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Cappellacci, Keynes e la zona franca in Sardegna.

sabato, 6 aprile 2013

cappellacci-notizie_415368877.jpgQualche giorno fa su Videolina il Presidente Cappellacci, a domanda su come si potessero coprire le mancante entrate derivanti dall’istituzione della zona franca integrale, ha risposto che il moltiplicatore keynesiano dimostra in modo chiaro e inequivocabile che l’esenzione dalle tasse genererà un incremento dell’economia tale da compensare ampiamente le mancate entrate. In teoria ciò che ha detto Cappellacci è possibile, anche se più che citare Keynes avrebbe forse dovuto citare Laffer, ma lasciamo per un attimo il nostro Presidente e il suo sofferto rapporto con la macroeconomia per cercare di capire una cosa importantissima, ovvero quale sia la crescita economica necessaria per compensare le mancate entrate previste nella zona franca richiesta da Cappellacci all’Ue (che ha appena risposto di non essere competente come avevo previsto da subito).

Ricordiamo velocemente che Cappellacci ha richiesto una zona franca integrale con spostamento dell’isola al di fuori del confine doganale europeo. In conseguenza di ciò la Sardegna sarebbe esentata dal pagamento di iva e accise e questo indubbiamente stimolerebbe  l’economia generando aumenti dell’occupazione, delle vendite e degli utili. Questo a sua volta incrementerebbe il gettito derivante dalle imposte sul reddito delle persone e delle imprese. La domanda è se questo aumento sarebbe sufficiente a compensare le entrate che verrebbero a mancare a seguito dell’abolizione di iva e accise. Cominciamo con vedere a grandi linee quali sono le principali cifre in campo. Mi rifaccio ad un documento di previsione delle entrate relative al 2011; le cifre hanno subito leggeri cambiamenti ma questo non influenza la nostra verifica in maniera rilevante. Dunque con un po di approssimazione che semplifica le riflessioni e non influenza le conclusioni la situazione è più o meno questa:

IVA  2 miliardi
ACCISE 700 milioni

IRPEF 2 miliardi
IRES 600 milioni
IRAP 800 milioni

In sostanza per compensare l’ammanco di 2,7 mld derivante dall’eliminazione di iva e accise e necessario che irpef, ires e irap aumentino della stessa misura. Voglio essere ottimista. Ammettiamo che la zona franca di colpo cancelli la disoccupazione anche se la disoccupazione a zero è una condizione pressoché impossibile. Avremo quindi circa 110 mila posti di lavoro in più dall’oggi al domani. Sempre per continuare ad essere molto ottimisti ipotizziamo che ognuno di questi lavoratori percepisca circa 1.900 euro lordi al mese in modo da poter generare un gettito irpef annuo di circa 4.500 euro pro capite. Abbiamo quindi un aumento di irpef pari a 110.000×4500=495 mln di euro. C’è ora da stimare l’aumento di reddito derivante dalle imprese. Supporre un aumento del 30% significherebbe già essere molto ottimisti ma io voglio continuare ad essere super ottimista e quindi voglio sparare un aumento del 50%. Quindi ires e irap aumenterebbero complessivamente di 700 mln mentre per l’irpef è necessario calcolare l’aumento solo sui redditi da lavoro autonomo che, col solito generoso ottimismo, credo si possano stimare in circa 300 mln. Abbiamo quindi ulteriori 150 mln di gettito addizionale. Riassumendo tra autonomi e dipendenti abbiamo un aumento dell’irpef di 650 mln che si sommano a 300 mln di ires e 400 di irap. Quindi in conclusione abbiamo entrate addizionali per 650+300+400=1,35 mld. In pratica pur con queste stime estremamente ottimistiche abbiamo coperto solo metà del gettito mancante. E di ottimismo ce ne è davvero tanto in questi numeri visto che stiamo parlando di un aumento del pil di circa il 15%. Roba da far impallidire la Cina. Aggiungo, per dovere di cronaca, che Cappellacci, contraddicendo quanto ha detto finora, è stato costretto ad ammettere di voler dosare le esenzioni in maniera graduale negli anni. Al di la delle problematiche tecniche insite in un’idea di questo tipo va detta chiaramente una cosa: questa non sarebbe l’istituzione di una zona franca ma una graduale riduzione di alcune imposte con benefici limitati nel breve periodo finalizzata all’ipotetica realizzazione di una zona franca in un futuro non meglio specificato e a condizione che tutto fili liscio, cosa che in economia politica succede raramente, specie di questi tempi e da queste parti.

Questo è probabilmente il motivo per cui chi come me si appassiona da anni al tema della zona franca, per non parlare di chi se ne occupa da decenni, ha immaginato soluzioni diverse, basate quasi sempre su esenzioni fiscali mirate a risolvere i principali problemi strutturali dell’economia sarda, dando finalmente spinta propulsiva alla nascita di un settore produttivo compatibile tanto con il territorio quanto con il mercato. Per quanto mi riguarda faccio notare che da tempo ho proposto la zona franca logistica per risolvere i problemi dei trasporti interni ed esterni grazie ad una complessiva defiscalizzazione dei trasporti; un intervento realizzabile con “appena” 5/600 mln di euro. Con altri 200 mln di euro si potrebbe dimezzare l’ires (escludendo dalle esenzioni le imprese ad elevato impatto ambientale per la gioia della famiglia Moratti) attirando così investimenti di imprese industriali strutturate e profittevoli che rischiano invece di restare escluse dal modello proposto da Cappellacci. Stiamo parlando inoltre di una misura che, contrariamente a quanto afferma qualcuno, potrebbe trovare terreno fertile in Europa, visto che si tratta di una versione moderata delle defiscalizzazioni prevista dall’Ue per risolvere il problema delle isole ultra-periferiche. Sicuramente portare proposte di questo tipo a Bruxelles, magari insieme ad altre isole del Mediterraneo, garantirebbe a Cappellacci figure ben più dignitose di quelle che ha fatto ultimamente inviando in sede Ue proposte chiaramente destinate allo stato italiano (cosa ripeto prevista nel mio articolo dell’ 11 febbraio).*

