroeconomico tra Soru e Cappellacci restituisce un esito drammatico.

Oggi, davanti a tutto ciò, gli errori che sicuramente Soru ha commesso appaiono bazzecole e altri dovrebbero cominciare a fare la conta dei propri sbagli. E invece vedi gran parte del centro destra che piuttosto che redimersi si concentra sul rimpasto, in una volgare rappresentazione della vittoria dei soldi sulla dignità. Piccoli uomini bloccati da retribuzioni senza uguali in Europa, in un’ atmosfera che mostra chiaramente quanto la sobrietà e la moralità siano gli irrinunciabili elementi di cui la politica necessita per invertire la rotta. Poi leggi l’Unione Sarda che prova a smarcarsi dalle sue imperdonabili colpe. Noti che i militanti dei partiti di maggiornza non sono in rivolta. Nessuno chiede scusa. Nessuno ammette di aver sbagliato. In primis a non voler vedere ciò che da anni è sotto gli occhi di tutti. Il centro destra sardo è pesantemente condizionato da Bresluconi con tutto ciò che questo comporta. Le ultime elezioni regionali hanno infatti visto soccombere la parte politica della coalizione a favore di quella affaristica. E quando parlo di parte politica non mi rifersico certamente a Pisanu, legato a Flavio Carboni da frequentazioni di lungo corso. La cosa più triste è che nè la base, nè i dissidenti, nè gli alleati sembrano orientati verso l’unico gesto lecito in questo momento: tutti a casa ed elezioni subito.

Ora è inevitabile tornare con la memoria alle elezioni del febbraio 2009. La Sardegna si trovava immersa nel bipolarismo, politico sì ma ancor più morale, cosa innegabile per quanto sgradevole. Da una parte infatti vi era un centrosinistra sì mediocre, sì attraversato da lacerazioni interne, sì composto in parte da patetici leccaculo dei realtivi superiori romani, ma pur sempre una coalizione politica con i suoi difetti ma anche con i suoi pregi. Una coalizione in cui clientelismo, corruttela e mediocrità esistevano (ed esistono) in quantità ancora definibili fisiologiche. Dall’altra parte un centro destra immorale, apolitico nel peggior senso del termine, frutto dei peggiori percorsi della politica italiana; un miscuglio che, entrato in contatto con la storica sudditanza delle classi politiche sarde unioniste, ha generato un mix mortifero. Fare piazza pulita di questa gentaglia dovrebbe essere la prima preoccupazione di chiunque voglia il bene della Sardegna e, soprattutto, dovrebbe essere la prima preoccupazione delle tante persone oneste e serie che si sentono ideologicamente di destra.

Questa era la decisione cui erano chiamati i sardi. Queste che vediamo oggi le conseguenze del suicidio elettorale. Perchè nel bipolarismo morale l’ultima cosa che si deve fare è confondere la merda con il cioccolato.

Andrea Nonne


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