Chiudo ricordando a Cappellacci che se è in grado di eliminare tutte le imposte dirette senza creare deficit, candidarsi nuovamente alla guida della Sardegna sarebbe poco. Come minimo lo attenderebbero un nobel per l’economia e il ministero del tesoro nel prossimo governo repubblicano statunitense.

Andrea Nonne

* Si ricorda che la creazione di una zona franca fiscale oltre agli stati membri coinvolge maggiormente l’Ue, a differenza delle zone franche previste dal codice doganale che come ha recentemente ricordato Zoutek a Cappellacci sono di competenza degli stati membri salvo per alcuni passaggi amministrativi che comunque è sempre lo stato a dover portare in sede comunitaria.

NB l’area commenti è come sempre disponibile per osservazioni, correzioni, contestazioni nel merito del ragionamento, dei calcoli e delle conclusioni.

Basi si o basi no? Ovvero sviluppo o sottosviluppo per la Sardegna?

giovedì, 27 gennaio 2011

prova__a_fuoco_zefiro9_salto_di_quirra_apr09low.jpgGuardo poco la tv; generalmente mi limito alle partite del Cagliari e ai canali tematici su paesi e mari lontani. Giovedì scorso Videolina, con Monitor, ha offerto un interessante e onesto dibattito su alcune questioni scottanti legate alla esorbitante militarizzazione della Sardegna. Purtroppo la maggior parte degli apparecchi sardi, era sintonizzato sui vari talk show inerenti i puttanizi del Berlusca. Comincio a pensare che ci sia una perversa attrazione sessuale collettiva verso il putrido incontro tra la pelle decadente del caimano e la carne acerba di una minorenne araba. Del resto che fosse pedofilo già si sapeva per bocca della figlia Barbara, quindi ancora non capisco il clamore suscitato dagli ultimi accadimenti.

Ma torniamo a parlare della trasmissione di Videolina. In studio al di là del dramma, delle polemiche, dei dati e delle leggi è emerso qualcosa che merita una riflessione particolare. L’On. Giorgio Locci, dopo aver dichiarato più volte di non escludere che le basi possano provocare rischi per la salute, ha espresso la sua soluzione per la vicenda, la quale può essere riassunta all’incirca in questo modo:  lo Stato Italiano ha concentrato in Sardegna oltre il 60% delle servitù militari, queste ultime possono creare problemi all’ambiente e alla salute umana, ragion per cui mettiamo questi dati sul tavolo e monetizziamoli durante le trattative per l’attuazione del federalismo fiscale. Monetizziamo le servitù militari. Monetizziamo il sacrificio.

In Sardegna questo è un vizio antico e nonostante io mi definisca Sardista devo riconoscere che i primi a prendere questa cantonata furono proprio i fondatori del Psd’Az, convinti di poter monetizzare il massacro sardo durante il primo conflitto mondiale. Fu un errore madornale ma pare che la storia non sia servita. Questa macabra speranza, ha caratterizzato tutta la storia contemporanea della Sardegna, che ben presto è stata investita del poco onorabile titolo di “pattumiera tossica del Mediterraneo”, subendo negli anni l’importazione di tutta una serie di attività industriali e militari ad altissimo impatto ambientale. La cosa più grave che l’On. Locci e tanti altri non colgono è che monetizzare il sacrificio militare non significa creare sviluppo, ma al massimo gestire il sottosviluppo. Significa ragionare con una totale mancanza di autostima e se a farlo è un rappresentante politico di primo piano i risultati sono devastanti, come di fatto succede ripetutamente dal dopoguerra. E’un po’ come se un padre facesse ai figli questo discorso: “figli miei, voi siete dei ragazzi limitati, non avete grandi capacità e non potete aspirare ad un’ esistenza libera e felice. E’inutile che perdiate tempo a studiare, fare sport, suonare uno strumento musicale o viaggiare per conoscere luoghi, culture e persone. Potete però cogliere l’opportunità di fare lavori che nessuno vuole fare perchè avvilenti, frustranti e pericolosi. In questo modo, sacrificandovi, potrete farvi pagare bene il lavoro che nessuno è disposto a fare e riuscirete comunque a sopravvivere”. L’On. Locci ha avuto il candore di ammetterlo, ma in realtà nella classe dirigente sarda questo pensiero è molto frequente. La Giurisprudenza si avvale del criterio del bonus pater familias per regolare i rapporti tra i cittadini. Sarebbe il caso che gli elettori cominciassero a valutare questo parametro prima di scegliere i propri rappresentanti.

Andrea Nonne


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